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Nel quinto e ultimo giorno, il Lingotto rallenta il passo. Tra stand che si svuotano, bilanci istituzionali e una malinconia lieve, la XXXVIII edizione del Salone del Libro consegna a Torino l’immagine di una comunità ancora affamata di pagine, incontri e presenza.

 

Di un giorno di pioggia, al gusto di pioggia”, cantavano i Subsonica in Preso blu. E la pioggia che cade imperterrita su Torino, nel quinto e ultimo giorno del Salone del Libro, sembra avere qualcosa di simbolico: un velo di malinconia steso sul Lingotto, quasi a chiudere con delicatezza una festa durata cinque giorni.

Dalla sala stampa, dove il rumore dei giorni precedenti sembra essersi improvvisamente abbassato, la chiusura del Salone si percepisce in modo ancora più netto. I computer restano aperti, qualche giornalista sistema gli ultimi appunti, qualcuno rilegge, qualcuno saluta. Ma l’atmosfera è diversa: non più la corsa degli incontri da seguire, delle sale da raggiungere, delle dichiarazioni da appuntare, bensì il momento in cui tutto comincia lentamente a depositarsi.

Il fiume di persone che nei giorni precedenti aveva attraversato padiglioni, corridoi, code e sale sembra ormai essersi ritirato. In sala stampa c’è un silenzio quasi religioso. Fuori, il rumore del Salone si abbassa, mentre gli stand iniziano lentamente a svuotarsi. È il momento in cui l’energia accumulata lascia spazio al bilancio, alla memoria, a ciò che resta quando le luci cominciano a spegnersi.

E allora, cosa rimane di questa edizione? Rimane l’immagine di un evento capace di parlare ancora ai lettori, di radunarli, di farli aspettare, ascoltare, scegliere. In un’epoca dominata dallo scrolling compulsivo e da una familiarità sempre più naturale con lo schermo, il Salone ha continuato a mostrare una fame concreta di libri, di pagine, di corpi presenti nello stesso luogo.

La conferenza finale: il Salone si ferma e guarda ciò che ha costruito

Alle 16.45, in Sala Oro, la conferenza stampa conclusiva raccoglie il clima di fine corsa. La sala è piena, il brusio è fatto di saluti, abbracci, ringraziamenti agli stand, alla Grecia, Paese ospite d’onore di questa edizione. Sul palco si tirano le somme di una manifestazione che ha confermato numeri importanti e una forte centralità culturale per Torino e per il panorama editoriale nazionale.

Seguire la conferenza dalla platea, dopo giorni trascorsi tra sale affollate, appunti presi al volo, code, incontri e passaggi continui tra gli spazi del Lingotto, significa assistere non solo a un bilancio istituzionale, ma alla restituzione pubblica di ciò che il Salone è stato: una macchina complessa, attraversata da migliaia di persone, che nel momento della chiusura prova a darsi una forma, un senso, una memoria.

Marina Chiarelli, assessora alla Cultura della Regione Piemonte, parla di un bilancio con il “segno più davanti”, sottolineando la capacità del Salone di aprirsi ai nuovi linguaggi e di meritare davvero la definizione di evento internazionale. Accanto alla dimensione editoriale, emerge anche la volontà di rafforzare il dialogo tra libri, cinema, istituzioni e filiera culturale.

Domenico Carretta, assessore della Città di Torino, sceglie invece una lettura più emotiva. Il Salone, dice in sostanza, coinvolge e sconvolge: corre velocissimo, produce incontri, immagini, parole, e poi all’improvviso si ferma. Il riferimento è ai film di Guy Ritchie, a quelle sequenze in cui tutto accelera, le immagini si inseguono rapide e poi, di colpo, restano sospese. La chiusura diventa così il momento in cui si guarda al lavoro di una squadra che ogni anno rende possibile quello che, visto da fuori, assomiglia quasi a un miracolo organizzativo.

Nel suo intervento torna anche il tema dell’edizione, Il mondo salvato dai ragazzini. L’attenzione dei giovani, la loro indignazione, la loro capacità di non rassegnarsi diventano una chiave politica e civile del Salone. Perché quando si smette di indignarsi, sembra dire Carretta, il mondo si ferma. E se non c’è indignazione, non c’è nemmeno cambiamento.

Presenza, lentezza, comunità

Giulio Biino, presidente della Fondazione Circolo dei lettori, ringrazia il lavoro collettivo e si sofferma soprattutto sui ragazzi. La loro presenza, numerosa e reale, diventa una risposta a chi immagina le nuove generazioni chiuse dentro il pensiero unico dei social. Al Lingotto, invece, quei ragazzi hanno abitato gli spazi, seguito gli incontri, partecipato a un’esperienza che con la sola dimensione digitale ha poco a che fare.

È forse questo uno dei segnali più forti dell’edizione: la necessità della presenza. In giorni in cui tutto può essere commentato, visto, condiviso e dimenticato in pochi secondi, il Salone ha imposto un altro tempo. Quello dell’attesa, della fila, dell’ascolto, della pagina comprata e portata via in borsa. Un tempo più lento, ma non per questo meno vivo.

Anche dalla sala stampa, dove ogni giornata è fatta di passaggi rapidi, comunicati, conferenze, corse tra un appuntamento e l’altro, questa presenza si avverte con forza. Non è soltanto il pubblico delle grandi sale, non sono solo le code davanti agli autori più attesi: è la sensazione di un’intera comunità provvisoria che per cinque giorni ha abitato lo stesso spazio, condividendo parole, attese, entusiasmi e stanchezza.

Alessandro Isaia, presidente della Fondazione Circolo dei lettori, restituisce invece lo sguardo di chi ha vissuto il Salone anche da spettatore, assaporando il senso di un lavoro che prende forma soprattutto quando incontra i suoi fruitori: lettori, ospiti, editori, operatori, volontari, pubblico.

 

 

Annalena Benini e il Salone come luogo felice

A chiudere il racconto è Annalena Benini, direttrice editoriale del Salone Internazionale del Libro di Torino. Il suo intervento porta con sé il bilancio di un triennio e l’idea di un Salone capace, quest’anno, di attraversare i giorni senza essere divorato dalle polemiche. Un fatto quasi raro, per una manifestazione così grande, esposta, discussa.

Benini parla del Salone come di un posto speciale, felice, costruito da un programma capace di tenere insieme libri, musica, cinema, arte e incontri molto diversi tra loro. Richiama una frase ascoltata in Sala 500, “l’arte è coscienza del mondo”, e poi l’immagine di Itaca evocata da Crocetti in Auditorium: “Sempre devi avere in mente Itaca, raggiungerla sia il pensiero costante”.

Ma il cuore del suo discorso sembra stare nelle persone. Nei volti, nei dettagli, negli incontri laterali che spesso raccontano più dei grandi numeri. Come due ragazze sedute a cantare C’è tempo di Ivano Fossati: “Dicono che c’è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare”. Il Salone, in fondo, è anche questo: un tempo sognato, seminato, atteso. Un tempo che per cinque giorni diventa luogo.

 

Quello che resta

Cala il sipario, dunque. E quello che resta non è soltanto il dato dei visitatori, pur importante. Restano uno sguardo, un abbraccio, un profumo, un rumore e un silenzio.

Lo sguardo è quello dei lettori che attraversano gli stand cercando un titolo, una firma, una frase capace di restare. È anche quello di chi, dalla sala stampa, ha osservato il Salone nel suo doppio movimento: da una parte la festa aperta al pubblico, dall’altra il lavoro più nascosto di chi prova a raccontarla, selezionarla, darle un ordine attraverso le parole.

L’abbraccio è quello degli editori, degli organizzatori, degli autori e del pubblico che si salutano a fine corsa. Il profumo è quello della carta, dei libri nuovi, dei corridoi ancora pieni di borse e cataloghi. Il rumore è quello delle sale gremite, delle code, degli applausi. Il silenzio è quello che arriva dopo, quando il Lingotto si svuota e il Salone smette di parlare ad alta voce.

Fuori continua a piovere. Ma dentro resta il gusto di qualcosa che non si consuma in fretta. Il gusto lento dei libri, delle storie, delle persone che ancora scelgono di esserci.

 
 
 
Massimo Recalcati|||

Dal pubblico gremito per Recalcati alla lunga attesa per Ammaniti e Jovanotti, fino alla Sala Azzurra di Irvine Welsh: il quarto giorno del Salone del Libro attraversa l’amore come qualcosa che si sente prima ancora di capirlo.

Il quarto giorno del Salone Internazionale del Libro di Torino comincia con una sensazione precisa: alcune parole, prima ancora di essere comprese, si sentono. Restano nell’aria, si attaccano alle sale, alle file, ai corpi in attesa, al brusio di chi cerca un posto e a quello di chi non vuole perdere nemmeno una frase.

