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Como, che nel 2014 diventa Città della Luce, dedica un Festival al tema della luce e alla ricerca scientifica in merito, in vista di EXPO 2015 che vedrà la città coinvolte in prima linea in eventi e manifestazioni.
Il Festival della Luce vuole essere un evento che porta il nome di Como nel mondo quale città della scienza
Dal 30 maggio all'1 giugno, avrà luogo a scopo di presentazione “Aspettando il Festival della Luce”, una manifestazione che si animerà con performance, mostre, spettacoli e dimostrazioni per promuovere la diffusione della cultura scientifica.
Qui il programma dei tre giorni:
30 maggio 2013
Ore 20.45, presso Palazzo Terragni, Como, “Luce della Scienza e della Ragione”.
Interverranno Giulio Giorello, Università degli Studi di Milano; Paolo Di Trapani, Università degli Studi dell’Insubria; Armando Massarenti, Il Sole 24 Ore.
31 maggio 2013
Ore 13.30, presso l’Auditorium Scacchi in Camera di Commercio, Como“L’efficienza energetica al servizio
dell’illuminazione pubblica". Convegno organizzato da Sviluppo Impresa.
Ore 18.00, presso Palazzo Terragni, Como
“Creatività, Genio e Innovazione”. Il Volto e la Luce dell’Occidente nell’Arte. Interverrà Flavio Caroli. Ore 21.00, presso Palazzo Terragni, Como.
Il Lampo di Genio: Processi mentali dell’atto creativo di Edoardo Boncinelli, Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, Parole che scintillano di Annamaria Testa, Università Bocconi di Milano e Giovani Innovatori, il racconto di nuove e promettenti start-up.
Moderatori della serata: Giorgio Carcano, Presidente ComoNExT, Alessandro Cecchi Paone.
1 giugno 2013
Ore 10.00-18.00, “Luce in Mostra”, presso Villa del Grumello, Como.
Ore 18.00, presso Villa del Grumello, Como.
“Esperienze di Luce”. Luce e colore nella natura: fenomeni ed esperienze con Paolo Di Trapani, Light in light, ComoNExT.
Ore 19.00, presso Villa del Grumello, “Suonare la Luce” , Concerto per Arpa Laser con Maurizio Carelli, musicista e inventore.
Per maggiori informazioni: www.festivaldellaluce.it
Lora Lamm, la grafica pubblicitaria “delle donnine”, artista, pittrice del secondo dopoguerra milanese è in mostra negli spazi del m.a.x. Museo di Chiasso con un’esposizione dal titolo “Grafica a Milano 1953-1963”. La raccolta di opere in mostra si inserisce nel filone della grafica contemporanea e propone un focus sull’attività giovanile della celebre creativa nella città di Milano fra gli anni ’50 e ’60. Lora Lamm opera una trasformazione nel campo del graphic design: i suoi lavori hanno forte capacità comunicativa, sono ricchi di colore e dai tratti leggiadri, e le semplici forme disegnate risultano immediate e al contempo vitali e giocose. L'esposizione raccoglie una sessantina di manifesti e un centinaio fra bozzetti, biglietti di invito, carte da pacco, packagin: tutti lavori che Lora Lamm realizzò su commissione de La Rinascente, Pirelli, La Centrale del Latte di Milano, Elisabeth Arden. Una sala dell’esposizione è inoltre dedicata al periodo tra gli anni '50 e '60 in cui avvenne un sodalizio collaborativo tra Lora Lamm e Max Huber, portando alla scoperta dei lavori di entrambi. Lora Lamm, con la sua grafica lineare, pulita e spensierata ha rivoluzionato l’immagine e la comunicazione nell’Italia del dopoguerra proponendo campagne pubblicitarie di impatto immediato e forte carica emozionale. La mostra è aperta fino al 21 luglio 2013.
Per informazioni: www.maxmuseo.ch
Sempre più di frequente i ritmi di lavoro, le tempistiche della giornata, le nostre abitudini rendono davvero complesso affrontare la gestione della pausa pranzo con la giusta serenità, ma soprattutto con la dovuta calma.
Gli spostamenti tra più sedi di lavoro, o l'impossibilità di prendersi il tempo necessario per consumare normalmente un pasto, favoriscono lo svilupparsi di abitudini alimentari totalmente improvvisate e più o meno deleterie.
