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Nel racconto contemporaneo della bellezza, la medicina estetica ha progressivamente abbandonato l’idea di trasformazione radicale per abbracciare un approccio più sottile, misurato, quasi invisibile. Oggi il vero obiettivo non è cambiare volto, ma accompagnarlo nel tempo, restituendo equilibrio, freschezza e armonia. In questo scenario si inserisce il confronto tra filler e lipofilling, due metodiche diverse ma sempre più centrali nel ridefinire i volumi del viso e del corpo.
A chiarirne differenze e potenzialità è il dottor Dario Tartaglini, Direttore Sanitario di BETAR MEDICAL, Centro Specializzato in Medicina Estetica di Milano, che individua proprio in queste due tecniche le soluzioni più efficaci per contrastare i segni del tempo senza ricorrere alla chirurgia invasiva.
Il primo segnale dell’invecchiamento non è una ruga, ma una sottrazione: il volto perde progressivamente volume, i tessuti si svuotano, gli zigomi si abbassano e le guance si assottigliano. È un cambiamento silenzioso ma decisivo, che modifica la percezione complessiva del viso. È qui che intervengono filler e lipofilling, restituendo pienezza e struttura laddove il tempo ha lasciato spazio.
Il filler è la risposta più immediata e diffusa. Il termine stesso, “riempimento”, racconta la sua funzione: colmare, sostenere, ridefinire. Le sostanze utilizzate vengono iniettate nel derma o nel tessuto sottocutaneo per attenuare rughe, correggere imperfezioni e ripristinare i volumi perduti. Tra queste, l’acido ialuronico è senza dubbio la più utilizzata, grazie alla sua naturale presenza nell’organismo e alla sua elevata biocompatibilità.
Il successo del filler risiede nella sua semplicità. Il trattamento è rapido, non richiede anestesia significativa e consente un ritorno immediato alla quotidianità. Il risultato è visibile fin da subito e, soprattutto, prevedibile: un effetto soft-lifting che leviga senza irrigidire, che riempie senza appesantire. È una soluzione ideale per chi desidera intervenire con discrezione, mantenendo il controllo sul risultato finale.
Purtroppo, però, questa leggerezza operativa ha un prezzo: il tempo. I filler riassorbibili, proprio perché integrati naturalmente dall’organismo, tendono a svanire nel giro di alcuni mesi, generalmente tra i sei e i dieci. Il risultato, per quanto armonioso, non è dunque definitivo; a ciò si aggiungono effetti collaterali lievi e temporanei, come piccoli gonfiori o ematomi, e la necessità di sottoporsi a trattamenti periodici per mantenere l’effetto desiderato.
Di tutt’altra natura è il lipofilling, che introduce una dimensione più profonda e strutturata. In questo caso non si tratta di iniettare una sostanza esterna, ma di utilizzare il tessuto adiposo del paziente stesso. Il grasso viene prelevato, generalmente da addome, fianchi o cosce, purificato e successivamente reinserito nelle aree da trattare. Il risultato è un riempimento autentico, biologico e compatibile.
Il fascino del lipofilling risiede proprio in questa coerenza organica. Il corpo riconosce e accoglie il materiale, integrandolo nei tessuti. Non solo: il grasso trasferito contiene cellule capaci di stimolare la rigenerazione cutanea, migliorando la qualità della pelle. È un intervento che lavora su due livelli, estetico e biologico, offrendo risultati che possono rivelarsi duraturi nel tempo.
Tuttavia, questa complessità si traduce in un approccio più impegnativo. Il lipofilling è una procedura ambulatoriale che richiede maggiore preparazione tecnica, tempi più lunghi e una fase operatoria articolata. Non tutto il grasso trasferito sopravvive nel tempo, e in alcuni casi può rendersi necessaria una seconda seduta per perfezionare il risultato. Anche i costi risultano generalmente più elevati rispetto ai filler tradizionali.
Il confronto tra queste due metodiche non si risolve in una scelta netta, ma in una valutazione personalizzata. Il filler risponde all’esigenza di immediatezza, reversibilità e semplicità. Il lipofilling, invece, si rivolge a chi cerca stabilità, naturalezza assoluta e un intervento più profondo.
In entrambi i casi, la vera discriminante resta la competenza medica. La medicina estetica, oggi più che mai, richiede precisione, conoscenza anatomica e senso della misura. Non si tratta solo di tecnica, ma di visione: quella capacità di leggere un volto e intervenire senza tradirne l’identità.