Il senso che attraversa la giornata è allora l’olfatto, ma non soltanto come odore. Piuttosto come capacità di percepire una presenza, una tensione, qualcosa che arriva prima del ragionamento. In tre incontri molto diversi tra loro — Massimo Recalcati, Niccolò Ammaniti con Jovanotti, Irvine Welsh — a tornare è soprattutto l’amore. Non quello pacificato, non quello da formula sentimentale, ma l’amore come frattura, come primo turbamento, come dipendenza.

Tre momenti diversi, tre sale diverse, tre pubblici diversi. Eppure, alla fine, lo stesso filo: l’amore non come risposta, ma come qualcosa che mette in crisi.

Recalcati, la Sala Oro e l’amore come frattura

Massimo Recalcati parla in una Sala Oro gremita, davanti a un pubblico che sembra tenere insieme più generazioni: boomer, millennial e Gen Z seduti fianco a fianco, attentissimi a non perdere nemmeno una parola. L’incontro ruota intorno a Lo splendore e la polvere, libro che raccoglie interviste rilasciate dall’autore tra il 1998 e il 2025. Una sorta di autobiografia intellettuale costruita attraverso la parola orale, il dialogo, le conversazioni sedimentate negli anni.

Il titolo, spiega Recalcati, tiene insieme due dimensioni dell’umano. Da una parte la polvere: ciò che siamo nella nostra finitezza, nella nostra fragilità, nel nostro essere destinati a tornare al nulla. Dall’altra lo splendore: la possibilità di generare arte, amore, vita. Ma la luce non è l’opposto della polvere. È dentro la polvere. È lì che va cercata.

Il passaggio più forte arriva quando Recalcati torna al tema dell’anoressia, già al centro della sua prima intervista con Sergio Zavoli. L’anoressia, nella sua lettura, non riguarda soltanto il cibo. È paura della vita nella vita. Paura di ciò che non si può controllare: il corpo, il desiderio, l’amore, l’imprevedibilità dell’esistenza.

Secondo Recalcati, spesso la ferita nasce dal fallimento del primo incontro con l’amore: un tradimento, una menzogna, un abbandono. Da quel punto in poi, l’amore non arriva più come apertura, ma come minaccia. Il soggetto prova allora a difendersi dalla vita, a chiudersi, a rendersi rigido. Nell’anoressia, dice Recalcati, l’anima diventa osso: lo scheletro come unica cosa stabile, come unica certezza dentro un mondo percepito come ingovernabile.

Da qui il discorso si allarga al disagio giovanile. Da una parte la vita che si consuma nell’eccesso, nella tossicomania, nella violenza; dall’altra la vita che si ritira, che riduce il mondo alla propria stanza, che sceglie la clausura come difesa. La depressione, un tempo legata soprattutto alla fase calante dell’esistenza, oggi investe anche i giovani. Non perché manchino possibilità, ma forse perché ce ne sono troppe, tutte trasformate in obbligo di prestazione.

Nel rapporto tra genitori e figli, Recalcati consegna una frase che resta: ogni forma di insistenza genera resistenza. Più si insiste, più il figlio resiste. Più si pensa che educare significhi moltiplicare regole, più si produce opposizione. Educare, per Recalcati, non significa regolare un figlio, ma trasmettergli il senso della legge: non il divieto sterile, ma il senso del limite. Il “non tutto”. Non posso avere tutto, sapere tutto, essere tutto.

È proprio questo limite, paradossalmente, ad accendere il desiderio. Dove tutto viene presentato come possibile, anche sconfiggere la morte, non invecchiare mai, cancellare ogni fragilità, il desiderio rischia di spegnersi. La vita, dice Recalcati, non deve essere solo lunga. Deve essere larga.

Nella Sala Oro, l’amore ha dunque il primo odore della giornata: quello della frattura. Non è ancora salvezza, non è ancora incontro felice. È il punto in cui qualcosa può rompersi. Ma anche il luogo in cui, dentro la polvere, può continuare a esistere una forma di luce.

 

Massimo Recalcati durante l'incontro in Sala Oro

 

Ammaniti, Jovanotti e il primo amore nella Sala 500

Più tardi, il clima cambia. Per l’incontro con Niccolò Ammaniti e Jovanotti, la lunga attesa sotto il sole cocente di fine maggio non spegne il desiderio del pubblico di entrare nella Sala 500 del Lingotto. L’organizzazione della fila, gestita dal giovanissimo staff del Salone, permette di contenere l’impazienza e accompagnare l’ingresso in una delle sale più eleganti della giornata.

Dentro, Ammaniti e Jovanotti sembrano due amici scanzonati. Il dialogo, moderato con equilibrio da Annalisa Cuzzocrea, procede spesso in modo divertito e divertente. Si parla di scrittura, di adolescenza, di personaggi, ma anche della volontà dei due di realizzare un film insieme.

Al centro c’è Il custode, il romanzo di Ammaniti che racconta Nilo, un ragazzino attraversato dalla tempesta della preadolescenza. Jovanotti insiste sulla capacità dell’autore di raccontare quell’età instabile in cui tutto sta per accadere e niente è ancora chiaro. Il punto di vista, nel libro, sembra muoversi: a volte è quello di Nilo, a volte sembra allargarsi, come se l’infanzia non potesse essere raccontata da una sola prospettiva.

Ammaniti racconta che l’idea nasce da un’immagine legata al mito di Medusa. Una creatura capace di pietrificare con lo sguardo. Da lì prende forma una domanda narrativa: cosa accadrebbe se una famiglia custodisse davvero un mostro? E cosa si potrebbe fare con quel potere, magari davanti alla morte, al desiderio di trattenere qualcuno per sempre?

Il tema del segreto familiare entra così nel discorso. Le famiglie, nei libri di Ammaniti, non sono mai luoghi del tutto pacificati. Sono attraversate da linee scure, zone di pazzia, presenze rimosse. Ci sono cose che i figli respirano prima ancora di poterle nominare. Anche qui, in fondo, l’olfatto funziona come senso narrativo: Nilo sente che qualcosa non va, prima ancora di capirlo davvero.

Poi arriva l’amore. Per Ammaniti, l’atto di pietrificare di Medusa assomiglia al momento in cui ci si innamora. All’inizio l’amore sembra libertà: la possibilità di uscire dalla famiglia, di scappare, di stare al mare quanto si vuole, di seguire una donna sbagliata, di immaginare un’altra vita. Ma subito può diventare anche possesso. Desiderio di trattenere l’altro, di fermarlo, quasi di pietrificarlo, appunto.

Jovanotti, su questo, propone uno sguardo diverso. Per lui l’amore è più vicino alla fusione, all’energia che unisce, al movimento. Ed è proprio nella differenza tra i due che l’incontro trova una delle sue parti più vive: l’amore è libertà o cattura? È fuga dalla famiglia o nuova forma di legame? È movimento o immobilità?

Dopo la ferita raccontata da Recalcati, qui l’amore prende un altro odore: quello del primo incontro, della scoperta, della tempesta adolescenziale. Non è ancora dipendenza, ma già perdita di controllo.

 

Jovanotti, Cuzzocrea e Ammaniti

 

Welsh, Trainspotting e la dipendenza dall’amore

Nel pomeriggio, la fila che precede l’ingresso in Sala Azzurra racconta da sola quanto Trainspotting abbia segnato una generazione. Non mancano le magliette celebrative del film diretto da Danny Boyle. Qualcuno, all’ingresso di Irvine Welsh, mostra anche una sciarpa dell’Hibernian, la squadra di cui lo scrittore è grande tifoso.

L’atmosfera è diversa da quella degli incontri precedenti. Più elettrica, più rumorosa, più carica di memoria. Qui non c’è soltanto l’attesa per un autore. C’è il ritorno di un immaginario: Renton, Sick Boy, Spud, Begbie, l’eroina, Edimburgo, la rabbia, la fuga, gli anni Novanta, anche se il libro guarda ancora agli anni Ottanta.

Welsh apre con una lettura da Men in Love. Giuseppe Culicchia lo presenta come un autore capace di cambiare la letteratura, poi il dialogo entra subito dentro il romanzo. In Men in Love ritroviamo i quattro “moschettieri” di Trainspotting subito dopo la fine del primo libro. Renton ha preso i soldi di tutti. Sick Boy è a Londra, fidanzato con una ragazza aristocratica finita anche lei dentro le dipendenze, e prova a far entrare i vecchi compagni nel mondo posh della futura sposa. Spud tenta di fare il bravo ragazzo. Begbie resta Begbie.

