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Un monologo intenso e dolorosamente comico. Stabat Mater – ispirato all’omonimo testo di Antonio Tarantino – segna l’esordio di Luca Guadagnino nella regia teatrale, affiancato per l’occasione da Stella Savino. Al centro della scena, una magistrale Fabrizia Sacchi.
In scena dal 13 al 18 gennaio nella Sala Blu del Teatro Franco Parenti di Milano, il monologo ha per protagonista Maria Croce, donna sola emigrata da Napoli a Torino. È un racconto feroce e lirico insieme: in poco più di un’ora, Maria riversa sul mondo – e soprattutto sull’amore della sua vita, “Giuvà” – tutta la sua disperazione. Urla, vomita parole, si confessa in dialetto, costruendo una litania al tempo stesso divertente e agghiacciante, che non risparmia nessuno.
Il muro verbale che investe lo spettatore si trasforma progressivamente in una preghiera di eternità e redenzione: per sé stessa, per il figlio in carcere e per l’intero presepe di personaggi dannati a cui la donna si rivolge.
Stabat Mater è una preghiera di origine medievale che richiama la permanenza di Maria di Nazareth ai piedi della croce di Cristo. Titolo ricorrente nella letteratura e nell’arte, diventa qui un topos metaforico della sofferenza estrema, capace di restituire il lato più profondamente umano dell’episodio evangelico.
La madre che assiste alla morte del figlio è figura fondante dell’iconografia cristiana, ma anche – in una prospettiva laica – simbolo universale di una maternità costretta all’esperienza innaturale di sopravvivere ai propri figli.
La scrittura è forte, compatta, concentrica: attraversata da malapropismi, commistioni dialettali e frasi ripetute ossessivamente, che restituiscono a Maria tutta la sua irriverenza popolare e la sua disperata vitalità.
Si conclude al ristorante Oseleta di Villa Cordevigo, elegante dimora Relais & Châteaux affacciata sulle colline del Lago di Garda, il percorso enogastronomico “Chef in viaggio tra mare e terra”. L’ultima tappa approda dunque nel Veronese, chiudendo un itinerario di tre appuntamenti che ha messo in dialogo tre identità culinarie diverse (con territori e storie di cucina estremamente variegati), accomunate da un unico filo conduttore: l’ospitalità d’eccellenza.
Nato dalla collaborazione tra Borgo dei Conti Resort, Londra Palace Venezia e Villa Cordevigo, il progetto ha intrecciato talenti, territori e luoghi simbolo dell’accoglienza Relais & Châteaux. Ogni incontro ha valorizzato le radici degli chef partecipanti e le terre in cui oggi operano, attraverso menù condivisi capaci di raccontare un’Italia gastronomica autentica, contemporanea e profondamente legata ai suoi paesaggi.
Protagonisti del progetto sono tre interpreti della cucina d’autore Relais & Châteaux: Emanuele Mazzella, executive chef di Borgo dei Conti Resort, che porta nel cuore dell’Umbria i profumi e l’intensità della sua Ischia, trasformandoli in una cucina elegante e creativa in dialogo con i prodotti dell’orto del Resort e con una rete di fornitori a filiera corta, Daniele Galliazzo, executive chef del Londra Palace Venezia, capace di unire il fascino della laguna a una visione aperta e cosmopolita, valorizzando eccellenze locali come le verdure dell’isola di Sant’Erasmo in piatti dall’equilibrio raffinato, e Marco Marras, Chef del Ristorante Oseleta a Villa Cordevigo, che intreccia la raffinatezza dei prodotti del Garda con l’autenticità della sua Sardegna, costruendo una cucina armoniosa e profondamente ancorata alla stagionalità.
Per l’ultima tappa, sarà proprio Marras ad accogliere i colleghi nel ristorante stellato Oseleta per una cena a sei mani dedicata al dialogo tra acqua e terra, tradizione e contemporaneità. L’appuntamento è per mercoledì 26 novembre, a partire dalle ore 20: la serata si aprirà con un aperitivo di benvenuto e proseguirà con un menù degustazione a quattro mani, accompagnato da una selezione di vini della Tenuta Villa Cordevigo e di altre cantine del territorio.
La chiusura del viaggio vuole essere un invito alla condivisione: un manifesto di ospitalità e accoglienza che celebra l’incontro tra tre dimore Relais & Châteaux, tre cucine e tre territori accomunati dalla stessa visione. “Chef in viaggio tra mare e terra” non è solo un percorso culinario, ma un racconto fatto di radici, creatività e rispetto per le risorse della terra, dall’Umbria alla laguna veneziana, fino alla magia del Lago di Garda.
