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Poestate, il festival di poesia e laboratorio culturale, ritorna nella città di Lugano con un ricco cartellone di
eventi, spettacoli e workshop.
Dal 30 maggio al primo giugno, nel Patio Palazzo Civico in Piazza Riforma, si svolgerà un laboratorio “a cielo aperto” dedicato alle varie espressioni e contaminazioni artistiche e culturali. Giunto alla sua 17esima edizione, Poestate ospiterà artisti di fama mondiale: poeti, scrittori, musicisti, giornalisti, artisti saranno i protagonisti di una delle manifestazioni culturali più importanti della Svizzera. Letture, declamazioni, conferenze, tavole rotonde, esposizioni, performance, incontri animeranno la città ed intratterranno appassionati e curiosi.
Durante il Festival, il premio POESTATE 2013 alla carriera sarà consegnato a Evghenij Solonovic, accademico e traduttore letterario russo di poeti italiani e della Svizzera Italiana.
Per maggiori informazioni sul programma: www.poestate.ch
Ebbene sì: anche lo Yoga è stato portato in tribunale. Dove? Nella contea di Encinitas a pochi chilometri da San Diego.
In breve: tutto è cominciato l'anno scorso, quando la KpJois Foundation ha fatto una donazione generosa - cinquecentomila dollari - alle nove scuole della contea, per finanziare un programma di «salute e benessere» per gli studenti, attraverso l'insegnamento delle tecniche yoga. Nello specifico Yoga Ashtanga che un’“esperta di studi religiosi” ha affermato, in un video della Fox, essere strettamente connesso alla religione Induista.
Trattasi di cospirazione/incomprensione?
No, semplicemente di ignoranza. Ignoranza che uso come termine per indicare coloro che non sanno, che sono all’oscuro di un determinato argomento.
L’America è il paese delle grandi opportunità e dei grandi fraintendimenti che sono figli di rielaborazioni oscene di discipline Orientali e nobili come il Buddhismo, lo Yoga, la Meditazione, ecc.
Sembrerebbe che queste discipline siano state trattate alla pari di un pomodoro o di un ortaggio: diventano prodotti di massa insegnati e divulgati da gente sbagliata che “compra” on-line un DVD su come insegnare o sulle Asana esattamente come i corsi di fitness di Jane Fonda. Poco a poco, paradossalmente, si inizia ad insinuare persino l’idea che lo Yoga sia una religione, una sorta di messaggio pubblicitario con contenuti subliminali. E la cosa più strana (e scandalosa in realtà) è che ci siano anche degli “studiosi” che affermano che lo Yoga sia interconnesso con la religione Indiana.
Ovviamente nessuno può nascondere che lo Yoga si sia sviluppato in India in cui la religione vigente era l’Induismo. Ma non si può affermare che chi lo pratica diventi Induista! E’ come dire che se si mangia la pizza, emblema della cucina di Napoli, si inizia a parlare napoletano.
Scomodando nuovamente l’etimologia della parola Yoga, unione, facilmente si può intendere che non si traduce come un “evviva Shiva!” ma come un verbo che esprime nella sua estrema semplicità concetti come un legame e un saldo contatto tra l’uomo e la sua parte divina che può essere Dio, Gesù, se stesso o le parti più buone che ci sono in lui.
Un altro punto di vista sulla questione avvenuta nella contea di Encinitas in America: e se invece lo Yoga fosse stato insegnato in modo errato? Purtroppo capita spesso di imbattersi in insegnanti che fanno pensare allo Yoga come qualcosa di strano o a una pratica legata all’Induismo. Far ripetere come un pappagallo “Ohm” o qualsiasi altra parola presa dai mondi Orientali non serve a molto nonché fa alimentare la sensazione di disagio delle persone verso questa disciplina.
Come vi sentireste o cosa capireste se vi mettessi un mala nella mano (un rosario buddhista) e vi dicessi: “Bene, ora ripeti 10 volte questo mantra in sanscrito?”.
L’Ohm o i mantra (come le preghiere Cristiane) sono potenti mezzi che canalizzano le energie mentali e della concentrazione ma, ovviamente, come tutte le cose, bisogna comprenderne a fondo significato e utilizzo.
Mi domando: perché allora non si dice Amen in una Sadhana? Perché fa più figo utilizzare l’Ohm?
“Ohm mani padmehum”, “Ave Maria Piena di Grazia…” o “Tiro fuori la parte migliore della mia interiorità”. Lasciamo che l’individuo scelga cosa ripetere nella sua testa mentre pratica.
Lasciamo ai bambini la libertà di scegliere e studiare come coltivare da grandi la propria mente.
