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La voce di velluto di Denise Gueye ( Vincitrice del premio Mediterranean Fairplay Awards, collaborazioni- tra gli altri- con Bruno Tommaso, Antonella Ruggiero, Mario Biondi & Pino Jodice, Orchestra Jazz della Sardegna, Michele Corcella & Gianluca Petrella, Marino De Rosas, Peo Alfonsi, Accordi Disaccordi, Mudras, Francesco Piu, Train to Roots), la chitarra del pluripremiato chitarrista classico Marco Carta e la poesia di Fabrizio De André: sono questi gli ingredienti principali, conditi da un rigoroso spirito filologico e da un’urgenza di sincerità, de Le storie di Ieri, pubblicato su tutte le piattaforme digitali e su supporto fisico, per ClairedeLune. L’album è il secondo del duo e arriva dopo la pubblicazione di “Velas Blancas Y Ramas Verdes” (Classical Music, 2022), esito felice del progetto sulle Canciones Populares Antiguas di Garcìa Lorca.
Tra Milano e Napoli esiste un filo invisibile fatto di gesti antichi, farine, impasti e storie tramandate nel tempo. Oggi questa connessione prende forma in “Pizza a Teatro”, il nuovo progetto ideato dallo chef Erny Lombardo insieme a teatro7 | Lab, spazio di riferimento per la formazione gastronomica nel quartiere Isola.
Napoletano, cuoco, formatore e divulgatore, Lombardo porta a Milano una visione della cucina che va oltre la tecnica. “Pizza a Teatro” nasce infatti con l’obiettivo di trasmettere il valore culturale della tradizione partenopea attraverso corsi, masterclass ed esperienze immersive in cui il cibo diventa linguaggio, memoria e condivisione.
Non solo pizza: il progetto esplora pasta fresca, panificazione, latticini, cucina popolare e piatti ispirati alla tradizione dei Monzù, i cuochi di origine francese attivi nelle corti aristocratiche della Napoli settecentesca, che contribuirono a contaminare la cucina napoletana con tecniche e influenze europee. Al centro dell’esperienza resta sempre la qualità delle materie prime e la possibilità di replicare ogni preparazione facilmente anche a casa.

La scelta di teatro7 | Lab non è casuale. Nato nel 2005 come primo ristorante italiano dedicato allo show cooking live, teatro7 ha rivoluzionato il concetto di convivialità grazie al format “Chef per una sera”, trasformando gli ospiti nei protagonisti della preparazione dei piatti.
Dal 2007 lo spazio di via Thaon di Revel è diventato un laboratorio creativo dedicato a corsi di cucina, eventi, catering e produzioni artistiche, mantenendo quell’atmosfera sospesa tra casa contemporanea e set cinematografico che ancora oggi lo rende uno dei luoghi più originali della scena culinaria milanese.
Il progetto coinvolgerà diversi professionisti del settore food & beverage. Tra questi lo chef Alessandro De Santis, il panificatore Giorgio Leoni e Attilio Borra, tra i 160 Climate Smart Chef certificati al mondo, che guiderà corsi dedicati alla cucina sostenibile e senza sprechi.
Accanto ai protagonisti della formazione, anche una rete di partner che rappresentano eccellenze italiane del settore: Mulino Caputo, Fratelli Guzzini, La Fiammante, Latticini Orchidea, SaCar Forni e Cantine Di Prisco. Aziende accomunate da una forte attenzione alla qualità, alla filiera e all’identità territoriale.

“Pizza a Teatro” guarda anche al sociale. Lombardo è infatti formatore nella Cucina di Albert della Comunità Oklahoma, realtà milanese impegnata nel supporto a giovani in difficoltà.
Attraverso lezioni, incontri e charity dinner, la cucina si trasforma in uno strumento concreto di formazione, offrendo competenze professionali ma anche nuove prospettive personali. Il prossimo appuntamento sarà “La Napoli della Meraviglia”, cena-evento di raccolta fondi in programma giovedì 21 maggio presso la sede della Comunità Oklahoma.
Il progetto sarà protagonista anche della ventesima edizione del Milano ATP Challenger – Trofeo BCS, storico torneo professionistico su terra rossa. All’interno della nuova Area Hospitality Lombardo proporrà cooking show dal vivo dedicati alla pizza contemporanea, dimostrando come la tradizione napoletana possa dialogare con il mondo dello sport, del benessere e della nutrizione.

In un momento in cui la cucina italiana cerca nuovi linguaggi per raccontarsi, “Pizza a Teatro” sceglie di farlo unendo formazione, spettacolo e cultura gastronomica. Un progetto che parte dalla tradizione napoletana ma guarda al futuro, trasformando ogni impasto in un’occasione di incontro, apprendimento e condivisione.
Informazioni utili
Dove: teatro7 | Lab, via Thaon di Revel 7, Milano – Isola
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Sito ufficiale: www.teatro7.com
A Milano gli aperitivi si somigliano spesso tutti. Poi ci sono serate che riescono a creare qualcosa di diverso, dove il drink diventa quasi un dettaglio e il vero centro della scena sono le persone, le chiacchiere e quell’atmosfera leggera che ti fa fermare più del previsto. Succede da Maido!, il primo izakaya milanese dedicato all’okonomiyaki, che stasera torna con il secondo appuntamento dell’aperitivo in lingua organizzato insieme a Ciao!Journal, rivista giapponese dedicata alla comunità nipponica in Italia.
