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E’ un percorso pieno di domande alla vita e sulla vita quello che coinvolge gli spettatori chiamati a seguire Augusta, protagonista del nuovo film del regista bolognese Giorgio Diritti.
“Un giorno devi andare” affida all’espressività del paesaggio umano e naturale dell’Amazzonia, dolorosamente attraversato dagli sguardi della protagonista Jasmine Trinca, il compito di raccontare un viaggio dell’anima, materia rara nel cinema italiano che avvicina piuttosto il regista all’orizzonte filmico europeo. E’ il dolore a spingere Augusta lontano dall’Italia, a metterla di fronte alla diversità estrema delle popolazioni indios che una missione cattolica sembra imprigionare ancora nelle trame culturali dell’occidente.
Allora la giovane e inquieta Augusta sceglie di andare oltre, di vivere dal di dentro tutti i limiti e le diversità di quella terra, scoprendo quanto la precarietà materiale possa abbattere ogni filtro con la sua interiorità, spazzando via le difese dalla sofferenza. Ma la quotidianità lasciata a casa continua ad irrompere con le figure della mamma e della nonna della donna, definendo nella storia una molteplice immagine del femminile in diversi momenti esistenziali, alla quale si aggiunge la presenza di una ragazza amazzonica il cui destino si incrocia con quello della protagonista trasformandola quasi nel suo alter ego, in un rovesciamento di costumi e abitudini tra due mondi apparentemente molto distanti.
Non sono le parole a definire il racconto del film costruito piuttosto sulla forza dell’immagine – e dunque sulla fotografia e il talento registico – dominata dalla natura essenziale, senza artifici, seguita nel suo corso, con tutte le difficoltà tecniche del caso, nel pieno rispetto dei luoghi e della forza narrativa scaturita dal contatto elementare, quasi primigenio, della protagonista coinvolta come persona prima che come personaggio nell’esperienza del film.
E’ necessario che anche il pubblico posto di fronte al film si metta presto in cammino per superare la pigrizia dello sguardo, andare oltre i confini della lingua e della forma per afferrare il messaggio di stile e di contenuto racchiuso nella coraggiosa ed originale regia di Diritti, sostenuta da un cast pienamente a servizio del progetto, coinvolto e aperto all’incontro con la comunità indios e con gli attori non professionisti scelti dal regista per affiancare gli interpreti italiani. Una fusione armonica che trapela dopo scena dopo scena equilibrando la presenza “straniera” fino a confonderne l’identità, persa nei meandri della foresta e quasi abbandonata nel flusso naturale.
Nel finale una liberazione, per Augusta e per lo spettatore che la accompagna, avvertita come esigenza di perdersi per ritrovarsi, priva però di una chiusa razionalmente definita, in sospeso come è proprio della dimensione dell’andare, senza un “dove” che imprigioni l’occhio aperto verso l’infinito.
Scintillante, vorticoso, caotico e spettacolare: il Grande Gatsby ritratto da Baz Luhrmann è tutto questo.
Un turbinio di luci, musiche, balli sfrenati e avventori che si avvicendano ogni giorno nella casa dell'uomo più ammirato e misterioso di West Egg, celebrandone il mito ma non comprendendone appieno il potenziale.
Lo sfarzo e la ricchezza di questo fascinoso gentiluomo, che poco si concede delle grandi feste che organizza, sono uno specchio per le allodole che attrae la più ampia varietà di personaggi, tranne colei che lui veramente desidera, poiché, anche lo splendore del lusso più sfrenato, non può competere con la speranza che sa accendergli nel cuore quella luce verde che risplende ogni notte dall'altro lato della baia e che sembra possa afferrare solo tendendo la mano: la luce del pontile della casa della sua amata, la sua passione mai spenta per Daisy.