Namasté, Vittorio Pascale
allievo praticante di Yoga Integrale presso il Centro Parsifal Yoga, Milano
studioso di Buddhismo tibetano
fondatore della pagina Fb: Yogamando
domande o dubbi? @: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Per approfondimenti sull’articolo citato de ilGiornale.it: http://www.ilgiornale.it/news/interni/religione-vera-o-ginnastica-anche-yoga-va-tribunale-921053.html
“Non sarà mica arte?!”. Questo è in genere il giudizio, o meglio pregiudizio, che la maggior parte delle persone esprimono guardando un’opera di arte contemporanea. Credendosi dei grandi esperti pronunciano a grande voce le loro sterili critiche senza sforzarsi di capire, senza cercare di conoscere l’artista e ciò che vuole comunicare, tenendosi preventivamente alla larga da un mondo che giudicano fatto di gente strana completamente avulsa dalla realtà.
Oggi voglio provare a sfatare questo mito e farvi capire come la creatività e l’arte non risiede solo nell’ estetica perfetta. Vi chiedo solo di prendervi due minuti per leggere ciò che sto per dirvi, sforzandovi di guardare oltre, al di là delle apparenze e del comune pensiero, cercando di comprendere a fondo, perché solo in questo modo potrete farvi un vostra opinione.
L’artista di cui voglio parlare è considerato e conosciuto come uno dei più interessanti artisti della Tape Art a livello mondiale, nonché uno dei primi in Italia ad avvicinarsi a questa tecnica.
So già che molti di voi stanno storcendo il naso, ma continuate a leggere perché ne sarete piacevolmente sorpresi e stupiti.
Per Tape Art si intende letteralmente l’arte di disegnare con il nastro adesivo. Si tratta di una tecnica molto giovane e ancora sottovalutata, che trae ispirazione dalla cultura dei surfer e degli skater della west coast americana che utilizzavano il nastro adesivo per decorare le loro tavole, già a partire dagli anni 70/80. È difficile incasellare e dare una definizione univoca di questa forma d’arte a metà strada tra esperienze street, performance, pittura e per alcuni versi scultura, ma proprio in questa sua varietà e mutevolezza sta il bello di questa tecnica. Ogni artista dà libero sfogo alla propria creatività e alle proprie idee, utilizzando il nastro adesivo come uno strumento per poter indagare l’uomo di oggi in tutte le sfaccettature e contraddizioni.
Abbiamo l’onore di avere in casa nostra uno dei massimi esperti di questa forma d’arte: No Curves-Niente curve, questo lo pseudonimo scelto dal tape-artist che già ci dice molto di lui, della sua arte e delle sue opere.
Con il nome No Curves l’artista si cela l’elemento fondamentale della sua estetica: la linea come strumento di astrazione per arrivare alla totale sintesi geometrica delle forme del reale, captando così l’essenza delle cose.
Il suo avvicinamento alla Tape Art nasce proprio da questa ossessione per la linea e la grafica. Insoddisfatto dalla pittura, che non gli permetteva di raggiugere quel livello di pulizia e sintesi che tanto auspicava, l’artista si spinge alla ricerca di un nuovo strumento con il quale esprimere al meglio la sua arte.
Così avviene il suo avvicinamento al mondo della Tape Art, che non abbandonerà più. Nel nastro adesivo No Curves trova lo strumento che al meglio esprime la sua poetica in una sintesi di astrattismo, pulizia formale, resa pittorica e movimento.
L’indubbia creatività e capacità di lavorare il nastro gli sono valse la nomea di più grande artista di Tape Art al punto da essere stato scelto da diversi brand internazionali per campagne pubblicitarie ed eventi di arte urbana (come Adidas, Converse, Smart-Mercedes,Firetrap, Rolling Stone e molti altri) e da Tesa, azienda tedesca leader nel mercato mondiale del nastro adesivo, come artista rappresentativo per l’evento dei suoi 75° anni svoltosi nel 2011 ad Amburgo. Nel 2010 è stato finalista del Premio Cairo – Arte Contemporanea.
Non si smentisce con il suo ultimo show "TOP OF THE LINES" mostra dedicata ai grandi maestri della linea, design e l'architettura, che No Curves omaggia con dei ritratti realizzati, ovviamente, con il nastro adesivo.
Ora che sapete chi è, perché il vostro giudizio sia ben fondato, non vi rimane che vedere dal vivo le sue opere.