Irvine Welsh legge al pubblico l'intro di Men in love

 

Welsh racconta di avere un archivio dei suoi personaggi, ma anche di non controllarli fino in fondo. Continua a scrivere su di loro, dice, ma gli serve sempre un tema per trasformare quel materiale in romanzo. I personaggi, in qualche modo, scrivono per lui. Si sviluppano scrivendo. Non sono soltanto figure da muovere, ma impulsi, dispositivi, quasi motivi musicali.

Culicchia porta poi il discorso sugli anni Ottanta, sull’epoca Thatcher, su un decennio che non rappresenta solo una rottura, ma l’inizio di qualcosa che non è mai davvero finito. Welsh conferma. Viviamo ancora dentro gli anni Ottanta, dice in sostanza: nelle fusioni che hanno creato mega aziende, nel passaggio dalla libera impresa a un’oligarchia globale, nella distruzione dell’editoria indipendente, nella falsa libertà di internet diventata nuova oligarchia digitale.

Dentro questo mondo, l’amore di Men in Love non ha niente di pulito. Entra nei corpi, nelle dipendenze, nei soldi rubati, nei rapporti di classe, nella nostalgia e nella violenza. Quando Culicchia cita una nuova dipendenza, “l’unica che non riesci a mollare perché è lei che ti molla”, Welsh risponde indicando due grandi forme di connessione: l’amore e l’arte. Sono ciò che permette agli esseri umani di superare, almeno per un istante, i propri limiti. Proprio per questo possono diventare dipendenza.

In Welsh l’amore non salva automaticamente. Non redime i personaggi, non li ripulisce, non cancella il passato. È piuttosto un’altra sostanza, forse la più difficile da governare, perché contiene sempre l’altro. E quindi contiene l’abbandono, il rifiuto, la perdita. Non sei tu a decidere quando finisce. A volte, semplicemente, è l’amore che ti lascia.

Nella parte finale, Welsh parla anche di scrittura. Dice che la quantità serve a trovare la qualità: può scrivere ventimila parole per salvarne mille. Non è un dettaglio secondario, soprattutto in un tempo in cui tutto sembra poter essere prodotto in modo veloce e automatico. La scrittura, per Welsh, resta un lavoro sporco, lungo, selettivo. E deve poter essere anche scomoda. Gli editori, osserva, oggi sembrano temere gli autori controversi, ma forse proprio la noia prodotta da media e social riaprirà il desiderio di voci meno addomesticate. Il mondo, dice, ha bisogno anche di persone che scrivano cose antipatiche.

A colpire, oltre all’intervento, è anche la grande disponibilità nel lasciare spazio alle domande del pubblico. Non una chiusura fredda, ma un confronto aperto, in cui l’autore resta dentro la sala e dentro l’energia di chi lo ha atteso.

Con Welsh, il terzo odore della giornata è quello della dipendenza. Dopo la ferita di Recalcati e il primo amore di Ammaniti, l’amore diventa qualcosa che non si controlla, che si confonde con il bisogno, con l’arte, con la fuga, con la nostalgia. Una nostalgia che Welsh definisce quasi una malattia mentale della sua generazione.

L’amore resta nell’aria

Alla fine, il quarto giorno del Salone sembra aver raccontato l’amore senza mai trattarlo come un sentimento semplice. In Recalcati è la ferita del primo incontro fallito, la frattura che può chiudere il soggetto alla vita. In Ammaniti e Jovanotti è tempesta, adolescenza, desiderio di fuga, ma anche rischio di possesso. In Welsh è dipendenza, trascendenza mancata, bisogno di connessione dentro un mondo che continua a produrre abbandoni.

L’olfatto, allora, non è solo il tema esterno della giornata. È il modo in cui questi incontri sembrano parlare tra loro. Perché certe cose, al Salone, non si capiscono subito. Si sentono. Si respirano nelle sale piene, nelle file sotto il sole, nelle magliette di Trainspotting, nei silenzi attenti davanti a Recalcati, nelle risate tra Ammaniti e Jovanotti, nelle domande rivolte a Welsh.

L’amore attraversa tutto così: non come soluzione, ma come traccia. Qualcosa che arriva prima delle parole e resta dopo. Una frattura, una scoperta, una dipendenza. Una presenza che, anche quando l’incontro finisce e la sala si svuota, continua a rimanere nell’aria.

 
 
 
Roberto Saviano|||

In Sala Oro, Roberto Saviano racconta Michela Murgia a partire da Lezioni sull’odio. Poi, all’Arena Bookstock, la sociologia del maranza ribalta gli stereotipi sulla periferia. Due incontri diversi, attraversati dallo stesso nodo: il modo in cui parole, sguardi ed etichette finiscono per toccare i corpi.

Ci sono giornate del Salone del Libro che tengono insieme incontri lontanissimi tra loro. Non per tema, non per pubblico, non per tono. Ma per un filo sotterraneo che compare a distanza di ore e costringe a rileggere tutto da un’altra prospettiva.

Succede nella giornata che passa dalla Sala Oro, dove Roberto Saviano racconta Michela Murgia a partire da Lezioni sull’odio, all’Arena Bookstock del Padiglione 4, dove l’incontro Sociologia del maranza, il ribaltamento degli stereotipi sulla periferia prova a smontare una parola ormai entrata nel linguaggio comune.

Da una parte c’è l’eredità intellettuale di una scrittrice che ha fatto del linguaggio un campo di battaglia. Dall’altra una generazione spesso raccontata attraverso un’etichetta — “maranza” — prima ancora che attraverso una storia.

In mezzo, lo stesso problema: le parole non sono mai innocue. Possono diventare cura, memoria, ironia, ma anche ferita, stigma, esclusione. Possono proteggere qualcuno o inchiodarlo a un’immagine.

Murgia, l’odio e la responsabilità delle parole

L’incontro dedicato a Michela Murgia si svolge in una Sala Oro piena, davanti a un pubblico attento, commosso e a tratti divertito. A introdurre Roberto Saviano è Concita De Gregorio, in un appuntamento che non ha il tono della commemorazione formale, ma quello di un ritorno vivo dentro il pensiero di Murgia.

Il punto di partenza è Lezioni sull’odio, libro che permette di affrontare uno dei temi più scomodi della sua eredità: l’odio non come semplice insulto, non come rabbia generica, ma come gesto relazionale. Qualcosa che si costruisce nel rapporto con l’altro, che ha bisogno di un bersaglio, di una distanza, di un nome da trasformare in colpa.

Saviano insiste proprio su questa differenza: rabbia e odio non sono la stessa cosa. La rabbia può nascere da una ferita, da un’ingiustizia, da un dolore. L’odio, invece, spesso arriva da fuori, viene educato, indirizzato, reso socialmente disponibile.

È il meccanismo di chi non si assume fino in fondo la responsabilità del proprio sguardo: “io non sono razzista, sono loro che sono neri”. Una frase che sposta sull’altro il peso dell’odio, come se il problema non fosse in chi guarda, ma in chi viene guardato.

Murgia viene ricordata non come una voce semplicemente “controcorrente”, ma come una figura scomoda. La differenza è importante. Essere controcorrente può diventare una posa. Essere scomodi significa non permettere agli altri di restare tranquilli nella neutralità.

Su questo punto entra anche Marcello Fois, richiamando la neutralità come mancanza di responsabilità, come forma di ignavia. L’intellettuale, quando prende davvero posizione, non può essere comodo. Non lo era Murgia, non lo è Saviano, non lo è stato Gramsci. E proprio per questo l’indifferenza diventa una delle zone più pericolose: perché spesso consente al meccanismo dell’odio di continuare senza essere nominato.

 

De Gregorio e Saviano

 

Il video portato da Tagliaferri

Uno dei momenti più intensi arriva con il video portato da Chiara Tagliaferri come omaggio a Michela Murgia: un intervento in cui la scrittrice racconta una serie di insulti in sardo, trasformando il tema dell’offesa in qualcosa di linguistico, culturale e profondamente fisico.

In quel passaggio, la presenza di Murgia torna in sala non come immagine da archivio, ma come voce ancora capace di lavorare sul presente. Il sardo non è soltanto una nota biografica o un colore locale: diventa lingua della memoria, dell’appartenenza, ma anche della ferita.

L’insulto, pronunciato in una lingua carica di identità, mostra ancora meglio quanto le parole possano essere concrete. Non sono solo suoni. Non sono solo sfoghi. Sono forme di potere. Servono a ridurre l’altro, a chiuderlo dentro una definizione, a impedirgli di essere più complesso dell’etichetta che gli viene appiccicata addosso.