Il primo evento era andato sold out in pochissimo tempo e il motivo si capisce facilmente: niente lezioni frontali, niente situazioni rigide o troppo impostate. L’idea è semplice — parlare italiano e giapponese davanti a un drink — ma funziona perché tutto avviene in modo spontaneo, tra tavoli misti, piccoli giochi, quiz e momenti guidati che aiutano anche chi non conosce una parola di giapponese a sentirsi parte della serata.
Per questa seconda edizione arriva anche il karaoke, probabilmente il momento destinato a degenerare meglio: sigle di anime e cartoni animati che hanno segnato l’infanzia di una generazione intera, cantate senza troppe vergogne tra un kanpai e l’altro.
Il contesto fa il resto. Maido! negli anni si è costruito un’identità molto precisa: cucina giapponese pop, atmosfera informale, riferimenti a manga, street food e cultura contemporanea nipponica, lontano dall’idea più “patinata” del ristorante giapponese classico. E con la primavera il dehors sui Navigli diventa il posto perfetto per questo tipo di serate.
L’ingresso costa 15 euro e include drink più una selezione di bites giapponesi pensati per accompagnare l’aperitivo. Poi, come spesso succede nei posti riusciti, il rischio concreto è finire per restare anche a cena.
Per iscriversi: Eventbrite – Aperitivo in lingua da Maido!
Giovedì 14 maggio, con inizio alle ore 22.00, appuntamento all’Asino che vola (Via Antonio Coppi 12/d, Roma) con il concerto di Cappuccio Collective Smooth. Questa la formazione: Annina Galiano alla voce, Peppe Vertalli alla batteria, Cristina Massaro al piano, Mimmo Cappuccio alla chitarra, Frank Oliviero alle tastiere e Anselmo Pascale al basso. Guest-star della serata il rapper/soulman e attore napoletano PeppOh, che presenterà dal vivo il singolo Demons to fight, scritto dal Cappuccio Collettive Smooth in collaborazione con l’artista partenopeo e disponibile su tutte le piattaforme digitali dall’8 maggio (Etichetta La Stanza Nascosta Records).
Il singolo Demons to fight (testo di Annina Galiano e Giuseppe Sica, musica di Mimmo Cappuccio -Annina Galiano-Cristina Massaro) si pone in una linea di stretta contiguità di intenti con Jazz will find its way (Nun è musica pe te)- brano contenuto nell’ultimo album del collettivo- che vede l’intervento di Sherman come compositore e apre inaspettatamente nel finale ad un accenno di cantato in napoletano.
Nonostante l’evidente diversità dei due brani l’imperativo categorico è il medesimo: ibridazione e crossover fanno dialogare mondi idiomatici diversi, che non vengono staticamente assemblati ma fatti coesistere dinamicamente in una prospettiva creativa. Il recupero della radici- con le barre in napoletano firmate dalla penna viscerale e autentica di PeppOh- viene inglobato in un sorprendente cambio di fisionomia, che racconta un’identità in perenne riedificazione.
PeppOh, riferimento della cultura hip hop partenopea, ha da pochissimo debuttato come attore, nei panni di Yodi, rapper adulto e figura di culto per i giovanissimi protagonisti del film, in Malavia, diretto da Nunzia De Stefano e prodotto da Matteo Garrone, interpretando anche uno dei pezzi di punta della colonna sonora firmata da Speaker Cenzou, Munn e parol.
Così Annina Galiano, autrice del testo, sul brano: <<Soprattutto noi delle nuove generazioni siamo più spinti a riflettere e lavorare su noi stessi e sulla nostra emotività, ma, spesso, scavando negli anfratti della mente possiamo trovare anche dei pensieri oscuri che finiscono poi per tormentarci. Ci abbandoniamo ai piaceri istantanei, pensando che quest'angoscia ci accompagnerà per sempre. Ma abbiamo ancora qualcosa in cui sperare: non siamo soli in questa battaglia, perché ognuno di noi ha i suoi demoni da combattere e insieme siamo più forti per farlo.>>
Nerospinto ha raggiunto telefonicamente il chitarrista e producer Mimmo Cappuccio.
Tra le sue produzioni e collaborazioni, Riccardo Fogli, Gatto Panceri, Jean Michel Byron (TOTO),Giuseppina Torre, Leonardo Monteiro, Mark Sherman, Ramon Montagner, Dario Deidda Eric Daniel. Cappuccio ha iniziato lo studio di chitarra e basso elettrico da giovanissimo. Successivamente ha intrapreso gli studi di armonia jazz e seguito corsi di perfezionamento sulla tecnica del suono con utili esperienze negli States (Buffalo e New York) ed in Inghilterra (Londra.) Ha svolto per anni l’attività di produttore artistico e Sound Engineer sia in Italia che all’ Estero.