Immergetevi nella Tape Art di No Curves sabato 1 giugno dalle ore 22.00 all’evento Chapeau organizzato da Modalità Demodé in collaborazione con Rosaspinto Arte& Comunicazione presso la prestigiosa location Spazio Giulio Romano (via Giulio Romano 8, MM Porta Romana).
| NO CURVES | Tape Art
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Paesaggi e volti senza tempo immersi in una dimensione fantastica, cangiante e spirituale. E' quello che Daniela Cavallo, classe 1982 (e tra le artiste che meglio rappresentano la sua generazione), mostra attraverso la fotografia e l'elaborazione digitale delle immagini.
Come è andata questa prima parte dell'anno?
E' cominciato con un momento di grande riflessione sia sull'arte che sulla mia ricerca personale. Penso che ogni artista debba rispondere a svariate domande sul sistema dell'arte che sta cambiando. Deve aprirsi, ampliare la propria visione per poter rispondere a esigenze che non sono solo più quelle del critico e della galleria. Siamo contaminati da vari linguaggi (cinema, pubblicità, ecc.) e il tempo è più veloce: è tutto più labile. Io ho cominciato nelle gallerie e le avrò sempre come punto di riferimento, ma mi sono disinibita rispetto al concetto di contenitore d'arte. Esistono dei circuiti liberi e indipendenti (come Art Kitchen o Sponge) dove è facile trovare una ricerca più autentica. Bisogna guardare al futuro con sguardo lungimirante verso nuovi orizzonti che non si conoscono o si conoscono poco. Soprattutto ora che c'è una grandissima crisi nell'arte e con i problemi che ci sono in Italia nel trovare fondi, realizzare e costruire. Manca un sostegno statale verso i giovani artisti, motivo per cui è naturale pensare a un trasferimento all'estero. Basterebbero iniziative semplici: un albo degli artisti, proposte di spazi e una maggiore regolamentazione.
E di positivo cosa vedi nel nostro Paese?
Sicuramente i rapporti e il confronto con gli altri artisti. C'è una bella competizione a livello di idee. Faccio due esempi che mi riguardano: Mirko Canesi e Barbara Giorgis.
La tua ricerca da cosa parte?
Innanzitutto uso un filtro importante: il benessere. Lavoro solo per seguire la mia ricerca. Mi rendo conto che sia un lusso, ma è quello che mi porta più gioia. Sono libera. Parto da motivi interiori, che vengono da uno squilibrio emotivo. Mi baso molto su una letteratura di tipo new age/scientifica. Sto cercando di capire di più sulla fisica quantistica, perché mi sono resa conto che si tratta di filosofia vera e propria.
Un esempio?
Krishnananda & Amana, Fabio Marchesi. Quest'ultimo è un ricercatore che si occupa di benessere e scrive libri che mi colpiscono molto. E' grazie a lui se ho scoperto la teoria dell'entanglement.
Me la puoi spiegare?
Se due particelle gemelle vengono separate (anche di molto) in una vedremo succedere esattamente le cose che succedono all'altra (per esempio, se una viene stimolata, anche nell'altra si vedranno delle reazioni, se una muore, anche l'altra morirà). Credo che questo fenomeno accada persino nelle relazioni umane più strette. Anche se una amore finisce, un'anima in comune rimane sempre. In un lavoro aggiungo alle mie emozioni, le mie relazioni con il prossimo.
A cosa stai lavorando ora?
Ho due progetti in corso. Il primo è una serie di ritratti di donne dedicato ad un femminile positivo che accoglie. L'altro, invece, raccoglie i biglietti con i desideri che mi hanno affidato i visitatori della mia ultima mostra, Mystic World, presso la Galleria Il Milione di Milano. Li metterò dentro delle bottiglie e il solstizio d'estate, il 21 giugno, li lascerò andare nel naviglio. Ho pensato che Milano fosse la città giusta perché è viva, meravigliosa e risponde agli stimoli.
L'acqua fa sempre parte del tuo lavoro, perché?
Prima di tutto siamo fatti dal 80% di acqua. Poi mi affascinano gli esperimenti del dottor Masaru Emoto, che ha sottoposto contenitori d'acqua a parole diverse: a seconda che fossero positive o negative l'acqua reagiva differentemente. Immaginati cosa può succedere a esseri composti per la maggior parte da questo elemento. Poi, è un simbolo per sua natura femminile e a me piace molto anche fotograficamente parlando. E' meravigliosa e si presta alle proiezioni di tutti. Chi non ha mai fatto un sogno dove era presente anche l'acqua?
Pensi di utilizzare anche altri strumenti, come la pittura e la scultura?
L'elaborazione fotografica digitale e le azioni relazionali sono i miei linguaggi. La prima mi piace perché ha un tempo veloce (al momento dello scatto) e uno più lungo (elaborazione). Mentre le azioni relazionali sono fondamentali.