Tre prestigiose dimore Relais & Châteaux e altrettanti affermati interpreti della cucina contemporanea. Storie di cucina e di territori si intrecciano in un particolare tour per lo Stivale, con tappe in Umbria, a Venezia e sul Lago di Garda. Si può riassumere così il progetto “Chef in viaggio tra mare e terra”, un bellissimo e gustosissimo itinerario di scoperta gastronomica, emozioni e ospitalità d’eccellenza.
In poco meno di un mese (dal 29 ottobre al 26 novembre) saranno tre gli appuntamenti esclusivi che celebreranno l’arte culinaria attraverso menù inediti che raccontano l’incontro tra le radici degli chef e le terre di approdo che oggi li accolgono.
Si inizia il 29 ottobre al ristorante Cedri, presso la dimora umbra Relais & Châteaux Borgo dei Conti Resort. Protagonista indiscusso sarà l’executive chef Emanuele Mazzella, pronto a portare con sé il calore e l’intensità dei sapori mediterranei della sua Ischia, rielaborati con un tocco elegante e creativo che dialoga con l’anima verde dell’Umbria.
Il 12 novembre la replica è affidata a Daniele Galliazzo, executive chef del Londra Palace Venezia, capace di fondere il fascino della laguna con suggestioni cosmopolite in piatti dall’equilibrio raffinato.
A chiudere il trittico di gustosi e imperdibili appuntamenti sarà, il 26 novembre, Marco Marras, executive chef del Ristorante Oseleta a Villa Cordevigo, sul lago di Garda, che intreccia la raffinatezza del lago con le influenze autentiche della sua Sardegna, in una cucina armoniosa e profondamente radicata nel territorio.
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Tre chef profondamente diversi ma accomunati dall’attenzione alla ricerca e alla valorizzazione di produttori e materie prime locali, nel rispetto dell’ambiente e delle sue risorse. Mazzella integra i prodotti dell’orto del Borgo dei Conti Resort con quelli di una rete accuratamente selezionata di fornitori a filiera corta, intrecciando la freschezza delle coltivazioni umbre con i profumi della sua Ischia. Galliazzo riscopre le eccellenze della laguna veneziana, come le verdure dell’isola di Sant’Erasmo, trasformandole in creazioni dal gusto raffinato mentre Marras firma piatti che nascono dal dialogo costante con gli orti e i vigneti di Villa Cordevigo, dando vita a una cucina che celebra la stagionalità e la genuinità dei prodotti.
In ciascuna tappa, lo chef di casa accoglierà i colleghi per dare vita a un aperitivo di benvenuto e a un menù degustazione di quattro portate, impreziosito da un’accurata selezione di vini in abbinamento della Tenuta Villa Cordevigo e altre cantine del territorio tra Umbria e Veneto. Ogni serata sarà un viaggio sensoriale che unisce terra e acqua, tradizione e contaminazione, creando un dialogo unico tra tre identità gastronomiche e i luoghi che le ispirano: un manifesto di ospitalità e accoglienza, un invito alla condivisione mentre si scopre l’anima di tre cucine e l’eccellenza delle loro dimore.
“Chef in viaggio tra mare e terra” incarna con naturalezza lo spirito che accomuna le tre case: la volontà di promuovere un’arte dell’ospitalità che nasce dall’incontro tra persone, culture e territori. Questo progetto celebra il legame profondo tra cucina e identità locale, trasformando le radici degli chef – da Ischia alla Sardegna, passando per la laguna veneziana e le colline umbre – in un racconto fatto di gusto, creatività e rispetto per le risorse del territorio.
Se qualcuno si starà chiedendo come celebrare Halloween con originalità e gusto, la risposta può essere riassunta in un biscotto. Per maggiori informazioni chiedere a Carlotta Filippini, giovane pasticciera che rappresenta la nuova generazione di Dolce Angolo, pasticceria di Rezzato, comune in provincia di Brescia.
In occasione di Halloween 2025, infatti, la 27enne figlia d'arte, che ha respirato la passione per i dolci fin da bambina trasformando la curiosità gastronomica in una vera vocazione, presenta l’inedita collezione di biscotti decorati a mano, tutti ovviamente a tema Halloween. «Ho voluto creare una collezione divertente e allo stesso tempo raffinata – spiega Carlotta Filippini – con soggetti classici di Halloween interpretati con uno sguardo personale e giocoso».
