
“So, not everything was created for the human eye?” si chiede il romanziere Tesson ammirando i paesaggi del Tibet sopra 5000 mt e con picchi di 25° gradi sotto lo zero. Le avventure dello scrittore sono seguite con passione in La pantera delle nevi, il docu-film diretto da Marie Amiguet e Vincent Munier, con la colonna sonora composta da Warren Ellis e Nick Cave. Il film, che arriverà nelle sale italiane in primavera con Wanted Cinema!, è stato presentato in anteprima al Cannes Film Festival, ottenendo ben tre nomination ai César 2022 (miglior colonna sonora, miglior documentario e miglior esordio).
L’opera, che ha sbancato i botteghino francese con più di 3,8 milioni di dollari, è molto più di un documentario: tra valli inesplorate e impervie, abitate da una fauna rara e nascosta, le avventure di Tesso e del celebre fotografo naturalista Vincent Munier, contribuiscono a dare al film un linguaggio filosofico. Grazie ai sussurri di Cave, il violino di Ellis, le note eleganti di pianoforte, gli archi minacciosi e le dolci linee dei fiati, la colonna sonora avvolge le immagini in un’atmosfera quasi mistica e catartica.
Con l’obiettivo di avvistare la pantera delle nevi, uno dei grandi felini più rari e difficili da avvicinare, i due ricercatori esploreranno queste valli entrando in contatto con la disarmante bellezza dell’universo, domandandosi quale sia il senso di ciò che li aspetta a casa al loro ritorno e quindi il posto dell’essere umano nel mondo.
Il mammifero sfuggente e maestoso diventa una sorta di allegoria della natura incontaminata che non si interessa all’uomo, rigettando la visione antropocentrica che lo vuole al trono dell’ecosistema. L’avvincente avventura diventa metafora di un mondo in pericolo che potremmo non essere più in grado di vedere nel giro di poche generazioni a causa delle disastrose conseguenze degli interventi umani.
Un docu-film intriso di poesia, che oltre a concedere agli spettatori incantevoli scenari, invita a riflettere sul proprio ruolo nel Pianeta, mettendoci in contatto con il nostro io più profondo.
Sono passati oltre cinquant’anni dal quel 1970, quando in Australia usciva la raccolta di poesie My People, cioè “La mia gente”, dell’autrice aborigena Oodgeroo Noonuccal (1920-1993). Un nome difficile da pronunciare, e in Italia poco conosciuto. Ma ecco che a distanza di mezzo secolo esce nelle librerie la prima edizione italiana di questa antologia, edito da Mimedis Edizioni. Un libro importante: vediamo insieme perché.
Oodgeroo è una star della letteratura australiana e una delle voci più importanti al mondo per quanto riguarda le lotte per i diritti delle minoranze razziali. Donna, nera, senza istruzione formale. Intraprende il suo iter letterario da autodidatta negli anni Sessanta e nel 1964 pubblica We Are Going, il primo libro di poesia pubblicato da un autore aborigeno, e il primo libro pubblicato da una donna nera in Australia. Segue, nel 1970, My People, che raccoglie gran parte della sua produzione poetica. Con questi libri Oodgeroo denuncia, raccontando da un lato le tradizioni del suo popolo e dall’altro il genocidio subito dai primi abitanti del continente, sfrattati, decimati e umiliati dai colonizzatori bianchi.
Con uno stile unico a metà tra poesia e protesta, Oodgeroo solleva un mare di critiche e nello stesso tempo conquista un enorme successo, diventando nel Paese una celebrità. I suoi libri vendono migliaia di copie. Su di lei escono film, pièce teatrali, articoli di giornale e trasmissioni televisive. Molti autori aborigeni seguiranno le sue orme, proseguendo il suo attivismo letterario e promuovendo l’emancipazione delle popolazioni aborigene, le cui condizioni in Australia sono ancora oggi, nel 2022, svantaggiate e talvolta drammatiche.
Perché queste differenze tra bianchi e neri in Australia? Forse perché, nonostante la ricchezza del loro sapere millenario, fino alla fine degli anni Sessanta gli aborigeni non sono neppure considerati cittadini? O Perché emarginazione, disoccupazione, alcoolismo continuano ancora oggi? Ma sopratutto. Cosa sta facendo il governo federale australiano per rimediare al genocidio che è avvenuto e salvaguardare la civiltà vivente più antica sul pianeta?
L’edizione italiana di My People (Milano: Mimesis 2021), a cura di Margherita Zanoletti e con un saggio introduttivo di Alexis Wright, solleva queste e molte altre domande, aprendo uno spaccato su una questione poco nota e tuttora irrisolta. Un libro da leggere in primis per cogliere la ricchezza della cultura aborigena, con i suoi simboli, le sue storie, canzoni e immagini (il volume contiene un glossario che aiuta il lettore italiano a comprendere termini e concetti). Come rivelano le potenti poesie di Oodgeroo, la saggezza aborigena da millenni si fa carico di custodire la terra, ben prima delle lotte ecologiste di oggi. Al tempo stesso, My People insegna che la poesia può essere un efficace strumento di lotta. per comunicare, creare ponti. Per cambiare le cose, anche a partire da un libro.