Dall'ispirazione come arrivi alla realizzazione?
Sono molto empirica. Non mi do dei limiti mentali forti, accolgo tutto. Parto da una temperatura emotiva, seleziono fino a che non trovo il nucleo e lavoro su quello: intuizioni visive, idee. Poi rimangono solo le cose più interessanti. Grande importanza ha anche il dialogo e il feedback delle persone che mi stanno attorno e di cui ho grande stima.
La mostra del cinema di Cannes 2013 è stata già ribattezzata da molti come l’edizione degli esordienti.
Dei registi esordienti in particolare, che hanno portato nella cittadina del sud della Francia le loro pellicole e i loro lungometraggi e cortometraggi per mostrarli al grande pubblico come si fa con gli abiti in vetrina. Tanto per esserci anche loro e non per vincere qualcosa o partecipare al concorso cinematografico vero e proprio.
E così in qualche sala di qualche albergo della Croisette è possibile guardare anche pellicole assurde o noiosissime come il primo lavoro da regista di Keanu Reeves, Man of Tai Chi che ha come attore protagonista un vecchio amico del regista, ed ex stuntman di Matrix, e una trama che più noiosa non si può.
Come si può evincere dal titolo la pellicola è stata girata prevalentemente in Cina, tra Pechino e Hong Kong, e narra la storia di un giovane combattente di arti marziali reclutato da un uomo cattivo e spietato, interpretato dallo stesso Reeves, per combattimenti clandestini, pericolosi e illegali.
Insomma una vera barba anche per gli appassionati del genere dato che la griglia narrativa è molto simile a un’altra sessantina di film sul genere e che gli attori, pur avendo esperienza da vendere, sembrano alle prese con la loro prima recita scolastica.
Eppure la regia della pellicola e la tecnica delle riprese erano state pensate dal neo regista in maniera molto ambiziosa tanto che durante la pre-produzione era stata fatta circolare una clip in cui si annunciava e si mostrava che le sequenze di combattimento sarebbero state girate con un avanzatissimo sistema di ripresa Bot & Dolly. Peccato che lo stesso sistema abbia finito per rivelarsi troppo impegnativo da utilizzare impedendo così di integrarlo nelle riprese come ha spiegato lo stesso Reeves e che anche per questo alla fine la pellicola appaia davvero sotto tono in quasi tutto.
Rimane il sospetto che anche il famoso attore americano si sia lasciato affascinare dalla facilità con cui le pellicole asiatiche o di registi asiatici abbiano fatto incetta di premi nelle ultime più importati manifestazioni cinematografiche internazionali.
Man of Tai Chi però è una pellicola proprio scialba. La storia non decolla e i combattimenti anche se sono spettacolari si ripetono in una sequenza che lascia allo spettatore poco tempo per affezionarsi alle vicende e alle disavventure del giovane protagonista.
Keanu Reeves invece ha tenuto a rimarcare che ha voluto presentare agli spettatori un giovane che è ancora innocente in questo mondo corrotto e pieno di pericoli. Il protagonsita deve fare un viaggio spirituale e qui metterà in discussione i propri valori e si lascerà affascinare dalle tentazioni del mondo moderno. Addirittura!
Reeves si è ritagliato per sé la parte dell’antagonista cattivo anche se a lui piace definirsi in questo film più un seduttore di anime e un maestro di vita.
Probabilmente per gli amanti del genere l’unica particolarità da segnalare è il contributo alla pellicola del bravissimo coreografo, Yuen Woo Ping, anche lui già in Matrix e in lavori come La tigre e il dragone e che ha curato personalmente tutte le action del film.
Un film che ha in tutto diciotto combattimenti e quaranta minuti di esclusivo kung-fu movie.
Come dicevo: una vera noia!
I fratelli Coen ritornano al cinema delle loro origini e lo fanno con una pellicola divertentemente amara dove le speranze e i sogni di un giovane e aspirante cantante si scontrano e si fondono con la dura realtà dei sobborghi operai di New York City e la difficoltà di emergere nel mondo dell’arte e della musica dei primi anni Sessanta del Novecento.
In Inside Llewyn Davis, presentato all’ultima mostra del cinema di Cannes, c’è una realtà oggettiva fatta di sacrifici e di speranze e c’è il mondo onirico e intimamente drammatico del protagonista. Due universi che non possono incontrarsi e che sono destinati a rimanere paralleli nonostante la fatica, l’impegno e le indubbie doti artistiche del giovane Llewyn Davis. Gli anni Sessanta al Greenwich Village hanno visto la nascita e l’affermazione della musica folk come genere emblema di una generazione di musicisti e di appassionati, un genere che avrebbe cambiato per sempre la storia della musica internazionale e che avrebbe avuto in Bob Dylan il suo guru più importante.