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E allora, come sono i biscotti di Halloween di Carlotta Filippini? Realizzati in pasta frolla friabile e profumati di burro e vaniglia, vengono poi impreziositi dalla decorazione a mano in ghiaccia reale. Il risultato è un prodotto buono e al tempo stesso divertente, che unisce pulizia estetica, equilibrio e precisione artigianale, rendendo ogni pezzo una piccola opera di pasticceria decorativa.
La special edition di Halloween di Dolce Angolo interpreta soggetti e forme tipici di Halloween: dalle zucche disegnate in diverse versioni ai fantasmi, dai gatti neri alle mummie, ma anche teschi, cappelli da strega e pipistrelli compongono l’assortimento di disegni e colori celebrando l'artigianalità e la cura del dettaglio.
I biscotti di Halloween di Carlotta Filippini sono disponibili presso la pasticceria Dolce Angolo, al civico 85 di Corso Matteotti, a Rezzato, e fanno parte del progetto "Dillo con un Biscotto", il format con cui Carlotta Filippini trasforma la pasticceria in un originale mezzo di espressione. Attraverso biscotti artigianali dalle forme e decorazioni sempre nuove, Carlotta celebra le festività e le occasioni speciali con ironia, creatività e un tocco di poesia zuccherata. Ogni biscotto diventa un piccolo messaggio da regalare, un modo alternativo e divertente per dire "ti voglio bene", augurare "buone feste" o semplicemente strappare un sorriso.
Il suo nome, nel dialetto di Osaka, significa “ciao, benvenuto, grazie”. Praticamente un inno all’ospitalità. Quell’ospitalità tipica del Giappone tutto e, in particolare, di Osaka, considerata nell’arcipelago nipponico la capitale della buona tavola. Ospitalità e buona tavola sono proprio gli elementi che contraddistinguono “Maido”, ristorante giapponese che, dal 15 settembre, solletica e delizia il palato di tantissime persone dopo una passeggiata nel cuore dei Navigli.
La nuova location, in via Corsico 1, è infatti il luogo migliore per un upgrade della storia di Maido a Milano. Dopo aver portato in città lo spirito autentico di Osaka con l’okonomiyaki e aver conquistato riconoscimenti come miglior Street Food d’Italia per Gambero Rosso e miglior Risto Pop secondo 50 Top Italy, Maido è pronto a scrivere un nuovo capitolo.

Entrare da Maido è come fare un salto indietro di cinque lustri e ritrovarsi a tavola con numerosi protagonisti di cartoni animati che hanno segnato diverse generazioni: dalle sagome di Kiss Me Licia ai personaggi di Doraemon e Hello Spank, solo per citarne alcuni. Significa ritrovarsi nel ristorante di zio Marrabbio, quello di Kiss Me Licia, dove le frittate profumate facevano da sfondo a numerose avventure romantiche.
Il design, anche nella nuova location, è quello che ha reso Maido inconfondibile: legno chiaro, piastre a vista e l’universo colorato dei manga. Un ambiente luminoso e friendly, che porta una ventata di Giappone nel già frizzante quartiere dei Navigli e che promette di diventare una tappa fissa per gli amanti della cultura nipponica e non solo.

E poi spazio al cibo. Al centro di tutto resta lui, l’okonomiyaki (nella foto in alto), il comfort food più amato di Osaka: una fragrante frittella salata, cotta sulla piastra e condita con salsa okonomi, maionese giapponese, alghe e scaglie di bonito che danzano al calore. E, in pieno stile "okonomiyaki" - che tradotto significa "come piace a te" - può essere personalizzata in base ai singoli gusti.
Insieme a questi, il menu racconta il lato più pop e goloso della cucina giapponese: dai takoyaki, le celebri polpettine di polpo, agli onigiri, palline di riso avvolte nell’alga nori; dai rice burger – con riso tostato che sostituisce il pane – al katsu sando, sandwich giapponese che alterna morbidezza e croccantezza. E ancora udon, yakisoba, edamame e una selezione di dolci irresistibili come i dorayaki di Doraemon e i mochi con cuore di gelato.
Accanto alle specialità giapponesi, la drink list propone cocktail originali, pensati per accompagnare il viaggio tra sapori e atmosfere nipponiche: miscelazioni fresche, ispirate a ingredienti orientali e twist creativi da scoprire accanto a una selezione di birre giapponesi e sake.