Demons to fight - racconta Cappuccio- è prima di tutto una rivendicazione di libertà nei confronti delle intransigenze dei "puristi" del jazz, che in Italia purtroppo hanno il monopolio dei Festival jazz. Rappresenta una sollecitazione nei confronti degli addetti ai lavori e degli ascoltatori, un invito ad abbracciare una concezione estensiva e sicuramente più internazionale del jazz, nel cui alveo lo smooth jazz, una contaminazione di jazz, funky e soul, si colloca. Al Blue Note di New York oggi si ascoltano ritmiche di stampo hip- hop, non più solo swing, a conferma che il jazz, forse più del blues, è la mamma di tutte le musiche, capace di generare innumerevoli sottogeneri e assorbirli nello spirito ibridante che al jazz è fortemente connaturato. Non ha senso oggi parlare di jazz puro; su questa linea abbiamo abbracciato questo esperimento, che si muove all’interno del jazz più sperimentale e globale, grazie all’apporto di Peppoh, riferimento della cultura hip-hop partenopea. In questa direzione di ricerca si muovono anche altri brani dell’album di prossima pubblicazione.
Durante la serata non mancheranno incursioni nel precedente, fortunato, Breathe (Clapo Music, Marechiaro Edizioni 2025), che vede le partecipazioni di Nico Rezende, Ramon Montagner alla batteria, Eric Daniel al sassofono, Dario Deidda- per otto volte consecutive Miglior bassista italiano al Jazzit Award- al basso, Mark Sherman al vibrafono, Tamir Case alle percussioni.
I modelli, dichiarati, sono quelli di Al Jarreau, George Benson, Anita Baker, Michael Franks, George Duke, Sade, oltre che di certa música popular brasileira.
Spazio anche alle rivisitazioni di classici degli anni’80 in chiave smooth-jazz e a qualche anticipazione del nuovo lavoro in studio, che vedrà la luce nel novembre prossimo.
Cappuccio Collective Smooth evoca con sonorità moderne le atmosfere smooth jazz degli anni ’80, tendendo verso un raffinato easy listening, spogliato delle complicazioni formali proprie del jazz “puro” e del jazz-rock maggiormente sperimentale. Lo smooth jazz del collettivo viene risemantizzato attraverso una cura timbrica e una regia armonica che privilegia la trasparenza delle linee e la leggibilità del gesto musicale. (Francesco Cataldo Verrina, Doppio Jazz)
L’accento sulle melodie e la contaminazione con influenze diverse- inflessioni nu-soul, divagazioni funky e tentazioni disco- diluisce ma non annulla l’impronta jazzistica, confluendo in un mood sofisticato, dalla vocazione internazionale e dalla sensibilità inedita; una specie di alta sartoria sonora vicina ai parametri estetici della fusion.
Bio
Nato in pandemia da un’idea del musicista e produttore artistico Mimmo Cappuccio, il collettivo Cappuccio Collective Smooth, si declina in modo paritario, nutrendosi di interplay e restando aperto alle sinergie in un'ottica di inclusione e flessibilità della line-up.
Al Jazz in Campo Music Festival 2023 (XIX edizione) Mimmo Cappuccio e l’allora lead vocalist Sabrina Schinaia aprono il concerto di Chiara Civello ("la miglior cantante jazz della sua generazione”, nella definizione di Tony Bennett).
Nel 2024 Cappuccio Collective Smooth (lead voice Anna Galiano), al Teatro Bello di Milano, è Grand Opening del concerto di Claudia Cantisani(“cantante jazz ed autrice tra le più raffinate della nostra nuova canzone d’autrice”, Fausto Pellegrini, Rai News24)
A febbraio 2024 si esibiscono all’ AlexanderPlatz (Via Ostia 9, Roma), il più prestigioso e antico Jazz Club d’Italia, feat. Eric Daniel al sax.
Innovazione, contaminazione e suggestioni smooth jazz confluiscono in un immaginario quasi fusion dall’immediata godibilità, versatile nell’improvvisazione scat e fortemente inedito nelle soluzioni sonore.
Il tour estivo 2025 si è aperto con l’appuntamento dell’11 luglio all’ Otranto Jazz Festival, con la presenza sul palco
di Mark Sherman al vibrafono, di Ramon Montagner alla batteria e la straordinaria partecipazione (in un set di brani) di una autentica leggenda della musica brasiliana, Nico Rezende, polistrumentista vincitore per ben due volte del Brasilian Music Award come migliore arrangiatore e de Il leone di Bronzo al Festival di Cannes.
Dopo Otranto, la tournée tocca anche altre prestigiose tappe italiane, tra le altre l’Etno Jazz Festival, l’Arena Spartacus Festival e il Palazzo delle Arti di Beltrani, a riprova della centralità del collettivo nell’orizzonte della scena jazz nazionale.
Nel dicembre 2025 il trio presenta il nuovo album, Breathe (Clapo Music, Marechiaro Edizioni 2025), con il batterista Ramon Montagner e il percussionista Tamir Case al BLUE NOTE di Rio De Janeiro e al Macacu Jazz & Blues Festival; guest star, in entrambi gli appuntamenti, Nico Rezende, con il quale viene eseguito live- tra gli altri brani- anche You know me better, il singolo nato dalla collaborazione con l’artista brasiliano e contenuto nell’ultimo lavoro in studio del collettivo.
Il collettivo ha all’attivo l’album Cappuccio Collettive Smooth (La Stanza Nascosta Records, 2024) ed il recente Breathe (Clapo Music, Marechiaro Edizioni 2025).
L’album vede le partecipazioni di Nico Rezende, Ramon Montagner alla batteria, Eric Daniel al sassofono, Dario Deidda al basso, Mark Sherman al vibrafono, Tamir Case alle percussioni.
