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Metti che all’ultimo anno di Liceo una mattina arriva a scuola un regista, metti che quel regista di nome fa Nanni e di cognome Moretti, metti che tu non hai mai pensato di fare l’attrice fino a quel momento e che invece lui decide che vuole proprio te. Nasce così l’astro Jasmine Trinca, da un incontro quasi casuale che ha regalato al cinema italiano una delle più interessanti e talentuose attrici della nuova generazione, quella dei trentenni cresciuti davanti la macchina da presa.
Jasmine ha un viso magnetico, forse quell’espressività così forte non era ancora venuta fuori per una come lei che si dedica solo alla scuola e allo sport, tanto da arrivare con tutta l’inconsapevolezza dei suoi 19 anni ai provini per “La stanza del figlio”, storia intima e difficile premiata con la Palma d’Oro al Festival di Cannes. Era il 2001, e da quell’esperienza di condivisione dell’arte cinematografica con un grande regista inizia un percorso sempre in ascesa: quel volto dolente e ancora fanciullesco smette di essere paffuto e si smagrisce per essere prestato alla disturbata protagonista de “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, ancora un trionfo di critica e di pubblico, ancora una recitazione dimessa, lontana dai toni impostati delle accademie.
E’ questo uno dei punti focali del percorso di attrice della giovane Jasmine, arrivata all’università dopo il diploma a pieni voti ma mai passata per una scuola di recitazione istituzionale, a contendere ruoli di primo piano alle sue colleghe sfornate in larga parte dal Centro Sperimentale di Cinematografia. Continuano ad amarla i registi italiani, definendo anno dopo anno un talento sicuramente innato e forgiato direttamente sul set: Michele Placido, Giovanni Veronesi, ancora Nanni Moretti per “Il caimano”, passando per piccoli progetti come l’esilarante cortometraggio di Paolo Calabresi “La sottile mensola rossa”
(http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/187402/calabresi-la-sottile-mensola-rossa.html).
Non è una bulimica di film Jasmine, non è presenzialista ma ai Festival sorride sempre e non si nega mai all’obiettivo dei fotografi con uno sguardo aperto e sfuggente al tempo stesso, tenendo rigorosamente lontana dai riflettori la vita privata, il compagno, la nascita della figlia. Poche interviste, pochi capricci da diva e una seria dedizione al proprio lavoro, quello che forse non si aspettava di fare ma che è diventato un riflesso di sé: arrivano quest’anno il personaggio di Antonia per “Un giorno devi andare” di Giorgio Diritti e quello di Miele per la prima regia di Valeria Golino; storie pesanti come macigni, racconti dell’anima che solo attraversando nel profondo il significato dell’arte recitativa si possono offrire al pubblico senza retorica, spogliandosi di frivolezza nell’immagine netta ed essenziale delineata dalla regia. Altri successi, altre conferme di una giovanissima attrice diventata ormai donna, cresciuta e sbocciata dentro il suo talento senza clamori.
Ha 30 anni, nel 2010 sale sul palco di uno dei più importanti Festival di cinema del mondo e dedica il suo premio “All'Italia e agli italiani, che fanno di tutto per rendere l'Italia un paese migliore nonostante la loro classe dirigente”. Ecco il dissidente della nuova generazione del cinema italiano, primo italiano miglior attore a Cannes dopo il “mostro” Marcello Mastroianni, senza alcuna voglia di essere paragonato a lui né a nessun altro, perché Elio Germano rimane sempre se stesso, continua a vivere a Roma viaggiando in autobus e facendosi vedere solo per difendere l’arte, per dire con l’occupazione del Teatro Valle che la libertà d’espressione vale più dei soldi e dei giochi di potere.
Basterebbe sapere questo per capire cosa vuol dire fare l’attore per il 33enne romano iperamato dai registi, pieno di una plasticità espressiva che lo ha fatto passare dal bambino monello di “Ci hai rotto papà”, alle principali serie tv degli ultimi anni – “Un medico in famiglia” e “Paolo Borsellino” tra tutte – al cinema di qualità dei Luchetti, Scola, Virzì, Ozpetek, Salvatores, quasi senza prendere fiato.
Mai uguale a se stesso, regala al pubblico ruoli memorabili in una varietà di toni quasi insuperata: ruba la scena (e la ragazza) al bel Riccardo Scamarcio nella parabola politico-familiare di “Mio fratello è figlio unico”, vestendosi - e spogliandosi suo malgrado - di grottesca rabbia contemporanea in “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì. Un precario ucciso dall’illusione del futuro racchiusa in un’ingombrante macchinario che nessuno vuole comprare; dal fallimento professionale la trasformazione diventa poi più radicale per l’estremo dolore di sopravvivere a chi si ama ne “La nostra vita”: una rabbia diversa, sorda più che isterica come nel film di Virzì, ma ugualmente piena di sfumature disperate come segno di una generazione stanca di effimero.
Evade dai circuiti della mente con una straordinaria capacità di non relegare il suo personaggio al ruolo di colpevole, di salvarlo dall’abiezione facendo sentire lo spettatore quasi triste per la sua disperata fine: lo fa vestendo i panni di Quattro Formaggi nel dramma a tinte fosche “Come Dio comanda”, facendo da contraltare al superbo Filippo Timi protagonista della pellicola.