E' uscito il 26 gennaio il nuovo lavoro intitolato “Sotto scacco” di Lorenzo Castellani. In seguito al successo editoriale “L’ingranaggio del potere” uscito nelle librerie nel 2020, il politologo e docente di Storia e Istituzioni politiche presso la LUISS Guido Carli di Roma propone una nuova riflessione riguardante la condizione universale dell’umanità durante l’era pandemica segnata dall’irruzione della Sars-Covid-19
Anche il mondo del teatro inaugura l’anno appena iniziato: non manca all’appello il Pacta Salone a Milano, dove l’8 e il 9 gennaio verrà messo in scena l’ultimo spettacolo di Vetrina Contemporanea, l’ampia sezione pensata per offrire spazio ai testi di giovani autori e attori, creando così un’opportunità stimolante per le nuove generazioni e per chi crede nel proprio talento. Protagonista delle due serate sarà il teatro di narrazione di Salvatore Arena con Quanto resta della notte, un percorso per riuscire a superarla, immaginando un tempo dedicato all’amore. Lo spettacolo è parte di Palco Off, la sesta rassegna Autori-Attori, Storie di Sicilia, quest’anno per la prima volta ospitata dal Pacta Salone.
Una storia di un viaggio dalla Sicilia, dove Pietro lavora, verso il nord, dove si trova costretto a stare per 3 giorni a causa della grave malattia della madre. Un tempo breve, dilungato a dismisura però dal susseguirsi di ricordi che risvegliano nel cuore del protagonista verità nascoste. Un percorso di svelamento, grazie al recupero di un passato che troppo spesso tendiamo a rimuovere per conservare le nostre fragili certezze. È forse il perdonare se stessi la meta più difficile da raggiungere, riuscire a superare gli insidiosi ostacoli della nostra esistenza, come le contraddizioni, i drammi e la morte.
Palco Off continua a presentare valori essenziali e tematiche sociali di spiccata sensibilità, come il disordine mentale della malattia di Alzheimer grazie allo spettacolo Parole mute, di e con Francesca Vitale , in scena l’1 e il 2 febbraio.
La Sicilia, grazie all’attore Salvatore Arena, si fa portavoce di temi che sfiorano con delicatezza la nostra fragilità, invitandoci al dialogo e alla riflessione.
Cosa è rimasto del potere di Hitler? E cosa rappresenta oggi la sua figura? A porsi questi delicati quesiti sono stati i registi Petra Epperlein e Michael Tucker, che nel loro film Il senso di Hitler indagano sull’influenza che il Führer continua a esercitare ancora oggi sulla società. Da immagini dell’epoca nazista ai social network come Tik Tok e Twitch, il film evidenzia le recrudescenze e il pericoloso proselitismo che oggigiorno si nascondono nella nostra quotidianità.
Spaventose sono le odierne posizioni neo-naziste quanto la banalizzazione della figura del dittatore tedesco, diventata nel tempo una sorta di icona pop, che come tutti i profili più celebri, diventa strumento di intrattenimento e ilarità. È sconcertante constatare come a distanza di quasi 80 anni dal genocidio degli ebrei, che contò 6 milioni di vittime, alcuni schermi del nostro presente non si dissociano troppo da un passato nefasto. Anzi, ne fanno un uso talvolta ludico, deformando la tragica portata degli scempi nazisti. È proprio questa la banalità del male di cui parlava la filosofa Hannah Arendt, testimone del Processo di Norimberga contro i crimini nazisti. Una forma demoniaca nata dalla superficialità, dalla mancanza di comprensione e di rispetto del dolore, grave al pari di altre forze maligne ben più ragionate.
Il docu-film, ispirato dal libro, mai pubblicato in Italia, The Meaning of Hitler di Sebastian Haffner (1978), tocca 9 Paesi per ripercorrere i movimenti del dittatore tedesco, la sua ascesa al potere e le scene dei suoi crimini dal punto di vista di storici e scrittori che esaminano l’impatto che ha avuto e che continua ad avere oggi l’ideologia violenta di Hitler sulla società.
Perché i film su Hitler tendono a tagliare la scena in cui si suicida, quasi a voler dare dignità alla sua morte? Perché il negazionismo continua a dilagare, diventando una vera e propria piaga del nostro tempo? L'uso iconografico che l’arte fa della figura di Hitler rivela un certo fascino o è una re-interpretezione perdonabile del nostro passato? E ancora. Quanto è rischioso iconizzare certi personaggi senza un’approfondita contestualizzazione? O forse è più rischiosa una netta dissociazione, che finirebbe per annullarne il ricordo, e quindi i crimini commessi? Riflessioni acute che la coppia (anche nella vita) di registi si pongono, invitando gli spettatori a una prezioso esercizio di analisi.
Il film uscirà nelle sale il 27 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, ricordandoci che le uniche forme per combattere il male sono il ricordo e la conoscenza della storia. Non dimenticare è un dovere morale e civile, affinché il nostro presente non scriva altre pagine nere appartenenti a ieri ed evitare così un probabile movimento ciclico della storia. La nostra consapevolezza e la nostra memoria sono le uniche armi che abbiamo per garantire al nostro tempo una direzione più nobile, mantenendole così costante per le generazioni future.
Maria Cassi ci dà il benvenuto a teatro, dove tutto è finto, ma niente è falso, come direbbe il grande Gigi Proietti. L’attrice fiesolana, dopo essersi esibita sui palchi delle più importanti metropoli del mondo, torna in scena con Diamine!, tipica espressione toscana per esprimere certezza ed entusiasmo, che ancora una volta vuol trasmetterci grazie allo spettacolo ispirato alla composizione di Camille Saint-Saëns Carnevale degli animali. Sul palco del Teatro Franco Parenti di Milano, dal 5 al 9 gennaio, vedremo anche la riunione dello storico duo Aringa e Verdurini, ovvero il maestro Leonardo Brizzi al pianoforte, che si avvale anche della collaborazione di una vecchia e preziosa conoscenza come quella di Nino Pellegrini al contrabbasso.