Lo spettro di soluzioni adottate, giustificate da ragioni valide solo in parte o per nulla, spaziano tra i due estremi del digiuno, nella prospettiva di compensare con i due pasti rimanenti, e dell'abbuffata continua con cibi spazzatura, passando per una monoporzione ipercalorica (che permetta di affrontare "con energia" l'intera giornata) sino al menù a base di sola frutta o verdura, che anche se consumate in grandissima quantità "possono solo fare del bene".
In realtà, le opzioni appena citate comportano conseguenze quasi sempre sfavorevoli: dalla totale mancanza di forze e concentrazione, al senso di pesantezza e sonnolenza dovuto al rallentamento digestivo (nei casi in cui si ecceda con le porzioni o si consumi il proprio pranzo troppo rapidamente), sino ad un senso di gonfiore dovuto all'eccesso di fibre (frutta/verdura) che può inoltre provocare meteorismo.
Per non parlare dei cibi troppo salati, come formaggi e salumi, che sviluppano una sete notevole: per quanto il consumo giornaliero consigliato sia di 1,5 lt di acqua, la sua assunzione in grandi quantità durante i pasti compromette ulteriormente la digestione.
Con un minimo sforzo organizzativo è però possibile rimediare a queste condizioni: se proprio non è possibile concedersi una pausa utile per il pranzo, si può compensare con una serie di accorgimenti per non arrivare al termine dell'orario lavorativo completamente debilitati o appesantiti da una dieta che non ci appartiene.
Propongo di seguito una serie di soluzioni, alternative fra loro, che possano soddisfare gusti e adattarsi alle abitudini più varie, in modo da porre il maggior numero di persone in condizione di poter rivalutare la propria condotta alimentare. Non pretendo di essere completamente esaustiva, né di imporre pratiche da adottare: semplicemente, vorrei fornire spunti da cui trarre idee e far scaturire qualche riflessione.
Modalità panino: è assai pratica soprattutto se si fanno molti spostamenti o si deve mangiare alla scrivania, ma è anche molto versatile nel momento in cui lo si prepara da casa. Un consiglio è preferire il pane di segale o quello di grano duro, in quanto saziano più a lungo, ma soprattutto variare i contenuti: ai classici salumi (che contengono nitriti e nitrati) preferite il prosciutto crudo o sostituite con del salmone, della ricotta o formaggio primosale, ma anche delle mousse di legumi (frullati e conditi con un filo d'olio e delle spezie). Non è da denigrare la possibilità di arricchire la vostra farcitura con verdure grigliate o fresche foglie d'insalata.
L'alternativa di acquistare un panino al bar è certamente allettante, e può velocizzare i ritmi, ma non è priva di problematiche: spesso il pane non è fresco e contiene strutto o olii vegetali per preservarne la morbidezza, inoltre l'imbottitura che viene usata si compone di due fonti proteiche (salumi e formaggi) che combinate possono affaticare la digestione.
I vantaggi del prepararsi a casa il proprio spuntino sono evidenti non solo a livello salutistico, ma anche economico!
Un ultimo ragguaglio: se si opta per questa soluzione è bene aumentare proporzionalmente la colazione e la cena, o prendere in considerazione la possibilità di una merenda, sempre ponderando gli apporti dei vari alimenti.
Modalità "pranzo da casa": è preferibile, ma non sempre realizzabile; l'ideale sarebbe cucinare la sera precedente e portare l'eccesso al lavoro o, quando si ha più tempo, preparare in anticipo una quantità che copra 3/4 pranzi (da conservare in frigorifero) così da non dover cucinare giorno per giorno e potersi giostrare per un lasso di tempo più ampio.
Questa seconda modalità è attuabile ad esempio nel caso dei cereali (farro, orzo, riso) che possono essere bolliti, conditi e comodamente suddivisi: le insalate di cereali sono ottime anche fredde, accompagnate da altre verdure.
Non sono da escludere anche porzioni di pasta e riso accompagnate anch'esse da verdure o pesce, verdure ripiene o torte salate.
Un'idea proteica è invece quella di preparare un'insalata con uova sode, gamberetti e scaglie di grana/cubetti di formaggio.
L'importante è sempre evitare di affiancare due fonti proteiche nello stesso pasto in quanto affaticano notevolmente la digestione.
Modalità "snack": per chi ad un pasto completo preferisce l'alternarsi di 2/3 piccoli spuntini diluiti durante la giornata.