E non poteva mancare il suo volto pieno di meraviglia alla corte di Ferzan Ozpetek, innamorato dei suoi attori immersi sempre in atmosfere di enigmatica grazia: “Magnifica presenza” rapisce Elio nel sogno di una casa affollata di misteri, consegnando i suoi occhi alla magia più dolce e malinconica. Ma il sogno, quello stavolta della tranquillità di provincia e dei buoni sentimenti, si infrange nel “piccolo” e riuscitissimo “Padroni di casa” di Edoardo Gabbriellini, tutto proiettato verso il breve, travolgente epilogo. Complice dell’ottima prova d’attore il coprotagonista Valerio Mastandrea, che con il nostro porta in scena un’intesa coatta di feroce bellezza. L’ultimo approdo è ora al cinema
http://www.mymovies.it/film/2012/lultimaruotadelcarro/
Guardiamolo, il nuovo Elio, con l’emozione inedita del racconto che si rinnova, nel corpo e nella parola, ad ogni nuovo ciak.
Como città per la Moda.
Como città della Seta.
Como città delle Eccellenze.
Nata e cresciuta in una realtà familiare imprenditoriale tessile, conosco da vicino il valore
del patrimonio tessile comasco. Sin da piccola ho respirato nell’azienda di famiglia la
creatività e l’amore per la seta…Un mondo straordinario che ancora oggi eccelle nel
mondo…
Un patrimonio da preservare e da far conoscere alle generazioni. Una tradizione che deve
far pensare a Como città della Moda per la sua storia nella lavorazione della seta…
Nasce così la mostra “Silk Reloaded”, un evento multimediale e interattivo che Como
presenta alla città dal 7 dicembre 2013 al 6 gennaio 2014.
Un’esperienza polisensoriale che accompagnerà il pubblico in un
viaggio nel mondo tessile, tra passato, presente e futuro, per riscoprire la bellezza e il
fascino di professioni e realtà del mondo della moda, dell’innovazione e della ricerca.
A caratterizzare l’evento sarà una scenografia emozionale, un vero e proprio show multimediale con giochi grafici e animazioni e con particolari effetti di luci e colonna sonora. Attraverso flashback e salti temporali nel futuro ancora da immaginare, i visitatori percorreranno un viaggio che dalla tradizione dell’antica lavorazione della seta si snoda attraverso l’attualità delle aziende tessili comasche, il glamour della moda, l’avanguardia della tecnologia, con uno sguardo anche alla ricerca rivolta all’ecosostenibilità. Il pubblico sarà invitato a interagire con alcuni oggetti in mostra, antichi e contemporanei: pezzi unici provenienti dal Museo Didattico della Seta di Como, tessuti forniti dalle aziende comasche, stampanti ink jet e 3D.
La creatività e l’originalità di Silk Reloaded ha coinvolto direttamente gli insegnanti e studenti dell’ISIS Setificio, e fa perno sul patrimonio del Museo Didattico della Seta, importante realtà del territorio, oltre che sul materiale contemporaneo e/o storico messo a disposizione dalle imprese del distretto e da varie realtà del territorio.
Silk Reloaded è un viaggio nella tradizione tessile comasca. Un percorso alla scoperta dell’artigianalità di uno dei distretti della moda più importanti al mondo. Como con la sua seta e le sue aziende che portano sul mercato prodotti di altissima qualità che sono gli ingredienti principali per la realizzazioni di collezioni abiti firmate dalle Maison del Fashion System.
Como città per la Moda…
Sara Biondi
Magena Yama, modella e performer di shibari, accetta di farsi intervistare da noi di Nerospinto; siamo entrambi pieni di curiosità, conoscere dal vivo quest’artista eclettica e sui generis.
Ci accoglie con un gran sorriso sulle labbra, in una casa grande e piena di luce.
Facciamo la conoscenza dei suoi gatti e, dopo esserci accomodati su un divano, sorseggiando un tè da lei preparato, ci apprestiamo a cominciare.
N: Chi è Magena Yama? Presentati.
Magena Yama è una ragazza normalissima, sempre stata appassionata di fotografia, che a 19 anni ha avuto in testa l’idea di provare.
Fatalità, tutto è stato fatalità: ho conosciuto un fotografo che era anche performer di shibari, Hikari Kesho, ai tempi organizzavo serate dark/gothic. Mancava la modella, così mi offersi io, mi piacque tantissimo. (http://vimeo.com/33671579 Hikari Kesho and Magena Yama performing The Cage, N.d.R.)
È stata un’esperienza intensissima.
Dallo shibari poi mi sono specializzata, sono stata all’estero, ho trovato fortunatamente una visibilità, ed ora forse rappresento un po’ questa nicchia all’interno della fotografia.
Magena Yama non è qualcosa di preciso: inizialmente proponevo un immaginario più fetish, ed ancora mi piace. Ora punto maggiormente sulla mia femminilità e sul mio aspetto, più avulsa dal contesto. Sono diventata più naturale, comunicativa.
Per me è sempre stato importante esprimere la mia idea di erotismo, sotto ogni aspetto, lato e forma. Cerco di evitare il sexy fine a sé stesso, c’è una sovrabbondanza di immagini e altre cose sexy, mentre l’erotismo sta morendo sempre di più. È molto facile scadere nel trash.
Magena è anche fotografa: mi piace ritrarre uomini, proporre un erotismo maschile dagli occhi di una donna.