È qui che il discorso sull’odio smette di essere astratto. Le parole toccano. Lasciano segni. Entrano nella vita delle persone. Possono trasformare una fragilità in bersaglio, una differenza in colpa, un’identità in caricatura.

La fragilità come scudo

Nella parte finale dell’incontro, Concita De Gregorio riporta il ricordo dell’ultimo incontro con Murgia. Entrambe, in modi diversi, si trovavano davanti a un danno: Murgia già segnata dalla malattia, De Gregorio davanti a una decisione importante.

Da quel racconto emerge una figura quasi da condottiera, ma non nel senso più semplice del termine. Murgia appare in posizione di battaglia, sì, ma anche intenta a proteggere la propria fragilità. Una fragilità fatta di solitudine, frattura, disagio. Qualcosa che non viene nascosto, ma custodito. Quasi trasformato in maschera, in scudo.

Il punto più umano dell’incontro sta forse qui: nessuno è invincibile. Nemmeno chi sembra avere sempre la parola giusta, la risposta più netta, la postura più forte. Ma il modo in cui Murgia ha attraversato la propria vulnerabilità la rende ancora oggi una figura difficile da archiviare. Non perché fosse intoccabile, ma perché ha mostrato che anche la fragilità può diventare pensiero, posizione, resistenza.

Alla domanda su che cosa resti di lei, Tagliaferri risponde indicando i libri. Non una memoria ridotta a citazioni, non una santificazione pubblica, ma una produzione scritta che continua a parlare. Chiedersi cosa direbbe oggi Michela Murgia significa, prima di tutto, tornare ai suoi testi.

Fois aggiunge un’altra parola: promessa. L’eredità di Murgia sta anche nelle promesse fatte e sussurrate. Non accettare l’opzione fascista in un Paese antifascista. Non accettare un Paese che impedisce a ciascuno la propria narrazione. Non accettare che “intellettuale” diventi un insulto.

In fila per la sociologia del maranza

Qualche ora dopo, il discorso sulle parole e sulle etichette cambia luogo, pubblico e temperatura. All’Arena Bookstock del Padiglione 4, per l’incontro Sociologia del maranza, il ribaltamento degli stereotipi sulla periferia, la fila racconta già qualcosa prima ancora che inizi il dibattito.

Non c’è un solo pubblico. Ci sono ragazzi, adolescenti, giovani adulti, ma anche persone più grandi, curiosi, lettori, genitori, frequentatori del Salone che forse con quella parola — “maranza” — hanno un rapporto più esterno, più mediato, più giudicante.

La varietà anagrafica della fila dice già che il tema non riguarda soltanto una generazione. Riguarda il modo in cui una società guarda i suoi giovani, le sue periferie, le sue trasformazioni.

Con Kriim, artista legato al linguaggio rap e alle culture urbane, Anas Moukhafi, direttore dell’etichetta discografica Kayros Music, Tommaso Sarti, autore di Pisciare sulla metropoli, e Gabriel Seroussi, giornalista e autore di La periferia vi guarda con odio, l’incontro prova a smontare una parola diventata comoda proprio perché semplifica.

“Maranza” sembra dire tutto in fretta: un certo modo di vestirsi, una certa musica, una postura, la strada, la periferia, il sospetto. Ma è proprio questa rapidità a essere pericolosa.

Perché quando una parola diventa etichetta, non descrive più: blocca.

 

Ribaltare lo sguardo sulla periferia

Il cuore dell’incontro sta nel ribaltamento dello stereotipo. La periferia non viene raccontata soltanto come luogo del disagio, ma come spazio di produzione culturale. Non solo rabbia, non solo marginalità, non solo cronaca nera: anche linguaggio, estetica, musica, appartenenza, creatività.

Rap, trap, social, abiti, slang, modi di stare insieme: tutto ciò che spesso viene liquidato come folklore urbano o segnale di degrado può essere letto anche come forma di autorappresentazione. Un modo per dire: non vogliamo essere raccontati soltanto dagli altri.

È un passaggio decisivo. Perché il “maranza” non è solo una figura osservata, derisa o temuta. Può diventare anche un soggetto che prende parola. Che costruisce un’immagine di sé. Che occupa lo spazio pubblico non solo come problema, ma come presenza.

Il discorso diventa ancora più forte quando entra il tema delle seconde generazioni. Ragazzi che rischiano di essere considerati “figli di nessuno”: non più pienamente appartenenti al Paese d’origine delle famiglie, ma nemmeno riconosciuti fino in fondo dal Paese in cui vivono, parlano, crescono, desiderano.

A quel punto la periferia non è più soltanto un luogo geografico. Diventa una condizione simbolica. Stare dentro la città, ma essere percepiti ai margini. Parlare la stessa lingua, ma essere trattati come estranei. Produrre cultura, ma essere ancora letti come minaccia.

Dalle parole agli sguardi

Visti insieme, i due incontri finiscono per rispondersi. In Sala Oro, Murgia e Saviano mostrano come l’odio passi attraverso le parole, come l’insulto non sia mai soltanto una battuta, come la neutralità possa diventare una forma di complicità. All’Arena Bookstock, la sociologia del maranza mostra cosa succede quando una parola diventa sguardo sociale, quando un’etichetta si appoggia sui corpi e li precede.

In entrambi i casi, il problema è la narrazione. Chi ha il potere di nominare? Chi decide che una persona è scomoda, pericolosa, ridicola, fuori posto? Chi stabilisce quando una fragilità diventa debolezza, quando una periferia diventa degrado, quando un’identità diventa insulto?

Il Salone, in questa giornata, sembra suggerire che la cultura non serve a rendere tutto più elegante o più sopportabile. Serve, semmai, a complicare ciò che il linguaggio comune semplifica troppo in fretta. A restituire peso alle parole. A ricordare che dietro ogni definizione c’è qualcuno che può esserne colpito.

Le storie, i libri, gli incontri pubblici non restano mai soltanto sulla pagina o sul palco. Scendono nella voce, nei corpi, negli sguardi, nelle file davanti a una sala. E quando arrivano lì, sulla pelle delle persone, smettono di essere teoria. Diventano esperienza.

Zerocalcare|||

Se la prima giornata era stata attraversata dallo sguardo, la seconda trova nell’udito il suo senso dominante. Al Salone del Libro, ascoltare significa dare spazio a ciò che rischia di essere cancellato: le storie di chi resiste al potere e quelle di chi resta nei territori fragili. Da Zerocalcare a Brunori Sas e Vito Teti, resistenza e restanza diventano due parole sorelle, unite dalla stessa domanda: che cosa siamo disposti a non abbandonare?

Dal vedere all’ascoltare

Dopo lo sguardo, l’ascolto. Se la prima giornata del Salone del Libro aveva attraversato il mondo attraverso immagini, prospettive e luoghi della memoria, il secondo giorno sembra chiedere qualcosa di diverso: fermarsi, fare silenzio, prestare attenzione.

Non si tratta più soltanto di osservare il presente, ma di ascoltare le voci che lo attraversano. Voci che arrivano dai margini, dai territori fragili, dalle storie scomode, da ciò che spesso resta fuori dal rumore pubblico. Il 15 maggio, tra l’incontro con Zerocalcare e quello con Brunori Sas e Vito Teti, il Salone ha fatto emergere un filo comune: quello tra resistenza e restanza.

Due parole diverse, quasi lontane, ma unite da una stessa postura: non arretrare. Resistere significa non lasciare campo libero al potere, alla repressione, alla sorveglianza. Restare significa non consegnare i luoghi allo spopolamento, alla nostalgia sterile, all’idea che certi territori siano già perduti.

Zerocalcare e le storie di resistenza nell’Europa dell’intolleranza

All’Arena Bookstock, Zerocalcare è stato protagonista dell’incontro “Storie di resistenza nell’Europa dell’intolleranza”, in dialogo con Giovanni De Mauro. Il legame tra Zerocalcare e la vicenda di Maja T. passa attraverso il graphic novel Nel nido dei serpenti, pubblicato con Momo Edizioni e BAO Publishing, e attraverso il relativo podcast diffuso da Internazionale. È da questo lavoro che prende forma il racconto di una storia capace di intrecciare antifascismo, repressione, giustizia europea e sorveglianza tecnologica.

Al centro del discorso è emersa la vicenda di Maja T., persona non binaria arrestata in Germania dopo l’opposizione, nel 2023, a una manifestazione neonazista a Budapest. Dagli appunti dell’incontro emerge una storia segnata da una forte sproporzione: una richiesta di pena pesantissima, il trasferimento da parte della polizia tedesca senza la possibilità di avvisare l’avvocato, una condanna poi arrivata a otto anni, a fronte di una prognosi di pochi giorni per chi avrebbe subito danni.