Il folk, però, nasce da più lontano. Come inno di passione e di speranza ad opera di giovani dei sobborghi operai della City che tra un turno in fabbrica, un lavoro estivo e uno provvisorio arrivano al Village pieni di sogni e speranze ma soprattutto con l’irrefrenabile desiderio di dare una svolta alla loro vita. Figli di operai che sognano il palcoscenico e la loro musica che passa nelle radio più famose d’America.
Llewyn Davis è uno di questi ragazzi. Vive alla giornata, dorme da conoscenti ogni volta diversi che lo ospitano su piccoli e logori divani in altrettanto piccoli e dimessi appartamenti e non riesce a guadagnare neppure un dollaro al giorno. E come per i migliori personaggi ebrei pensati dai fratelli Coen per le loro pellicole è perseguitato da una sfortuna incredibile. Che lo stesso Llewyn ha contribuito a costruire e di cui è in buona parte responsabile.
Fragile, malinconico, introverso e irresistibile, il giovane protagonista riesce a non concludere nulla neppure con il socio musicista con cui parte alla conquista di New York immaginando di suonare in un duo e di conquistare così pubblico e critica. Il socio però lo molla presto e Llewyn rimane solo a gestire la sua vita e la sua ebraicità cercando il successo ma sentendosi in colpa per questo, desiderando essere famoso al più presto ma volendo conservare il suo purismo artistico.
Llewyn è probabilmente uno dei personaggi più infelici e belli mai creati dai fratelli Coen.
Il film è per i nostalgici dell’epoca e anche per chi da contemporaneo ne vuole respirare l’aria più autentica. I registi sono riusciti a riportare fedelmente le ambientazioni degli anni Sessanta, gli studi di registrazione, i locali dove la musica folk spopolava e perfino i tipici appartamenti newyorkesi con le scale antincendio esterne improvvisando un omaggio cinematografico a Colazione da Tiffany facendo anche apparire un gatto che, a differenza dell’altro con la bella protagonsita del film del 1961, riesce a essere più scaltro, fortunato e vincente del protagonsita Llewyn.
È l’amaro di tutti i film intimisti dei fratelli Coen, il loro marchio di fabbrica più famoso e meglio riuscito e che fa di Inside Llewyn Davis la pellicola più struggente dell’ultima mostra del cinema di Cannes. Il protagonsita del film è l’attore Oscar Isaac, ma c’è anche una piccola e divertente parte interpretata da Justin Timberlake che canta in maniera intimista e dolce e che dà al film dei Coen un paio di fotogrammi di commercialità pura.
Inside Llewyn Davis rimane soprattutto un film emozionante dove lo spettatore vive con apprensione e compassione le vicende del protagonsita fino al suo provino più importante dove si esibisce nella ballata triste e intimista davanti al manager che lo liquida con una delle frasi più comiche e irriverenti di tutta la narrazione.
Le speranze non fanno mangiare. L’arte non paga e la musica folk è solo per pochi eletti.
O almeno sembra. Ma non è tutto vero. Llewyn Davis canta, continua a cantare.
In fondo il vero senso della vita rimane quello di essere fedeli al proprio, irrealizzabile, sogno.
La Festa Nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà è sbarcata al Carroponte.
Il Carroponte ha risposto presente e ha riempito la propria programmazione con una serie di imperdibili concerti.
Il nome Mauro Ermanno Giovanardi vi dice niente?
Cantante, produttore discografico e bassista italiano.
Noto al grande pubblico come ex leader dei La Crus, raffinata band di musica d’autore che si è sciolta definitivamente nel 2008.
Il 23 luglio alle 21.30 salirà sul palco e non sarà solo.
Con lui ci saranno i Sinfonico Honolulu.
Livornesi sanguigni, ottimi musicisti e curiosi sperimentatori.
Tra loro pare esserci stato un vero colpo di fulmine, quanto meno a giudicare dalle parole d’amore che il cantante lombardo ha dedicato ai suoi nuovi compagni di viaggio:
“L'amore a prima vista è un sentimento di passione romantica che si sviluppa fra perfetti estranei al loro primo incontro. L'espressione può essere usata con diverse sfumature di significato: attrazione, infatuazione, innamoramento. Questo è quello che mi è successo quando ho incontratoil suggestivo universo musicale del Sinfonico Honolulu”.