Filler e lipofilling non sono dunque alternative contrapposte, ma strumenti diversi all’interno di un’unica filosofia estetica. Una filosofia che non rincorre la giovinezza, ma la interpreta. Che non cancella il tempo, ma lo modella con intelligenza.
Perché, in fondo, la bellezza contemporanea non è più una questione di età, ma di equilibrio.
Per maggiori informazioni: https://www.betarmedical.it/
Non è una mostra da osservare. È una mostra che ti chiede di stare dentro alle cose, anche quando non sono del tutto risolte.
Fino al 10 maggio, il Museo Lechi di Montichiari ospita Passato, presente, futuro, progetto espositivo di Cristian Bragaglio, classe 1996, che negli ultimi anni ha costruito una ricerca autografata facile da riconoscere, ma soprattutto difficile da semplificare. Ed è proprio qui che il lavoro tiene.
Bragaglio lavora su una pittura che non cerca di spiegare, ma di trattenere. Le tele sono superfici attraversate da segni, cancellazioni, parole che affiorano e scompaiono. Non c’è un prima e un dopo, non c’è una gerarchia tra immagine e testo: tutto convive, tutto si muove. Le parole non accompagnano il dipinto, lo interrompono, lo spostano, lo rendono instabile. E in questa instabilità trova senso.
Il progetto – promosso da BCC Garda all’interno del programma dedicato agli artisti under 35 – evita qualsiasi tentazione didascalica. Non semplifica, non traduce, non rende “facile” la lettura. Porta invece dentro lo spazio museale una pratica che resta stratificata, a tratti irrisolta, e proprio per questo più interessante.
La mostra si costruisce su tre nuclei – passato, presente, futuro – ma non aspettatevi un percorso lineare. Il passato qui è ancora attivo, un archivio emotivo che continua a incidere. Il presente è fragile, più da attraversare che da capire. Il futuro, invece, resta aperto, senza direzioni imposte. È uno spazio lasciato allo sguardo, non alla risposta.
Tra le opere, Un sogno a colazione è probabilmente una delle più immediate: gesto pittorico diretto, quasi istintivo, e poi una frase che entra e sposta tutto. Non chiarisce, non conclude. Fa quello che dovrebbe fare: mette in crisi la lettura.
C’è anche un altro livello, meno evidente ma fondamentale. Bragaglio non lavora solo nello spazio espositivo: la sua pratica si estende fuori, tra scrittura, contenuti e relazione diretta con il pubblico. Non è un’estensione accessoria, è parte del lavoro. Un modo per tenere aperto un dialogo su temi che tornano continuamente – relazioni, assenze, fragilità – senza trasformarli in slogan.
In questo senso, l’intervento di BCC Garda non è solo un supporto, ma un dispositivo che permette a una ricerca contemporanea di entrare in un contesto istituzionale senza essere addomesticata. E non è così scontato.
Quello che resta, uscendo, non è un’immagine precisa. È piuttosto una sensazione: qualcosa che non si è del tutto fissato, ma continua a lavorare. Ed è probabilmente lì che la mostra trova il suo punto più giusto.
Museo Lechi
Corso Martiri della Libertà,33
Montichiari (BS)
Dalla strada al bancone, dal linguaggio urbano alla mixology contemporanea: Disaronno continua a riscrivere il proprio immaginario e lo fa portando la “dolcezza” al centro della nightlife. Nascono così le Dolce Nights by Disaronno, un nuovo format di eventi che fonde cocktail culture, musica e live content in un’esperienza immersiva pensata per trasformare il modo di vivere la notte.
Dopo aver sorpreso città come Milano e Roma con un’azione di guerrilla urbana capace di ribaltare messaggi aggressivi in chiave ironica e leggera, il brand prosegue il suo racconto spostandosi nei luoghi simbolo della socialità contemporanea: i bar. Il progetto si inserisce in The Dolce Side of Life, il concept che accompagnerà Disaronno per tutto il 2026 e che ridefinisce la dolcezza come un’attitudine, prima ancora che un gusto.

Il debutto ufficiale delle Dolce Nights è avvenuto con due appuntamenti inaugurali: il 23 marzo a Milano presso Officina Milano e il 26 marzo a Roma da Blume Lounge. Due serate che segnano l’inizio di un calendario destinato ad animare le due città, trasformando aperitivi e dopocena in momenti di condivisione autentica, dove gusto e intrattenimento si incontrano.
Protagonista assoluta è la mixology experience: una drink list che valorizza i grandi classici del brand come il Disaronno Fizz, fresco e leggero, e il celebre Disaronno Sour, un equilibrio perfetto tra note dolci e acidità. Accanto a questi, ogni tappa propone signature cocktail pensati ad hoc per esaltare la versatilità del liquore in chiave contemporanea. A Milano, ad esempio, spiccano creazioni come Disaronno Ebbasta, dal profilo vivace e fruttato, e The Good Daddy, più intenso e avvolgente.