Anche in questo caso sono necessarie alcune avvertenze: innanzitutto è utile alternarli, in modo che abbiano apporti differenti e non forniscano solo, ad esempio, carboidrati; questi ultimi, infatti, determinano oscillazioni nella glicemia che portano a richiederne sempre più (quindi ad avere sempre più fame), limitando il senso di sazietà.
In questo caso rientrano snack e tramezzini offerti dalle macchinette: per quanto golosi e facilmente reperibili, sono ad altissima intensità calorica, ma saziano molto poco.
Per chi si sentisse spiazzato, le idee utili per qualche pausa ristoratrice sono davvero molte: potete portare con voi un pacchetto di classici crackers (possibilmente non salati in superficie) o crackers di farro con semi di lino (reperibili nei negozi biologici, saziano di più), ma evitate le gallette di riso; potete optare per uno yogurt bianco intero, o greco, dal buon profilo nutrizionale; della frutta secca, semplice da trasportare e ottima in abbinamento ad una manciata di uvetta, o frutta fresca di stagione (le macedonie sciroppate disponibili ai distributori automatici sono da escludere in quanto cariche di zuccheri); qualche pezzo di parmigiano.
In alternativa a cracker o schiacciatine, potete pensare di tenere in ufficio una confezione di pane di segale e gustarvene una fetta come sostitutivo ai due.
In qualsiasi caso, un'ottima abitudine è adattare i rimanenti pasti della giornata cercando di equilibrarli al meglio.
Quelli qui riportati non vogliono essere dettami insindacabili, ma consigli generici da adottare con discrezione in base alle esigenze personali di ognuno.
Per una trattazione più approfondita delle tematiche trattate o suggerimenti personalizzati rimando al parere più autorevole della Dott.ssa Arianna Rossoni che saprà fornirvi indicazioni più precise in merito.
http://www.alimentazioneinequilibrio.it/
Ma soprattutto ricordatevi, anche al lavoro, di prendervi cura di voi stessi...concedendovi un delizioso pranzetto!
Dal 28 maggio al 16 giugno il Teatro Tieffe di Milano porta in scena All'ombra dell'ultimo sole - Parole e musica per Fabrizio De André, un racconto musicale basato sulle canzoni, le storie e i personaggi narrati dal cantautore genovese.
Un musical anomalo, sulla nostra storia recente, su quegli anni 70 caratterizzati da profonde trasformazioni e contraddizioni, ma già mitici per generazioni successive.
Protagonisti dello spettacolo sono dei giovani che stanno vivendo un momento di grandi speranze e gravi conseguenze: è il 1975 e decidono di aprire un bar in un magazzino dietro Via del Campo, dove fare musica e parlare di rivoluzione.
Il locale diviene così un luogo di ritrovo, ma le cose non vanno nel verso giusto e, anche se il sogno sembra essere vicino, la strada per il cambiamento è ancora lunga.
All'ombra dell'ultimo sole è un musical sul mondo di Faber, la cui musica non solo segna il ritmo dello spettacolo, ma dà anche nome ai personaggi del racconto (da Bocca di Rosa a Nancy, da Michè a Pasquale Cafiero) e permea le atmosfere dei carruggi di una Genova immaginaria illuminata dalle luci del bar "La cattiva strada" fino ai fuochi della rivolta nel carcere scandita dal ritmo della "canzone del maggio".
Informazioni su orari e costi:
martedì, giovedì, venerdì e sabato: ore 21
mercoledì: ore 19.30
domenica: ore 17
Prezzo biglietti:
Intero: 24€*
Ridotto convenzioni: 18€*
Ridotto under/over: 12€ *
*(1,5€ prevendita)
Tieffe Teatro Menotti
via Ciro Menotti, 11
Milano
Torniamo indietro nel tempo. Torniamo agli anni 50.
Forse molti di noi, io compresa, non hanno vissuto questo periodo, ma in qualche modo non ci è estraneo, anzi addirittura familiare, e non per caso.
Tra il 1950 e il 1970 l’Italia vive uno dei suoi momenti più gloriosi, una sorta di rinascimento culturale, in cui arte, letteratura e cinema raggiugono livelli di magnificenza e grandezza.
Roma si trasforma in un crocevia di menti geniali: un drappello di produttori, registi, sceneggiatori, attori, scenografi, impongono in tutto il mondo, forse per la prima volta, l’eccellenza “made in Italy”.