Romantici di Milano, avete segnato questa data?
Mauro Ermanno Giovanardi e i Sinfonico Honolulu vi aspettano per un’imprevedibile ed intrigante commistione di linguaggi che promette grandi emozioni.
Inizio concerto ore 21.30
Ingresso 10 euro
Carroponte, via Granelli 1, 20099, Sesto San Giovanni (MI)
L’arte è da sempre stata considerata dall’uomo, perlomeno quello laico, come il solo modo che ha di conquistare l’eternità, di diventare immortale. Quando un artista realizza un’opera, questa resta impressa sulla tela o nel marmo, e da quel momento in poi nulla la potrà cancellare. Non sto parlando di gloria eterna, non tutti gli artisti sono diventati Michelangelo o Raffaello ovviamente; si tratta più di una questione individuale, del rapporto tra l’artista e la sua opera, che chiunque abbia mai fatto arte, o si sia avvicinato a questo mondo da visitatore attento e sensibile, potrà comprendere. Tuttavia la tela, il marmo o uno spartito, possono essere colorati, scolpiti o riempiti di sentimenti, ma non ne provano di propri. Quando invece l’arte è fatta sulla pelle di una persona viva e cosciente le cose possono cambiare, devono cambiare. Abbiamo voluto discutere di questa questione con Valentina Sedda, oggi tatuatrice professionale nel suo studio di via Trivulzio, a Milano.
In passato hai lavorato come illustratrice e designer, avendo a che fare con tavole cartacee e tavolette grafiche. Com’è cambiato il rapporto con la tua opera, dal momento in cui il tuo strumento principale, oltre alla macchina per tatuaggi, è diventato la pelle delle persone? Credi che la tua vena creativa sia più, o meno libera di andare a briglie sciolte, rispetto a prima?
Sicuramente il rapporto con le mie opere è cambiato tantissimo. Lavorando come illustratrice e come designer, avevo a che fare prevalentemente con aziende che commissionavano i lavori. E questo significava avere dei paletti molto precisi, all'interno dei quali non era sempre la priorità poter esprimere il proprio senso artistico. Questo diventava spesso molto frustrante dal punto di vista della creatività. Raramente ho trovato aziende con una visione differente, e questo forse è uno dei motivi che mi ha spinto a cercare sulla pelle degli altri la mia tela. Quando ci si confronta in una dimensione esclusivamente umana e non aziendale, si capisce in maniera più costruttiva come mettere la propria ricerca artistica al servizio degli altri. I miei attuali clienti spesso approdano da me perchè già conoscono il mio stile e mi chiedono di reinterpretare le loro idee con la mia mano. E' un processo molto appagante, poiché generato da uno scambio tra persone che confrontano i propri pensieri e, spesso, anche i propri segreti.
Proprio per questo motivo, ovvero il fatto che la tua “tela” prova emozioni e sensazioni, che abbia un passato da raccontare e delle motivazioni che l’hanno spinta a venire da te, quando tatui il rapporto che si stabilisce è quello intimo, tra creato e creatore, o preferisci che resti sul piano professionale?
E' inevitabile per me stabilire un rapporto piuttosto intimo con le persone che tatuo. In questo mestiere, non bisogna mai dimenticare che, come dici tu, la nostra “tela” prova emozioni. Quasi sempre, sono i clienti stessi che hanno bisogno di aprirsi e raccontate. Il tatuaggio è spesso considerato una moda, ma credo che questo sia meno comune di quanto si pensi. O meglio, quando mi accorgo che è così tendo a proporre io attraverso il disegno una storia da raccontare, di modo che il tatuaggio in sé non venga mai ripetuto o banalizzato. Ma per tante persone tatuarsi è anche un profondo processo di espiazione, e il racconto fa parte di questo processo. Quando si va via dallo studio con la pelle tatuata, ci si sente forse un po' più leggeri: la storia che si voleva ricordare è ora incisa su pelle e può essere accantonata tra i pensieri che non ci tormentano più.
Cosa vuoi comunicare al fruitore attraverso la scelta del tuo nome d’arte, Inky Valentine, e del nome del tuo studio, Surreal Pop Tattoos?
Inky come inchiostro, un tratto indelebile che racconta delle storie e Valentine come qualcosa che si ama, che fa battere il cuore e sorridere. Il nome Surreal Pop Tattoos rimanda invece ad una porta che si apre su un mondo surreale, dove i sogni e l'inchiostro si uniscono in maniera indissolubile, prendendo vita sulla pelle.