Vivo l’eros come una missione e, senza esagerare, una dimensione anche spirituale: sono molto legata ancestralmente al dionisiaco, al primordiale. Forse a livello, sia conscio sia inconscio, cerco di proporre, in maniera attuale e moderna l’approccio delle baccanti alla sessualità e al loro essere donna.
Se dovessimo fare una metafora un po’ deistica delle varie espressioni, sarei Dioniso, Shiva e Kali, Ishtar, Artemide ed Ecate. Quello è l’immaginario, un qualcosa di pagano, eros come fonte di vita.
N: Potresti descrivere il rapporto fotografo-modella? È qualcosa di prettamente lavorativo, o c’è anche una sorta di comunione artistica?
Sicuramente c’è anche una questione di comunione artistica, insomma, c’è un rapporto.
L’ho capito anche mettendomi dietro all’obiettivo, non davanti. È un rapporto molto complesso, e il distacco che magari qualche fotografo ha nei miei confronti, poi ne risente sulla potenza dell’immagine. Ci dev’essere empatia e comunicazione, secondo me.
Ci deve anche essere tensione erotica, una trazione dell’anima e del corpo verso la realizzazione di un fine ultimo, sia nella fotografia di nudo che ritrattistica.
Una modella è anche Musa.
Alle volte poi, si crea questo stato di grazia nel quale si è sopraelevati dal concetto di fotografia, e diventa Emozione.
N: Com’è nata e come si è svolta la collaborazione con Cattelan?
(Ride forte, sorpresa e lusingata. N.d.R.)
È stata una cosa molto immediata e molto semplice: abitavo ancora a Gallarate, ed a gennaio andai a Le Dictateur, una galleria fotografica molto interessante, in Via Nino Bixio 47.
Ogni mese fanno un evento: esposizione o concerto.
Questa galleria nasce da un progetto di Pier Paolo Ferrari, il fotografo che collabora con Cattelan, e Federico Pepe.
Cattelan non c’era, sono andata da Pier Paolo, ho chiesto se avessero bisogno di progetti, lui mi disse di dargli subito il mio contatto e di inviare portfolio et cetera.
Lo feci aspettare due o tre giorni, poi gli inviai tutto, mi rispose entusiasta e m’invitò ad andare al suo studio, perché aveva un lavoro da propormi.
Io ero emozionata, andai, mi disse che stavano preparando un libro per un collezionista, Dakis. (http://visionfield.blogspot.it/2013/04/maurizio-cattelan-pierpaolo-ferrari.html N.d.R.).
Accettai immediatamente! Volai in Grecia, ad Atene, pagata, ero incredula. Sai, mi stupisco sempre: non sono una modella convenzionale, non sono affiliata a nessuna agenzia e non ho agenti. Quando riesco in qualcosa, è una vera soddisfazione.
Qui a Milano per il tipo di lavoro che faccio vengo derisa, snobbata, invece a Parigi è tutta un’altra storia.
N: Per quali fotografi vorresti posare, in futuro?
In realtà non ho una vera e propria “wish list”, ci sono dei personaggi con i quali vorrei collaborare, ma preferisco accettare ciò che mi accade con spontaneità ed entusiasmo.
Quando vedo una persona che mi piace, la contatto subito. Con un po’ di faccia tosta, certo, ma con molta semplicità mi propongo, e vedo che poi gli artisti, non tutti, sono di una disponibilità estrema.
N: Citaci dei fotografi bondage, italiani o stranieri, che ti piacciono.
Come riferimento italiano e internazionale, assolutamente Hikari Kesho.
Altri degni di nota: Frederic Fontenoy ( http://www.fredericfontenoy.com/Site/Fontenoy.html N.d.R.), il quale usa spesso il bondage nei suoi scatti. In Italia sono pochi quelli bravi.
Altri personaggi, non mi sentirei di consigliarti, più che altro perché non ricordo i nomi, sono pessima in questo. (Ridacchia. N.d.R.)
N :Spesso il corpo passa in primo piano, gettando ombra sul concetto che si desidererebbe esprimere: la tua ricerca all’interno dell’arte kinbaku è prettamente estetica, o desideri andare oltre?
La componente estetica c’è, ma esibendomi dal vivo si mescola l’emozionalità.
È una commistione di tratti ed emozioni, per farti un esempio: una legatrice con la quale lavoro spesso, Beatrice alias RedLily ( http://www.redlily.it/ ), porta l’amore nello shibari e focalizza l’idea di corda come prolungamento del cuore, d’amore. Altri, come Kirigami , con il quale però non ho mai lavorato, anche se potrebbe essere interessante(http://www.abbraccidicorde.com/ ), trasmettono la passione ferina e la violenza, il dolore come catarsi.
Il discorso estetico è comunque a priori di tutto, ma c’è tanto: fiducia, responsabilità. La bellezza è molto, cerco di lavorare con persone che sappiano trasmettere queste cose.
Il legatore e la persona legata sono come due danzatori, due meditanti che condividono un’esperienza unica.
Sono tante le emozioni che si mescolano nello shibari: in Germania vi sono persino persone che uniscono shibari a yoga.
Lo shibari inoltre stimola i punti dello shatzu, e le parti del corpo legate sono comunque legate a quella che è la medicina cinese, quindi i meridiani, i chakra. È complesso.
Se ci pensate, alla fine, i giapponesi impacchettano ciò a cui tengono: non è una cosa negativa, anzi.
Quindi: la formula indispensabile per poter creare dell’Arte o delle immagini con un potere espressivo è il legame tra chi fa e chi si presta, tra l’artista e la sua tela.