Arrangiamenti dedicati solo a questi due strumenti che, uniti all’istrionica voce dell’attrice-cantante, rendono lo spettacolo un magico atto creativo che riesce ad alternare momenti di pura comicità a momenti lirici, surreali e delicati. Il compositore francese, fondatore nel 1871 della Société Nationale de Musique e considerato tra i precursori del Neoclassicismo, diventa così fonte di ispirazione per mezzo di una delle sue composizioni più famose Carnevale degli animali, eseguita per la prima volta a Vienna nel 1922. Fatta di quadri dedicati agli animali, la rielaborazione dell’opera diventa così un omaggio alla cultura francese, a cui l’attrice è molto legata. Dai maestri francesi come l’attore Jacques Lecoq, il clown Pierre Byland e Jacques Tati, quello francese è anche uno dei pubblici più ammaliati dal suo talento, tanto da finire sulle prestigiose riviste Le Monde e Le Figaro per lo spettacolo “Crepapelle”.
Tra divertimento e arguzia, Diamine! è un’intelligente occasione per esprimere il grande amore per il Teatro e per la Musica, intesi come forme di libertà emotiva e culturale, necessari per nutrire il proprio animo e auspicare a una profonda umana e consapevole crescita.
Dal 26 al 30 gennaio 2022 Kataklò Athletic Dance Theatre, la compagnia italiana più rilevante di phisical theatre, si ripresenta a Milano al Teatro Carcano celebrando con gioia la ripartenza: We Are Back To Dance.
Dopo il tutto esaurito delle prime date del tour, “Napoletano? E famme ‘na pizza!” di Vincenzo Salemme è pronto al debutto della seconda parte della stagione nel 2022. Sarà il Teatro Manzoni di Milano (dal 4 al 16 gennaio) la prima tappa dello spettacolo campione d'incassi, tratto dall’omonimo libro pubblicato a marzo 2020 per Baldini + Castoldi.
Dagli esordi come attore con un’intensissima vita teatrale partita nel ‘78 con il Maestro Eduardo De Filippo fino al Premio alla Carriera, Salemme con garbo e ironia è riuscito a portare il teatro in televisione in una formula riuscita, abituandoci a spettacoli campioni d’incassi, come l’ultima commedia “Con tutto il cuore”, interrotta a causa del Covid 19, vista da 150mila spettatori.
45 anni di carriera, oltre 28 spettacoli e 45 film: il teatro e il cinema sono la seconda pelle del famoso attore napoletano, che nell’estate dello scorso anno ha voluto dare un segnale di ripresa dalla grave crisi che l’emergenza Covid ha portato nel settore dello spettacolo, mettendo in scena l’anteprima del tour. Nonostante la capienza ridotta per ovvie ragioni, il primo passo verso il ritorno alla normalità, ha testimoniato per Salemme una risposta concreta a favore dei lavoratori e delle lavoratrici del dietro le quinte. Lo spettacolo, che ha visto il suo debutto a Orvieto nel novembre 2021, ritorna ora con la seconda parte fino alla primavera 2022, coinvolgendo l’intera produzione che con dedizione e impegno, è riuscita a mettere in scena un lavoro brillante e divertente nonostante le innumerevoli difficoltà del momento storico.
Il titolo fa riferimento ad una battuta di una commedia teatrale dell’artista, “e fuori nevica”, nella quale uno dei personaggi chiede al fratello di dimostrare la sua presunta napoletanità facendogli una pizza.
“E sì, perché ogni buon napoletano deve saper fare le pizze, deve saper cantare, deve essere sempre allegro, amare il caffè bollente in tazza rovente, ogni napoletano che si rispetti deve essere devoto a San Gennaro, tifare Napoli, amare il ragù di mammà” – aggiunge Salemme, che evidenzia come gli stereotipi possano diventare in realtà una gabbia per l’identità e la creatività di un popolo.
“Ma, allora, io che sono nato in provincia, a 30 km da Napoli, posso dichiararmi napoletano doc? Io che da bambino avevo paura di Napoli perché il proverbio recitava: “Vedi Napoli e poi muori!”, io che per recitare il teatro napoletano ho dovuto imparare a nascondere l’accento del mio paese, Bacoli, io che ho una casa a Roma, posso dichiararmi napoletano a tutto tondo?” è da questi interrogativi postisi dall’attore che nasce lo spettacolo, in cui sono presenti alcuni dei pezzi più divertenti delle sue ultime commedie. Un omaggio ai fan di sempre, con l'augurio di tornare a ridere ed emozionarsi tutti insieme con lo stesso sentimento di speranza nel futuro.

Simbolo iperboreo strettamente connesso alla luce solare, il girasole o eliotropio ha ossessionato l’arte di Vincent Van Gogh al punto da inglobare misteri e vicende biografiche dell’autore che David Bickerstaff, artista e premiato regista fondatore di Atomictv, ha sapientemente affrontato in un video documentario secondo evento della collana Art Icons (al cinema il 17, 18 e 19 gennaio distribuito da Adler Entertainment in collaborazione con Coming Soon).
Jamie de Courcey interpreta il ruolo del pittore Vincent Van Gogh. In “Van Gogh – I girasoli” le vicende dell’artista fanno da sfondo alla realizzazione delle opere pittoriche. Il più celebre gruppo di dipinti raffiguranti i girasoli composto da cinque opere raffiguranti cinque versioni diverse dei girasoli acquisiranno un’importanza biografica ai fini della comprensione della ricerca – personale e artistica- di Van Gogh. Sparsi ad Amsterdam, Londra, Monaco, Philadelphia e Tokyo, le cinque opere sono da considerarsi la chiave di volta del documentario che ha visto coinvolte le città che ospitano le gallerie in cui le opere sono conservate.
