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Ci sono giornate del Salone del Libro che tengono insieme incontri lontanissimi tra loro. Non per tema, non per pubblico, non per tono. Ma per un filo sotterraneo che compare a distanza di ore e costringe a rileggere tutto da un’altra prospettiva.
Succede nella giornata che passa dalla Sala Oro, dove Roberto Saviano racconta Michela Murgia a partire da Lezioni sull’odio, all’Arena Bookstock del Padiglione 4, dove l’incontro Sociologia del maranza, il ribaltamento degli stereotipi sulla periferia prova a smontare una parola ormai entrata nel linguaggio comune.
Da una parte c’è l’eredità intellettuale di una scrittrice che ha fatto del linguaggio un campo di battaglia. Dall’altra una generazione spesso raccontata attraverso un’etichetta — “maranza” — prima ancora che attraverso una storia.
In mezzo, lo stesso problema: le parole non sono mai innocue. Possono diventare cura, memoria, ironia, ma anche ferita, stigma, esclusione. Possono proteggere qualcuno o inchiodarlo a un’immagine.
L’incontro dedicato a Michela Murgia si svolge in una Sala Oro piena, davanti a un pubblico attento, commosso e a tratti divertito. A introdurre Roberto Saviano è Concita De Gregorio, in un appuntamento che non ha il tono della commemorazione formale, ma quello di un ritorno vivo dentro il pensiero di Murgia.
Il punto di partenza è Lezioni sull’odio, libro che permette di affrontare uno dei temi più scomodi della sua eredità: l’odio non come semplice insulto, non come rabbia generica, ma come gesto relazionale. Qualcosa che si costruisce nel rapporto con l’altro, che ha bisogno di un bersaglio, di una distanza, di un nome da trasformare in colpa.
Saviano insiste proprio su questa differenza: rabbia e odio non sono la stessa cosa. La rabbia può nascere da una ferita, da un’ingiustizia, da un dolore. L’odio, invece, spesso arriva da fuori, viene educato, indirizzato, reso socialmente disponibile.
È il meccanismo di chi non si assume fino in fondo la responsabilità del proprio sguardo: “io non sono razzista, sono loro che sono neri”. Una frase che sposta sull’altro il peso dell’odio, come se il problema non fosse in chi guarda, ma in chi viene guardato.
Murgia viene ricordata non come una voce semplicemente “controcorrente”, ma come una figura scomoda. La differenza è importante. Essere controcorrente può diventare una posa. Essere scomodi significa non permettere agli altri di restare tranquilli nella neutralità.
Su questo punto entra anche Marcello Fois, richiamando la neutralità come mancanza di responsabilità, come forma di ignavia. L’intellettuale, quando prende davvero posizione, non può essere comodo. Non lo era Murgia, non lo è Saviano, non lo è stato Gramsci. E proprio per questo l’indifferenza diventa una delle zone più pericolose: perché spesso consente al meccanismo dell’odio di continuare senza essere nominato.

De Gregorio e Saviano
Uno dei momenti più intensi arriva con il video portato da Chiara Tagliaferri come omaggio a Michela Murgia: un intervento in cui la scrittrice racconta una serie di insulti in sardo, trasformando il tema dell’offesa in qualcosa di linguistico, culturale e profondamente fisico.
In quel passaggio, la presenza di Murgia torna in sala non come immagine da archivio, ma come voce ancora capace di lavorare sul presente. Il sardo non è soltanto una nota biografica o un colore locale: diventa lingua della memoria, dell’appartenenza, ma anche della ferita.
L’insulto, pronunciato in una lingua carica di identità, mostra ancora meglio quanto le parole possano essere concrete. Non sono solo suoni. Non sono solo sfoghi. Sono forme di potere. Servono a ridurre l’altro, a chiuderlo dentro una definizione, a impedirgli di essere più complesso dell’etichetta che gli viene appiccicata addosso.
È qui che il discorso sull’odio smette di essere astratto. Le parole toccano. Lasciano segni. Entrano nella vita delle persone. Possono trasformare una fragilità in bersaglio, una differenza in colpa, un’identità in caricatura.
Nella parte finale dell’incontro, Concita De Gregorio riporta il ricordo dell’ultimo incontro con Murgia. Entrambe, in modi diversi, si trovavano davanti a un danno: Murgia già segnata dalla malattia, De Gregorio davanti a una decisione importante.