N: Hai un rigger (legatore) preferito? Se sì, quale?
Non posso non citare Hikari Kesho: mi ha introdotto lui, sia al bondage che alla fotografia, è stato il mio tramite.
Devo citare anche MaestroBD (http://www.maestrobd.it/ ), insegnante di RedLily, e RedLily stessa, perché è peculiare sia una donna. Bisogna bypassare il concetto di legatura come pura violenza sulla donna.
N: Come ti prepari (se ti prepari) per le legature?
Assolutamente stretching: la flessibilità è fondamentale. Più flessibile sei, più comoda sei.
Cerco di fare respirazione e meditazione: nella performance bisogna lasciarsi andare, ma si sta facendo uno show. Anche se si è inerti all’apparenza, si può dare tantissima espressione alle corde. Quando poi c’è dolore bisogna scarica il peso... insomma... non bisogna sembrare un sacco di patate appeso, bisogna dare grazia.
Le sospensioni sono comunque cosa complessa, è importante che il corpo sia completamente a suo agio. Le endorfine lavorano, all’inizio è paura, ma quando ci si rilassa è una sensazione di completo abbandono. È magnifico, come essere abbracciati.
N: Ci sono libri interessanti da leggere per informarsi un po’ sul bondage e BDSM?
Assolutamente sì: c’è un manuale, “l’arte italiana di legare”, scritto da Davide La Greca (Maestro BD) e RedLily. Altro libro interessantissimo è di una bondager americana che ha fatto la storia, il libro si chiama “Bondage Giapponese”.
Ci sono anche svariati corsi: è importante imparare in sicurezza e con competenza. Trovo sia anche molto importante andare a vedere delle performances, per farsi un’idea di come si lavori, di cosa si debba e non si debba fare.
Bisogna assolutamente diffidare della gente di false promesse: fare attenzione, tanta attenzione.
N: Definisci, secondo una tua personale visione, il BDSM e le pratiche ad esso connesse.
BDSM è un acronimo: B/D, bondage e disciplina, D/S, dominazione e sottomissione, S/M sadismo e masochismo.
BDSM è un vero e proprio codice deontologico, ci sono delle regole fondamentali: Safe, Sane and Consensual (Sicuro, Sano e Consensuale N.d.R.)sono le prime da doversi rispettare.
È un mondo molto vario: non c’è solo il bondage, ma anche come ho detto prima i rapporti D/S, regolamentati da una certa condotta, i vari feticismi come la pelle, il latex, poi il whipping, che ho provato anche io.
La base è l’estro degli amanti, il piacere del piacere, di divertirsi superando ogni tabù.
Consiglierei un libro: “BDSM” di Ayzad, ed anche il Vocabolario del BDSM. Se sì è interessati a conoscere questo mondo multiforme, questo è l’ideale.
N: Come reputi la scena BDSM italiana? E quella estera?
La mia impressione è che all’estero vi sia una maggiore libertà, il BDSM è davvero molto più sdoganato. In Italia non sarebbe possibile fare una cosa del genere, la sessualità alternativa in Italia è poco accettata, è vista come peccato, non come puro ludibrio.
Il Sadomaso è sì un’esperienza forte, ma è anche divertimento, tanto divertimento. Non bisogna trattarlo con leggerezza, ma con naturalezza.
N: Ritieni i siti d’incontro fetish (come FetLife et similia) e/o le serate per introdurre le persone vanilla (estranee al sesso estremo, N.d.R.) alla realtà BDSM, utili ed efficienti, o hai qualche critica?
Trovo FetLife molto utile, anche se, come tutti gli ambienti che hanno a che fare con internet, c’è sempre un margine di rischio.
Gli admins di FetLife cercano di dare una grandissima tutela: lo staff di quel sito aiuta a moderare le foto, si possono segnalare comportamenti scorretti, insomma, è una comunità buona e piuttosto sicura. Io sono iscritta, perché essendo un personaggio dell’ambiente, è un tantino un dovere che io presenzi.
Per quanto riguarda le serate... dipende dal contesto. Le persone autorevoli nell’ambiente organizzano serate secondo certi principi, e può essere una buona idea parteciparvi: conoscere le persone dal vivo è tutta un’altra cosa, ed è necessario rispettare le stesse regole che rispetteresti nel privato. A Roma, ad esempio, vi sono tantissime serate, gestite da persone davvero capaci.
Andarci in sicurezza, ecco.
N: Come ti rapporti con il dolore fisico?
Per me il dolore, sempre entro certi limiti, può essere più o meno intenso.
Quello nel bondage a terra è quasi nullo mentre in sospensione c’è sicuramente, è molto soggettivo e comunque non crea alcun danno. Essere sospesa a delle corde può certamente crearti dolore, è vero ma spesso nel BDSM il dolore è un veicolo, non deve essere distruttivo ma controllato, si può spiegare a livello scientifico e chimico e alla fine si tramuta in estremo piacere.
Il dolore noi cerchiamo di evitarlo in tutti i modi ma quel tipo di sofferenza può aiutarti a conoscerti meglio, a conoscere meglio alcune sensazioni e a riconoscere il piacere.
Anche l’orgasmo in sé ha una componente dolorosa, non esiste mai una sensazione standard o neutra, ecco: è un veicolo per conoscersi; per esempio i fachiri utilizzano il dolore per trascendere e provare esperienze oltremondane.