Ma il punto, nel racconto di Zerocalcare, non è soltanto la singola vicenda giudiziaria. È il modo in cui quella storia diventa il simbolo di un presente più largo, in cui il cittadino si trova spesso solo davanti ad apparati enormemente più forti.

Il discorso si allarga così al ruolo delle intercettazioni, della sorveglianza, delle grandi aziende tecnologiche e di strumenti come Palantir. Le big tech, spesso raccontate come luoghi neutri, efficienti, quasi salvifici, appaiono invece come strutture capaci di concentrare potere nelle mani di poche figure, non sempre guidate da un’etica pubblica.

Il risultato è una sensazione di squilibrio: da un lato il singolo individuo, dall’altro sistemi opachi, difficili da controllare, dotati di una capacità di osservazione e intervento sempre più estesa. In questo scenario, la resistenza raccontata da Zerocalcare non passa dalla retorica, ma dal racconto. Raccontare diventa un modo per rompere l’isolamento, per sottrarre una storia alla sua marginalità, per impedire che venga ridotta a un caso lontano.

 

 

Una storia che chiede di essere ascoltata

La forza dell’intervento di Zerocalcare sta proprio nella capacità di trasformare una vicenda specifica in una domanda collettiva. Cosa succede quando il potere diventa troppo grande per essere compreso dal singolo? Cosa resta della libertà individuale quando sorveglianza, intercettazioni e tecnologie predittive entrano nei meccanismi della giustizia e della sicurezza?

Il caso di Maja T. diventa così qualcosa di più di una cronaca giudiziaria. Diventa una storia che chiede ascolto, perché parla della fragilità dei corpi davanti agli apparati, della solitudine dell’individuo davanti alla macchina burocratica, giudiziaria e tecnologica.

In questo senso, l’ascolto non è passività. È già una forma di attenzione politica. Significa non lasciare che una vicenda venga inghiottita dalla distanza, dalla complessità o dall’indifferenza. Significa riconoscere che alcune storie, per quanto sembrino lontane, parlano anche del modo in cui immaginiamo la libertà, il dissenso e il diritto alla difesa.

Brunori Sas e Vito Teti: la restanza come scelta

A distanza di poche ore, il dialogo tra Brunori Sas e Vito Teti, moderato da Tommaso Labate, ha spostato il discorso su un’altra forma di opposizione: non più la resistenza davanti al potere repressivo, ma la restanza come scelta culturale, territoriale ed esistenziale.

Al centro dell’incontro c’era la Calabria, ma non come cartolina nostalgica né come terra condannata alla partenza. La Calabria diventa piuttosto un luogo da interrogare. Cosa significa abitare un territorio fragile? Cosa significa restare in un paese, in una regione, in un Sud spesso raccontato solo attraverso la mancanza, l’arretratezza o la fuga?

Il pensiero di Vito Teti offre a questa domanda una cornice antropologica. La restanza non è immobilità, non è rassegnazione, non è semplice attaccamento alle radici. È una forma di presenza attiva. Restare vuol dire prendersi cura dei luoghi, riconoscerne le ferite, ma anche le possibilità. Significa opporsi all’idea che alcuni territori siano destinati solo a svuotarsi.

Brunori Sas porta in questo discorso una sensibilità diversa ma complementare. La sua scrittura musicale è spesso attraversata da memoria, provincia, famiglia, fragilità, appartenenza. Nelle sue canzoni il Sud non è mai soltanto scenario: è un luogo mentale, affettivo, contraddittorio. Un posto da cui si può partire, ma che continua a parlare anche quando ci si allontana.

Brunori, Labate e Teti (foto: CosenzaPost)

 

Restare non è rassegnarsi

La restanza, nel dialogo tra Brunori e Teti, non coincide con il semplice “non partire”. Non è una forma di immobilità, né una celebrazione ingenua delle radici. È piuttosto un modo per rifiutare la narrazione secondo cui alcuni luoghi non avrebbero più futuro.

Restare significa abitare la contraddizione. Significa sapere che un territorio può essere ferito, fragile, impoverito, e tuttavia non per questo condannato alla sparizione. Significa guardare ai paesi, alle comunità e alle periferie interne non come residui del passato, ma come luoghi da cui può ancora nascere una possibilità.

Se Zerocalcare racconta il corpo esposto al potere, Brunori e Teti raccontano i luoghi esposti all’abbandono. Eppure il movimento profondo è simile: non lasciare che siano altri a decidere cosa deve scomparire.

Resistenza e restanza: due forme dello stesso gesto

Zerocalcare e Brunori Sas sembrano muoversi su piani molto diversi. Il primo attraversa il terreno della militanza, della repressione, della sorveglianza e della giustizia. Il secondo, insieme a Vito Teti, ragiona sul rapporto con la Calabria, con i paesi, con le radici e con lo spopolamento.

Eppure, nella distanza, emerge una stessa domanda: che cosa siamo disposti a non abbandonare?

Nel caso di Zerocalcare, non abbandonare significa non voltarsi dall’altra parte davanti a una vicenda scomoda. Significa non lasciare sola una persona dentro un sistema che sembra sproporzionato rispetto al singolo. Significa diffidare delle tecnologie quando diventano strumenti di controllo e non di emancipazione.

Nel caso di Brunori e Teti, non abbandonare significa restituire dignità ai luoghi marginali. Non raccontare il Sud solo come destino di fuga, ma come spazio ancora capace di produrre pensiero, comunità e futuro. Restare, allora, non è il contrario di partire. È il contrario di cancellare.

Il secondo giorno come giornata dell’ascolto

La forza del secondo giorno del Salone sta proprio qui: nell’avere accostato, forse anche involontariamente, due forme diverse di permanenza. Da una parte la resistenza di chi continua a raccontare le ingiustizie; dall’altra la restanza di chi continua ad abitare i luoghi fragili. Entrambe chiedono ascolto. Entrambe rifiutano l’indifferenza.

Dopo lo sguardo, dunque, l’udito. Il Salone del Libro non è solo il luogo in cui si vedono autori, ospiti, incontri e sale piene. È anche uno spazio in cui alcune voci chiedono di essere prese sul serio: la voce di chi denuncia una sproporzione di potere, la voce di chi racconta territori lasciati ai margini, la voce di chi prova a dare parole a ciò che rischia di essere semplificato, rimosso o dimenticato.

Il 15 maggio, il Salone ha messo accanto due verbi necessari: resistere e restare. Resistere davanti alla repressione, alla sorveglianza, all’opacità del potere. Restare dentro i luoghi, dentro le comunità, dentro le contraddizioni di una terra che non vuole essere ridotta all’abbandono.

In fondo, entrambe le parole indicano una scelta. Non lasciare il campo libero. Non permettere che tutto venga deciso altrove. Non accettare che una persona, una storia, un paese o una comunità scompaiano nel silenzio.

E forse è proprio questo il senso più forte della seconda giornata: il Salone, dopo aver insegnato a guardare, chiede di ascoltare ciò che di solito rimane sotto il rumore. Le vite esposte alla forza del potere, i territori lasciati ai margini, le parole che provano ancora a opporsi alla cancellazione.

Resistenza e restanza diventano così due forme dello stesso gesto: continuare a esserci.

 
 
 
 
 
 
 
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Primo giorno al Lingotto: tra immaginazione, luoghi invisibili e ferite trasformate in racconto

 
 

La grande mappa culturale del Lingotto

Il primo giorno del Salone Internazionale del Libro di Torino non ha parlato soltanto di libri. Ha parlato soprattutto di sguardi: quelli che mancano, quelli che si perdono, quelli che arrivano tardi ma riescono a vedere più in profondità. Dentro i padiglioni del Lingotto, la XXXVIII edizione intitolata Il mondo salvato dai ragazzini si è aperta come una grande mappa culturale del presente, capace di tenere insieme letteratura internazionale, giornalismo, sport, musica, divulgazione e cultura pop. Il titolo richiama l’omonima opera di Elsa Morante, pubblicata nel 1968: un libro difficile da classificare, sospeso tra poesia, manifesto, racconto e invettiva, in cui lo sguardo dei più giovani diventa una forza capace di mettere in discussione il mondo adulto, le sue guerre, le sue strutture di potere e le sue forme di rassegnazione. In questo senso, il Salone sembra partire da una domanda precisa: può esistere ancora uno sguardo non addomesticato, capace di immaginare una salvezza diversa?

