Il Salone chiude sotto la pioggia: resta il gusto lento dei libri
by Alessandro Infortuna ⁄ 20 Mag 2026Nel quinto e ultimo giorno, il Lingotto rallenta il passo. Tra stand che si svuotano, bilanci istituzionali e una malinconia lieve, la XXXVIII edizione del Salone del Libro consegna a Torino l’immagine di una comunità ancora affamata di pagine, incontri e presenza.
“Di un giorno di pioggia, al gusto di pioggia”, cantavano i Subsonica in Preso blu. E la pioggia che cade imperterrita su Torino, nel quinto e ultimo giorno del Salone del Libro, sembra avere qualcosa di simbolico: un velo di malinconia steso sul Lingotto, quasi a chiudere con delicatezza una festa durata cinque giorni.
Dalla sala stampa, dove il rumore dei giorni precedenti sembra essersi improvvisamente abbassato, la chiusura del Salone si percepisce in modo ancora più netto. I computer restano aperti, qualche giornalista sistema gli ultimi appunti, qualcuno rilegge, qualcuno saluta. Ma l’atmosfera è diversa: non più la corsa degli incontri da seguire, delle sale da raggiungere, delle dichiarazioni da appuntare, bensì il momento in cui tutto comincia lentamente a depositarsi.
Il fiume di persone che nei giorni precedenti aveva attraversato padiglioni, corridoi, code e sale sembra ormai essersi ritirato. In sala stampa c’è un silenzio quasi religioso. Fuori, il rumore del Salone si abbassa, mentre gli stand iniziano lentamente a svuotarsi. È il momento in cui l’energia accumulata lascia spazio al bilancio, alla memoria, a ciò che resta quando le luci cominciano a spegnersi.
E allora, cosa rimane di questa edizione? Rimane l’immagine di un evento capace di parlare ancora ai lettori, di radunarli, di farli aspettare, ascoltare, scegliere. In un’epoca dominata dallo scrolling compulsivo e da una familiarità sempre più naturale con lo schermo, il Salone ha continuato a mostrare una fame concreta di libri, di pagine, di corpi presenti nello stesso luogo.
La conferenza finale: il Salone si ferma e guarda ciò che ha costruito
Alle 16.45, in Sala Oro, la conferenza stampa conclusiva raccoglie il clima di fine corsa. La sala è piena, il brusio è fatto di saluti, abbracci, ringraziamenti agli stand, alla Grecia, Paese ospite d’onore di questa edizione. Sul palco si tirano le somme di una manifestazione che ha confermato numeri importanti e una forte centralità culturale per Torino e per il panorama editoriale nazionale.
Seguire la conferenza dalla platea, dopo giorni trascorsi tra sale affollate, appunti presi al volo, code, incontri e passaggi continui tra gli spazi del Lingotto, significa assistere non solo a un bilancio istituzionale, ma alla restituzione pubblica di ciò che il Salone è stato: una macchina complessa, attraversata da migliaia di persone, che nel momento della chiusura prova a darsi una forma, un senso, una memoria.
Marina Chiarelli, assessora alla Cultura della Regione Piemonte, parla di un bilancio con il “segno più davanti”, sottolineando la capacità del Salone di aprirsi ai nuovi linguaggi e di meritare davvero la definizione di evento internazionale. Accanto alla dimensione editoriale, emerge anche la volontà di rafforzare il dialogo tra libri, cinema, istituzioni e filiera culturale.
Domenico Carretta, assessore della Città di Torino, sceglie invece una lettura più emotiva. Il Salone, dice in sostanza, coinvolge e sconvolge: corre velocissimo, produce incontri, immagini, parole, e poi all’improvviso si ferma. Il riferimento è ai film di Guy Ritchie, a quelle sequenze in cui tutto accelera, le immagini si inseguono rapide e poi, di colpo, restano sospese. La chiusura diventa così il momento in cui si guarda al lavoro di una squadra che ogni anno rende possibile quello che, visto da fuori, assomiglia quasi a un miracolo organizzativo.