Dietro al bancone, presenti alle serate inaugurali, due nomi della mixology contemporanea: Damian Matuszyk e Alessia Bellafante. Due visioni diverse ma complementari, unite dall’idea di una dolcezza intesa come equilibrio e accoglienza: per Matuszyk è “sentirsi e far sentire a casa”, mentre Bellafante la traduce in armonia capace di valorizzare ogni drink senza sovrastarlo.
A dare ritmo agli eventi, la musica di Davide Kharfi, tra elettronica e richiami Italo disco, per un’atmosfera calda e coinvolgente.
Opinioni da Bar ha portato il suo format di conversazioni spontanee all’interno delle serate, invitando il pubblico a condividere pensieri e interpretazioni sul tema della dolcezza.
Le Dolce Nights non sono solo eventi, ma un’estensione concreta dell’identità Disaronno: un invito a vivere la notte con uno sguardo diverso, più leggero, conviviale e consapevole. Un’esperienza che continua anche oltre il momento live grazie a merchandise dedicato e contenuti social, trasformando ogni partecipante in parte attiva di una narrazione più ampia.
A confermare questa direzione, lo scorso 19 aprile si è celebrato il Disaronno Day, appuntamento internazionale che ogni anno riaccende l’attenzione su uno dei prodotti più iconici dell’Italian style. Un’occasione che ha ribadito l’obiettivo del brand di rafforzare sempre più il proprio ruolo nel mondo della mixology contemporanea.
In un panorama nightlife sempre più orientato all’esperienza, Disaronno sceglie di distinguersi puntando su un valore semplice ma potente: la dolcezza. Non solo nel gusto, ma nel modo di stare insieme.
“Guardami”, di GAMAAR è il Lato A del terzo volume della collana LE CRISALIDI, lanciata da Lady Day Records; una nuova pubblicazione in vinili a 7 pollici (45 giri), in tiratura limitata, numerata a mano, a colori.
Because The night- Il palco delle cantautrici, il progetto Lady Day e il collettivo Dinamica Cantautrici in movimento insieme contro la violenza di genere, per l’appuntamento conclusivo della settima stagione della rassegna. Al mare culturale urbano (Cascina Torrette, Via Quinto Cenni, 11, Milano), il 19 aprile, ore 19.00, si esibiranno le cantautrici Marta De Lluvia e Sue, Gabriella Diana (GAMAAR) e DADA SUTRA.
Finalista di Dinamica Contest 2025 (dedicato alle cantautrici che vivono e operano in Italia, ideato e prodotto dal collettivo Dinamica Cantautrici in movimento, composto da Laura B, Sue e Vea) e destinataria in questa occasione della menzione speciale di Marian Trapassi, DADA SUTRA, al secolo Caterina Dolci, accoglie l’invito ad esibirsi all’interno del format Because the Night.
La serata sarà anche l’occasione, con la presenza sul palco di DADA SUTRA e di Gabriella Diana (voce e chitarra, GAMAAR) per il lancio del terzo volume della collana LE CRISALIDI, firmata da Lady Day Records, neonata etichetta discografica del marchio Lilium Produzioni (Self distribuzione).
Nerospinto ha incontrato la direttrice artistica di BTN- Il palco delle cantautrici, Marian Trapassi.
D. Vogliamo fare un bilancio di questa settima stagione di Because the Night, che sta volgendo al termine?
Fare un bilancio di questa settima stagione significa riconoscere un percorso cresciuto nel tempo, ma rimasto fedele alla sua identità.
Because the Night è nato come uno spazio necessario e oggi è diventato una piccola comunità: un luogo di incontro e di ascolto autentico. Questa stagione mi restituisce soprattutto un senso di maturità, sia nella proposta artistica che nella relazione con il pubblico.
Ogni serata è stata più di un concerto: uno spazio reale in cui le artiste hanno potuto raccontarsi senza filtri. Se devo scegliere una parola, direi consapevolezza: sappiamo meglio chi siamo e perché continuiamo a farlo.
D. Dal 2019, anno di nascita del suo format, ad oggi, quali ritiene siano gli obiettivi raggiunti?
Dal 2019 ad oggi, credo che il risultato più importante sia aver dato continuità a uno spazio dedicato alle cantautrici, cosa tutt’altro che scontata.