N: Come ti rapporti con la tua fisicità? La veneri, la disistimi o ti collochi in una posizione mediana?
Vivo un rapporto molto tranquillo con il mio corpo, la nudità è qualcosa di naturale: siamo nati nudi, quindi non è trasgressione ma espressione della natura, dell’amore di dio. Non mi spoglio per far vedere quanto io sia figa, se risulto bella quella è una conseguenza.
Personalmente vivo il naturismo che per me è terapeutico; è sempre stato così, per me è stato scontato posare nuda, immaginavo le foto che avrei voluto realizzare, pensavo ai pittori pre raffaelliti nel nudo.
Essere svestiti completamente è sincerità totale: nella società attuale il corpo è sessualizzato, invece il nudo è nudo, non è sesso. Mi preme molto chiarire questo concetto, dal momento che in Italia è evidente: un seno è sesso, invece no, un seno è un seno. Non c’è niente di male nel sesso ma l’ipersessualizzazione è malata. Ci sta che un corpo nudo sia erotico, siamo nudi quando facciamo l’amore. Il sesso è un modo per applicare l’erotismo, l’eros è qualcosa che c’è e si manifesta dal momento in cui c’è la vita.
N: Quanto e che tipo di valore dai al tuo corpo?
Per me il corpo è davvero sacro, è il tempio in cui, in questa vita, io agisco nel mondo, gli do un valore e un rispetto totale; anche per quanto riguarda il dolore.
Non che io voglia far male al mio corpo ma voglio stimolarlo, farlo vibrare.
N: Quale parte del tuo corpo preferisci? Questa preferenza collima poi con la parte del corpo che favorisci come soggetto delle fotografie?
Mi trovo sempre in difficoltà a dire cosa mi piaccia, valuto l’estetica totale. Certo, ho un bel fondoschiena e in foto lo propongo; ho una fisicità contrastante, sono minuta, ho il seno piccolo ma ho i fianchi generosi.
Cerco inoltre di puntare certo sul viso, ma non riuscirei comunque a puntare su una cosa sola, non ho un viso convenzionale ma credo di avere una buona espressività. Mi piacerebbe molto essere androgina, sarebbe perfetto equilibrare la mia parte maschile con quella femminile.
N: Quanto tempo spendi per la cura del tuo fisico e del tuo viso?
Pochissimo. Sono molto hippy: a parte la depilazione, punto molto sull’alimentazione, lo yoga che è perfetto per mantenere il fisico e l’elasticità del corpo. Mi dedico poco al corpo ma quotidianamente, anche usando dei buoni prodotti, ma sono davvero libera, in questo senso, forse da piccola mi truccavo leggermente di più.
N: Quali lavori ritieni ti abbiano fatto emergere?
Mi ha fatto emergere, anche se in un ambiente di nicchia, lavorare nello shibari.
Sono perfino andata da Magalli a Piazza Grande (programma di Rai 2 N.d.R.) per parlare dell’ambiente, in seguito alla morte di una ragazza a Roma. Bisognerebbe chiedere anche agli altri, a coloro che mi vedono, ma citerei come esperienza importante anche aver lavorato per Settimio Benedusi, che lavorava per Max (http://www.benedusi.it/blog/max-casting-ed-autoritratti/ N.d.R.), facendo degli autoscatti per lui e per il suo progetto. Su Storie Maledette (programma di Rai 3 N.d.R.) è andato in onda un video di una mia performance con il MaestroBD.
N: Il tuo personaggio pubblico corrisponde o si attiene alla la persona che sei in realtà?
Conta molto la percezione che ha il singolo di me, generalmente pensano che me la tiri ma invece sono una persona tranquillissima; chi ha lavorato con me lo sa e a parte qualche screzio sono tutti contenti nello lavorare con me. È una cosa molto soggettiva e incontrollabile, comunque in realtà sono abbastanza fedele: quello che rappresento è fedele alla mia persona e cerco di farlo seguendo la mia visione dell’erotismo e del mio essere donna. Ci sono in giro delle voci di ogni tipo e, se mi accorgerò di avere molta visibilità, cercherò di sfruttarla a mio favore.
N: Quali sono i vantaggi della “popolarità” e quali gli svantaggi?
Lo svantaggio c’è dal momento in cui sei esposta, quindi vai incontro a critiche e malevoci, però se te ne interessi ti deprimi per la cattiveria delle persone, ma dicono anche cose assurde che fanno davvero ridere. Il vantaggio è poter comunicare ed entrare in contatto con tantissime persone di tutto il mondo, basta contattarli e mandare i tuoi lavori che sei già a buon punto per poter collaborare. Puoi scambiare anche solo idee e confrontarti; personalmente anche solo una fotografia mi può ispirare tantissimo.
N: Hai mai desiderato studiare seriamente recitazione o qualche altra espressione artistica?
Mi piacerebbe tanto fare recitazione e potrei lavorare molto bene, forse anche meglio che in foto perchè fotografarmi non è semplice. In video mi piaccio e voglio sperimentare, come interprete e attrice di qualsiasi genere. Poi voglio fotografare: è interessante l’autoscatto perché non ha intermediari, ma se fossi dietro la macchina fare ritratti e principalmente di uomini, anche fotografia erotica di uomini perchè penso che manchi in Italia. Certo vorrei farlo anche con le donne ma per ora la mia urgenza è cercare modelli e protagonisti maschili.
N: Se volessi abbinare una tipologia di musica ad ogni tua espressione artistica (fotografia/shibari/workshop)?