Da quel racconto emerge una figura quasi da condottiera, ma non nel senso più semplice del termine. Murgia appare in posizione di battaglia, sì, ma anche intenta a proteggere la propria fragilità. Una fragilità fatta di solitudine, frattura, disagio. Qualcosa che non viene nascosto, ma custodito. Quasi trasformato in maschera, in scudo.
Il punto più umano dell’incontro sta forse qui: nessuno è invincibile. Nemmeno chi sembra avere sempre la parola giusta, la risposta più netta, la postura più forte. Ma il modo in cui Murgia ha attraversato la propria vulnerabilità la rende ancora oggi una figura difficile da archiviare. Non perché fosse intoccabile, ma perché ha mostrato che anche la fragilità può diventare pensiero, posizione, resistenza.
Alla domanda su che cosa resti di lei, Tagliaferri risponde indicando i libri. Non una memoria ridotta a citazioni, non una santificazione pubblica, ma una produzione scritta che continua a parlare. Chiedersi cosa direbbe oggi Michela Murgia significa, prima di tutto, tornare ai suoi testi.
Fois aggiunge un’altra parola: promessa. L’eredità di Murgia sta anche nelle promesse fatte e sussurrate. Non accettare l’opzione fascista in un Paese antifascista. Non accettare un Paese che impedisce a ciascuno la propria narrazione. Non accettare che “intellettuale” diventi un insulto.
Qualche ora dopo, il discorso sulle parole e sulle etichette cambia luogo, pubblico e temperatura. All’Arena Bookstock del Padiglione 4, per l’incontro Sociologia del maranza, il ribaltamento degli stereotipi sulla periferia, la fila racconta già qualcosa prima ancora che inizi il dibattito.
Non c’è un solo pubblico. Ci sono ragazzi, adolescenti, giovani adulti, ma anche persone più grandi, curiosi, lettori, genitori, frequentatori del Salone che forse con quella parola — “maranza” — hanno un rapporto più esterno, più mediato, più giudicante.
La varietà anagrafica della fila dice già che il tema non riguarda soltanto una generazione. Riguarda il modo in cui una società guarda i suoi giovani, le sue periferie, le sue trasformazioni.
Con Kriim, artista legato al linguaggio rap e alle culture urbane, Anas Moukhafi, direttore dell’etichetta discografica Kayros Music, Tommaso Sarti, autore di Pisciare sulla metropoli, e Gabriel Seroussi, giornalista e autore di La periferia vi guarda con odio, l’incontro prova a smontare una parola diventata comoda proprio perché semplifica.
“Maranza” sembra dire tutto in fretta: un certo modo di vestirsi, una certa musica, una postura, la strada, la periferia, il sospetto. Ma è proprio questa rapidità a essere pericolosa.
Perché quando una parola diventa etichetta, non descrive più: blocca.
Il cuore dell’incontro sta nel ribaltamento dello stereotipo. La periferia non viene raccontata soltanto come luogo del disagio, ma come spazio di produzione culturale. Non solo rabbia, non solo marginalità, non solo cronaca nera: anche linguaggio, estetica, musica, appartenenza, creatività.
Rap, trap, social, abiti, slang, modi di stare insieme: tutto ciò che spesso viene liquidato come folklore urbano o segnale di degrado può essere letto anche come forma di autorappresentazione. Un modo per dire: non vogliamo essere raccontati soltanto dagli altri.
È un passaggio decisivo. Perché il “maranza” non è solo una figura osservata, derisa o temuta. Può diventare anche un soggetto che prende parola. Che costruisce un’immagine di sé. Che occupa lo spazio pubblico non solo come problema, ma come presenza.
Il discorso diventa ancora più forte quando entra il tema delle seconde generazioni. Ragazzi che rischiano di essere considerati “figli di nessuno”: non più pienamente appartenenti al Paese d’origine delle famiglie, ma nemmeno riconosciuti fino in fondo dal Paese in cui vivono, parlano, crescono, desiderano.
A quel punto la periferia non è più soltanto un luogo geografico. Diventa una condizione simbolica. Stare dentro la città, ma essere percepiti ai margini. Parlare la stessa lingua, ma essere trattati come estranei. Produrre cultura, ma essere ancora letti come minaccia.