Cinque opere per cinque storie, riprese in alta definizione in un’unica occasione per poter fruire tutte e cinque le opere in un’unica esperienza, in quanto il processo di conservazione dei dipinti è tale da non poter più permettere una mostra che veda esposti i dipinti assieme. Unica è ripetuto trova un altro
Uno scorcio sulla vita del pittore olandese è offerto da un background che accompagna e completa l’approccio all’arte di Van Gogh, interpretato, nel film, dall’attore inglese Jamie de Courcey già noto per aver ricoperto il ruolo di Harvey ‘Doc’ Postletlwaite in ‘Rush’ (Ron Howard, 2013).
Biografia ed arte si intrecciano quindi in una relazione che rivela i nessi tra la ricerca pittorica e i tormenti che hanno accompagnato l’artista per gran parte della sua vita, tormenti, quelli del pittore, che porteranno poi al diverbio con l’amico Paul Gauguin, diverbio che ha portato l’artista a mutilarsi un orecchio durante un raptus nervoso.
David Bickerstaff, ispirandosi alle vicende dell’autore, unisce in un sapiente patchwork di 85 minuti le vicende relative ad ogni dipinto e soprattutto attorno ad ogni dipinto ottenendo una panoramica completa sul profilo dell’autore. Del resto, era il minimo ci si poteva aspettare da un collaboratore di Phil Grabsky per il quale ha già diretto, filmato e co-scritto dieci documentari e lungometraggi d'arte raccolti in un’esaustiva serie.
Distribuita in 63 paesi e proiettata in oltre 1500 cinema, la serie si focalizza su artisti iconici del calibro di Canaletto ("Canaletto and the art of Venice"), Claude Monet, Edgar Degas (“Una passione per la perfezione”), Francisco Goya, Hieronymus Bosch, Lucian Freud (“Lucian Freud, un autoritratto”), Michelangelo (“love and death) e, infine, Vincent Van Gogh - (“V. Van Gogh e il Giappone”).
Bickerstaff vanta anche un curriculum in ambito di direttore creativo di New Angle Productions, studio di design che realizza installazioni interattive di video per le attrazioni turistiche. La Royal Collection Trust, il British Museum, il Royal Observatory e il National Maritime Museum sono annoverati tra i suoi clienti. Bickerstaff ha inoltre vinto vari premi ed è membro della British Academy of Film and Television Arts.
Sara Camozzi

La Custodia, un film di animazione diretto da Maurizio Forestieri, si potrà vedere in prima visione assoluta su Rai 3 Venerdì 31 dicembre alle ore 15:20 e su Rai Gulp il primo gennaio alle ore 16:05 e alle ore 20:40; sarà anche disponibile su Rai Play.
Apocalisse di un Cybernauta del regista di cinema, tv e teatro, sceneggiatore e creative producer Tommaso Agnese, che fa seguito al fortunato Diario erotico di un Cybernauta (diventato in poco tempo un piccolo caso letterario), è una sorta di psicopatologia del Postmoderno in forma narrativa: una sfera emotiva perturbata, quella del protagonista Riccardo- che vive, in senso baumaniano- tutta l’ambivalenza di relazioni sempre più liquide.
Nella sala della Protomoteca, in Campidoglio, si è svolto il convegno Donne d’Amore – la discriminazione di genere: uguaglianze e differenze tra occidente ed Oriente” istituto dell’associazione Naschira, collaboratrice di Barret International Group di Virginia Barret e dall’ ON. Simonetta Matone, che si è rivolta subito al pubblico con queste parole: “Se c’è un tema taboo è quello del ruolo delle donne islamiche in occidente ed in realtà diverse rispetto a quelle della loro cultura di riferimento. Ogni volta che vedo celebrare la giornata mondiale contro la violenza sulle donne non vedo mai trattata la condizione delle donne nell’Islam. Il rispetto di una cultura diversa non può mai passare attraverso le regole del diritto, soltanto l’affermazione delle leggi di uno stato di diritto è la soluzione”.
“Un muro è fatto per essere disegnato” diceva uno dei padri della street art Keith Haring. E la città di Pisa ha preso alla lettera il suggerimento dell’artista americano, istituendo dal 14 dicembre 2021 al 3 aprile 2022 il progetto “Attitude | Graffiti writing, Street art, Neo Muralismo”, presso il Palazzo Blu. L’iniziativa è curata da Gianguido Grassi, realizzata da Start - Open you eyes e prodotta da Fondazione Pisa, con il patrocinio di molte istituzioni politiche, come il Comune e la Provincia di Pisa, la Regione e il Consiglio Regionale della Toscana, e sostenuta da realtà studentesche quali l’Università di Pisa, la Scuola Normale Superiore e la Scuola Normale Superiore Sant’Anna.
Per la prima volta in Toscana una mostra-evento presenta in maniera organica una generazione di artisti, che dopo aver iniziato a esprimersi in strada in maniera non autorizzata, hanno compiuto un percorso di crescita per arrivare oggi ad acquisire un linguaggio compiuto e ricercato, in continuità con l'arte di rottura e di avanguardia degli Anni '60.
45 artisti provenienti da tutto il mondo, che hanno saputo unire l'energia creativa della strada a un solido background artistico, per un ricco allestimento composto da ben 74 opere.