Gli arrangiamenti della Strings Virtual Orchestra sono di Frank Oliviero, un artista che fatto della sapiente combinazione di tradizione, tecnologia e sperimentazione la sua cifra peculiare e che ha all’attivo un percorso variegato comprendente colonne sonore (Pupi Avati su tutti), spettacoli teatrali, produzioni televisive e collaborazioni prestigiose (Noa, Gil Dor, Domum Romao, Amal Markus, Enzo Avitabile).
https://www.facebook.com/CappuccioCollectiveSmooth
https://www.instagram.com/cappuccio_collective_smooth/
I PROSSIMI APPUNTAMENTI LIVE:
29 Maggio, ore 21.00, OPENING ARTIST WALTER RICCI IN “NEAPOLIS MAMBO”, RASSEGNA TERRAZZA LEUCIANA (CORTILE INTERNO DEL BELVEDERE)
2 Agosto, ore 21.15,FESTIVAL URBINO PLAYS JAZZ, PIAZZA DELLA REPUBBLICA, URBINO
CREDITS DEMONS TO FIGHT
Testo: Annina Galiano- Giuseppe Sica
Musica: Mimmo Cappuccio -Annina Galiano-Cristina Massaro
Prod.art.: Mimmo Cappuccio
Mastering: Paolo Termini
Etichetta: La Stanza Nascosta Records
Photo credits: Angelica Amodio
DEMONS TO FIGHT (TESTO)
People just put on a mask
Nothing is for them
Slightly overwhelming in the dark
We all have our own
Demons to fight
Nun ce faccio cchiù
Cu chesta malatia
Me sento prigiuniero
Ca dint' 'a capa mia
M'assillano 'e penziere
Nun riesco a truvà pace
'Sta vita me fa male
M'aggia purtà 'sta croce
People just put on a mask
Nothing is for them
Slightly overwhelming in the dark
We all have our own
Demons to fight
Stu vuoto è casa mia
Io magno, dormo… e che aggia fa'?
Ma 'e suonne 'e tengo ancora
Nun me voglio fermà
Nun ce faccio cchiù
Cu chesta malatia
'Sta vita me fa male
M'aggia purtà 'sta croce
You think I'm so crazy but
Nothing is for you
Slightly overwhelming in the dark
We all have our own
Demons to fight
Per tre giorni il C.I.Q. di Milano torna a trasformarsi in un punto d’incontro tra culture, linguaggi musicali e generazioni diverse. Dall’8 al 10 maggio torna infatti Doremifasud, il festival arrivato alla sua nona edizione che negli anni ha smesso di essere soltanto una rassegna musicale per diventare un progetto culturale vero e proprio, capace di usare la musica come strumento di confronto e racconto del presente.
Dopo aver affrontato temi legati ai conflitti internazionali e al Mediterraneo come luogo di attraversamento e migrazione, l’edizione 2026 sceglie di concentrarsi su una frattura molto più quotidiana ma altrettanto evidente: quella tra Boomers, Millennials e Gen Z. Generazioni che spesso parlano linguaggi diversi anche attraverso la musica, trasformando gusti, artisti e generi musicali in elementi di distanza più che di connessione. Doremifasud prova invece a fare il contrario: mettere artisti appartenenti a mondi, età e background differenti sullo stesso palco, creando occasioni reali di ascolto, contaminazione e dialogo.
Il programma attraversa sonorità sudamericane, africane, jazz, afro-pop e world music, alternando concerti, cucina dal mondo e momenti performativi. Si parte venerdì 8 maggio con una serata dedicata alla musica sudamericana tra cumbia psichedelica, afro-jazz e ritmi brasiliani grazie a Trio Brazuca, Cacao Mental e Quartetto Tahuantin. Sabato 9 maggio il focus si sposta sull’Africa con artisti come Baba Sissoko, polistrumentista maliano di fama internazionale capace di fondere tradizione africana, jazz e blues, insieme a Denise Dimè e Chantal, giovane voce afro-pop che lavora sui temi dell’identità afrodiscendente contemporanea. Domenica 10 maggio spazio invece alla giornata intergenerazionale con concerti, spettacoli circensi e performance collettive, tra cui quella dell’Ararat Ensemble Orchestra insieme al griot senegalese Ndiaye Tuxaraam.
Accanto alla musica, resta centrale anche la dimensione sociale del festival. Quest’anno Doremifasud ospita infatti il progetto nato dalla collaborazione tra Wizard CC e l’Associazione Sunugal, dedicato alla raccolta fondi per ampliare un centro socio-culturale a Thiès, in Senegal, che negli ultimi anni ha accolto oltre 4.000 bambini e ragazzi. Un percorso che verrà raccontato anche attraverso un documentario realizzato durante un viaggio in Senegal previsto nelle settimane precedenti al festival.
Più che un semplice festival musicale, Doremifasud continua così a costruire uno spazio dove la cultura diventa occasione concreta di incontro, mantenendo al centro persone, relazioni e comunità.
in copertina: Denise Dimè
DOREMIFASUD 2026
8 – 10 maggio
C.I.Q. Milano
Via Fabio Massimo 19, Milano
Nel racconto contemporaneo della bellezza, la medicina estetica ha progressivamente abbandonato l’idea di trasformazione radicale per abbracciare un approccio più sottile, misurato, quasi invisibile. Oggi il vero obiettivo non è cambiare volto, ma accompagnarlo nel tempo, restituendo equilibrio, freschezza e armonia. In questo scenario si inserisce il confronto tra filler e lipofilling, due metodiche diverse ma sempre più centrali nel ridefinire i volumi del viso e del corpo.