Proprio in quegli anni da Rimini arriva nella città eterna un giovane pieno di voglia di fare e di speranza con un passione sfrenata per il cinema: Federico Fellini. Allora non era nessuno, ma il suo nome era destinato ad essere iscritto dell’albo dei più grandi e influenti cineasti della storia del cinema mondiale.
Nel 1950 debutta alla regia con Luci del varietà e dal quel momento è un susseguirsi di successi e riconoscimenti.
Per i successivi quarant’anni Federico Fellini traccia un solco indelebile della storia del cinema con una serie impressionante di film di culto: La strada, La dolce vita, 8 ½, Amarcord, La citta delle donne, sono solo alcune delle opere indimenticabili che ci ha lasciato, considerate e citate in tutto il mondo come delle pietre miliari della cinematografia mondiale.
Nel corso della sua carriera il maestro vinse ben cinque Oscar, una Palma d’oro e un Leone D’oro alla carriera, tutti riconoscimenti che l’hanno reso il regista più celebrato di tutti i tempi, e non senza motivo.
Fellini con il suo inconfondibile stile ha dato un’identità riconoscibile in tutto il mondo al cinema italiano. Il regista ha saputo recuperare la lezione del Neorealismo di Roberto Rossellini e inventare un suo universo fantastico fatto di suggestioni oniriche, ricordi autobiografiche, inclinazione alla satira, ambiguo erotismo, riflessioni esistenziali, attenzione per la provincia italiana e i cambiamenti della società. Tutte componenti che hanno permesso a Fellini di creare una poetica originale costituita da personaggi e immagini proverbiali e inconfondibili, destinate ad entrare nell’ immaginario comune come icone e metafore della cultura contemporanea.
In occasione del ventesimo anniversario della scomparsa del grande regista Photology ha organizzato una mostra fotografica itinerante dal titolo dal titolo Fellini at Work che, partendo da Milano, toccherà diverse città italiane.
Obiettivo della rassegna non è una mera celebrazione del regista, ma la creazione di un vero e proprio percorso di conoscenza, che porti lo spettatore a immergersi totalmente in quegli anni e ad avere una visione di Fellini non solo come personaggio, ma come uomo.
Le inquadrature, quindi, non potevano altro che essere di una persona che conosceva bene il maestro: il paparazzo Tazio Secchiaroli, padre della fotografia d’assalto, primo fotoreporter cinematografico al servizio del grande Fellini che, apprezzando le sue doti artistiche, lo chiama come fotografo di scena durante le riprese dei suoi film.
La vita condivisa di quegli anni sui set, ma anche negli uffici o dentro i laboratori di scenografia, provocano una simbiosi esplosiva tra due personaggi, in fondo, non molto diversi: entrambi artisti di grande talento, entrambi rappresentanti di vizi e virtù della loro epoca.
Una combinazione perfetta che non può non accrescere il valore di questa deliziosa mostra capace di far tornare indietro nel tempo, agli splendenti anni 50, quando il “made in Italy” nella letteratura, arte e società era simbolo di eccellenza.
FELLINI AT WORK - TOUR DELLA MOSTRA IN OCCASIONE DEL VENTESIMO ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA DEL
REGISTA (31 OTTOBRE 1993):
Photology, via della Moscova 25, Milano
La mostra continua fino al 31 maggio 2013
Dal lunedì al venerdì h11-19
Tel 02-6595285 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Photology a Noto
Via Carducci, 12
Noto (SR)
21 Luglio - 31 agosto 2013
Agenzia NFC
Via XX Settembre, 32
Rimini
14 Settembre - 31 Ottobre 2013
Careof DOCVA si racconta presentando Cantiere per pratiche non affermative: un progetto rappresentativo di una pratica di lavoro partecipativa e trasversale. Si tratta di un gruppo di giovani designer nato durante una residenza d’artista a Careof DOCVA, spazio d’arte non profit a Milano, nell’ambito di FDV Residency Program. Il nome sottolinea l’attenzione a problematizzare e costruire nuove narrative, orientandosi a sistemi di valore alternativi a quelli incorporati dall’attuale economia di mercato, nell’intento di ridefinire nuovi modelli di design dall’approccio critico. Durante l’incontro, i membri del collettivo presentano e discutono i risultati di Designers’ Inquiry, un progetto-inchiesta sul profilo sociale ed economico del designer. A partire dall’inchiesta e grazie ai contributi dei partecipanti invitati, l'incontro rappresenta un ulteriore tappa di un percorso articolato e volto a immaginare possibili modalità d'intervento necessarie a migliorare le condizioni socio-economiche dei designer in Italia, individuando possibili sinergie fra lavoratori della conoscenza attivi in ambiti diversi. La modalità scelta è quella della discussione informale intorno al grande tavolo, in modo simile al format della conversazione intorno alla tavola da pranzo più volte organizzato dal collettivo.