L’esposizione parte dalla biblioteca e prosegue nelle sale al quarto piano di Palazzo Blu, per raccontare le varie declinazioni dell’arte urbana, dall’anima più ribelle e sociale propria dei graffiti a quella monumentale delle manifestazioni istituzionali più recenti.
Non è facile definire il concetto di arte di strada, come ci spiega il curatore Gianguido Grassi. «Molte sono le attitudini personali e vaste sono le conclusioni artistiche di un fenomeno già vastissimo in termini geografici. Con l’espressione “arte urbana” si è dunque cercato di creare un contenitore ampio in grado di raccogliere varie esperienze che si sono avvicendate nel tempo e continuano a coesistere tutt’oggi. Semplificando, potremmo individuare 3 categorie principali: Graffiti Writing, Street art e Neo Muralismo, cha a sua volta si dirama in figurativo e astrattista».
È proprio la figura di Keith Haring a ispirare il progetto, che ha cominciato il suo percorso di artista come graffitaro nelle metropolitane newyorkesi, la cui mostra attuale è complementare all’iniziativa del Palazzo Blu. Un connubio imprescindibile quello con il lavoro del pittore statunitense, diventato un vero e proprio simbolo per la città di Pisa, da quando nel 1989 lasciò il famoso murales Tuttomondo.
La Fondazione Pisa afferma così la volontà di raccontare l’arte contemporanea sdoganandola da alcuni pregiudizi, e trattandola definitivamente come una delle tante lenti artistiche capaci di analizzare la nostra società. Anche da parte delle Istituzioni vi è lo stesso consenso: «Crediamo molto nella bellezza e nel valore della street-art - dice Antonio Mazzeo, Presidente del Consiglio Regionale della Toscana - Non è un caso che nei prossimi giorni porteremo al voto, nell'aula del Consiglio Regionale, una proposta di legge varata all'unanimità dall'ufficio di presidenza che destina ai comuni della Toscana oltre 400mila euro dell'avanzo di amministrazione per finanziare progetti di valorizzazione urbana proprio attraverso la street-art.
Anche l’Assessore alla Cultura del Comune di Pisa Pierpaolo Magnani condivide la scelta di riqualificare il prestigio dell’arte di strada, accennando brevemente alla sua evoluzione storica. Erano gli anni '50 quando a New York un gruppo di artisti anonimi iniziavano a riempire con scritte di protesta i muri della città. Le strade iniziavano a diventare così delle installazioni artistiche, luoghi di esibizione dei propri ideali. L’avvento delle bombolette spray negli anni ’80 porta un’importante evoluzione, che porterà anche in Italia la definitiva apertura delle porte delle grandi istituzioni museali.
Il progetto comprende anche delle performance live, che per ogni intero mese approfondiranno le personalità degli artisti di spicco della Urban art come 108, il cui linguaggio alterna pittura, muralismo, scultura e suono; Joys, leggenda italiana del writing, 2501, che è anche un grande studioso delle controculture. Per finire lo street artist newyorchese Gaia, inserito dalla rivista Forbes tra i 30 Under30 che cambieranno il mondo.
Con Attitude, Pisa si conferma la Capitale italiana dell’arte di strada, con un proficuo impegno nel garantire lo spazio e il tempo necessari per comprenderne il suo valore. Il progetto è utile per riflettere su come si evolva il rapporto tra l’arte e i cittadini, la cui distanza sembra sempre più accorciata, diventando un modello visionario per tutte le provincie che vogliono garantire bellezza e fermento culturale alle loro comunità.

Martedì 21 dicembre alle ore 18.30, la scrittrice Dea Cucciniello presenterà il suo nuovo romanzo "La cenere non brucia" presso il suo Ristorante Carter Oblio. Un Ristorante non è solo un luogo conviviale dove incontrarsi e godere della buona cucina. Può diventare un’occasione di dibattito, per confrontarsi su temi importanti stimolati da un film o un libro. A moderare l’evento sarà Nerina Di Nunzio, esperta di comunicazione, opinion leader e personaggio televisivo, che da tempo divulga i temi del design, dell’arte e del cibo, inteso come cultura a tutto tondo. Dopo “La morte del leone”, l’autrice torna con un libro scritto al rientro da una intensa stagione americana, dove ha lavorato nel Press Office dell’Ambasciata d’Italia a Washington.
Dall’impostazione narrativa molto orientata al dialogo, il secondo romanzo dell’autrice, edito da Scatole Parlanti, è un appassionato e complesso racconto tra donne. La trama ruota attorno a un sequestro che porta il lettore a comprendere i lati più oscuri dei personaggi, costringendolo quasi a perdonarli con un’empatia disarmante. È Nora, una giovane affetta da una patologia neuro-degenerativa, a persuadere sua madre per attuare il rapimento di Alma, la ragazza che abita al piano di sopra.
Da stanza a stanza si maceravano tensioni. Si viveva in penombra, si viveva da licantropi. Fino a dare per scontato che ci fosse un lupo dietro ogni porta. Dentro ogni agnello.
Il racconto si sofferma sull’instabile controllo della malattia e gli strascichi che essa porta su ogni aspetto della nostra quotidianità. Delicata è l’analisi che la scrittrice fa sul tormentato rapporto con la propria non sanità e su quello madre-figlia, che nell’inseguire con ansia ogni forma di cura, finisce per perdere altri aspetti esistenziali necessari per la stabilità mentale. Del testo colpisce la tortuosa descrizione di una femminilità sospesa e messa all’angolo, segno evidente di una scrittura sensibile e analitica.
L’autrice romana, fondatrice dell’agenzia di comunicazione Food Confidential, presenta un libro che oscilla tra il pregiudizio e l’immaginario, sperimentando con intelligenza e creatività l’inscindibile connubio tra la cucina e la cultura e aprendo una strada che può rivelarsi proficua per il mondo della ristorazione.