Visti insieme, i due incontri finiscono per rispondersi. In Sala Oro, Murgia e Saviano mostrano come l’odio passi attraverso le parole, come l’insulto non sia mai soltanto una battuta, come la neutralità possa diventare una forma di complicità. All’Arena Bookstock, la sociologia del maranza mostra cosa succede quando una parola diventa sguardo sociale, quando un’etichetta si appoggia sui corpi e li precede.
In entrambi i casi, il problema è la narrazione. Chi ha il potere di nominare? Chi decide che una persona è scomoda, pericolosa, ridicola, fuori posto? Chi stabilisce quando una fragilità diventa debolezza, quando una periferia diventa degrado, quando un’identità diventa insulto?
Il Salone, in questa giornata, sembra suggerire che la cultura non serve a rendere tutto più elegante o più sopportabile. Serve, semmai, a complicare ciò che il linguaggio comune semplifica troppo in fretta. A restituire peso alle parole. A ricordare che dietro ogni definizione c’è qualcuno che può esserne colpito.
Le storie, i libri, gli incontri pubblici non restano mai soltanto sulla pagina o sul palco. Scendono nella voce, nei corpi, negli sguardi, nelle file davanti a una sala. E quando arrivano lì, sulla pelle delle persone, smettono di essere teoria. Diventano esperienza.
A Milano gli aperitivi si somigliano spesso tutti. Poi ci sono serate che riescono a creare qualcosa di diverso, dove il drink diventa quasi un dettaglio e il vero centro della scena sono le persone, le chiacchiere e quell’atmosfera leggera che ti fa fermare più del previsto. Succede da Maido!, il primo izakaya milanese dedicato all’okonomiyaki, che stasera torna con il secondo appuntamento dell’aperitivo in lingua organizzato insieme a Ciao!Journal, rivista giapponese dedicata alla comunità nipponica in Italia.
Il primo evento era andato sold out in pochissimo tempo e il motivo si capisce facilmente: niente lezioni frontali, niente situazioni rigide o troppo impostate. L’idea è semplice — parlare italiano e giapponese davanti a un drink — ma funziona perché tutto avviene in modo spontaneo, tra tavoli misti, piccoli giochi, quiz e momenti guidati che aiutano anche chi non conosce una parola di giapponese a sentirsi parte della serata.
Per questa seconda edizione arriva anche il karaoke, probabilmente il momento destinato a degenerare meglio: sigle di anime e cartoni animati che hanno segnato l’infanzia di una generazione intera, cantate senza troppe vergogne tra un kanpai e l’altro.
Il contesto fa il resto. Maido! negli anni si è costruito un’identità molto precisa: cucina giapponese pop, atmosfera informale, riferimenti a manga, street food e cultura contemporanea nipponica, lontano dall’idea più “patinata” del ristorante giapponese classico. E con la primavera il dehors sui Navigli diventa il posto perfetto per questo tipo di serate.
L’ingresso costa 15 euro e include drink più una selezione di bites giapponesi pensati per accompagnare l’aperitivo. Poi, come spesso succede nei posti riusciti, il rischio concreto è finire per restare anche a cena.
Per iscriversi: Eventbrite – Aperitivo in lingua da Maido!
Per tre giorni il C.I.Q. di Milano torna a trasformarsi in un punto d’incontro tra culture, linguaggi musicali e generazioni diverse. Dall’8 al 10 maggio torna infatti Doremifasud, il festival arrivato alla sua nona edizione che negli anni ha smesso di essere soltanto una rassegna musicale per diventare un progetto culturale vero e proprio, capace di usare la musica come strumento di confronto e racconto del presente.
Dopo aver affrontato temi legati ai conflitti internazionali e al Mediterraneo come luogo di attraversamento e migrazione, l’edizione 2026 sceglie di concentrarsi su una frattura molto più quotidiana ma altrettanto evidente: quella tra Boomers, Millennials e Gen Z. Generazioni che spesso parlano linguaggi diversi anche attraverso la musica, trasformando gusti, artisti e generi musicali in elementi di distanza più che di connessione. Doremifasud prova invece a fare il contrario: mettere artisti appartenenti a mondi, età e background differenti sullo stesso palco, creando occasioni reali di ascolto, contaminazione e dialogo.