Because the Night è riuscito a costruire nel tempo una rete di artiste, collaborazioni e pubblico attento, creando un contesto in cui la musica d’autrice al femminile potesse essere ascoltata con la giusta attenzione. Un obiettivo importante è stato anche quello di aprirsi a realtà affini, come il progetto Dinamica cantautrici in movimento, Lady Day e il Collettivo La Cantautrice: incontri che hanno arricchito il percorso e ampliato lo sguardo, creando connessioni reali tra artiste e progettualità diverse. Infine, credo sia fondamentale aver mantenuto una coerenza: ogni scelta artistica è stata guidata da un’idea precisa, e questo ha permesso al progetto di crescere senza perdere autenticità.
D. Ci sono degli aspetti, in Because the Night - Il palco delle cantautrici, che a suo avviso andrebbero ripensati?
Più che aspetti da ripensare, parlerei di un progetto in continua evoluzione.
Because the Night è nato in modo molto spontaneo e negli anni è cresciuto insieme alle persone che lo hanno attraversato. Sicuramente c’è sempre spazio per ampliare lo sguardo: intercettare nuove generazioni di artiste, sperimentare formati diversi e trovare modalità ancora più efficaci per dialogare con il pubblico. Mi interessa molto, per il futuro, lavorare ancora di più sulle connessioni: tra musica e altri linguaggi, tra artiste e territori, tra dimensione live e nuovi spazi di diffusione. Credo che la cosa più importante sia restare in ascolto, senza perdere l’identità ma continuando a mettersi in discussione.
D. Fermo restando che il superamento del gender gap, anche in ambito musicale, è una finalità imprescindibile, non pensa che, almeno in Italia, ad essere bistrattata non sia solo la canzone d’autrice ma, più genericamente, il cantautorato, senza differenze di genere?
Assolutamente sì, credo che oggi in Italia il cantautorato, in generale, attraversi una fase complessa e spesso venga penalizzato rispetto ad altre forme musicali più immediate o commerciali. Detto questo, penso anche che esista ancora una specificità legata al genere: le cantautrici, storicamente, hanno avuto meno spazio e meno riconoscimento, e questo squilibrio non è ancora del tutto superato. Per questo sento che le due questioni non si escludono, ma convivono: da un lato c’è la necessità di difendere e valorizzare il cantautorato in quanto tale, dall’altro quella di continuare a creare spazi dedicati, che possano riequilibrare una disparità ancora presente.L’obiettivo, forse, è proprio questo: lavorare perché un giorno non sia più necessario fare questa distinzione.
D. Sogna un mondo in cui non sia più d’obbligo diversificare la musica al femminile da quella al maschile ma si possa parlare, con pari dignità, di Musica, senza distinzioni di genere?
Sì, è un sogno che sento molto vicino.
Mi piacerebbe che si potesse parlare semplicemente di musica, senza dover specificare il genere di chi la scrive o la interpreta.Allo stesso tempo, credo che oggi sia ancora necessario attraversare una fase di consapevolezza, in cui queste differenze vengano nominate e affrontate.
Gli spazi dedicati, in questo senso, non sono una separazione, ma uno strumento per riequilibrare.Mi auguro che, col tempo, tutto questo diventi superfluo.
Che si arrivi a un punto in cui il valore di una canzone sia l’unico parametro, e in cui ogni voce possa avere la stessa possibilità di essere ascoltata.
D. Recentemente sono usciti, su etichetta Adesiva Discografica, due nuovi singoli, Rosa e Voglio. In che direzione sta andando la sua musica?
La direzione è quella di una maggiore essenzialità, ma anche di una consapevolezza diversa nel raccontarmi. Rosa, pur essendo un brano che arriva da lontano, ha trovato oggi una nuova forma, più aderente a quello che sono adesso, sia nel suono che nel testo. Voglio, invece, rappresenta una spinta più urgente: nasce da una riflessione sul desiderio, sull’immediatezza in cui siamo immersi e su questa continua tensione tra bisogno autentico e consumo emotivo. In generale, sento che la mia musica sta andando verso una sintesi: meno sovrastrutture, più verità.
Mi interessa raccontare quello che vivo e osservo con uno sguardo il più possibile onesto, anche quando è scomodo.
D. Vuole regalare ai lettori di Nerospinto una playlist primaverile di 5 brani irrinunciabili?
Più che una playlist “primaverile” in senso stretto, sono cinque brani che per me hanno a che fare con il risveglio, con il movimento e con una certa forma di luce: Monde Nouveau di Oscar Anton, Acqua che scorre di Niccolò Fabi, In the mornng di Joe Bel, Here comes the sun dei Beatles, Che vita meravigliosa di Diodato, Sono canzoni che sto ascoltando in questi giorni, mi portano verso aria di primavera e di “leggerezza profonda”.