L’anima di Maido è Costanza Zanolini, imprenditrice illuminata e grande appassionata di cultura gastronomica. Al suo fianco, in questa nuova esperienza, c’è Daniela Giustino, confermando così il carattere di un’attività tutta al femminile: una squadra che unisce visione, passione e imprenditorialità per continuare a innovare la scena gastronomica milanese.
Si scaldano i motori per “Agenda Brasil”, il Festival internazionale del cinema brasiliano di Milano che dal 30 ottobre al 6 novembre animerà l’Anteo Palazzo del Cinema. Sul grande schermo saranno proiettati 14 film (9 lungometraggi di finzione e 5 documentari) quasi tutti in anteprima, in lingua originale con sottotitoli in italiano. Opere che affrontano temi universali ma intrise della forte identità carioca, confermando il vigore di una produzione che negli ultimi anni ha conquistato importanti riconoscimenti in tutto in Mondo.
Il programma del Festival, che quest’anno spegne 12 candeline, include produzioni su tematiche come la lotta per la sopravvivenza, il pregiudizio, la violenza, le disuguaglianze sociali e di genere, la questione ambientale e molto altro. Due giurie specializzate decreteranno i migliori film in gara (tre titoli sono fuori concorso). Anche il pubblico potrà votare i propri preferiti in ciascuna categoria.
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La rassegna si apre giovedì 30 ottobre, alle 20.30, con “Vitória” di Andrucha Waddington e Breno Silveira (postumo). La protagonista è interpretata da Fernanda Montenegro, iconica attrice brasiliana, candidata all’Oscar nel 1999 per “Central do Brasil”, di Walter Salles, e madre di Fernanda Torres, candidata allo stesso premio quest’anno. Ispirato ad una storia vera, il film racconta l’incredibile vicenda di un’anziana che decide di sfidare la violenza del suo quartiere con l’uso di una videocamera. La sua determinazione la condurrà molto più lontano di quanto avrebbe mai immaginato.
Venerdì 31 ottobre, alle 19.30, verrà proiettato il documentario “Saudades do Rio Doce”, di Claudia Neubern, presente in sala. Nel 2015, il crollo di una diga di scarti minerari scatena la più grande catastrofe socio-ambientale della storia del Brasile. Una marea di fango tossico si riversa per 650 km nel fiume Doce, devastando tutto ciò che incontra prima di raggiungere l’Oceano Atlantico. Il documentario ripercorre questa storia, dando voce alle comunità travolte, rivelando le cicatrici di un disastro che ha segnato per sempre il loro destino e quello del Paese.
Sempre venerdì 31 ottobre, alle 21.30, sarà la volta di “Enquanto o céu não me espera”, di Christiane Garcia. Un contadino lotta per mantenere la sua famiglia e il suo piccolo terreno in Amazzonia, nonostante le inondazioni provocate dai cambiamenti climatici. Quando una piena senza precedenti minaccia di sommergere ogni cosa, dovrà affrontare la scelta più difficile: restare e resistere o abbandonare per sempre la propria casa. Ha vinto i premi Miglior Film, Miglior Attore e Miglior Attrice al FESTin di Lisbona, tra gli altri riconoscimenti.
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Sabato 1° novembre, alle ore 10.00, è in programma “Mambembe”, di Fabio Meira, mentre alle ore 12.00, ci sarà la proiezione della commedia drammatica “A vilã das nove”, di Teodoro Poppovic. Doppio appuntamento anche domenica 2 novembre. Alle ore 10.00 verrà presentato “Ninguém sai vivo daqui”, di André Ristum, un adattamento del libro “Holocausto Brasileiro”, di Daniela Arbex; nella sessione delle ore 11.45 il regista Jefferson Mello introdurrà il suo “Razões Africanas”, un viaggio musicale e umano che parte dall’Angola e percorre le rotte della diaspora africana fino a Brasile, Stati Uniti e Cuba. Attraverso il blues, la rumba e il jongo, il documentario racconta l’immenso patrimonio culturale africano che ha dato origine a questi ritmi.