I numeri restituiscono la dimensione della manifestazione: 147 mila metri quadrati espositivi, oltre 500 stand, 1.250 marchi editoriali, 70 sale, più di 2.700 eventi al Lingotto e oltre 500 appuntamenti del Salone Off sul territorio. Ma a raccontare davvero la forza di questa edizione sono anche i nomi che la attraversano: da Zadie Smith a Emmanuel Carrère, da Irvine Welsh a David Grossman, da Valeria Luiselli ad Alessandro Baricco, da Alessandro Barbero ad Alberto Angela, fino a Zerocalcare, Roberto Saviano, Luciana Littizzetto, Jovanotti, Luciano Ligabue, Roberto Baggio e Alberto Tomba.

Questo articolo è la prima tappa di un reportage che accompagnerà il Salone fino alla sua conclusione, provando a raccontarlo non solo attraverso gli eventi più attesi, ma anche attraverso le traiettorie meno immediate: gli incontri, le parole, i passaggi laterali, le contraddizioni e gli sguardi che attraversano il Lingotto giorno dopo giorno. In mezzo a questa geografia affollata di voci, il primo giorno ha consegnato una domanda più sottile: che cosa riusciamo ancora a vedere, in un Paese e in un tempo che sembrano già fotografati, raccontati e consumati fino allo sfinimento? Dagli incontri con Paola Caridi, Gianrico Carofiglio e Roberto Baggio è emerso un filo comune: la necessità di rallentare, cambiare prospettiva, attraversare le ombre e tornare a guardare ciò che resta sotto la superficie.

 

Paola Caridi: lo sguardo che dà voce ai luoghi

Con Paola Caridi, giornalista, saggista e presidente di Lettera22, il reportage di Nerospinto trova una delle sue prime traiettorie: Gaza, raccontata non soltanto attraverso la cronaca, ma anche attraverso la letteratura e l’immaginazione. A Lingotto ha presentato La voce di Gaza, pubblicato da Feltrinelli, un libro che sceglie un punto di vista insolito e simbolico: quello di un antico sicomoro, albero testimone della storia, delle ferite e delle trasformazioni della città. Il sicomoro diventa così più di un’immagine poetica: è una presenza che osserva, custodisce e restituisce memoria, quasi un ombrello dell’immaginario sotto cui raccogliere vite, paure, leggende e macerie. In questo primo giorno di Salone, Caridi ha portato uno sguardo capace di sottrarsi alla superficie dell’attualità, provando a restituire profondità a un luogo spesso schiacciato dalle immagini della guerra. La letteratura, in questo senso, non allontana dalla realtà: permette di abitarla con maggiore attenzione, dando voce a ciò che rischia di restare invisibile dietro il rumore della cronaca.

 
 
 
Paola Caridi

 

Gianrico Carofiglio: lo sguardo come gesto eversivo

Con Gianrico Carofiglio, scrittore, ex magistrato e tra gli autori italiani più letti, lo sguardo si sposta sulle città e sui paesaggi italiani. Al Salone con Viaggio in Italia, pubblicato dal Touring Club Italiano, un libro che non si limita a indicare luoghi da visitare, ma prova a interrogare il modo in cui li attraversiamo. Non una guida classica, quindi, ma un percorso fatto di deviazioni, dettagli laterali, intuizioni e apparizioni improvvise. È da questa prospettiva che prende forma uno dei passaggi più significativi dell’incontro: guardarsi attorno è un’azione eversiva. In un Paese già fotografato, consumato e raccontato infinite volte, Carofiglio invita a fermarsi prima dello scatto, a recuperare la capacità di perdersi, distrarsi, osservare senza obiettivo immediato. La distrazione, nel suo racconto, non è mancanza di attenzione, ma possibilità creativa: prendere nota di ciò che emerge quando si smette di cercare soltanto ciò che era previsto. Torino, Bari, Firenze, Genova e le altre città del libro diventano così territori da guardare più a lungo, serbatoi di storie visibili e invisibili. Raccontare l’Italia, sembra suggerire Carofiglio, è ancora possibile: a patto di cambiare postura, accettare il disorientamento e lasciare che i luoghi ci sorprendano prima ancora di essere spiegati.

 
Gianrico Carofiglio (foto Andrea Colzani)
 
 

Roberto Baggio: la luce oltre il buio

Il terzo sguardo è quello, più intimo, di Roberto Baggio. Al Salone, la leggenda del calcio italiano ha dialogato intorno a La luce nell’oscurità, scritto con Valentina Baggio e Matteo Marani per Rizzoli Illustrati: non soltanto il racconto di una carriera sportiva, ma il tentativo di rileggere una vita attraverso le sue prove più dure, dagli infortuni a Pasadena. Qui lo sguardo non riguarda i luoghi, ma il modo in cui una persona decide di attraversare il proprio buio senza farsene definire. Il dialogo con la figlia Valentina aggiunge al libro una dimensione privata, quasi domestica: non il campione raccontato dall’esterno, ma un padre che si confronta con la propria storia davanti a chi ne eredita domande, immagini e silenzi. La gratitudine diventa allora una forma di consapevolezza: non negare l’oscurità, ma riconoscere ciò che anche le avversità hanno insegnato. Dalle stampelle in casa al maledetto rigore, Baggio costruisce un racconto in cui umiltà e autostima non si contraddicono: la prima non abbassa l’uomo, lo radica; la seconda non lo gonfia, lo sostiene. In questo senso, il libro assume quasi la forma di una preghiera laica, una memoria luminosa che non dimentica il buio da cui proviene.

 
 
Valentina e Roberto Baggio
 
 
 
 
 
 
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A Milano gli aperitivi si somigliano spesso tutti. Poi ci sono serate che riescono a creare qualcosa di diverso, dove il drink diventa quasi un dettaglio e il vero centro della scena sono le persone, le chiacchiere e quell’atmosfera leggera che ti fa fermare più del previsto. Succede da Maido!, il primo izakaya milanese dedicato all’okonomiyaki, che stasera torna con il secondo appuntamento dell’aperitivo in lingua organizzato insieme a Ciao!Journal, rivista giapponese dedicata alla comunità nipponica in Italia.

Il primo evento era andato sold out in pochissimo tempo e il motivo si capisce facilmente: niente lezioni frontali, niente situazioni rigide o troppo impostate. L’idea è semplice — parlare italiano e giapponese davanti a un drink — ma funziona perché tutto avviene in modo spontaneo, tra tavoli misti, piccoli giochi, quiz e momenti guidati che aiutano anche chi non conosce una parola di giapponese a sentirsi parte della serata.

Per questa seconda edizione arriva anche il karaoke, probabilmente il momento destinato a degenerare meglio: sigle di anime e cartoni animati che hanno segnato l’infanzia di una generazione intera, cantate senza troppe vergogne tra un kanpai e l’altro.

Il contesto fa il resto. Maido! negli anni si è costruito un’identità molto precisa: cucina giapponese pop, atmosfera informale, riferimenti a manga, street food e cultura contemporanea nipponica, lontano dall’idea più “patinata” del ristorante giapponese classico. E con la primavera il dehors sui Navigli diventa il posto perfetto per questo tipo di serate.

L’ingresso costa 15 euro e include drink più una selezione di bites giapponesi pensati per accompagnare l’aperitivo. Poi, come spesso succede nei posti riusciti, il rischio concreto è finire per restare anche a cena.

Per iscriversi: Eventbrite – Aperitivo in lingua da Maido!

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Per tre giorni il C.I.Q. di Milano torna a trasformarsi in un punto d’incontro tra culture, linguaggi musicali e generazioni diverse. Dall’8 al 10 maggio torna infatti Doremifasud, il festival arrivato alla sua nona edizione che negli anni ha smesso di essere soltanto una rassegna musicale per diventare un progetto culturale vero e proprio, capace di usare la musica come strumento di confronto e racconto del presente.

Dopo aver affrontato temi legati ai conflitti internazionali e al Mediterraneo come luogo di attraversamento e migrazione, l’edizione 2026 sceglie di concentrarsi su una frattura molto più quotidiana ma altrettanto evidente: quella tra Boomers, Millennials e Gen Z. Generazioni che spesso parlano linguaggi diversi anche attraverso la musica, trasformando gusti, artisti e generi musicali in elementi di distanza più che di connessione. Doremifasud prova invece a fare il contrario: mettere artisti appartenenti a mondi, età e background differenti sullo stesso palco, creando occasioni reali di ascolto, contaminazione e dialogo.