Partecipano all’evento: Chiara Agnello (Careof DOCVA), Dario Banfi (ACTA Associazione Consulenti Terziario Avanzato), ReRePre (Rete dei Redattori Precari), Vanni Pasca (AIS/Design Associazione Italiana Storici del Design) Riccardo Berrone, Federico Bovara, Elisabetta Calabritto, Stefano Capodieci, Luca Coppola, Bianca Elzenbaumer, Fabio Franz, Caterina Giuliani e Giovanna Zanghellini (Cantiere per pratiche non-affermative)
Conversazione a cura di Careof "A tavola con... cantiere per pratiche non affermative"
Sabato 25 maggio 2013
ore 18.30 – 20.00
Triennale di Milano, Viale Alemagna 6
Cosa significa essere fashion designer negli anni della recessione e del lavoro flessibile, in un Paese che ormai da tempo svende la propria creatività con l’arguzia di una sciocca ereditiera che mette le proprie opere d’arte su ebay?
Significa rimboccarsi le maniche, significa credere profondamente e costantemente nel proprio talento – quando hai la fortuna di averne, secondo me hai il dovere morale di alimentarlo e farlo crescere, altrimenti è uno spreco (anche questa è sostenibilità!)– ma soprattutto significa abituarsi a sviluppare il pensiero creativo ben al di là delle proprie capacità artistiche: come in moltissimi altri ambiti, vince chi, oltre a saper disegnare una bella collezione di abiti e capospalla, è in grado di proiettarsi nel futuro e di modellare la propria passione a favore del mercato del lavoro.
Uno splendido ed incoraggiante esempio ce lo danno Gabrielle Sarah Drew e Chiara Bongiorno, due designer intraprendenti che dopo anni di gavetta – una fase imprescindibile che giova a tutti – nel ruolo di assistenti di linea e art director di diversi e prestigiosi brand (Etro, Krizia, Elio Fiorucci ed altri) hanno scelto di incrociare le proprie strade per dare vita a Tela, uno studio di consulenza in cui “passione e creatività sono come la trama e l’ordito di un intreccio compatto per solide ed ispirate collaborazioni, dove professionalità e spirito d’innovazione sono alla base di ogni progetto”.
Probabilmente molti si staranno chiedendo come tutto ciò abbia un'attuazione concreta, quindi cerco di essere più chiara: in pratica disegnano, progettano e realizzano “conto terzi” delle linee di moda, mettendo la propria creatività a servizio delle aziende committenti, dando libero sfogo all’entusiasmo, alla curiosità, alla fame di novità.
Miei cari giovani aspiranti stilisti, questo è il futuro: non incagliatevi nel sogno anni 80 di diventare Giorgio Armani.
...e a proposito di curiosità e fermento: non perdetevi il mercatino che le ragazze organizzano venerdì 31 maggio e sabato 1 giugno presso il loro studio milanese in via Cesare Correnti, 12.
Sabato 25 maggio 2013 alle ore 21 allo Spazio Teatro Idra ci sarà il terzo appuntamento con il Premio per le arti in memoria di Lidia Petroni.
L' iniziativa che promuove il lavoro di ricerca degli artisti lombardi dando loro un'occasione di di visibilità e confronto al fine di supportare i giovani emergenti nella produzione e nella circuitazione di nuove opere.
In gara i tre studi delle compagnie Coop.AttivaMente - Residenza Teatrale Torre Rotonda di Como, Chronos3 di Milano e Compagnia Officina di Brescia.
Durante la serata una giuria di esperti, insieme agli organizzatori di Residenza Idra e al pubblico presente in sala, esprimerà un giudizio con un voto sugli spettacoli visti.
E' possibile anche vedere le compagnie in gara tramite il canale youtube e il profilo facebook di Teatro Inverso.