In una cornice anni 20 ricostruita in modo splendido, dai meravigliosi costumi alle preziose scenografie, il film rilegge in chiave pop (soprattutto per la scelta della colonna sonora, molto audace) il classico di F. S. Fitzgerald. Non potendo rendere la delicata poesia che caratterizza alcuni passaggi del libro, il regista ha optato per una lettura differente, portando all'estremo la resa visiva di alcune scene con carrellate vertiginose ed esplosioni di luce e colore, rendendo più contemporanei gli ambienti mondani descritti e regalando una dimensione a sé ai due protagonisti.
Il sentimento, mai dimenticato in 5 lunghi anni di distanza, che riempie il cuore di Gatsby viene esaltato con sequenze a tratti ironiche, ma nella maggior parte dal sapore onirico in quanto, come cerca di spiegare più volte l'amico Nick Carraway, non è possibile rivivere il passato.
Ma dentro Gatsby la convinzione e la volontà sono più forti della realtà e l'ardore che brucia in lui al solo pensiero di Daisy lo porta a credere che anche per lei sia la stessa cosa, che resteranno insieme per sempre.
Lo scontro con la verità dei fatti porta però a riflettere: Daisy è sposata, Gatsby per potersi permettere quanto possiede è entrato in affari con i peggiori malavitosi di New York e tutto ciò crea un solco tra i due che non si può cancellare.
Il conflitto tra un presente inaccettabile e un passato che deve rivivere ad ogni costo è incarnato perfettamente dal protagonista, la cui dedizione al proprio sogno lo porta ad avere fede nelle sue possibilità sino al momento della sua morte.
Un impareggiabile Leonardo Di Caprio sovrasta tutto il cast (composto da star di rilievo quali Tobey Maguire, Joel Edgerton, Isla Fisher), rendendo con i gesti e soprattutto con gli sguardi il tormento di un uomo innamorato e prigioniero di un'illusione meravigliosa da cui è impossibile affrancarsi, ma sprigionando al contempo quel fascino e quella compostezza degna dell'uomo più mirabile e realizzato, quale Gatsby mira ad essere.
Un film da non perdere per lasciarsi incantare dal fascino di un'epoca che non c'è più e per farsi travolgere dalla forza di un amore che determina la grandezza di un uomo più di quanto possa fare qualsiasi ricchezza o posizione sociale.
La nostra mente si sa, spesso viaggia per fugaci associazioni di idee ed immagini, a volte condivise, a volte solo nostre. Non voglio e non posso credere però, che quello che due parole come jazz e ska evocano alla mia mente, non sia condiviso dalla stragrande maggioranza delle persone. Swing e calice di vino rosso rubino in umidi bar di New Orleans degli anni ’20 da un lato, groove travolgente, sorrisi tropicali e naturali sostanze illecite (o per molti illecitamente illecite) dall’altro. Due realtà forse apparentemente diverse, ma in verità legatissime, entrambe con radici culturali profonde profondamente vicine. Il Jazz è il genere colto che arriva dal basso per eccellenza, modulato dalla cultura popolare africana e da quella dei circoli d’èlite europei, figlio scapestrato, ma consapevole del blues, contaminato da così tanti influssi diversi che si può dire stia alla base della maggior parte dei generi musicali più moderni. Dicono di lui « In genere, il jazz è sempre stato come il tipo d'uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia. » Lo ska? Anche lui, seppur spesso associato al semplice divertimento, è in realtà un genere musicale pregno di un forte senso di identità e di appartenenza che ha permesso alle comunità caraibiche immigrate, soprattutto in Inghilterra, di mantenere una forma culturale coesa, dopo le esperienze della DUB e dell’ RNB, e non senza gli influssi del sopracitato zio Jazz. Due parenti che hanno preso strade diverse? No signori. Anche oggi, a quasi cent’anni da quei magici anni ’20, il Jazz continua ad emozionare, ed insieme allo ska, fa divertire e ballare, creando un universo parallelo che è un po’ un tuffo nel passato. Di questo frullato frizzante fanno il loro piatto forte i ragazzi della New York Jazz Ensemble, che dal 1994 animano i corpi e le menti degli avventori a ritmo di uno ska dalle forti componenti Jazz, prima fra tutte l’improvvisazione. Nati come side project dei The Toasters acquiscono presto tutta l’autonomia che meritano, diventando forse il gruppo di maggior pregio della scena. All’interno dell’ensemble artisti già noti nel panorama ska, reggeae e jazz: il trombone di Ric Becker, il sassofono, nonché flauto traverso, di Freddie Reiter, la batteria di Yao Dinizulu, la chitarra di Alberto Tarin, le tastiere di Earl Appleton e il basso di Wayne Bachelor. Impossibile non farsi coinvolgere dalla febbre della loro energia dal loro sapore un po’ retrò, un po’ esotico, e dai ritmi travolgenti. (Si narra inoltre di una grande capacità intrattenitiva dei membri della band.)