A chiarirne differenze e potenzialità è il dottor Dario Tartaglini, Direttore Sanitario di BETAR MEDICAL, Centro Specializzato in Medicina Estetica di Milano, che individua proprio in queste due tecniche le soluzioni più efficaci per contrastare i segni del tempo senza ricorrere alla chirurgia invasiva.
Il primo segnale dell’invecchiamento non è una ruga, ma una sottrazione: il volto perde progressivamente volume, i tessuti si svuotano, gli zigomi si abbassano e le guance si assottigliano. È un cambiamento silenzioso ma decisivo, che modifica la percezione complessiva del viso. È qui che intervengono filler e lipofilling, restituendo pienezza e struttura laddove il tempo ha lasciato spazio.
Il filler è la risposta più immediata e diffusa. Il termine stesso, “riempimento”, racconta la sua funzione: colmare, sostenere, ridefinire. Le sostanze utilizzate vengono iniettate nel derma o nel tessuto sottocutaneo per attenuare rughe, correggere imperfezioni e ripristinare i volumi perduti. Tra queste, l’acido ialuronico è senza dubbio la più utilizzata, grazie alla sua naturale presenza nell’organismo e alla sua elevata biocompatibilità.
Il successo del filler risiede nella sua semplicità. Il trattamento è rapido, non richiede anestesia significativa e consente un ritorno immediato alla quotidianità. Il risultato è visibile fin da subito e, soprattutto, prevedibile: un effetto soft-lifting che leviga senza irrigidire, che riempie senza appesantire. È una soluzione ideale per chi desidera intervenire con discrezione, mantenendo il controllo sul risultato finale.
Purtroppo, però, questa leggerezza operativa ha un prezzo: il tempo. I filler riassorbibili, proprio perché integrati naturalmente dall’organismo, tendono a svanire nel giro di alcuni mesi, generalmente tra i sei e i dieci. Il risultato, per quanto armonioso, non è dunque definitivo; a ciò si aggiungono effetti collaterali lievi e temporanei, come piccoli gonfiori o ematomi, e la necessità di sottoporsi a trattamenti periodici per mantenere l’effetto desiderato.
Di tutt’altra natura è il lipofilling, che introduce una dimensione più profonda e strutturata. In questo caso non si tratta di iniettare una sostanza esterna, ma di utilizzare il tessuto adiposo del paziente stesso. Il grasso viene prelevato, generalmente da addome, fianchi o cosce, purificato e successivamente reinserito nelle aree da trattare. Il risultato è un riempimento autentico, biologico e compatibile.
Il fascino del lipofilling risiede proprio in questa coerenza organica. Il corpo riconosce e accoglie il materiale, integrandolo nei tessuti. Non solo: il grasso trasferito contiene cellule capaci di stimolare la rigenerazione cutanea, migliorando la qualità della pelle. È un intervento che lavora su due livelli, estetico e biologico, offrendo risultati che possono rivelarsi duraturi nel tempo.
Tuttavia, questa complessità si traduce in un approccio più impegnativo. Il lipofilling è una procedura ambulatoriale che richiede maggiore preparazione tecnica, tempi più lunghi e una fase operatoria articolata. Non tutto il grasso trasferito sopravvive nel tempo, e in alcuni casi può rendersi necessaria una seconda seduta per perfezionare il risultato. Anche i costi risultano generalmente più elevati rispetto ai filler tradizionali.
Il confronto tra queste due metodiche non si risolve in una scelta netta, ma in una valutazione personalizzata. Il filler risponde all’esigenza di immediatezza, reversibilità e semplicità. Il lipofilling, invece, si rivolge a chi cerca stabilità, naturalezza assoluta e un intervento più profondo.
In entrambi i casi, la vera discriminante resta la competenza medica. La medicina estetica, oggi più che mai, richiede precisione, conoscenza anatomica e senso della misura. Non si tratta solo di tecnica, ma di visione: quella capacità di leggere un volto e intervenire senza tradirne l’identità.
Filler e lipofilling non sono dunque alternative contrapposte, ma strumenti diversi all’interno di un’unica filosofia estetica. Una filosofia che non rincorre la giovinezza, ma la interpreta. Che non cancella il tempo, ma lo modella con intelligenza.
Perché, in fondo, la bellezza contemporanea non è più una questione di età, ma di equilibrio.
Per maggiori informazioni: https://www.betarmedical.it/
Non è una mostra da osservare. È una mostra che ti chiede di stare dentro alle cose, anche quando non sono del tutto risolte.
Fino al 10 maggio, il Museo Lechi di Montichiari ospita Passato, presente, futuro, progetto espositivo di Cristian Bragaglio, classe 1996, che negli ultimi anni ha costruito una ricerca autografata facile da riconoscere, ma soprattutto difficile da semplificare. Ed è proprio qui che il lavoro tiene.