Un evento da non perdere!
La nuova stagione del Pacta Salone segna il ritorno di un progetto ormai storico: dal 14 gennaio all’11 febbraio 2022 ha inizio la quinta edizione del Festival ScienzaInScena Pent-Atto, prodotto da PACTA. dei Teatri, con la direzione artistica di Maria Eugenia D’Aquino. A collaborare con il progetto ci sono le principali istituzioni scientifiche nazionali, diventate ormai realtà prestigiose, come il Politecnico di Milano, l’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica), il Civico Planetario di Milano, a cui si aggiungono quest’anno l’Università di Camerino e il Department of History University of California.
Così come nel Festival del 2018, anche quest’anno ci sarà una presenza speciale durante l’inaugurazione: Maria Gaetana Agnesi, la matematica benefattrice del ‘700, interpretata ancora una volta da Maria Eugenia D’Aquino, che accoglierà il pubblico il 14 gennaio in un vero e proprio salotto nel cuore di Milano, l’Après-Coup. Un vero e proprio salotto per discutere di scienza e teatro con esperti delle varie discipline e con accompagnamento musicale, per simulare la stessa convivialità che la scienziata usava fare a casa sua 3 secoli fa.
Il Festival quest’anno assume un valore ancora più celebrativo, segnando i vent’anni dallo storico progetto TeatroInMatematica. Proprio per questa ragione ad aprire l’edizione sarà il debutto della decima produzione del progetto, Black Box- dentro l’algoritmo, dal 20 al 30 gennaio 2022. Uno spettacolo di grandissima attualità che getta uno sguardo sul tema degli algoritmi e sul loro impatto nella vita quotidiana, che vuole porsi una domanda essenziale: ha senso parlare di libertà in un mondo senza più privacy, in cui ogni nostro gesto, azione o pensiero sono osservati?”.
Spazio anche alla medicina e alla salute con Parole Mute, una testimonianza autobiografica sull’Alzheimer, di e con Francesca Vitale, in scena l’1 e 2 febbraio 2022. Come ultimo atto d’amore verso il padre, una figlia, autrice e protagonista di questo testo, ha avuto il coraggio civile di raccontare in prima persona la sua dolorosa storia. La costruzione dello spettacolo, un atto unico composto da 17 quadri scanditi da contributi musicali, è una suggestiva commistione fra testo, immagini, voci fuori campo e musica, che, in forma di dialogo con l’assente, ripercorrono le tappe di un rapporto mai chiuso.
Il 4 e 5 febbraio 2022 si parlerà invece di successo e fallimento, ponendo l’accento sui metodi per evitarlo, attraverso la dottoressa-attrice Margherita Lisciandra, che in Butterfly metterà a disposizione del pubblico la sua competenza e la sua esperienza. La protagonista è la dottoressa Anna Forte, che incarna una delle più tipiche “patologie sociali”: l’ambizione al successo. Con una carriera di successo alle spalle, Anna ha sempre cercato di riempire le sue giornate pur di non accorgersi di quel vuoto che l’attanaglia appena chiude gli occhi la notte e che la porta a porsi sempre la stessa identica domanda: è davvero così importante evitare il fallimento?
Un altro tema delicato quello che verrà portato sul palco l’8 e 9 febbraio 2022, con lo spettacolo di Romanzo di un’anamnesi, di e con Sara Parzani. È la storia di una bambina che affronta una malattia rara. Un percorso di crescita in cui a segnare le tappe sono i problemi fisici, che si evolvono e ‘crescono’ con lei. Divisa tra due mondi, quello della famiglia e degli ospedali e uno immaginifico fatto di personaggi fantastici, la bambina sente il desiderio di essere come gli altri, pur scoprendo infine dentro di sé la libertà di poter essere se stessa e di poterlo raccontare.
Il 10 e 11 febbraio 2022 la compagnia Arditodesìo – Jet Propulsion Theatre con SE.NO., porta in scena un testo che indaga sulle trasformazioni dei corpi aggrediti dai killer del nostro secolo. Roberta scopre di avere un tumore al seno e la sua vita cambia profondamente, ma sorprendentemente anche nel bene. Il suo esempio diventa l’emblema di tutto quello che si può imparare affrontando situazioni particolarmente difficili.
Infine non potevano mancare due spettacoli per ScienzaInScena for Kids, con una favola moderna intitolata Nina delle Stelle, in scena il 30 gennaio 2022, sul legame indissolubile fra uomo, Natura, istruzione e diritti. Il pianeta di Nina e Bibi, un tempo verde, lussureggiante e pieno di vita, è ormai ridotto a un desolato deserto. Gli antagonisti della storia, per follia e ignoranza, sterminano animali e piante, distruggendo perfino le scuole. Per questo Nina si è messa in viaggio, alla ricerca di un pianeta bello quanto il suo, per provare a ricostruirlo e ripopolarlo. Un racconto più attuale che mai, che pone l’attenzione su un tema urgentissimo e sentito particolarmente dai più giovani, e che serve a sensibilizzare ancora di più le nuove generazioni sul futuro del nostro ambiente.
Infine il 6 febbraio 2022 lo spettacolo Leonardo Curioso, racconterà una giornata del genio Leonardo da Vinci tra esperimenti strampalati e allievi pasticcioni, ma anche i personaggi dei suoi quadri come la Gioconda, l’Uomo Vitruviano, la Dama dell’Ermellino. Per diventare tutti ragazzi della bottega dello scienziato rinascimentale.