Sembra di capire che tu viva il tatuaggio come una vera e propria forma di espressione artistica, come è ovvio che sia. Come ti relazioni con quel tipo di persone, e purtroppo ce ne sono molte, che non capiscono questo aspetto, e in un certo senso sminuiscono il tatuaggio a mero “capriccio estetico”? Ti è mai capitato di trovarti nella posizione di dover “giustificare” la tua scelta artistica?
Credo che il tatuaggio debba essere vissuto solo ed esclusivamente come forma artistica. In fondo, porterai scritta sul corpo un'opera che hai scelto di tenere per tutta la vita. Alcuni clienti mi chiedono di poter scegliere il disegno da un catalogo, si aspettano che io esegua indifferentemente qualunque stile, ma non è così. Bisogna saper rifiutare i lavori che non sono nelle nostre corde, prima di tutto per non mandare a casa un cliente scontento. Ad esempio, io ho una visione piuttosto onirica della quotidianità, mischio costantemente il sogno e l'inconscio alla brutalità della realtà. Perciò non mi si può chiedere di realizzare un tatuaggio realistico, perchè non sarei la persona adatta a farlo. Non avrei la tecnica necessaria e la mia interpretazione sarebbe pressochè nulla, perchè non mi entusiasmerebbe riprodurre la realtà così com'è. Credo che ogni persona debba trovare il tatuatore più adatto al proprio mood, senza fermarsi dal primo sotto casa perchè non ne si conoscono altri. Più ricerca prima di tatuarsi aiuterebbe a spazzar via un po' di quell'alone di moda dozzinale che si diffonde per mancanza di cultura.
Come qualsiasi forma artistica, anche quella del tatuaggio è soggetta ai venti delle mode. Ti è mai capitato di non trovarti in linea con la corrente del momento, o di rifiutarti di realizzare per l’ennesima volta un tatuaggio simile a mille altri? Alla fine è una pratica che, forse più di altre, è legata a doppio filo con le leggi del mercato; credi di dovertici adattare o preferisci mantenere una sorta di integrità d’artista?
Come accennavo prima, credo che l'integrità artistica sia fondamentale. Ci sono soggetti ricorrenti che vengono richiesti, ma questo non significa che non possano essere rielaborati ogni volta e customizzati su ogni cliente. Con la corrente del momento non ci si può trovare in linea. Non si possono scaricare i tatuaggi da google e copiarli di sana pianta. Quando un cliente mi porta delle foto di tattoo già eseguiti, propongo sempre la rielaborazione personale. Mantenendo il soggetto principale ma ridisegnandolo completamente in modo da renderlo unico. Anche nei clienti più scettici, ho notato che questo lavoro di reinterpretazione è quello che poi li rende soddisfatti e li convince a tornare altre volte a tatuarsi da me.
Oltre alla possibilità di conoscerti venendo a trovarti nel tuo studio, sarai presente all’evento Chapeau, organizzato da Rosaspinto e Modalità Demodé. Cosa devono aspettarsi gli eventuali avventori dalla tua performance?
Durante l'evento del primo giugno, sarà presentata una serie inedita di disegni che potrete provare direttamente sulla vostra pelle con gli stencil che durano qualche giorno. Se il risultato vi piace, non dimenticatevi di prenotare il vostro tattoo! Per tutti coloro che prenoteranno durante la serata, ci sarà infatti in omaggio un piccolo punkosauro da portare sempre con voi! Troverete inoltre in vendita stampe Limited Edition di 3 serie diverse di disegni, spille a forma di teschio e shopper in cotone.
Per saperne di più su Inky Valentine e sui suoi tatuaggi potete dare un'occhiata al suo sito www.inkyvalentine.com e alla sua pagina FB https://www.facebook.com/pages/Inky-Valentine-Surreal-Pop-Tattoos/345919008768859
E’ facile pensare a Moncler limitandosi all’idea di un piumino, che diciamocelo, non è proprio uno uno degli stilemi della chiccheria! Ma se guardiamo poco oltre è facile scoprire come la Maison rappresenti in realtà una piccola avanguardia in termini di stile e materiali. La collezione Moncler Gamme Bleu P/E 2013 uomo lascia spazio all’interpretazione e soprattutto ad uno stile, che, come il clima si rivela di fatto versatile. E’ più difficile per un maschietto risultare elegante senza però perdere quel pizzico di sport soul che è insita nel DNA. Tutto questo porta spesso a conseguenze “estreme”, sia da un lato, che dall’altro. E così si finisce per sembrare fighetti se ci si lucida troppo o privi di gusto se ci si trascura! Un filo sottile! Proprio su questo filo si pone la Gamme Bleu che rende omaggio al mondo della vela con una collezione che unisce l’anima sportwear di Moncler all’haute couture hand mate.