Bragaglio lavora su una pittura che non cerca di spiegare, ma di trattenere. Le tele sono superfici attraversate da segni, cancellazioni, parole che affiorano e scompaiono. Non c’è un prima e un dopo, non c’è una gerarchia tra immagine e testo: tutto convive, tutto si muove. Le parole non accompagnano il dipinto, lo interrompono, lo spostano, lo rendono instabile. E in questa instabilità trova senso.
Il progetto – promosso da BCC Garda all’interno del programma dedicato agli artisti under 35 – evita qualsiasi tentazione didascalica. Non semplifica, non traduce, non rende “facile” la lettura. Porta invece dentro lo spazio museale una pratica che resta stratificata, a tratti irrisolta, e proprio per questo più interessante.
La mostra si costruisce su tre nuclei – passato, presente, futuro – ma non aspettatevi un percorso lineare. Il passato qui è ancora attivo, un archivio emotivo che continua a incidere. Il presente è fragile, più da attraversare che da capire. Il futuro, invece, resta aperto, senza direzioni imposte. È uno spazio lasciato allo sguardo, non alla risposta.
Tra le opere, Un sogno a colazione è probabilmente una delle più immediate: gesto pittorico diretto, quasi istintivo, e poi una frase che entra e sposta tutto. Non chiarisce, non conclude. Fa quello che dovrebbe fare: mette in crisi la lettura.
C’è anche un altro livello, meno evidente ma fondamentale. Bragaglio non lavora solo nello spazio espositivo: la sua pratica si estende fuori, tra scrittura, contenuti e relazione diretta con il pubblico. Non è un’estensione accessoria, è parte del lavoro. Un modo per tenere aperto un dialogo su temi che tornano continuamente – relazioni, assenze, fragilità – senza trasformarli in slogan.
In questo senso, l’intervento di BCC Garda non è solo un supporto, ma un dispositivo che permette a una ricerca contemporanea di entrare in un contesto istituzionale senza essere addomesticata. E non è così scontato.
Quello che resta, uscendo, non è un’immagine precisa. È piuttosto una sensazione: qualcosa che non si è del tutto fissato, ma continua a lavorare. Ed è probabilmente lì che la mostra trova il suo punto più giusto.
Museo Lechi
Corso Martiri della Libertà,33
Montichiari (BS)
Dalla strada al bancone, dal linguaggio urbano alla mixology contemporanea: Disaronno continua a riscrivere il proprio immaginario e lo fa portando la “dolcezza” al centro della nightlife. Nascono così le Dolce Nights by Disaronno, un nuovo format di eventi che fonde cocktail culture, musica e live content in un’esperienza immersiva pensata per trasformare il modo di vivere la notte.
Dopo aver sorpreso città come Milano e Roma con un’azione di guerrilla urbana capace di ribaltare messaggi aggressivi in chiave ironica e leggera, il brand prosegue il suo racconto spostandosi nei luoghi simbolo della socialità contemporanea: i bar. Il progetto si inserisce in The Dolce Side of Life, il concept che accompagnerà Disaronno per tutto il 2026 e che ridefinisce la dolcezza come un’attitudine, prima ancora che un gusto.

Il debutto ufficiale delle Dolce Nights è avvenuto con due appuntamenti inaugurali: il 23 marzo a Milano presso Officina Milano e il 26 marzo a Roma da Blume Lounge. Due serate che segnano l’inizio di un calendario destinato ad animare le due città, trasformando aperitivi e dopocena in momenti di condivisione autentica, dove gusto e intrattenimento si incontrano.
Protagonista assoluta è la mixology experience: una drink list che valorizza i grandi classici del brand come il Disaronno Fizz, fresco e leggero, e il celebre Disaronno Sour, un equilibrio perfetto tra note dolci e acidità. Accanto a questi, ogni tappa propone signature cocktail pensati ad hoc per esaltare la versatilità del liquore in chiave contemporanea. A Milano, ad esempio, spiccano creazioni come Disaronno Ebbasta, dal profilo vivace e fruttato, e The Good Daddy, più intenso e avvolgente.

Dietro al bancone, presenti alle serate inaugurali, due nomi della mixology contemporanea: Damian Matuszyk e Alessia Bellafante. Due visioni diverse ma complementari, unite dall’idea di una dolcezza intesa come equilibrio e accoglienza: per Matuszyk è “sentirsi e far sentire a casa”, mentre Bellafante la traduce in armonia capace di valorizzare ogni drink senza sovrastarlo.
A dare ritmo agli eventi, la musica di Davide Kharfi, tra elettronica e richiami Italo disco, per un’atmosfera calda e coinvolgente.
Opinioni da Bar ha portato il suo format di conversazioni spontanee all’interno delle serate, invitando il pubblico a condividere pensieri e interpretazioni sul tema della dolcezza.
Le Dolce Nights non sono solo eventi, ma un’estensione concreta dell’identità Disaronno: un invito a vivere la notte con uno sguardo diverso, più leggero, conviviale e consapevole. Un’esperienza che continua anche oltre il momento live grazie a merchandise dedicato e contenuti social, trasformando ogni partecipante in parte attiva di una narrazione più ampia.
A confermare questa direzione, lo scorso 19 aprile si è celebrato il Disaronno Day, appuntamento internazionale che ogni anno riaccende l’attenzione su uno dei prodotti più iconici dell’Italian style. Un’occasione che ha ribadito l’obiettivo del brand di rafforzare sempre più il proprio ruolo nel mondo della mixology contemporanea.