“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante” si legge ne Il Piccolo Principe, il celebre racconto di Antoine de Saint-Exupéry, che si sofferma sul senso di cura e su quanto questa nobile facoltà sia terapeutica non solo per il prossimo, ma anche per noi stessi, diventando uno strumento utile per guardarci dentro e riflettere su come possiamo migliorare la nostra condizione ambientale. È sulla base del concetto di cura che nasce l’ambizioso progetto En plein air, finanziato da Fondazione Cariplo. Un lungo e fitto programma che conta più di 100 eventi pubblici, realizzati quasi totalmente all’aperto, per garantire maggiore sicurezza e il coinvolgimento della popolazione locale nell’intervento artistico. Lo scopo è proprio facilitare la rigenerazione delle relazioni sociali, ponendo l’attenzione sul rapporto io-natura.
Iniziative culturali, spettacoli teatrali e concerti si alterneranno per 24 mesi, per portare le arti contemporanee nei luoghi pubblici, a contatto con la natura e in connessione con il territorio e chi lo abita. Sono 7 le compagnie lombarde che hanno messo insieme le loro forze per dar vita a questa importante iniziativa, iniziata nella primavera del 2021: (Associazione Culturale ILINX, Associazione Culturale delleAli Teatro, Associazione Culturale Karakorum Teatro, Associazione Sportiva e Culturale Quattrox4, Associazione di Promozione Sociale Residenza IDRA Teatro, Associazione Culturale teatro in-folio, Associazione Culturale Teatro Periferico). L’arte all’insegna della sostenibilità e dell’ecologia intesa come forma di cura per il territorio e per chi lo abita, offrendo l’urgente possibilità di dialogo, per migliorare l’inscindibile legame luogo-cittadino.
Oltre alla programmazione di iniziative artistiche e culturali nei territori infatti, i partner del progetto favoriscono la condivisione di strategie e buone pratiche in un’ottica di scambio di competenze e capacity building. Questo aspetto si concretizza in programma di incontri chiamati Hackathon: momenti di riflessione sulla tematica dell’arte come prassi di cura dello spazio pubblico e della sua comunità.
Come sosteneva Heidegger l’esistenza è essere nel mondo, e quindi in mezzo agli altri. La cura diventa perciò espressione per autenticare il rapporto con il prossimo e sopratutto con la terra, in un tempo storico che sembra prospettare un futuro irreversibile dal quale ognuno di noi deve prendere le distanze, impegnandosi fin da subito per costruirne uno migliore, aiutandosi anche, come in questo caso, con il dialogo culturale e l’impegno delle associazioni che hanno a cuore il tema della sostenibilità.
“Sono sceso quaggiù a cercare la poesia, perché il nostro paese possa salvarsi”. Messa in scena per la prima volta nel Teatro di Dioniso ad Atene nel 405 a.C., Le Rane è una delle commedie più celebri di Aristofane, per il suo valore sociale oltre che artistico. Il lavoro del commediografo greco riprende vita dal 14 al 30 gennaio al Teatro Fontana di Milano, con uno spettacolo in cantiere ormai da due anni e più volte rimandato a causa dell’emergenza sanitaria, per la regia di Marco Cacciola e prodotto da Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Teatri di Bari e Solares Fondazione delle Arti.
Un’opera che denuncia il trasformismo politico, e che ci mostra – come ci dice il regista - come in fondo esistano due aspetti della nostra umanità, in bilico tra afflato divino e greve animalità. Due facce di quello “specchio ustorio” che è la commedia, un elastico teso tra alto e basso, tra poetico e popolare. Un ponte al di sopra di un abisso.
Una ricostruzione che ripercorre fedelmente le usanze della Grecia Antica, come la presenza di un coro di cittadini differente ogni sera. “Ho voluto tradurre quella pratica, per coinvolgere realmente la comunità, immaginando uno spettacolo che impegni in scena attori professionisti e cittadini”, spiega Cacciola.
Provando a rifondare l’antico legame esistente tra società e teatro, il lavoro dello spettacolo ha coinvolto vari enti attivi sul piano sociale, culturale e dell’associazionismo, creando una proficua sinergia con gli studenti. Oltre ai workshop cittadini e per la selezione degli artisti, è stata avviata una collaborazione con allievi e docenti dell’Università Statale di Milano e dell’Università IULM a cui è stata affidata una nuova traduzione del testo. Gli studenti dell’Accademia di Brera hanno contribuito alla realizzazione della scenografia, ottenendo crediti formativi come parte dell’attività didattica, mentre gli allievi dell’IIS Galilei-Luxemburg hanno partecipato a una sessione di laboratori intorno ai temi dello spettacolo.
La famosa commedia narra delle rocambolesche peripezie del dio Dioniso e del suo servo Xantia, diretti verso l’Ade per riportare in vita un Poeta che salvi la città dal degrado culturale.
Un legame atipico tra il comico e il tragico, alla riscoperta di quel ruolo sociale che la poesia ha sempre avuto e sempre avrà.
È proprio il teatro la forma d’arte più idonea per parlare direttamente al cuore e alla sensibilità della collettività.
Da Le Rane emerge con chiarezza l’importanza della cultura e del suo valore sociale-politico, oltre che la necessità di una responsabilità individuale e collettiva, che grazie alla divertente farsa e all’identificazione emotiva, riesce a coinvolgere in modo diretto il pubblico, diventando un messaggio civile ed essenziale.
“Nell’epoca del solipsismo sempre più disperato, ci uniamo in cerchio e ci facciamo comunità”. - commenta il regista. “Pensare il coro, oggi, agirlo al centro della scena, oltre che poetica, è questione politica. Il teatro, come la politica, è una poesia che non si scrive da soli”.