Ah, è veramente difficile. Alla fotografia è facile associare una musica, se in quei momenti è presente o suona in sottofondo. Dovrei guardare bene le fotografie per dirtelo. Lo shibari potrebbe essere classica o ambient, musica giapponese tradizionale, se poi sono più aggressive magari anche del noise. Qualcosa di funky devo ammetterlo ancora non l’ho fatto, e adoro il funky. Cavolo, anche il groove!
N: Concludendo: vogliamo chiedere a Magena di consigliarci un film, un libro e un disco/gruppo che l'hanno segnata?
Per i film direi sicuramente Ken Park di Larry Clark, poi Dracula di Bram Stoker e Jane Eyre perchè adoro l’attrice. Per i libri, da piccola mi piacevano quelli sui vampiri come L’intervista col vampiro di Ann Rice. Oggi leggo libri di sociologia, filosofia e religione, vario molto: Il Tao della Fisica di Fritjof Capra, che è molto bello, parla di fisica moderna confrontandola con le dottrine orientali e per ultimo Essere o Avere di Erich Fromm. Per la musica passo dal metal estremo al funky (ride N.d.R). È difficile ma ne dirò alcuni: James Brown è incredibile, i Depeche Mode, da piccola ascoltavo i Cradle of Filth e i classici Metallica, poi cavolo i Tool li adoro, stiamo scherzando? Racchiudono tutto loro: musica, esoterismo, performance.
Andrea Facchinetti, Eleonora Casale
Spazio ai talenti emergenti. Largo ai giovani brand di moda e design. In quest’ottica, gli organizzatori di Pulsart Restart, festival dedicato alle arti contemporanee ospitato dalla città di Schio, Vicenza, presentano la prima edizione di OPUS.
OPUS è una mostra-mercato dedicata alla moda, al design e all'autoproduzione e nasce con il desiderio di sostenere la creatività dei numerosi artisti emergenti presenti nel territorio. Una selezione dei migliori designer basata sui valori di esclusività, ricerca e sperimentazione. La mostra-mercato nel segno del Talento si svolgerà il 15 dicembre presso lo spazio espositivo SHED, situato nel centro storico della città di Schio, che per una giornata si trasformerà in un vero e proprio mercato coperto dove il pubblico e i designer entreranno in contatto diretto.
OPUS diventa così una vetrina per giovani 20 designer emergenti con idee creative ed innovative. Uno spazio di incontro dove i designer potranno mettere in mostra e vendere le proprie creazioni frutto di ricerca e di studio.
Si è soliti dire che talvolta un’immagine o un gesto o un’espressione valgono come o più di mille parole: la vox populi è portatrice di verità difficili da confutare e anche in questo caso si può tranquillamente affermare che le fotografie di Lewis Hine racchiudono le storie di un’intera epoca attraverso sguardi, vestiti sporchi e sudore.
Sono i primi anni del ‘900, gli Stati Uniti sono in una profonda crisi economica e la forza lavoro deve essere sfruttata ad ogni livello: uomini, donne, persino i bambini vengono coinvolti nel lavoro in fabbrica, nei campi, nei cantieri.
Una nazione che cerca di emergere, di diventare grande, meta di tanti disperati che sbarcano a Ellis Island, con una valigia di cartone e tante, tantissime speranze di una vita migliore.
Il lavoro non manca e la fame è un buon pretesto per rimboccarsi le maniche: lo fanno tutti, ognuno da il suo contributo, i mattoni vengono pazientemente messi uno sull’altro per costruire quella che sarà la New York che conosciamo oggi.
In questo formicaio si muove Lewis Hine, sociologo e fotografo professionista: attraverso la macchina fotografica riesce a carpire meglio le dinamiche umane sottese al momento storico.
I bambini che urlano per vendere un giornale, che stanno su uno sgabellino per essere abbastanza alti per cucire con le macchine industriali, uomini senza imbrago che consumano un pasto su una trave sospesa.
E così Lewis Hine unendo le sue conoscenze di sociologia ad una spiccata sensibilità artistica realizza l’affresco di una società in divenire, con le sue gioie, le sue contraddizioni e la sua crudezza.
Tra campi di cotone e fumose sale attrezzi si consuma il dramma umano, lo spettacolo del sopravvivere, e Hine è sempre pronto ad immortalare l’attimo emblematico, un vero tesoro che rende giustizia ad un’epoca di depressione e sofferenza, a cui l’uomo strenuamente non si arrende.
Per la prima volta Lewis Hine approda a Milano, al Centro Culturale di Milano dal 20 novembre al 2 febbraio 2014. Provenienti dalla Collezione Rosenblum di New York, i sessanta vintage firmati da Lewis Hine (1874-1940) offrono al pubblico l’occasione di cogliere un grande affresco dell’America d’inizio Novecento. Dai celebri operai dell’Empire State Building agli immigrati di Ellis Island, dal reportage di Pittsbourgh al lavoro minorile in Pennsylvania, North Carolina e Virginia.
L’evento espositivo, ideato e fortemente voluto dal direttore del CMC Camillo Fornasieri, è curato da Admira. Kyle R. Scott, Console Generale degli Stati Uniti, interverrà il giorno dell’inaugurazione.
La mostra è aperta dal 21 novembre al 2 febbraio con i seguenti orari: lun.-ven. ore 10-13 e 15-18; sab. e dom. ore 16-20.