Il programma attraversa sonorità sudamericane, africane, jazz, afro-pop e world music, alternando concerti, cucina dal mondo e momenti performativi. Si parte venerdì 8 maggio con una serata dedicata alla musica sudamericana tra cumbia psichedelica, afro-jazz e ritmi brasiliani grazie a Trio Brazuca, Cacao Mental e Quartetto Tahuantin. Sabato 9 maggio il focus si sposta sull’Africa con artisti come Baba Sissoko, polistrumentista maliano di fama internazionale capace di fondere tradizione africana, jazz e blues, insieme a Denise Dimè e Chantal, giovane voce afro-pop che lavora sui temi dell’identità afrodiscendente contemporanea. Domenica 10 maggio spazio invece alla giornata intergenerazionale con concerti, spettacoli circensi e performance collettive, tra cui quella dell’Ararat Ensemble Orchestra insieme al griot senegalese Ndiaye Tuxaraam.
Accanto alla musica, resta centrale anche la dimensione sociale del festival. Quest’anno Doremifasud ospita infatti il progetto nato dalla collaborazione tra Wizard CC e l’Associazione Sunugal, dedicato alla raccolta fondi per ampliare un centro socio-culturale a Thiès, in Senegal, che negli ultimi anni ha accolto oltre 4.000 bambini e ragazzi. Un percorso che verrà raccontato anche attraverso un documentario realizzato durante un viaggio in Senegal previsto nelle settimane precedenti al festival.
Più che un semplice festival musicale, Doremifasud continua così a costruire uno spazio dove la cultura diventa occasione concreta di incontro, mantenendo al centro persone, relazioni e comunità.
in copertina: Denise Dimè
DOREMIFASUD 2026
8 – 10 maggio
C.I.Q. Milano
Via Fabio Massimo 19, Milano
Because The night- Il palco delle cantautrici, il progetto Lady Day e il collettivo Dinamica Cantautrici in movimento insieme contro la violenza di genere, per l’appuntamento conclusivo della settima stagione della rassegna. Al mare culturale urbano (Cascina Torrette, Via Quinto Cenni, 11, Milano), il 19 aprile, ore 19.00, si esibiranno le cantautrici Marta De Lluvia e Sue, Gabriella Diana (GAMAAR) e DADA SUTRA.
Finalista di Dinamica Contest 2025 (dedicato alle cantautrici che vivono e operano in Italia, ideato e prodotto dal collettivo Dinamica Cantautrici in movimento, composto da Laura B, Sue e Vea) e destinataria in questa occasione della menzione speciale di Marian Trapassi, DADA SUTRA, al secolo Caterina Dolci, accoglie l’invito ad esibirsi all’interno del format Because the Night.
La serata sarà anche l’occasione, con la presenza sul palco di DADA SUTRA e di Gabriella Diana (voce e chitarra, GAMAAR) per il lancio del terzo volume della collana LE CRISALIDI, firmata da Lady Day Records, neonata etichetta discografica del marchio Lilium Produzioni (Self distribuzione).
Nerospinto ha incontrato la direttrice artistica di BTN- Il palco delle cantautrici, Marian Trapassi.
D. Vogliamo fare un bilancio di questa settima stagione di Because the Night, che sta volgendo al termine?
Fare un bilancio di questa settima stagione significa riconoscere un percorso cresciuto nel tempo, ma rimasto fedele alla sua identità.
Because the Night è nato come uno spazio necessario e oggi è diventato una piccola comunità: un luogo di incontro e di ascolto autentico. Questa stagione mi restituisce soprattutto un senso di maturità, sia nella proposta artistica che nella relazione con il pubblico.
Ogni serata è stata più di un concerto: uno spazio reale in cui le artiste hanno potuto raccontarsi senza filtri. Se devo scegliere una parola, direi consapevolezza: sappiamo meglio chi siamo e perché continuiamo a farlo.
D. Dal 2019, anno di nascita del suo format, ad oggi, quali ritiene siano gli obiettivi raggiunti?
Dal 2019 ad oggi, credo che il risultato più importante sia aver dato continuità a uno spazio dedicato alle cantautrici, cosa tutt’altro che scontata.
Because the Night è riuscito a costruire nel tempo una rete di artiste, collaborazioni e pubblico attento, creando un contesto in cui la musica d’autrice al femminile potesse essere ascoltata con la giusta attenzione. Un obiettivo importante è stato anche quello di aprirsi a realtà affini, come il progetto Dinamica cantautrici in movimento, Lady Day e il Collettivo La Cantautrice: incontri che hanno arricchito il percorso e ampliato lo sguardo, creando connessioni reali tra artiste e progettualità diverse. Infine, credo sia fondamentale aver mantenuto una coerenza: ogni scelta artistica è stata guidata da un’idea precisa, e questo ha permesso al progetto di crescere senza perdere autenticità.