Nel suo intervento torna anche il tema dell’edizione, Il mondo salvato dai ragazzini. L’attenzione dei giovani, la loro indignazione, la loro capacità di non rassegnarsi diventano una chiave politica e civile del Salone. Perché quando si smette di indignarsi, sembra dire Carretta, il mondo si ferma. E se non c’è indignazione, non c’è nemmeno cambiamento.
Presenza, lentezza, comunità
Giulio Biino, presidente della Fondazione Circolo dei lettori, ringrazia il lavoro collettivo e si sofferma soprattutto sui ragazzi. La loro presenza, numerosa e reale, diventa una risposta a chi immagina le nuove generazioni chiuse dentro il pensiero unico dei social. Al Lingotto, invece, quei ragazzi hanno abitato gli spazi, seguito gli incontri, partecipato a un’esperienza che con la sola dimensione digitale ha poco a che fare.
È forse questo uno dei segnali più forti dell’edizione: la necessità della presenza. In giorni in cui tutto può essere commentato, visto, condiviso e dimenticato in pochi secondi, il Salone ha imposto un altro tempo. Quello dell’attesa, della fila, dell’ascolto, della pagina comprata e portata via in borsa. Un tempo più lento, ma non per questo meno vivo.
Anche dalla sala stampa, dove ogni giornata è fatta di passaggi rapidi, comunicati, conferenze, corse tra un appuntamento e l’altro, questa presenza si avverte con forza. Non è soltanto il pubblico delle grandi sale, non sono solo le code davanti agli autori più attesi: è la sensazione di un’intera comunità provvisoria che per cinque giorni ha abitato lo stesso spazio, condividendo parole, attese, entusiasmi e stanchezza.
Alessandro Isaia, presidente della Fondazione Circolo dei lettori, restituisce invece lo sguardo di chi ha vissuto il Salone anche da spettatore, assaporando il senso di un lavoro che prende forma soprattutto quando incontra i suoi fruitori: lettori, ospiti, editori, operatori, volontari, pubblico.

Annalena Benini e il Salone come luogo felice
A chiudere il racconto è Annalena Benini, direttrice editoriale del Salone Internazionale del Libro di Torino. Il suo intervento porta con sé il bilancio di un triennio e l’idea di un Salone capace, quest’anno, di attraversare i giorni senza essere divorato dalle polemiche. Un fatto quasi raro, per una manifestazione così grande, esposta, discussa.
Benini parla del Salone come di un posto speciale, felice, costruito da un programma capace di tenere insieme libri, musica, cinema, arte e incontri molto diversi tra loro. Richiama una frase ascoltata in Sala 500, “l’arte è coscienza del mondo”, e poi l’immagine di Itaca evocata da Crocetti in Auditorium: “Sempre devi avere in mente Itaca, raggiungerla sia il pensiero costante”.
Ma il cuore del suo discorso sembra stare nelle persone. Nei volti, nei dettagli, negli incontri laterali che spesso raccontano più dei grandi numeri. Come due ragazze sedute a cantare C’è tempo di Ivano Fossati: “Dicono che c’è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare”. Il Salone, in fondo, è anche questo: un tempo sognato, seminato, atteso. Un tempo che per cinque giorni diventa luogo.

Quello che resta
Cala il sipario, dunque. E quello che resta non è soltanto il dato dei visitatori, pur importante. Restano uno sguardo, un abbraccio, un profumo, un rumore e un silenzio.
Lo sguardo è quello dei lettori che attraversano gli stand cercando un titolo, una firma, una frase capace di restare. È anche quello di chi, dalla sala stampa, ha osservato il Salone nel suo doppio movimento: da una parte la festa aperta al pubblico, dall’altra il lavoro più nascosto di chi prova a raccontarla, selezionarla, darle un ordine attraverso le parole.
L’abbraccio è quello degli editori, degli organizzatori, degli autori e del pubblico che si salutano a fine corsa. Il profumo è quello della carta, dei libri nuovi, dei corridoi ancora pieni di borse e cataloghi. Il rumore è quello delle sale gremite, delle code, degli applausi. Il silenzio è quello che arriva dopo, quando il Lingotto si svuota e il Salone smette di parlare ad alta voce.
Fuori continua a piovere. Ma dentro resta il gusto di qualcosa che non si consuma in fretta. Il gusto lento dei libri, delle storie, delle persone che ancora scelgono di esserci.