Il programma attraversa sonorità sudamericane, africane, jazz, afro-pop e world music, alternando concerti, cucina dal mondo e momenti performativi. Si parte venerdì 8 maggio con una serata dedicata alla musica sudamericana tra cumbia psichedelica, afro-jazz e ritmi brasiliani grazie a Trio Brazuca, Cacao Mental e Quartetto Tahuantin. Sabato 9 maggio il focus si sposta sull’Africa con artisti come Baba Sissoko, polistrumentista maliano di fama internazionale capace di fondere tradizione africana, jazz e blues, insieme a Denise Dimè e Chantal, giovane voce afro-pop che lavora sui temi dell’identità afrodiscendente contemporanea. Domenica 10 maggio spazio invece alla giornata intergenerazionale con concerti, spettacoli circensi e performance collettive, tra cui quella dell’Ararat Ensemble Orchestra insieme al griot senegalese Ndiaye Tuxaraam.

Accanto alla musica, resta centrale anche la dimensione sociale del festival. Quest’anno Doremifasud ospita infatti il progetto nato dalla collaborazione tra Wizard CC e l’Associazione Sunugal, dedicato alla raccolta fondi per ampliare un centro socio-culturale a Thiès, in Senegal, che negli ultimi anni ha accolto oltre 4.000 bambini e ragazzi. Un percorso che verrà raccontato anche attraverso un documentario realizzato durante un viaggio in Senegal previsto nelle settimane precedenti al festival.

Più che un semplice festival musicale, Doremifasud continua così a costruire uno spazio dove la cultura diventa occasione concreta di incontro, mantenendo al centro persone, relazioni e comunità.

in copertina: Denise Dimè

DOREMIFASUD 2026
8 – 10 maggio
C.I.Q. Milano
Via Fabio Massimo 19, Milano

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Because The night- Il palco delle cantautrici, il progetto Lady Day e il collettivo Dinamica Cantautrici in movimento insieme contro la violenza di genere, per l’appuntamento conclusivo della settima stagione della rassegna.  Al mare culturale urbano (Cascina Torrette, Via Quinto Cenni, 11, Milano), il 19 aprile, ore 19.00, si esibiranno le cantautrici Marta De Lluvia e Sue, Gabriella Diana (GAMAAR) e DADA SUTRA. 

Finalista di Dinamica Contest 2025 (dedicato alle cantautrici che vivono e operano in Italia, ideato e prodotto dal collettivo Dinamica Cantautrici in movimento, composto da Laura B, Sue e Vea) e destinataria in questa occasione della menzione speciale di Marian Trapassi, DADA SUTRA, al secolo Caterina Dolci, accoglie l’invito ad esibirsi all’interno del format Because the Night.

La serata sarà anche l’occasione, con la presenza sul palco di DADA SUTRA e di Gabriella Diana (voce e chitarra, GAMAAR) per il lancio del terzo volume della collana LE CRISALIDI, firmata da Lady Day Records, neonata etichetta discografica del marchio Lilium Produzioni (Self distribuzione).

 

Nerospinto ha incontrato la direttrice artistica di BTN- Il palco delle cantautrici, Marian Trapassi. 



 

D. Vogliamo fare un bilancio di questa settima stagione di Because the Night, che sta volgendo al termine?


Fare un bilancio di questa settima stagione significa riconoscere un percorso cresciuto nel tempo, ma rimasto fedele alla sua identità.
Because the Night è nato come uno spazio necessario e oggi è diventato una piccola comunità: un luogo di incontro e di ascolto autentico. Questa stagione mi restituisce soprattutto un senso di maturità, sia nella proposta artistica che nella relazione con il pubblico.
Ogni serata è stata più di un concerto: uno spazio reale in cui le artiste hanno potuto raccontarsi senza filtri. Se devo scegliere una parola, direi consapevolezza: sappiamo meglio chi siamo e perché continuiamo a farlo.

 

D. Dal 2019, anno di nascita del suo format, ad oggi, quali ritiene siano gli obiettivi raggiunti?


Dal 2019 ad oggi, credo che il risultato più importante sia aver dato continuità a uno spazio dedicato alle cantautrici, cosa tutt’altro che scontata.
Because the Night è riuscito a costruire nel tempo una rete di artiste, collaborazioni e pubblico attento, creando un contesto in cui la musica d’autrice al femminile potesse essere ascoltata con la giusta attenzione. Un obiettivo importante è stato anche quello di aprirsi a realtà affini, come il progetto Dinamica cantautrici in movimento, Lady Day e il Collettivo La Cantautrice: incontri che hanno arricchito il percorso e ampliato lo sguardo, creando connessioni reali tra artiste e progettualità diverse. Infine, credo sia fondamentale aver mantenuto una coerenza: ogni scelta artistica è stata guidata da un’idea precisa, e questo ha permesso al progetto di crescere senza perdere autenticità.

 

D. Ci sono degli aspetti, in Because the Night - Il palco delle cantautrici, che a suo avviso andrebbero ripensati?


Più che aspetti da ripensare, parlerei di un progetto in continua evoluzione.
Because the Night è nato in modo molto spontaneo e negli anni è cresciuto insieme alle persone che lo hanno attraversato. Sicuramente c’è sempre spazio per ampliare lo sguardo: intercettare nuove generazioni di artiste, sperimentare formati diversi e trovare modalità ancora più efficaci per dialogare con il pubblico. Mi interessa molto, per il futuro, lavorare ancora di più sulle connessioni: tra musica e altri linguaggi, tra artiste e territori, tra dimensione live e nuovi spazi di diffusione. Credo che la cosa più importante sia restare in ascolto, senza perdere l’identità ma continuando a mettersi in discussione.

 

D. Fermo restando che il superamento del gender gap, anche in ambito musicale, è una finalità imprescindibile, non pensa che, almeno in Italia, ad essere bistrattata non sia solo la canzone d’autrice ma, più genericamente, il cantautorato, senza differenze di genere?


Assolutamente sì, credo che oggi in Italia il cantautorato, in generale, attraversi una fase complessa e spesso venga penalizzato rispetto ad altre forme musicali più immediate o commerciali. Detto questo, penso anche che esista ancora una specificità legata al genere: le cantautrici, storicamente, hanno avuto meno spazio e meno riconoscimento, e questo squilibrio non è ancora del tutto superato. Per questo sento che le due questioni non si escludono, ma convivono: da un lato c’è la necessità di difendere e valorizzare il cantautorato in quanto tale, dall’altro quella di continuare a creare spazi dedicati, che possano riequilibrare una disparità ancora presente.L’obiettivo, forse, è proprio questo: lavorare perché un giorno non sia più necessario fare questa distinzione.

 

D. Sogna un mondo in cui non sia più d’obbligo diversificare la musica al femminile da quella al maschile ma si possa parlare, con pari dignità, di Musica, senza distinzioni di genere?


Sì, è un sogno che sento molto vicino.
Mi piacerebbe che si potesse parlare semplicemente di musica, senza dover specificare il genere di chi la scrive o la interpreta.Allo stesso tempo, credo che oggi sia ancora necessario attraversare una fase di consapevolezza, in cui queste differenze vengano nominate e affrontate.
Gli spazi dedicati, in questo senso, non sono una separazione, ma uno strumento per riequilibrare.Mi auguro che, col tempo, tutto questo diventi superfluo.
Che si arrivi a un punto in cui il valore di una canzone sia l’unico parametro, e in cui ogni voce possa avere la stessa possibilità di essere ascoltata.

 

D. Recentemente sono usciti, su etichetta Adesiva Discografica, due nuovi singoli, Rosa e Voglio. In che direzione sta andando la sua musica?


La direzione è quella di una maggiore essenzialità, ma anche di una consapevolezza diversa nel raccontarmi. Rosa, pur essendo un brano che arriva da lontano, ha trovato oggi una nuova forma, più aderente a quello che sono adesso, sia nel suono che nel testo. Voglio, invece, rappresenta una spinta più urgente: nasce da una riflessione sul desiderio, sull’immediatezza in cui siamo immersi e su questa continua tensione tra bisogno autentico e consumo emotivo. In generale, sento che la mia musica sta andando verso una sintesi: meno sovrastrutture, più verità.
Mi interessa raccontare quello che vivo e osservo con uno sguardo il più possibile onesto, anche quando è scomodo.

 

D. Vuole regalare ai lettori di Nerospinto una playlist primaverile di 5 brani irrinunciabili?


Più che una playlist “primaverile” in senso stretto, sono cinque brani che per me hanno a che fare con il risveglio, con il movimento e con una certa forma di luce: Monde Nouveau di Oscar Anton, Acqua che scorre di Niccolò Fabi, In the mornng di Joe Bel, Here comes the sun dei Beatles, Che vita meravigliosa di Diodato, Sono canzoni che sto ascoltando in questi giorni, mi portano verso aria di primavera e di “leggerezza profonda”.