D. Ci sono degli aspetti, in Because the Night - Il palco delle cantautrici, che a suo avviso andrebbero ripensati?
Più che aspetti da ripensare, parlerei di un progetto in continua evoluzione.
Because the Night è nato in modo molto spontaneo e negli anni è cresciuto insieme alle persone che lo hanno attraversato. Sicuramente c’è sempre spazio per ampliare lo sguardo: intercettare nuove generazioni di artiste, sperimentare formati diversi e trovare modalità ancora più efficaci per dialogare con il pubblico. Mi interessa molto, per il futuro, lavorare ancora di più sulle connessioni: tra musica e altri linguaggi, tra artiste e territori, tra dimensione live e nuovi spazi di diffusione. Credo che la cosa più importante sia restare in ascolto, senza perdere l’identità ma continuando a mettersi in discussione.
D. Fermo restando che il superamento del gender gap, anche in ambito musicale, è una finalità imprescindibile, non pensa che, almeno in Italia, ad essere bistrattata non sia solo la canzone d’autrice ma, più genericamente, il cantautorato, senza differenze di genere?
Assolutamente sì, credo che oggi in Italia il cantautorato, in generale, attraversi una fase complessa e spesso venga penalizzato rispetto ad altre forme musicali più immediate o commerciali. Detto questo, penso anche che esista ancora una specificità legata al genere: le cantautrici, storicamente, hanno avuto meno spazio e meno riconoscimento, e questo squilibrio non è ancora del tutto superato. Per questo sento che le due questioni non si escludono, ma convivono: da un lato c’è la necessità di difendere e valorizzare il cantautorato in quanto tale, dall’altro quella di continuare a creare spazi dedicati, che possano riequilibrare una disparità ancora presente.L’obiettivo, forse, è proprio questo: lavorare perché un giorno non sia più necessario fare questa distinzione.
D. Sogna un mondo in cui non sia più d’obbligo diversificare la musica al femminile da quella al maschile ma si possa parlare, con pari dignità, di Musica, senza distinzioni di genere?
Sì, è un sogno che sento molto vicino.
Mi piacerebbe che si potesse parlare semplicemente di musica, senza dover specificare il genere di chi la scrive o la interpreta.Allo stesso tempo, credo che oggi sia ancora necessario attraversare una fase di consapevolezza, in cui queste differenze vengano nominate e affrontate.
Gli spazi dedicati, in questo senso, non sono una separazione, ma uno strumento per riequilibrare.Mi auguro che, col tempo, tutto questo diventi superfluo.
Che si arrivi a un punto in cui il valore di una canzone sia l’unico parametro, e in cui ogni voce possa avere la stessa possibilità di essere ascoltata.
D. Recentemente sono usciti, su etichetta Adesiva Discografica, due nuovi singoli, Rosa e Voglio. In che direzione sta andando la sua musica?
La direzione è quella di una maggiore essenzialità, ma anche di una consapevolezza diversa nel raccontarmi. Rosa, pur essendo un brano che arriva da lontano, ha trovato oggi una nuova forma, più aderente a quello che sono adesso, sia nel suono che nel testo. Voglio, invece, rappresenta una spinta più urgente: nasce da una riflessione sul desiderio, sull’immediatezza in cui siamo immersi e su questa continua tensione tra bisogno autentico e consumo emotivo. In generale, sento che la mia musica sta andando verso una sintesi: meno sovrastrutture, più verità.
Mi interessa raccontare quello che vivo e osservo con uno sguardo il più possibile onesto, anche quando è scomodo.
D. Vuole regalare ai lettori di Nerospinto una playlist primaverile di 5 brani irrinunciabili?
Più che una playlist “primaverile” in senso stretto, sono cinque brani che per me hanno a che fare con il risveglio, con il movimento e con una certa forma di luce: Monde Nouveau di Oscar Anton, Acqua che scorre di Niccolò Fabi, In the mornng di Joe Bel, Here comes the sun dei Beatles, Che vita meravigliosa di Diodato, Sono canzoni che sto ascoltando in questi giorni, mi portano verso aria di primavera e di “leggerezza profonda”.