Quello che salta agli occhi di questa collezione è senza dubbio una nuova idea di principe, o di principi, che non sono affatto azzurri, ma tecnici. Tecnici come i tessuti impermeabili frutto dell’expertise Moncler. Dimentichiamo il cavallo, quest’estate il principe arriverà in barca a vela, con mantella di nylon impermeabile come il cappello marinière. Capi davvero lontani dalla banale idea di un piumino! Ne risulta un uomo fresco, disinvolto che sa essere sportivo e chic nello stesso momento, un uomo senza patria, non riconducibile, nuovo. Compaiono colli alla marinara e calzoncini corti con calzini sotto il ginocchio, abbinati genialmente a capi classici sartoriali, come trench, cardigan, polo e completi “bon ton sport” a quadretti Vichy. Tutti attraversati dai codici tipici dell’abbigliamento nautico come le cuciture nastrate e i dettagli ispirati allo spinnaker. La gamma cromatica della collezione va dal total white look al “black tie”, entrambi mescolati al rosso e al blu in un gioco di esuberanti contrasti che si accentuano nei look in bianco e nero con un tocco di “giallo cerata”.
Strano pensare come l’eleganza possa nascere dal concetto di sport, apparentemente filosofie distanti, si nutrono in realtà di una complementarità affascinante. Quello proposto è un uomo simpatico, soprattutto ironico, che si diverte e sa giocare restando pur sempre elegante. E’ questo il concetto biologico di Moncler, azienda fondata nel 1952 da René Ramillon, artigiano di attrezzature da montagna francese. Il nome Moncler è l'acronimo della località Francese Monestier de Clermont, nei pressi di Grenoble, dove l'azienda è stata fondata. Oggi Moncler propone interpretazioni inedite del concetto di piumino, e va ben oltre! Come un autentico luxury brand, ha esteso i suoi confini. Oggi il nome Moncler è il brand core di una serie di marchi che differenziano l’offerta merceologica della Maison. Alla quale si affiancano altre linee come la Gamme Rouge,linea femminile fondata nel 2006 e inizialmente disegnata da Alessandra Facchinetti. Attualmente la linea è passata alla direzione artistica di Gianbattista Valli. Gamme Rouge propone giochi di volumi e proporzioni, impreziositi da ricami e manifatture davvero sofisticate.
Per quanto riguarda la linea maschile Gamme Bleu, è stata fondata nel 2009 e affidata alla direzione di Thom Browne. Designer americano di grande successo che disegna parallelamente un’altra linea che porta il label Browne. Dal primo fashion show la linea è stata sempre presentata a Milano durante la settimana della moda maschile. Le locations e le ideazioni delle sfilate hanno sempre posto un accento sull’ironia e sul concetto di sport, come un campo da tennis o una piscina coperta oppure una pista da sci artificiale. Thom Browne era trall’altro un nuotatore, questo amplifica e chiarifica ancora di più quanto nella storia di questa azienda possa essere implicita l’idea dello sport. Le favole si aggiornano e le corone vengono rimpiazzate da un sorriso. Esiste un tempo per sognare e un altro per giocare. Ma la bellezza è per sempre.
Il week end del 1° Giugno la scuola di Yoga [hohm] street yoga festeggia il suo primo compleanno. I suoi maestri propongono 5 lezioni GRATUITE per festeggiare.
Per l’occasione si avrà l’occasione di praticare assieme lezioni aperte a soci e amici.
h 11.00 QUIET PRACTICE
h 13.00 STREET VINYASA
h 15.00 HOHMOGENIC
h 17.00 QUIET PRACTICE
h 19.00 STREET VINYASA Vieni a provare, porta i tuoi amici, le porte di [hohm] saranno aperte dalle 10.30 alle 19.00.
Un’occasione unica per provare senza impegno la pratica dello Yoga proposta dalla scuola.
Vi invito a conoscere uno dei maestri della scuola, Marco Migliavacca, leggendo la sua intervista esclusiva per Nerospinto:
http://www.nerospinto.it/new/2013/oggi-chiacchiero-con-marco-migliavacca-maestro-di-yoga-vinyasa/
[hohm] street yoga
via S.Calocero, 3 - Milano (MM2 S.Ambrogio)
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. http://hohmstreetyoga.com/ tel. 3381748044
Namasté, Vittorio Pascale
Allievo praticante di Yoga Integrale presso il Centro Parsifal Yoga, Milano Fondatore della pagina Fb: Yogamando Studioso e praticante di Buddhismo Tibetano hai domande? Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
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