I ragazzi della NYSJE saranno in Italia per due date, il 17/07 al circolo Magnolia di Milano e il 20/07 al Botanique Garden di Bologna. Performance artistica di livello e divertimento, assicurati!
Antony Hegarty, meglio conosciuto con il nome di Antony and the Johnsons, è largamente considerato uno dei talenti più emozionanti e coinvolgenti che il mondo della musica contemporanea abbia visto dall’inizio del nuovo millennio. Quest’estate tre città italiane si scalderanno della sua voce e della sua luce, in occasione di tre imperdibili appuntamenti a Roma, Verona e Firenze. Facciamo però un passo indietro, per tutti coloro che non sono ancora mai entrati nell’universo stellato e tormentato di Antony e dei suoi Johnsons.
Nato nel 1971 nella contea di West Sussex, Inghilterra, viene a contatto con il mondo della musica grazie a “Kissing to be clever”, album di debutto dei Culture Club. Dichiara di aver pensato “Bene, ecco cosa fanno quelli come me: diventano cantanti". “Quelli come me”, dice. Antony infatti, già da piccolissimo, riconosce in sè un outsider, una mosca bianca mai del tutto omologabile alle altre; egli riuscirà tuttavia a fare delle sue “diversità” la sua più bella caratteristica, artistica quanto umana, forse anche grazie ad icone come Boy George, Joey Arias, Dean Johnson, Phoebe Legere, sua immensa fonte di ispirazione.
Il vero punto di svolta nella maturazione artistica di Hegarty avviene grazie al contatto con il mondo dell’underground newyorkese, della scena punk e drag, dove si esibisce in club scuri e fumosi con il collettivo di artisti “Blacklips”, in spettacoli che variano dalla pièce teatrale alla performance musicale rock, a tratti grottesca, provocatoria. E’ proprio dopo questa esperienza eclettica, nel 1995, che nasce il progetto Antony and the Johnsons, la cui attuale formazione, oltre ad Hegarty, comprende Julia Kent, Doug Wieselman, Jeff Langstone, Maxim Moston, Rob Moose, Parker Kindred e Thomas Bartlett. Nel 1998 esce l’album d’esordio, il quale si dice abbia colpito Lou Reed a tal punto da fargli dichiarare che mai nessun cantante l’aveva commosso tanto, al punto da spingerlo a proporre ad Antony di realizzare una cover di Perfect Day e di partecipare al suo tour.