D. Qual è il suo rapporto con i social?
Il mio rapporto con i social è un po’ambivalente.
Da un lato riconosco che sono uno strumento importante, soprattutto per chi fa musica: permettono di comunicare, creare connessioni e far circolare il proprio lavoro. Dall’altro, sento il bisogno di mantenere una certa distanza. Non sempre mi riconosco nei ritmi e nelle logiche dei social, che spesso spingono verso una presenza costante e una semplificazione dei contenuti. Cerco quindi di usarli in modo consapevole, senza farmi troppo condizionare: come uno strumento, appunto, e non come un fine. La dimensione che continuo a sentire più mia resta quella dell’incontro reale, del live, dello scambio diretto.
D. C’è una canzone non sua che le sarebbe tanto piaciuto aver scritto?
Sì, senza dubbio Imagine di John Lennon.
È una canzone che riesce a essere universale senza perdere semplicità, e che porta con sé una visione potentissima, quasi disarmante nella sua chiarezza. Mi affascina la capacità di dire qualcosa di così grande con parole essenziali, senza retorica.
È una di quelle canzoni che non appartengono più solo a chi le ha scritte, ma diventano patrimonio di tutti. E forse è proprio questo il sogno di chi scrive: riuscire, almeno una volta, a toccare qualcosa di così profondamente condiviso.
D. Immaginiamola per un attimo Direttrice Artistica del prossimo Sanremo, 5 nomi che vorrebbe assolutamente su quel palco?
Cercherei un equilibrio tra scrittura, identità e visione artistica.
Cinque nomi che mi piacerebbe vedere su quel palco sono: Giulia Mei, come voce emergente capace di portare uno sguardo autentico e necessario, Niccolò Fabi, per la profondità e la coerenza del suo percorso, La Rappresentante di Lista, per l’energia e la libertà espressiva, Motta, per l’urgenza e la scrittura diretta, Madame, per uno sguardo contemporaneo e personale. Mi piacerebbe un Festival capace di mettere al centro le canzoni, ma anche le visioni, senza paura di mescolare linguaggi diversi.
D. Il suo sogno di felicità in questi tempi così bui?
Il mio sogno di felicità è qualcosa di molto semplice: poter continuare a fare quello che amo, restando libera e fedele a me stessa. Ma oggi è impossibile non allargare lo sguardo.
Viviamo un tempo in cui la guerra è tornata ad essere una presenza concreta, quasi normalizzata, e questo per me è profondamente inquietante. Sembra che la vita umana conti sempre meno, schiacciata da interessi economici e logiche di potere. Per questo il mio sogno di felicità coincide sempre di più con un desiderio di pace reale, non astratta: una pace che rimetta al centro le persone, la dignità, l’ascolto. E forse, nel nostro piccolo, anche la musica può essere questo: uno spazio in cui resistere a questa deriva, e provare a restare umani.
C’è una Milano che non ha mai smesso di esistere, anche se spesso resta ai margini delle nuove aperture e delle mode che cambiano. Una Milano fatta di tavole lunghe, di pranzi che iniziano senza fretta e finiscono nel pomeriggio, di luoghi che resistono più per necessità che per strategia.
Il Casottel è uno di questi.
A Porto di Mare, dentro una cascina ottocentesca che sembra rimasta sospesa nel tempo, la Pasqua si vive ancora così: tra il giardino, il pergolato quando la stagione lo concede e le sale interne che conservano un’atmosfera domestica, familiare, immediata. Basta poco per dimenticare di essere in città.
Qui il pranzo di Pasqua non è un esercizio di stile, ma una sequenza precisa di piatti che parlano una lingua chiara.
Si comincia dagli antipasti, quelli che arrivano al centro della tavola e mettono tutti d’accordo: salumi piacentini, sott’oli, uova ripiene e fiori di zucca. È l’inizio giusto, senza deviazioni, che riporta subito a una dimensione conosciuta.
Poi i primi, che lavorano su due registri diversi ma complementari. Le lasagne al pesto, morbide, piene, rassicuranti. E i ravioli di borragine burro e salvia, più delicati ma altrettanto legati a una cucina che non ha bisogno di reinterpretazioni per funzionare. Due piatti che non cercano di sorprendere, ma di restare.
I secondi sono il cuore del pranzo: capretto al forno con patate e carciofi, piatto simbolo della Pasqua, e vitello tonnato, che aggiunge una nota più fresca e completa il quadro. Non c’è bisogno di altro.