In un panorama nightlife sempre più orientato all’esperienza, Disaronno sceglie di distinguersi puntando su un valore semplice ma potente: la dolcezza. Non solo nel gusto, ma nel modo di stare insieme.
“Guardami”, di GAMAAR è il Lato A del terzo volume della collana LE CRISALIDI, lanciata da Lady Day Records; una nuova pubblicazione in vinili a 7 pollici (45 giri), in tiratura limitata, numerata a mano, a colori.
Because The night- Il palco delle cantautrici, il progetto Lady Day e il collettivo Dinamica Cantautrici in movimento insieme contro la violenza di genere, per l’appuntamento conclusivo della settima stagione della rassegna. Al mare culturale urbano (Cascina Torrette, Via Quinto Cenni, 11, Milano), il 19 aprile, ore 19.00, si esibiranno le cantautrici Marta De Lluvia e Sue, Gabriella Diana (GAMAAR) e DADA SUTRA.
Finalista di Dinamica Contest 2025 (dedicato alle cantautrici che vivono e operano in Italia, ideato e prodotto dal collettivo Dinamica Cantautrici in movimento, composto da Laura B, Sue e Vea) e destinataria in questa occasione della menzione speciale di Marian Trapassi, DADA SUTRA, al secolo Caterina Dolci, accoglie l’invito ad esibirsi all’interno del format Because the Night.
La serata sarà anche l’occasione, con la presenza sul palco di DADA SUTRA e di Gabriella Diana (voce e chitarra, GAMAAR) per il lancio del terzo volume della collana LE CRISALIDI, firmata da Lady Day Records, neonata etichetta discografica del marchio Lilium Produzioni (Self distribuzione).
Nerospinto ha incontrato la direttrice artistica di BTN- Il palco delle cantautrici, Marian Trapassi.
D. Vogliamo fare un bilancio di questa settima stagione di Because the Night, che sta volgendo al termine?
Fare un bilancio di questa settima stagione significa riconoscere un percorso cresciuto nel tempo, ma rimasto fedele alla sua identità.
Because the Night è nato come uno spazio necessario e oggi è diventato una piccola comunità: un luogo di incontro e di ascolto autentico. Questa stagione mi restituisce soprattutto un senso di maturità, sia nella proposta artistica che nella relazione con il pubblico.
Ogni serata è stata più di un concerto: uno spazio reale in cui le artiste hanno potuto raccontarsi senza filtri. Se devo scegliere una parola, direi consapevolezza: sappiamo meglio chi siamo e perché continuiamo a farlo.
D. Dal 2019, anno di nascita del suo format, ad oggi, quali ritiene siano gli obiettivi raggiunti?
Dal 2019 ad oggi, credo che il risultato più importante sia aver dato continuità a uno spazio dedicato alle cantautrici, cosa tutt’altro che scontata.
Because the Night è riuscito a costruire nel tempo una rete di artiste, collaborazioni e pubblico attento, creando un contesto in cui la musica d’autrice al femminile potesse essere ascoltata con la giusta attenzione. Un obiettivo importante è stato anche quello di aprirsi a realtà affini, come il progetto Dinamica cantautrici in movimento, Lady Day e il Collettivo La Cantautrice: incontri che hanno arricchito il percorso e ampliato lo sguardo, creando connessioni reali tra artiste e progettualità diverse. Infine, credo sia fondamentale aver mantenuto una coerenza: ogni scelta artistica è stata guidata da un’idea precisa, e questo ha permesso al progetto di crescere senza perdere autenticità.
D. Ci sono degli aspetti, in Because the Night - Il palco delle cantautrici, che a suo avviso andrebbero ripensati?
Più che aspetti da ripensare, parlerei di un progetto in continua evoluzione.
Because the Night è nato in modo molto spontaneo e negli anni è cresciuto insieme alle persone che lo hanno attraversato. Sicuramente c’è sempre spazio per ampliare lo sguardo: intercettare nuove generazioni di artiste, sperimentare formati diversi e trovare modalità ancora più efficaci per dialogare con il pubblico. Mi interessa molto, per il futuro, lavorare ancora di più sulle connessioni: tra musica e altri linguaggi, tra artiste e territori, tra dimensione live e nuovi spazi di diffusione. Credo che la cosa più importante sia restare in ascolto, senza perdere l’identità ma continuando a mettersi in discussione.
D. Fermo restando che il superamento del gender gap, anche in ambito musicale, è una finalità imprescindibile, non pensa che, almeno in Italia, ad essere bistrattata non sia solo la canzone d’autrice ma, più genericamente, il cantautorato, senza differenze di genere?
Assolutamente sì, credo che oggi in Italia il cantautorato, in generale, attraversi una fase complessa e spesso venga penalizzato rispetto ad altre forme musicali più immediate o commerciali. Detto questo, penso anche che esista ancora una specificità legata al genere: le cantautrici, storicamente, hanno avuto meno spazio e meno riconoscimento, e questo squilibrio non è ancora del tutto superato. Per questo sento che le due questioni non si escludono, ma convivono: da un lato c’è la necessità di difendere e valorizzare il cantautorato in quanto tale, dall’altro quella di continuare a creare spazi dedicati, che possano riequilibrare una disparità ancora presente.L’obiettivo, forse, è proprio questo: lavorare perché un giorno non sia più necessario fare questa distinzione.