Gli spettacoli di Antony and the Jonsons sono intensi e toccanti e non tardano a conquistare il pubblico dei nightclub della scena. E’ tuttavia con molto ritardo, dopo numerose collaborazioni prestigiose e qualche pubblicazione inedita, che la grande macchina della discografia mainstream si accorge veramente del valore del progetto, come spesso accade d'altronde. Solo nel 2005 infatti Antony and the Johnsons ottiene l’attenzione che merita, e il secondo album, "I Am A Bird Now", riscuote un enorme successo di critica e vendite. Quest’ultima pubblicazione è seguita nel 2009 da "The Crying Light" e da "Swanlights" nel 2010. Infine, due anni dopo, esce "Cut The World", raccolta di brani registrati in versione sinfonica insieme alla Danish National Simphony Orchestra. “Antony è la cosa più raffinata che possiate ascoltare nella vostra vita”, afferma Laurie Anderson, non molto lontana dalla verità a mio parere: le deliziose melodie di piano accompagnate dalla voce senza pari di Antony, in un duetto da togliere il fiato; i brani orchestrali ed energici, fatti di un violento esplodere di tutti gli strumenti o di una graduale crescita verso l’amplesso musicale; le liriche, alienate, ricche di tutte quelle differenze che fin da piccolo Antony ha saputo trovare in sé e che gli hanno permesso di diventare l’artista che è oggi. Come in quadro di Turner i colori si mescolano in tutta la loro drammaticità, riuscendo a dipingere sulla tela eterea del suono ogni più sentito sentimento umano, dall’angoscia di un paesaggio scuro e nebbioso alla più luminosa gioia di un cielo terso d’aprile. L’ascoltatore è trascinato in questo vortice, inerme, come le anime dei lussuriosi che portate da una parte all’altra dal vento infernale, si abbandonano infine al suo volere. Un vero e proprio dramma romantico, ricco di pathos, energia e tragicità, permette di abbandonarsi completamente, senza coscienza, alle sensazioni più profonde, rendendoci tutti rei di un peccato ancora una volta prossimo a quello dei “peccator carnali / che la ragion sommettono al talento.”
ROMA, Cavea Auditorium, lunedì 1/07/2013 (in "She is so blue", concerto con la band, in un programma di cover mai presentato in Italia) Viale Pietro De Cubertin, 15 Apertura porte: 19.00 – Inizio concerto: 21.00 Prezzi dei biglietti: 40/50/55/60 euro + prev. Info e prevendite: www.auditorium.com
FIRENZE, Mandela Forum, domenica 31/08/2013 (in "Cut the world" w/ Orchestra & co-headlining con Franco Battiato) Viale Pasquale Paoli, 3 – Firenze Apertura porte ore: 19.00 – Inizio concerto ore: 21.00 Prezzi dei biglietti: 27/45/55/70 euro + diritti di prevendita Prevendite attive: www.ticketone.it INFOLINE: www.mandelaforum.it
VERONA, Arena di Verona, lunedì 02/09/2013 (in "Cut the world" w/ Orchestra & co-headlining con Franco Battiato) Via Roma 7/D, Verona Apertura porte ore: 19.00 – Inizio concerto ore: 21.00 Prezzi dei biglietti: 50/60/70/90 euro + diritti di prevendita Prevendite attive: www.ticketone.it INFOLINE: www.eventiverona.it
“Personalmente vedo questo progetto come un percorso potenziale verso la riscoperta del ruolo dell'uomo in natura. L'ho chiamato Genesi perché, per quanto possibile, desidero tornare alle origini del pianeta: all'aria, all'acqua e al fuoco da cui è scaturita la vita”.
Una frase che spiega al meglio l'obiettivo della mostra di Sebastião Salgado alla Forma Galleria fino al 6 settembre 2013.
Una meravigliosa selezione di 25 scatti di uno dei fotografi più importanti dei nostri tempi. Un viaggio in tutto il mondo lungo 8 anni: l'Amazzonia, il Congo, l'Indonesia, la Nuova Guinea, l'Antartide, l'Alaska. Dai deserti dell'Africa e dell'America alle montagne del Cile e della Siberia.
Grazie anche alla condivisione della vita quotidiana con le popolazioni indigene, è riuscito coglierne i momenti più intimi. Ha osservato e catturato il comportamento di animali selvaggi, ha immortalato paesaggi incontaminati.
È un ritratto del pianeta, un omaggio alla Terra. Un bianco e nero talmente forte da risultare un monito rivolto a chiunque: bisogna cambiare presto le nostre abitudini nei confronti della natura, portare un maggiore rispetto all'ambiente che ci circonda per poter mantenere vivi gli splendidi paesaggi che il fotografo ci mostra.