La Coop. AttivaMente andrà in scena con lo spettacolo Lost in limbo, con Stefano Dragone e Alessia Melfi e la regia di Jacopo Boschini. Una Stanza all’ultimo piano di un elegante e moderno palazzo, in una zona appena fuori dal centro città, ma che ancora non è periferia. La Stanza è scarsamente arredata. Al centro della parete di fondo, proprio di fronte all’ingresso, una porta si apre su altri ambienti. Davanti a questa porta, tracciata per terra, una linea bianca. Nella Stanza ci lavora una giovane psicologa. Il suo compito è di assistere i tossicodipendenti, senza mai oltrepassare la linea bianca per terra, che giungono lì per iniettarsi, legalmente, la droga. Poi un giorno nella Stanza entra un uomo... Lost in limbo indaga gli abissi della mente umana. La protagonista, infatti, viene attratta in un mondo oscuro, fatto di segreti, inganni, mezze verità. Un mondo che corrompe e che divora, dentro al quale, una volta che ci si è entrati, difficilmente se ne può uscire.
I Chronos3 presentano Funziona meglio l'odio di Emanuele Aldrovandi, con Isabella Picchioni e Marcello Mocchi e con la regia di Vittorio Borsari. Si può fare del male a fin di bene? Funziona meglio l’odio, testo di Emanuele Aldrovandi, segnalato al Premio Hystrio 2012, mette in scena le storie di Batman e Lucy: lui, un ragazzo di trent’anni a cui uno stupratore ha ucciso la fidanzata, intraprende una personale crociata con l’obiettivo di far calare radicalmente le violenze sulle donne. Lei è una venticinquenne che non ha denunciato uno stupro e aspetta l’occasione per vendicarsi. Entrambi hanno un piano, ed entrambi i piani prevedono la violenza. L’urgenza di affrontare un tema purtroppo così attuale come la violenza sulle donne nasce dall’intento civile di far parlare, in modo inaspettato e inusuale, di un problema troppo spesso giudicato “naturale” e quindi non-risolvibile. Questo attraverso un testo che parte da una tematica contingente per affrontare, con un linguaggio in cui il dramma si mescola all’ironia, la domanda atavica che è alla base della contraddittorietà di molte leggi su cui è fondata la nostra società: è possibile fare del male a fin di bene?
La Compagnia Officina si esibirà nello spettacolo Peter…Echi dall'isola che non c'è, con Irene Tiriani, Antonio Panice e Elisabetta Bettera e con la regia di Fabio Boverio. Il progetto prende il via da una serie di improvvisazioni e di lavori sul testo di Barry, che hanno portato gli attori a trovare propri percorsi, parole e immagini per raccontare, non solo la storia del bambino che non voleva crescere, ma anche un percorso all'interno della loro isola che non c'è. Partendo quindi dal gioco, dall'allusione e dalla metafora si è cercato di giungere a una proposta che si discosta ora di molte leghe dal testo originale, che non racconta più neppure una storia, ma si limita a spaccati di un mondo tanto fantastico da sembrare reale e tanto reale da farci credere a un orizzonte di fantasia. Del resto Peter Pan è forse questo: un volo a capofitto tra foglie e sirene, tra pirati e indiani, tra realtà e sogno, dove i piani si frantumano in specchi, che sì riflettono vicendevolmente, e dove tutti inseguono tutti e nessuno sa più perché stia correndo. "I bimbi sperduti inseguono Peter Pan, i pirati inseguono i bimbi sperduti, gli indiani inseguono i pirati e le sirene stanno ferme", questo dice il testo, e questa giravolta di corse e di inseguimenti è lo stesso percorso che noi cerchiamo di fare in questo lavoro col pubblico, tutti intenti a inseguire un senso che segnerà il traguardo della corsa. Ma intanto, stiamo ancora correndo. Tutti sì perdono nell'Isola che non c'è, e noi con loro.
Biglietto intero: 2 euro (valido per l'intera serata) Tessera Associativa Obbligatoria: 2 euro - 5 euro - 10 euro
Sabato 25 maggio 2013 Ore 21.00 Spazio Teatro Idra Vicolo delle Vidazze 15, Brescia
Info: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 0303701163 3392968449
Il ciclo Ritratti d’Autore, ideato e diretto da Charlie Owens con l'idea di dipingere i protagonisti del nostro tempo, uomini e donne che possono davvero vantarsi di aver firmato il mutamento, arriva domenica 26 maggio al suo terzo appuntamento. Protagonista, sul palcoscenico dello Spazio Teatro NO'HMA, “il puma di Lambrate” Fabio Treves.