D. Sogna un mondo in cui non sia più d’obbligo diversificare la musica al femminile da quella al maschile ma si possa parlare, con pari dignità, di Musica, senza distinzioni di genere?
Sì, è un sogno che sento molto vicino.
Mi piacerebbe che si potesse parlare semplicemente di musica, senza dover specificare il genere di chi la scrive o la interpreta.Allo stesso tempo, credo che oggi sia ancora necessario attraversare una fase di consapevolezza, in cui queste differenze vengano nominate e affrontate.
Gli spazi dedicati, in questo senso, non sono una separazione, ma uno strumento per riequilibrare.Mi auguro che, col tempo, tutto questo diventi superfluo.
Che si arrivi a un punto in cui il valore di una canzone sia l’unico parametro, e in cui ogni voce possa avere la stessa possibilità di essere ascoltata.
D. Recentemente sono usciti, su etichetta Adesiva Discografica, due nuovi singoli, Rosa e Voglio. In che direzione sta andando la sua musica?
La direzione è quella di una maggiore essenzialità, ma anche di una consapevolezza diversa nel raccontarmi. Rosa, pur essendo un brano che arriva da lontano, ha trovato oggi una nuova forma, più aderente a quello che sono adesso, sia nel suono che nel testo. Voglio, invece, rappresenta una spinta più urgente: nasce da una riflessione sul desiderio, sull’immediatezza in cui siamo immersi e su questa continua tensione tra bisogno autentico e consumo emotivo. In generale, sento che la mia musica sta andando verso una sintesi: meno sovrastrutture, più verità.
Mi interessa raccontare quello che vivo e osservo con uno sguardo il più possibile onesto, anche quando è scomodo.
D. Vuole regalare ai lettori di Nerospinto una playlist primaverile di 5 brani irrinunciabili?
Più che una playlist “primaverile” in senso stretto, sono cinque brani che per me hanno a che fare con il risveglio, con il movimento e con una certa forma di luce: Monde Nouveau di Oscar Anton, Acqua che scorre di Niccolò Fabi, In the mornng di Joe Bel, Here comes the sun dei Beatles, Che vita meravigliosa di Diodato, Sono canzoni che sto ascoltando in questi giorni, mi portano verso aria di primavera e di “leggerezza profonda”.
D. Qual è il suo rapporto con i social?
Il mio rapporto con i social è un po’ambivalente.
Da un lato riconosco che sono uno strumento importante, soprattutto per chi fa musica: permettono di comunicare, creare connessioni e far circolare il proprio lavoro. Dall’altro, sento il bisogno di mantenere una certa distanza. Non sempre mi riconosco nei ritmi e nelle logiche dei social, che spesso spingono verso una presenza costante e una semplificazione dei contenuti. Cerco quindi di usarli in modo consapevole, senza farmi troppo condizionare: come uno strumento, appunto, e non come un fine. La dimensione che continuo a sentire più mia resta quella dell’incontro reale, del live, dello scambio diretto.
D. C’è una canzone non sua che le sarebbe tanto piaciuto aver scritto?
Sì, senza dubbio Imagine di John Lennon.
È una canzone che riesce a essere universale senza perdere semplicità, e che porta con sé una visione potentissima, quasi disarmante nella sua chiarezza. Mi affascina la capacità di dire qualcosa di così grande con parole essenziali, senza retorica.
È una di quelle canzoni che non appartengono più solo a chi le ha scritte, ma diventano patrimonio di tutti. E forse è proprio questo il sogno di chi scrive: riuscire, almeno una volta, a toccare qualcosa di così profondamente condiviso.
D. Immaginiamola per un attimo Direttrice Artistica del prossimo Sanremo, 5 nomi che vorrebbe assolutamente su quel palco?
Cercherei un equilibrio tra scrittura, identità e visione artistica.
Cinque nomi che mi piacerebbe vedere su quel palco sono: Giulia Mei, come voce emergente capace di portare uno sguardo autentico e necessario, Niccolò Fabi, per la profondità e la coerenza del suo percorso, La Rappresentante di Lista, per l’energia e la libertà espressiva, Motta, per l’urgenza e la scrittura diretta, Madame, per uno sguardo contemporaneo e personale. Mi piacerebbe un Festival capace di mettere al centro le canzoni, ma anche le visioni, senza paura di mescolare linguaggi diversi.
D. Il suo sogno di felicità in questi tempi così bui?
Il mio sogno di felicità è qualcosa di molto semplice: poter continuare a fare quello che amo, restando libera e fedele a me stessa. Ma oggi è impossibile non allargare lo sguardo.
Viviamo un tempo in cui la guerra è tornata ad essere una presenza concreta, quasi normalizzata, e questo per me è profondamente inquietante. Sembra che la vita umana conti sempre meno, schiacciata da interessi economici e logiche di potere. Per questo il mio sogno di felicità coincide sempre di più con un desiderio di pace reale, non astratta: una pace che rimetta al centro le persone, la dignità, l’ascolto. E forse, nel nostro piccolo, anche la musica può essere questo: uno spazio in cui resistere a questa deriva, e provare a restare umani.
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