Info su orari e costi:
da martedì a venerdì dalle 10.00 alle 19.00
sabato dalle 12.00 alle 18.00.
Ingresso gratuito
Tel.: 02.89075420
Forma Galleria
Piazza Tito Lucrezio Caro, 1
20136 Milano
Il Festival di Cannes ha aperto finalmente le porte della stagione dei grandi festival del cinema.
E, come da tradizione, ieri sera sulla Croisette hanno sfilato i veri protagonisti della manifestazione, e cioè registi e attori che vedremo nelle pellicole.
I grandi nomi del jet set internazionale, da Leonardo di Caprio a Nicole Kidman, da Lana del Rey a Solange Knowles hanno sfidato la pioggia, che alla fine è arrivata, per percorrere la passerella di ingresso al salone del Theatre Lumiere dove si è svolta la cerimonia di apertura.
Oltre ai grandi nomi del cinema, ovviamente, come da copione, grandi star sono stati gli stilisti che hanno vestito i divi del cinema: uno su tutti Crisitian Dior che è stato scelto in più di un’occasione.
Carey Mulligan, una delle protagoniste del film più atteso, Il Grande Gatsby, ha optato per un haute couture dalle linee semplici, ma sempre di grande effetto (anche se dobbiamo dire che il prodotto di base ha aiutato molto…), un lungo con scollatura ampia dal colore candido come la sua pelle.
Stessa scelta per la giurata Nicole Kodman, che ha indossato un vestito di mezza lunghezza quasi da picnic sur la plage, di nuovo con tonalità molto tenui addolcite ulteriormente dalle stampe floreali quasi impercettibili.
Julianne Moore tra le tre è stata quella che forse ha osato di più: un bicolor nero e lilla dalle rifiniture lineari con grandi tasche laterali reso ancora più chic dai sandali gioiello.
Ma passiamo agli uomini, che un po’ come le gentili signore non si sono lasciati prendere la mano dall’occasione per far ricadere la scelta invece su abiti scuri, camicia bianca e papillon o cravatta d’ordinanza.
Uno stile semplice, ma come sempre, di grande effetto, così come appare sempre affascinante Leonardo Di Caprio, che rimane un ormai sicuro sinonimo di classe sul red carpet.
Anche il suo co-protagonista Tobey Maguire ha scelto un look senza troppe pretese, smoking scuro e papillon.
Il primo premio della serata, targata Cavalli questa volta, va a Cindy Crawford, che a 47 anni si può permettere con nonchalance un abito bianco a sirena con ampia scollatura bordata d’oro da far impallidire (quasi) tutte le altre partecipanti.
Chapeau.
A partire dal 10 giugno fino al 31 luglio per tutti gli amanti della musica partirà la seconda edizione della rassegna dell'estate musicale milanese chiamata City Sound.
L'obiettivo è quello di imporsi come uno degli eventi dedicati al suono tra i più importanti d'Europa. Il festival vanta una vasta partecipazione di artisti di fama internazionale, per creare un'edizione eclettica e ancora più ambiziosa della precedente, raddoppiando il numero di concerti con oltre 50 giorni di programmazione alternando cantanti presenti sulla scena rock, pop, hip hop, blues, jazz. Ci saranno anche concerti di musica elettronica con diversi live di alcuni fra i più importanti Dj.
Il festival sarà allestito all'ippodromo del Galoppo in via Diomede 1 a Milano, facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici.
Il programma artistico di City Sound 2013 è in fase di definizione. La direzione artistica del Festival sta lavorando per costruire un cast di alto livello con i nomi più interessanti della scena live e anche per il 2013 si proporrà come uno straordinario evento: il suono della città ha finalmente trovato la sua casa.
Il calendario di giugno prevede artisti come Paramore, Fun, The Killers, Mario Biondi, Toto, Korn e Motorhead, mentre a luglio ci saranno The National, Simona Molinari, John Legend, Iggy, Wu Tang Clan, Skunk Anansie, Atoms For Peace, Davide Van De Sfroos, Deep Purple, Earth Wind & Fire, Tiesto, Santana e Blur.