D. Qual è il suo rapporto con i social?
Il mio rapporto con i social è un po’ambivalente.
Da un lato riconosco che sono uno strumento importante, soprattutto per chi fa musica: permettono di comunicare, creare connessioni e far circolare il proprio lavoro. Dall’altro, sento il bisogno di mantenere una certa distanza. Non sempre mi riconosco nei ritmi e nelle logiche dei social, che spesso spingono verso una presenza costante e una semplificazione dei contenuti. Cerco quindi di usarli in modo consapevole, senza farmi troppo condizionare: come uno strumento, appunto, e non come un fine. La dimensione che continuo a sentire più mia resta quella dell’incontro reale, del live, dello scambio diretto.
D. C’è una canzone non sua che le sarebbe tanto piaciuto aver scritto?
Sì, senza dubbio Imagine di John Lennon.
È una canzone che riesce a essere universale senza perdere semplicità, e che porta con sé una visione potentissima, quasi disarmante nella sua chiarezza. Mi affascina la capacità di dire qualcosa di così grande con parole essenziali, senza retorica.
È una di quelle canzoni che non appartengono più solo a chi le ha scritte, ma diventano patrimonio di tutti. E forse è proprio questo il sogno di chi scrive: riuscire, almeno una volta, a toccare qualcosa di così profondamente condiviso.
D. Immaginiamola per un attimo Direttrice Artistica del prossimo Sanremo, 5 nomi che vorrebbe assolutamente su quel palco?
Cercherei un equilibrio tra scrittura, identità e visione artistica.
Cinque nomi che mi piacerebbe vedere su quel palco sono: Giulia Mei, come voce emergente capace di portare uno sguardo autentico e necessario, Niccolò Fabi, per la profondità e la coerenza del suo percorso, La Rappresentante di Lista, per l’energia e la libertà espressiva, Motta, per l’urgenza e la scrittura diretta, Madame, per uno sguardo contemporaneo e personale. Mi piacerebbe un Festival capace di mettere al centro le canzoni, ma anche le visioni, senza paura di mescolare linguaggi diversi.
D. Il suo sogno di felicità in questi tempi così bui?
Il mio sogno di felicità è qualcosa di molto semplice: poter continuare a fare quello che amo, restando libera e fedele a me stessa. Ma oggi è impossibile non allargare lo sguardo.
Viviamo un tempo in cui la guerra è tornata ad essere una presenza concreta, quasi normalizzata, e questo per me è profondamente inquietante. Sembra che la vita umana conti sempre meno, schiacciata da interessi economici e logiche di potere. Per questo il mio sogno di felicità coincide sempre di più con un desiderio di pace reale, non astratta: una pace che rimetta al centro le persone, la dignità, l’ascolto. E forse, nel nostro piccolo, anche la musica può essere questo: uno spazio in cui resistere a questa deriva, e provare a restare umani.
Sabato 11 aprile, ore 17.00, presso Amadeus Dischi (Galleria Mirabello, 21, Abbiategrasso, Milano) lo showcase dell’
Un live acustico e un talk, moderato da Valeriano Puricelli, titolare del negozio, per la presentazione di un universo sonoro ricercato e sorretto da una forte cifra autoriale, che viaggia tra elettronica, rock e ambien
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Because The night- Il palco delle cantautrici, il progetto Lady Day e il collettivo Dinamica Cantautrici in movimento insieme contro la violenza di genere, per l’appuntamento conclusivo della settima stagione della rassegna. Al mare culturale urbano (Cascina Torrette, Via Quinto Cenni, 11, Milano), il 19 aprile, ore 19.00, si esibiranno le cantautrici Marta De Lluvia e Sue, Gabriella Diana (GAMAAR) e DADA SUTRA.
E’ In uscita oggi su tutte le piattaforme digitali, per Dialettica Label/Tunecore, Tempi Moderni il nuovo album di Vincenzo Greco, in arte Evocante.
Domenica 22 marzo ore 19.00, al mare culturale urbano (Cascina Torrette, Via Quinto Cenni, 11, Milano), va in scena il quinto appuntamento della settima stagione di Because The Night- Il palco delle cantautrici.
Dal 2019, la rassegna, dedicata al cantautorato femminile indipendente, tiene accesi i riflettori su una proposta musicale di qualità troppo spesso ancora in ombra, nonostante la rose vague che sta investendo lo stivale, e cerca di minare alla base i meccanismi subdoli e resistenti della discriminazione di genere.
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