Mercoledì 27 novembre (ore 21, Palazzo dell’Informazione) sarà proiettato il film “L’America di Lewis Hine (60’ USA 1984)”. Il film è in versione originale con sottotitoli in italiano. Ingresso gratuito (occorre prenotarsi sul sito www.centroculturaledimilano.it o tel. 02.86.45.51.62)
Se avete intenzione di andare via questo week end, vi consigliamo di andare a Verona, dove domenica 24 novembre alle ore 17.00 nello spazio Leoni11 si inaugura la prima edizione della rassegna Open Way. La mostra di pittura, scultura, grafica e fotografia organizzata dall’Associazione Culturale Il Sestante (Trieste) proporrà ai fruitori l’incontro di un gruppo di artisti provenienti da diverse zone d’Italia. La manifestazione vuole mettere in dialogo diverse forme espressive al fine di dare la possibilità ai visitatori di entrare in contatto con percorsi di ricerca eterogenei.
Sempre più spesso è difficile trovare, nel contesto dell’arte contemporanea, interlocutori che permettano di stabilire quale sia lo stato della propria ricerca e il proprio ruolo in questo mondo complesso. Il rischio che si corre è che l’artista, attraverso un processo di autoaffermazione, si proclami detentore di una verità assoluta. Gli interessi indotti dalla vanità, inoltre, possono spingere gli artisti lontano dal proprio percorso di ricerca, confondendo così il fare con l’apparire.
Open Way nasce con lo spirito di fuggire tale dinamica. Con questo progetto si vuole infatti concretizzare l’incontro fra artisti e mettere sul banco della discussione i risultati del lavoro di ciascuno, a partire dalla convinzione che nessun percorso possa essere autorevole in base ad un’autoproclamazione di correttezza. Il confronto e lo scambio con altri artisti sono due strumenti necessari affinché ogni ricerca e ogni intuizione sia messa in condizione di essere contraddetta: è solo cercando le debolezze di ogni percorso artistico che lo si può rendere più forte e convincente.
I curatori, Enea Chersicola e Riccardo Tripodi, hanno selezionato venti artisti contemporanei per proporre un itinerario in grado di suggerire nuove ipotesi di lettura e di indagine sul fare arte, permettendo ai visitatori di usufruire delle opere in maniera molto personale affinché l’arte non sia un insegnamento didascalico ma uno strumento per compiere ulteriori percorsi di ricerca. Il nuovo spazio espositivo in via Leoni 11 a Verona è la cornice ideale per una nuova proposta come quella di Open Way.
Durante il periodo della mostra l’organizzazione ha previsto quattro incontri: il primo con l’alpinista italiano Fausto De Stefani (26 novembre ore 17.30) che presenterà i suoi progetti educativi legati al rapporto fra educazione e natura; il secondo con la scultrice Eleonora Francioni (1 dicembre ore 17.00) che presenterà la sua collezione di GioielliScultura in bronzo; il terzo con il giornalista-scrittore Francesco De Filippo (4 dicembre ore 21.00) che incontrerà il pubblico in occasione della presentazione del suo ultimo libro Scampia e Cariddi scritto a quattro mani con la giornalista Maria Frega; gran finale dell’esposizione con il quarto evento che sarà costituito da un incontro con il progetto the mothership (15 dicembre ore 18.00), caratterizzato da un evento sound specific realizzato da un nucleo composto da Tomaso Donini, Giovanni de Flego, Pierpaolo de Flego e Michele Zazzara. L’interessante catalogo della rassegna è arricchito dalla presentazione di Francesco De Filippo, Franco Rosso e dalle critiche di Agnese Lovecchio.
Gli artisti espositori: Patrizia Bigarella, Miriana Bonazza, Francesca Castro, Egle Odilia Ciacchi, Francesco Cinelli, Anaì Contreras Soto, Manuela De Stefani, Elena Faleschini, Rosella Gallicchio, Nicola Ghirotto, Roberto Leorato, Roberto Micol, Ivano Montagnani, Alessandra Rossi, Franco Rosso, Lucillo Santesso, Giulio Schizzi, Tullio Sila, Paola Turio, Loredana Verni.
Open Way
Spazio Leoni11 - Verona (via Leoni 11)
24 novembre-15 dicembre 2013
Inaugurazione: domenica 24 novembre alle ore 17.00
Orari: lun-ven 15-20; sab-dom 15-21
Info: 347.6091354
Barbarella, Chiara all'anagrafe, è una di quelle dj che hanno suonato praticamente ovunque a Milano. Da dieci anni a questa parte la nostra Djette ha conquistato il panorama alternativo, glam, modaiolo milanese canzone dopo canzone, album dopo album, locale dopo locale. La sua avventura è cominciata all'atomic, come molti altri dj a Milano, e in breve si è ritrovata protagonista dell'epica della movida milanese. Di lei si trova tanto materiale online, tutti la descrivono come la regina del brit-pop, un'icona pop, tra provocazione e outfit molto particolari. Andiamo a scoprire qualcosa di più dietro la mente che ha partorito Cabrio Pop, la serata storica del venerdì del Rocket, adesso resident della seconda sala di Alphabet, sempre di venerdì, sempre al rocket, ma il nuovo rocket!
West: Grazie alla tua serata Cabriopop ti sei ritagliata una grossa fetta di pubblico di aficionados che ogni venerdì si fioccavano (e si fiondano) al rocket per sentirti. Secondo te qual’è stata la mossa vincente che li ha conquistati? Barbarella: Il Miao e della lingerie favolosa!