Per maggiori informazioni visitate il sito www.citysoundmilano.com
Info: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 0263793389
Spazio Concept dedica un evento speciale alla serata più fortunata dell'anno: venerdì 17 dalle 22.30 prenderà il via I kissed a girl and I survived it.
Chi ha detto che lesbiche e poiane debbano andare a braccetto? Cut & Go ha deciso di dare un taglio al lesbian drama (di qualsiasi tipo) e di dire basta all'alone di tragedia che troppo spesso ci ritroviamo cucito addosso, e quale giorno migliore di un venerdì 17?
Tranquille però, pur con tutto quest'ottimismo la nostra musica non cambia.
Selezione musicale & videoart a cura di:
Etwas (Lezpop.it / Soft Revolution Zine)
Horror (Pornflakes queer crew)
La Thinny (Gaia360° e Polyester)
Splend'or (Lezpop.it / Manuale del perfetto rimorchio)
Border Barber: Archa
(si consiglia di arrivare presto per il taglio di capelli)
Guests: LEZPOP
Selectior: La Mile
Ingresso 5 euro con tessera gratuita
Drink:
5 euro birra media
7 euro cocktail
Spazio Concept
via Forcella, 7
Milano
Ultimamente nelle trasmissioni televisive si vedono sempre più programmi che si occupano di autoproduzione. E’ di sicuro la nuova tendenza del momento.
Se entrate in una libreria oggi non si capisce più dove iniziano i libri di cucina e dove quelli di giardinaggio. La moda dilagante degli orti sul balcone, sponsorizzata anche da Michelle Obama, ha fatto si che le persone prendessero sempre più dimestichezza con ortaggi e frutta che si possa coltivare in casa. Tutti possono farlo? Si. Costa molto? No, solo un po’ di tempo.
“Ma non ho mai tempo!” pensiamo subito. Basta organizzarsi, potrai fare la vita di sempre ma mangerai più sano e spenderai molto meno.
L’autoproduzione di per sé è un fenomeno che si è sviluppato negli ultimi anni. Ci sono molti esperti di autoproduzione spesso legati al downshifting e decrescita, spesso confuse l’una con l’altra, ma con un fine comune: la consapevolezza che chi fa da se fa per tre.
Una persona da seguire, molto interessante è Grazia Cacciola che oltre al suo blog (www.erbaviola.com) ha scritto molti libri sull’argomento ed è stata più volte ospite su Geo&Geo, trasmissione scientifica della Rai.
Autoprodurre significa produrre meno rifiuti, inquinare di meno, usare molte meno pillole, sapere cos’hai nel piatto e dormire sereno poichè stai al mondo senza disturbare troppo.
Ovviamente è un percorso, e ovviamente chi si avvicina a questo o quel livello di autoproduzione lo fa a seconda delle proprie possibilità. Ma si può autoprodurre in un appartamento di Milano?
Si, è molto semplice. Cosa si può autoprodurre? Comincerei dal Pane.
Basta procurarsi del lievito naturale (pasta madre) e si può fare il pane in casa, più digeribile, a bassissimo costo. Effetti collaterali dell’avere la pasta madre sono gli scarti di pasta madre facilmente trasformabili in piadine e grissini per esempio.
Altra possibile produzione in casa a Milano è il seitan. Sostanzialmente è glutine di frumento, molto proteico, leggero e digeribile. Da un kilogrammo di farina si ottengono circa 500 gr di seitan (carne vegetale) e delle tagliatelle o gnocchi di amido per 4 persone. Economico, no?
Che dire dei germogli? Una bomba di vitamine, sali minerali, proteine in concentrato. Per farli vi basterà un barattolo di vetro, legumi secchi (o semi vari) e acqua. Nulla di più. Basterà cambiare l’acqua ogni 12 ore (sciacquare i semi ci si mette 10 secondi netti) e avrete ogni 4 giorni germogli freschi. Basta avere 3-4 vasetti e ogni giorno si possono avere sostanze preziose a pochissimo prezzo.