È il 1946 quando il proprietario della casa editrice Astoria, Gino Sansoni convola a nozze con Angela Giussani, che comincia a occuparsi delle collane di libri per ragazzi. L’ex modella milanese vuole inseguire però i suoi progetti personali e fonda così Astorina, dando vita a un primo fallimentare tentativo fumettistico sulle avventure di un pugile. Tutto cambia quando per caso, su un treno, ritrova un romanzo di Fantômas, il personaggio ideato dagli scrittori francesi Marcel Allain e Pierre Souvestre nel 1911, che influenzerà molte altre creazioni, tra cui James Bond e alcune opere di Magritte. Anche Giussani rimane affascinata dalle vicende dall’elegante criminale, tanto da creare poco dopo un personaggio che otterrà in Italia un successo straordinario: Diabolik.
Pubblicato per la prima volta nel 1962, il fumetto composto a quattro mani con la sorella Luciana, è ispirato a un fatto di cronaca reale avvenuto a Milano: il 26 gennaio 1958 un uomo è stato brutalmente ucciso e il killer, passato alla storia come l'assassino di via Fontanesi, si firmava con il nome Diabolich, sfidando la polizia attraverso lettere e indovinelli.
A 49 anni di distanza dalla prima uscita, il celebre fumetto tutto italiano viene omaggiato da un film dei Manetti Bros., intitolato proprio Diabolik, con Luca Marinelli nel ruolo del fascinoso ladro, Miriam Leone nei panni di della fidatissima complice Eva Kant e Valerio Mastandrea in quello dell’ispettore e avversario Ginko (dal nome del marito ed editore ‘Gino’). Soni i fratelli registi, da sempre grandi fan del personaggio, a volerlo portare sul grande schermo attraverso un film che narra il primo incontro tra Diabolik ed Eva Kant. I registi de L’Ispettore Coliandro tornano al cinema dopo il successo di Ammore e Malavita, vincitore di 5 David di Donatello tra cui ‘miglior canzone originale’, assegnato a Pivio e Aldo De Scalzi. I due musicisti genovesi hanno firmato moltissime colonne sonore, collaborando con numerosi registi come Ferzan Özpetek e Alessandro Genovesi. Continuano il loro sodalizio con i fratelli romani, componendo la colonna sonora di Diabolik, pubblicata da Carosello Records e disponibile sia in formato digitale che in doppio vinile.
«La musica è stata concepita avendo come fonte d'ispirazione certe soluzioni timbriche adottate da Bernard Herrmann e con un occhio di riguardo alle atmosfere “action” tipiche di compositori come Lalo Schifrin», raccontano Aldo De Scalzi (fratello del fondatore dei New Trolls Vittorio De Scalzi) e Pivio (nome d’arte di Roberto Giacomo Pischiutta).
Oltre alle musiche dei due compositori, sono presenti due brani originali scritti e interpretati dal frontman degli Afterhours Manuel Agnelli.
A distanza di anni Diabolik si dimostra duttile nell’evolversi verso innovative forme artistiche, influenzando le nuove generazioni che contribuiscono a rivisitare uno dei gioiellini della nostra cultura.
Torna in scena l’arte del drammaturgo Tennessee Williams, con una delle sue opere più celebri Una bellissima domenica a Creve Coeur. Composto tra il 1976 e il 1979, il capolavoro dello scrittore americano riprende vita in uno spettacolo nato in seno all’attività dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, che segue come progetto di studio proprio i testi di Williams, sotto la guida di Arturo Cirillo. Ambientata nella St Louis degli anni ‘30, la commedia viene portata in scena dall’allievo del corso attori Tommaso Capodanno, raccontando il rapporto con la solitudine di quattro protagoniste, stigmatizzate come ‘zitelle’.
Quattro anni prima della sua morte, Williams crea una commedia brillante, quasi barocca, raccontando con intelligenza e sensibilità la condizione sociale della donna, che senza figli e un uomo accanto, vede perdere il significato del suo ruolo all’interno della comunità.
Nonostante gli sforzi di Dorothea, Bodey, Helena e la Signorina Gluck di rientrare nelle vesti imposte dallo Stato e sfuggire alla solitudine, si ritrovano alla fine ingabbiati in degli stereotipi soffocanti.
Dall’11 al 16 gennaio, presso la sala Fassbinder del Teatro Elfo Puccini di Milano, saranno quattro attori a interpretare il ruolo delle quattro donne, scelta coraggiosa che vuole trasmettere un messaggio ben preciso: «Oggi che le etichette stanno sparendo, che i ruoli (anche di genere) non sono più così distinti – precisa il regista – il senso di solitudine, che accomuna le protagoniste della storia, e le difficoltà nell’aderire a un modello culturale riguardano tutte e tutti. Per questo abbiamo deciso di raccontare la solitudine di queste quattro donne attraverso quattro interpreti maschili».
Così come nelle opere Un tram chiamato desiderio e Lo zoo di vetro, anche in questo testo ritroviamo personaggi solitari e marginali, desiderosi di amore e di attenzione. È il teatro l’unica forza rigenerante e consolatoria, che compensa un mondo segnato dal rimorso, dal rimpianto e dall’illusione.
Il Galata Museo del Mare presenta da martedì 30 novembre a venerdì 4 dicembre la Sala degli strumenti scientifici, in cui saranno messi in mostra gli scatti fotografici effettuati su oltre 60 oggetti, curati dall’Istituto della Marina Militare Italiana.
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