Si chiude con la colomba artigianale, accompagnata da crema chantilly e un flute di spumante. Anche qui, nessuna variazione sul tema: solo quello che serve.
Ma il punto, al Casottel, non è solo il menu.
È il contesto. È il fatto che, mentre Milano continua a trasformarsi, esistono ancora luoghi in cui le persone si siedono allo stesso tavolo senza appartenere allo stesso mondo. Dove il pranzo è ancora un momento che tiene insieme generazioni, abitudini e storie diverse.
Non è un caso se questa trattoria, attiva dal 1963 e portata avanti da tre generazioni di donne, sia diventata negli anni un riferimento per la città. Né sorprende che oggi sia al centro di una raccolta firme che ne chiede la tutela.
Perché il rischio è concreto: perdere il Casottel significherebbe perdere uno di quei posti che Milano non riesce più a creare da zero.
E allora, forse, questa Pasqua ha un significato leggermente diverso.
Andare al Casottel non è solo scegliere dove pranzare. È decidere di stare, anche solo per qualche ora, dentro una Milano che continua a esistere proprio perché qualcuno insiste a tenerla viva.
E che vale ancora la pena di difendere.
Trattoria Casottel
Via Fabio Massimo 25, Milano
Tel. 02 57403009 – www.casottel.it
Instagram @trattoria.casottel
Tradizione, stagionalità e raffinatezza si incontrano tra il Ristorante Del Cambio e la Farmacia Del Cambio, nel cuore della città.
Nel cuore di Torino, affacciato su Piazza Carignano, Ristorante Del Cambio celebra la Pasqua con un percorso gastronomico che unisce eleganza, memoria e contemporaneità.
Fondato nel 1757, il ristorante rappresenta una delle istituzioni più iconiche della città, capace di attraversare i secoli mantenendo intatto il proprio legame con la tradizione piemontese, arricchita da influenze francesi. Per l’occasione, la proposta pasquale (175 euro, bevande escluse) si sviluppa come un racconto della primavera attraverso ingredienti e suggestioni stagionali.
Ad aprire il percorso sono snack salati, seguiti da una capasanta gratinata con lattuga e rafano e da una delicata zuppetta fredda di piselli, panna e gamberi. Le prime verdure – piselli, asparagi ed erbe spontanee – diventano protagoniste, restituendo la freschezza della stagione, mentre piatti come gli gnocchi di spinaci con carciofi e Castelmagno e l’agnello con piselli e bietole richiamano la profondità della tradizione festiva.
Il mare si inserisce con discrezione, dialogando con ortaggi e carni secondo un’antica consuetudine piemontese. A chiudere il percorso, un dessert che celebra due simboli del territorio: il cioccolato e il Barolo Chinato, in un finale che unisce intensità e memoria.

Accanto all’esperienza gastronomica, Farmacia Del Cambio propone una selezione di creazioni dedicate alla Pasqua, disponibili dal 20 marzo. Negli spazi eleganti della storica boutique, tra boiserie d’epoca e atmosfere sospese, la tradizione dolciaria si rinnova con gusto contemporaneo.
L’Uovo di Pasqua si presenta come un oggetto raffinato: un guscio di cioccolato fondente al 55% racchiude un cuore pralinato alla nocciola, mentre la decorazione con margherite di zucchero richiama i primi fiori primaverili. Accanto, la Colomba interpreta il grande classico con ingredienti d’eccellenza, come l’arancia candita di Corrado Assenza, la vaniglia Bourbon e una glassa croccante alle mandorle.
Completano l’offerta gli iconici prodotti della boutique: dai Cri Cri con nocciola tostata alla Crema Cavour, fino ai gianduiotti lavorati con cacao dell’Ecuador, tartufi al cioccolato, dragées e biscotti della tradizione piemontese.
Del Cambio si conferma così un luogo dove storia, gastronomia e cultura convivono in equilibrio. Un microcosmo che comprende, oltre al ristorante stellato, anche il Bar Cavour e la stessa Farmacia, offrendo esperienze diverse ma unite da una stessa visione: celebrare il tempo, il gusto e la bellezza. In occasione della Pasqua, questa filosofia si traduce in un invito a rallentare e a riscoprire il piacere delle cose fatte con cura, tra sapori autentici e suggestioni senza tempo.

testo a cura di Alessandro Infortuna
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