Le piante aromatiche sul davanzale, zucchine, pomodori sul balcone sono un altro prezioso esempio.
La cosa più produttiva e sbalorditiva, anche se si ha un piccolo balconcino è l’autoproduzione di patate. Basta mettere 4 patate germogliate, tagliate secondo i punti germogliati, messe con del terriccio in un sacco di iuta, man mano che la pianta cresce, si aggiunge terra e si riempie il sacco. Sapete quanto produrrete da 4 patate in 2 mesi? 40 kg di patate. Incredibile? Provare per credere. Con tre sacchi di patate avrete tantissime patate, per voi, i vostri amici e chissà, un po’ potrete anche venderle ai vicini.
Vi siete convinti?
Mirko Ciotta
www.shekkaballah.com (per approfondimenti sulla cultura e il mondo Vegano)
Jenny Hval, classe 1980, non deve essere una persona semplice da capire, in realtà deve essere un po' folle in quanto artista. Questa ragazza norvegese si è fatta da sola, il suo nome circola da anni come scrittrice, giornalista e artista (sonora e non), all'improvviso nel 2011 Wire presenta il suo disco di debutto così: “a stunning achievement both conceptually and musically.”
È proprio 'Visceral', uscito per la Rune Grammofon che non l'ha più lasciata da sola, che ci avvicina al suo mondo, fatto di silenzi e di partenze in sordina che poi esplodono con frasi che ti lasciano di sale: “I arrived in town with an electric toothbrush pressed against my clitoris, after a few weeks it ran out of batteries […] between my lips” ('Engines in the City' apripista di 'Visceral'). Un non so che di morboso ritorna anche in questo 'Innocence is Kinky' (titolo che è forse un omaggio al disco degli Einstürzende Neubauten?) sempre in apertura con la title track che trasuda rock in modo scomodo: “That night, I watched people fucking on my computer...” e continuando potete imbattervi in altro.
Il corpo femminile, la sessualità, i media e le città sono i temi dominanti che ritornano e che Jenny utilizza per costruire le sue canzoni e per raccontare le sue storie. 'Mephisto in the Water' è eterea, dolcemente il suono che prima ci culla lascia lo spazio necessario alla voce che sale verso l'alto; 'I Called' stride tutta e rimbalza nell'aria come una pallina lo-fi impazzita, mentre 'Oslo Oedipus' sperimenta e si distacca dal terzetto iniziale, quasi come per spezzare l'atmosfera, con uno spoken word.
C'è anche un richiamo cinematografico al film 'The Passion of Joan Arch' di Carl Theodor Dreyer e all'attrice che interpretò la pulzella d'Orleans nella straniante 'Renée Falconetti of Orleans'; il nome dell'eroina francese si ripresenta anche verso la fine, nell'ottava traccia dal titolo 'Is that anything on me that doesn't speak?'. 'I Got no Strings' è la più ritmata e sembra quasi di stare ad ascoltare una P. J. Harvey in chiave sciamana che lancia maledizioni come se piovesse; 'Death of The Author' chiude con una prova di songwriting intelligente e l'arte di Jenny si sente tutta, mostrandoci sensibilità e innovazione.
Un disco davvero più corposo, rispetto al lavoro passato, meno sperimentale e più concreto dove il misto tra il rock, il noise, lo spoken word e la new wave rende 'Innocence is Kinky' un album davvero importante e da avere assolutamente nella vostra collezione. Voglio lasciare l'ultima parola, però, a Giacomo Leopardi proprio sull'innocenza, giusto per rimanere in tema e per farvi riflettere: “per innocente intendo non uno incapace di peccare, ma di peccare senza rimorso” (Zibaldone).
Sito Internet: www.jennyhval.com
Andrea Facchinetti
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