W: Come prepari la tua selezione prima di una serata? B: Accendo una sigaretta e apro l 'armadio... Scegliere cosa indossare e mi aiuta ad entrare nell'atmosfera della serata e ad immaginare cosa potrà succedere... Un mix tra rock 'n 'roll ed electro (girly yeye), a volte prevale l 'uno a volte l 'altro a seconda delle persone che mi stanno intorno e con cui mi piace sempre interagire e anche dal mio umore! Sinceri sempre, soprattutto quando si tratta di musica!
W: Il rocket è ormai la tua casa base, ma c’è un locale a Milano in cui vorresti suonare ma non ne ha i mai avuto l’occasione? E nel mondo in che locale uccideresti per salire in consolle? B: A Milano nn ti saprei dire. In questi anni ho avuto la fortuna di suonare in tantissimi posti tra cui i miei preferiti di sempre... Mi piacerebbe mettere musica al club Silencio a Paris (l'esclusivo locale di David Lynch n.d.r.),ci sono stata un paio di volte e mi sono innamorata all'istante.
W:Cosa pensi del cambio di location del Rocket? Ti è dispiaciuto abbandonare quel locale in cui sei cresciuta? Pensi che oltre al club sia cambiato anche il pubblico? B: Penso sia stato un bene per il rocket cambiare location, dopo dieci anni in cui si e ' fatto tutto ciò che si poteva immaginare sono davvero felice di iniziare questa nuova avventura in una dimensione diversa, cosa che penso incuriosisca il pubblico sia di affezionati che dei nuovi che ci vengono a trovare alle varie serate.
W: Come sono andate le prime serate ad Alphabet? B: Mi sono divertita tantissimo, è davvero bello lavorare insieme ad un gruppo di persone, tutti amici tra loro,così affiatati e deliziosi! E trovo musicalmente stimolante collaborare con Enza e Thomas Constantin!
W: Come hai scelto questo nome d’arte? B: Non ho avuto dubbi sulla scelta del nome "ovvio, Barbarella!". "Barbarella queen of the galxy " è un film con Jane Fonda da cui anche i Duran Duran hanno preso il loro nome ( dal cattivo del film). Questo nome per me unisce idealmente i sixties e gli eighties due annate musicali da cui ho preso e prendo tutt'ora molta ispirazione.
W: Quali sono state le date che ti hanno emozionato di più? B: La sera in cui ho fatto warmup a Peaches e durante il cambio palco mi ha detto qualcosa di carino su una canzone che avevo messo (ero agitatissima =D) e poi la nottata passata al rocket con i Franz Ferdinand a bere e mettere musica fino alle sei di mattina! Kapranos indimenticabile!
W: L’ultimo album che hai comprato? B: Shangri La di Jake Bugg e in rolling waves dei The Naked and Famous, li ho comprati insieme!
W: Cosa faresti se fossi l’ultima persona al mondo? B: ma tipo sola?!.. Un sacco di cincin con la vodka!!!
Ringraziamo Barbarella che ci da appuntamento ogni venerdì al Rocket (quello nuovo, attenti a non sbagliarvi), se non riuscite ad aspettare fino al weekend ecco una selezione di foto della serata di settimana scorsa, il resto dell'album fotografico QUI!

Nerospinto è lieta di presentarvi un evento gustoso ed imperdibile, si tratta dell'Inaugurazione di Insalate Italiane - Fast Food del Benessere - che con GIRO ALL’ITALIANA, GUSTO INFINITO invita ad assaggiare i suoi piatti tipici, leggeri e gustosi, giovedì 28 novembre dalle ore 19.30, presso il ristorante di via Fabio Filzi 10/ang. Via Caretto, Milano.
Dopo il successo dei primi tre anni, Insalate Italiane, vero e proprio network del mangiar sano per il mezzogiorno, allunga l’orario di apertura fino a cena. Ogni sera, infatti, dodici piatti realizzati con ingredienti tipici della cucina italiana saranno i protagonisti della serata.
Un menù completo dal pesce alla carne, passando alla pasta e i legumi, con intermezzi di verdure, fino al dessert. Tutti cibi rigorosamente sani, ma dal gusto deciso per appagare anche i palati più esigenti, senza sensi di colpa e con un occhio di riguardo al portafoglio.
Giro all’Italiana, gusto infinito vuole offrire momenti conviviali per coppie o gruppi di amici che cercano nel momento a tavola il calore e l’intimità di casa anche al ristorante.
Giovedì 28 novembre sarà possibile gustare un delizioso aperitivo e assaggiare alcuni piatti del menù.
Insalate Italiane – Fast Food del Benessere nasce nell’aprile del 2010 da un’idea di Giuseppe Maione a Milano, in via Vittor Pisani 13, con l’obiettivo di soddisfare in modo sano il piacere di mangiare senza rinunciare alla bontà della cucina italiana. Per questo motivo pone al centro della sua filosofia la flessibilità nel gusto e nelle proposte, garantita da un’alta qualità, tutto a prezzo competitivo.
Ad accompagnare la serata l’intervento musicale dei dj Erik Deep & West Banhof
Insalate Italiane s.r.l.
Via Fabio Filzi 10/ang. Via Caretto, Milano
tel. +39 02/ 67382625
+39 02/ 66983940
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www.insalateitaliane.it
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