Il mitico, straordinario bluesman che da quasi 40 anni predica “il blues alle masse”, ripercorrerà la sua storia, che è quella del blues, e torneremo con lui a rivivere l’amore verso questo genere musicale che dice Fabio Treves “è la vita stessa di tutti i giorni”.
Non perdete quest'appuntamento con il genere musicale più caldo di sempre, in questa primavera che ancora caldissima non è.
Domenica 26 maggio, ore 17,00
Spazio Teatro NO’HMA Teresa Pomodoro Via Andrea Orcagna 2, Milano ingresso libero e gratuito fino a esaurimento posti è consigliabile prenotare tramite telefono o via mail 0245485085/ 0226688369 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Con questo titolo Nerospinto apre le porte ad una riflessione sui possibili sconfinamenti tra arte e pornografia, scandagliando quella indeterminata zona dove il confine diventa labile, le linee di demarcazione si slabbrano, i contenuti si ammassano e si mescolano rivelandosi in immagini torbide, struggenti e bellissime. Là dove la semiotica si perde nella densità dei gesti e delle azioni si apre uno spiraglio, una toppa, un orifizio entro cui infilare l'occhio: in questo margine, attraverso un agire quasi voyeuristico, si cercherà di dare spazio alle domande, di creare ponti di conoscenza e spunti di riflessione sul contemporaneo.
Da sempre il dibattito sulla mutevolezza del confine tra arte, erotismo e pornografia ha scosso le coscienze e infervorato gli animi di utenti, critici, artisti e anche di gente a cui di tutto ciò non fregava nulla. Numerosissime sono infatti le opere letterarie, musicali e pittoriche i cui contenuti sono stati spesso assimilati alla pornografia, con conseguente dito puntato da parte dei puritani, e forse qualche volta pure dei puristi.
Ma la danza?
Che ne è di quell'arte in cui la centralità del corpo (come nella pornografia, del resto) è al contempo oggetto di rappresentazione e mezzo attraverso cui rappresentare (o meglio agire)? Che ruolo riveste in questa riflessione aperta, a cui non si vuole certamente qui trovare una risposta puntuale o una collocazione precisa, semmai soltanto aprire ulteriori varchi dando un po' di luce allo sguardo?
C'è da dire che, almeno qui nel Bel Paese, la danza non gode di chissà quale successo, e la popolarità del genere varia secondo i gusti, le mode, il ceto sociale di appartenenza e altri vari innumerevoli fattori. Eppure di artisti validi e geniali ne abbiamo: siamo ben forniti di corpi pensanti e teste interessanti, ma spesso le sale teatrali sono mezze vuote (o mezze piene, dipende dal vostro grado di ottimismo). Ma la danza e le persone che l'hanno agita, diffusa, discussa, ribaltata e ricomposta è stata anche protagonista di importanti virate culturali.
Dalla modern-dance dei primi trent'anni del '900 di Isadora Duncan, Loïe Fuller e Ruth St.Denis, sino alle sperimentazioni di Jacques-Dalcroze e Rudolf von Laban, approdando al Tanz Theater, fenomeno artistico affermatosi in Germania agli inizi degli anni Settanta, di cui l'esponente più nota è stata Pina Bausch, possiamo affermare storicamente che la danza è un'arte che si è sempre confrontata e perfettamente inserita nel tessuto socio-culturale e nell'epoca a cui faceva riferimento.
Ma torniamo a noi. Se partiamo dal presupposto che danza e pornografia sono affini nell'utilizzo del medium, e cioè il corpo che diviene portatore di significato, e che dunque l'atto pornografico cela dietro le immagini spinte un possibile aggancio antropologico di studio che incide fortemente sulle vite di uomini e donne, in che modo negli ultimi anni gli artisti della danza hanno smembrato i confini tra queste due modalità espressive rendendo fluido il passaggio da una all'altra?
Possiamo dire con una certa cognizione di causa che l'utilizzo di immagini e pratiche pornografiche all'interno di un contesto teatrale di danza è stato spesso utilizzato come mezzo di provocazione estremo per sollevare questioni altre, più profonde (forse) a detta di critici e coreografi: è questo il caso ad esempio di Jan Fabre, pluripremiato, eclettico e camaleontico artista belga, la cui poetica si colloca in maniera trasversale tra arte visiva e coreografia.