 

D. Qual è il suo rapporto con i social?

Il mio rapporto con i social è un po’ambivalente.
Da un lato riconosco che sono uno strumento importante, soprattutto per chi fa musica: permettono di comunicare, creare connessioni e far circolare il proprio lavoro. Dall’altro, sento il bisogno di mantenere una certa distanza. Non sempre mi riconosco nei ritmi e nelle logiche dei social, che spesso spingono verso una presenza costante e una semplificazione dei contenuti. Cerco quindi di usarli in modo consapevole, senza farmi troppo condizionare: come uno strumento, appunto, e non come un fine. La dimensione che continuo a sentire più mia resta quella dell’incontro reale, del live, dello scambio diretto.

 

D. C’è una canzone non sua che le sarebbe tanto piaciuto aver scritto?


Sì, senza dubbio Imagine di John Lennon.
È una canzone che riesce a essere universale senza perdere semplicità, e che porta con sé una visione potentissima, quasi disarmante nella sua chiarezza. Mi affascina la capacità di dire qualcosa di così grande con parole essenziali, senza retorica.
È una di quelle canzoni che non appartengono più solo a chi le ha scritte, ma diventano patrimonio di tutti. E forse è proprio questo il sogno di chi scrive: riuscire, almeno una volta, a toccare qualcosa di così profondamente condiviso.

 

D. Immaginiamola per un attimo Direttrice Artistica del prossimo Sanremo, 5 nomi che vorrebbe assolutamente su quel palco?


Cercherei un equilibrio tra scrittura, identità e visione artistica.
Cinque nomi che mi piacerebbe vedere su quel palco sono: Giulia Mei, come voce emergente capace di portare uno sguardo autentico e necessario, Niccolò Fabi, per la profondità e la coerenza del suo percorso, La Rappresentante di Lista, per l’energia e la libertà espressiva, Motta, per l’urgenza e la scrittura diretta, Madame, per uno sguardo contemporaneo e personale. Mi piacerebbe un Festival capace di mettere al centro le canzoni, ma anche le visioni, senza paura di mescolare linguaggi diversi.

 

D. Il suo sogno di felicità in questi tempi così bui?


Il mio sogno di felicità è qualcosa di molto semplice: poter continuare a fare quello che amo, restando libera e fedele a me stessa. Ma oggi è impossibile non allargare lo sguardo.
Viviamo un tempo in cui la guerra è tornata ad essere una presenza concreta, quasi normalizzata, e questo per me è profondamente inquietante. Sembra che la vita umana conti sempre meno, schiacciata da interessi economici e logiche di potere. Per questo il mio sogno di felicità coincide sempre di più con un desiderio di pace reale, non astratta: una pace che rimetta al centro le persone, la dignità, l’ascolto. E forse, nel nostro piccolo, anche la musica può essere questo: uno spazio in cui resistere a questa deriva, e provare a restare umani.

 

 

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C’è una Milano che non ha mai smesso di esistere, anche se spesso resta ai margini delle nuove aperture e delle mode che cambiano. Una Milano fatta di tavole lunghe, di pranzi che iniziano senza fretta e finiscono nel pomeriggio, di luoghi che resistono più per necessità che per strategia.

Il Casottel è uno di questi.

A Porto di Mare, dentro una cascina ottocentesca che sembra rimasta sospesa nel tempo, la Pasqua si vive ancora così: tra il giardino, il pergolato quando la stagione lo concede e le sale interne che conservano un’atmosfera domestica, familiare, immediata. Basta poco per dimenticare di essere in città.

Qui il pranzo di Pasqua non è un esercizio di stile, ma una sequenza precisa di piatti che parlano una lingua chiara.

Si comincia dagli antipasti, quelli che arrivano al centro della tavola e mettono tutti d’accordo: salumi piacentini, sott’oli, uova ripiene e fiori di zucca. È l’inizio giusto, senza deviazioni, che riporta subito a una dimensione conosciuta.

Poi i primi, che lavorano su due registri diversi ma complementari. Le lasagne al pesto, morbide, piene, rassicuranti. E i ravioli di borragine burro e salvia, più delicati ma altrettanto legati a una cucina che non ha bisogno di reinterpretazioni per funzionare. Due piatti che non cercano di sorprendere, ma di restare.

I secondi sono il cuore del pranzo: capretto al forno con patate e carciofi, piatto simbolo della Pasqua, e vitello tonnato, che aggiunge una nota più fresca e completa il quadro. Non c’è bisogno di altro.

Si chiude con la colomba artigianale, accompagnata da crema chantilly e un flute di spumante. Anche qui, nessuna variazione sul tema: solo quello che serve.

Ma il punto, al Casottel, non è solo il menu.

È il contesto. È il fatto che, mentre Milano continua a trasformarsi, esistono ancora luoghi in cui le persone si siedono allo stesso tavolo senza appartenere allo stesso mondo. Dove il pranzo è ancora un momento che tiene insieme generazioni, abitudini e storie diverse.

Non è un caso se questa trattoria, attiva dal 1963 e portata avanti da tre generazioni di donne, sia diventata negli anni un riferimento per la città. Né sorprende che oggi sia al centro di una raccolta firme che ne chiede la tutela.

Perché il rischio è concreto: perdere il Casottel significherebbe perdere uno di quei posti che Milano non riesce più a creare da zero.

E allora, forse, questa Pasqua ha un significato leggermente diverso.

Andare al Casottel non è solo scegliere dove pranzare. È decidere di stare, anche solo per qualche ora, dentro una Milano che continua a esistere proprio perché qualcuno insiste a tenerla viva.

E che vale ancora la pena di difendere.

Trattoria Casottel
Via Fabio Massimo 25, Milano
Tel. 02 57403009 – www.casottel.it
Instagram @trattoria.casottel

 

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Tradizione, stagionalità e raffinatezza si incontrano tra il Ristorante Del Cambio e la Farmacia Del Cambio, nel cuore della città.

Un menù pasquale che celebra territorio e stagioni

Nel cuore di Torino, affacciato su Piazza Carignano, Ristorante Del Cambio celebra la Pasqua con un percorso gastronomico che unisce eleganza, memoria e contemporaneità.

Fondato nel 1757, il ristorante rappresenta una delle istituzioni più iconiche della città, capace di attraversare i secoli mantenendo intatto il proprio legame con la tradizione piemontese, arricchita da influenze francesi. Per l’occasione, la proposta pasquale (175 euro, bevande escluse) si sviluppa come un racconto della primavera attraverso ingredienti e suggestioni stagionali.

Ad aprire il percorso sono snack salati, seguiti da una capasanta gratinata con lattuga e rafano e da una delicata zuppetta fredda di piselli, panna e gamberi. Le prime verdure – piselli, asparagi ed erbe spontanee – diventano protagoniste, restituendo la freschezza della stagione, mentre piatti come gli gnocchi di spinaci con carciofi e Castelmagno e l’agnello con piselli e bietole richiamano la profondità della tradizione festiva.

Il mare si inserisce con discrezione, dialogando con ortaggi e carni secondo un’antica consuetudine piemontese. A chiudere il percorso, un dessert che celebra due simboli del territorio: il cioccolato e il Barolo Chinato, in un finale che unisce intensità e memoria.

 

Tra colombe e cioccolato, la Pasqua secondo la Farmacia Del Cambio

Accanto all’esperienza gastronomica, Farmacia Del Cambio propone una selezione di creazioni dedicate alla Pasqua, disponibili dal 20 marzo. Negli spazi eleganti della storica boutique, tra boiserie d’epoca e atmosfere sospese, la tradizione dolciaria si rinnova con gusto contemporaneo.

L’Uovo di Pasqua si presenta come un oggetto raffinato: un guscio di cioccolato fondente al 55% racchiude un cuore pralinato alla nocciola, mentre la decorazione con margherite di zucchero richiama i primi fiori primaverili. Accanto, la Colomba interpreta il grande classico con ingredienti d’eccellenza, come l’arancia candita di Corrado Assenza, la vaniglia Bourbon e una glassa croccante alle mandorle.

Completano l’offerta gli iconici prodotti della boutique: dai Cri Cri con nocciola tostata alla Crema Cavour, fino ai gianduiotti lavorati con cacao dell’Ecuador, tartufi al cioccolato, dragées e biscotti della tradizione piemontese.

Del Cambio si conferma così un luogo dove storia, gastronomia e cultura convivono in equilibrio. Un microcosmo che comprende, oltre al ristorante stellato, anche il Bar Cavour e la stessa Farmacia, offrendo esperienze diverse ma unite da una stessa visione: celebrare il tempo, il gusto e la bellezza. In occasione della Pasqua, questa filosofia si traduce in un invito a rallentare e a riscoprire il piacere delle cose fatte con cura, tra sapori autentici e suggestioni senza tempo.

 

 

 

testo a cura di Alessandro Infortuna

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