Fabre con il suo Orgy of Tolerance (2009) intende portare lo spettatore in un luogo di discussione, ponendolo in una condizione scomoda. Facendogli vestire forzatamente i panni del voyeur e provocandolo con immagini estreme che si collocano sul confine di ciò che di regola si accetta di vedere, la mission di Fabre si traduce in una personalissima lotta etico-estetica contro il regime delle immagini, il tutto condito da un certo piacere iconoclasta nella distruzione dei cliché, pur servendosene personalmente nella composizione registica.
E a questa presa di posizione (sorvolate, prego, sul gioco di parole) si avvicina anche Dave St. Pierre, coreografo canadese definito l'infant terrible della danza contemporanea, la cui mise en scène de La pornographie des âmes (2006) risulta più poetica rispetto a Fabre, legata ad una volontà di andare oltre i corpi sfacciati per guardare ad un'umanità che si mostra in tutta la sua crudele verità. E così le masturbazioni, i cunnilingus, gli organi genitali, i nudi integrali sono lì a porci di fronte alla questione “che cosa è pornografico?”. Forse non l'esibizione di corpi e azioni, bensì una più pericolosa prostituzione del pensiero a cui siamo quotidianamente esposti? O piuttosto una certa attitudine nei modi?
Anche gli italiani non si esulano dallo sperimentare questo territorio: Cristina Rizzo con Ex-porno (2010), una conferenza autobiografica in forma di performance, come si legge dalla presentazione scritta dall'artista, è un tentativo di analisi, una ricerca personale attorno alle espressioni del corpo che utilizza il linguaggio pornografico come via di accesso per l'osservazione del reale contingente.
Valutando i lavori di questi artisti parrebbe scontato arrivare alla conclusione che la pornografia viene utilizzata come mero espediente scenico per un'arte che ambisce ad una sorta di catarsi poetica, dunque qualcosa di secondario, di accessorio, forse non totalmente assunto nella sua vera natura. Diversa è l'operazione che un giovanissimo (e squattrinato) coreografo berlinese, David Bloom, sta tentando di mettere in pratica: la produzione di un vero e proprio porno-dance film.
Bloom, che nel video per la ricerca di fondi per la produzione del proprio film sceglie come location una zona di archeologia industriale di un quartiere di Berlino che potrebbe essere Kreuzberg, Neu-Kölln o Schöne-Berg (non a caso a fianco di una ciminiera dall'evidente simbologia fallica), spiega molto semplicemente che cosa gli piace della danza contemporanea e della pornografia e perché ha deciso di unire le due cose. Ne esce un desiderio onesto e puro di andare a fondo di questioni legate al ruolo del performer, del pubblico e della possibilità di creare bellezza.
Contrario alla danza come mezzo per rappresentare qualcos'altro, Bloom, predilige l'hic et nunc dell'azione performativa, e cioè il miracolo e l'unicità dell'azione che agìta dai corpi accade in un determinato luogo in un preciso momento. Il sesso dunque come serio processo creativo attraverso cui creare un prodotto di qualità, un elemento questo di cui troppo spesso il porno non tiene in considerazione dando vita a prodotti caratterizzati da poca cura nelle inquadrature, immagini fuori fuoco e zoom impazziti che fanno scendere la libido e salire un certo senso di nausea.
È forse dunque soltanto una questione di forma? Il porno potrebbe assurgere a diventare arte a tutti gli effetti se solo ci si curasse di impacchettare meglio i prodotti? Il performativo Trentalance potrebbe essere citato tra le muse d'artista insieme a Gala e le altre e Hustler potrebbe essere utilizzato come testo scolastico durante i corsi di educazione artistica. Di certo dichiarare apertamente di essere attratti da un certo tipo di immagini è un'operazione che emancipa da tutta una serie di pregiudizi che ancora ad oggi limitano la libertà di uomini e donne.
C'è aria di cambiamento, dunque, sotto al cielo berlinese, la gente arriva da tutto il mondo per esplorare la propria sessualità , la propria spiritualità, l'arte; Bloom con il suo film non vuole far altro che cogliere l'atmosfera di questo momento. Un po' come Parigi nei primi anni del '900 o New York negli anni '60, ci troviamo forse di fronte all'inizio di una nuova rivoluzione culturale.
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