Doppi appuntamenti anche lunedì 3, martedì 4 e mercoledì 5 novembre, prima del gran finale di giovedì 6 novembre, con la cerimonia di premiazione (in programma alle 20.30) seguita dal film “Kasa Branca”, di Luciano Vidigal, pluripremiato in diversi festival. Un adolescente nero cresciuto a Chatuba, una favela di Rio de Janeiro, decide – insieme ai suoi inseparabili amici – di accompagnare la nonna, malata di Alzheimer, nei suoi ultimi giorni di vita. In un contesto difficile, fatto di precarietà e sfide quotidiane, il film racconta con delicatezza e forza come l’affetto e la solidarietà possano trasformarsi in strumenti di speranza e dignità.
Parallelamente, nel corso del festival sono previsti eventi culturali, come una passeggiata guidata alla scoperta di Milano e del cinema brasiliano, un workshop di danza e percussioni, un concerto di jazz con Amaro Freitas, e un incontro con il regista Camilo Cavalcante all'Università Statale di Milano. Inoltre, il festival si estende anche a Torino e Roma, offrendo un'opportunità unica di scoprire il cinema brasiliano contemporaneo.
Un piccolo angolo di Puglia nel cuore di Milano. Parliamo di Succulenta, il ristorante di Matteo Mottola che da oltre tre anni allieta il palato delle numerose persone che ogni giorno si recano al civico 16 di Piazza VI Febbraio, nell’innovativo quartiere di CityLife.
Entrare da Succulenta significa provare quell’esperienza tipica del sud Italia: dal calore del ristoratore ai piatti (abbondanti) di un menù che, di fatto, è un viaggio tra Puglia e Campania, ma che non disdegna incursioni in Calabria e nel Lazio. Una variegata scelta di piatti protagonisti di un’esperienza da vivere col sorriso sulle labbra e la bocca piena.

Matteo Mottola ha portato a Milano una tradizione familiare nel campo della ristorazione di oltre un secolo. Una storia iniziata in Puglia, nei dintorni di Brindisi, tra i fornelli della nonna, e proseguita con la mamma chef ed il papà pizzaiolo, e che continua oggi a Milano con una cucina che profuma di Sud.
“Sono cresciuto in cucina, seguendo le mani di mia madre che impastavano e i gesti esperti di mio padre tra farina e forno a legna – racconta Matteo - Scegliere questa strada è stato naturale. La mia idea di cucina fonde ricordi, tradizioni di famiglia e ricerca. Sono un grande sperimentatore, mi piace studiare impasti, tipologie di farina e lavorazioni diverse, ricercare le migliori materie prime: non si finisce mai di imparare”.

Da Succulenta è impossibile non farsi prendere dalla gola: il menù è un viaggio festoso tra i sapori dell’Italia più verace. Si va dalle orecchiette di Cerignola alle cime di rapa (nella foto grande), alle golose polpette al ragù (nella foto qui sopra) preparate con carne rigorosamente Podolica, dalla carbonara alla mozzarella di bufala in carrozza.

Un discorso a parte meritano le pizze, tradizionali o creative, tra le quali spicca la Regina Succulenta (nella foto qui sopra), con base di crema di patate, provola affumicata di Agerola DOP, guanciale croccante, pomodori del piennolo e scaglie di cacioricotta o la Genovese Napoletana, che trasferisce sulla pizza il celebre ragù bianco di carne e cipolle tipico della cucina partenopea. Tutti i piatti si distinguono per gli ingredienti di eccellenza. Ogni ricetta racconta il legame profondo con la cucina di casa, quella fatta con amore, riproposta con maestria ed esperienza, realizzata con materie prime accuratamente selezionate e mani che conoscono i gesti di una volta.
Al ricco menù si accompagna una carta dei vini dove spiccano le tre etichette Schiena. Della rinomata azienda vinicola, Succulenta propone il Primitivo Tre Compari, il Negramaro Enneoro e l’esclusivo Negroamaro rosato Dama che, come racconta Mottola, viene prodotto con una parte di uve Negroamaro che, in vigna, per la loro posizione non ricevono la piena luce del sole, restando quindi di colore rosato. Completano la proposta beverage etichette campane e una ricca selezione di birre anche artigianali.
Tra piatti generosi, ingredienti eccellenti e una proposta beverage curata e mai banale, Succulenta porta a Milano il gusto del Sud, con l’anima di una trattoria contemporanea e la passione di chi la cucina ce l’ha nel sangue.
Il Castello del Gallo val bene una gita. Se sei a Roma, devi sapere che a poco meno di un’ora dal cuore della Capitale, tra le colline silenziose di Mandela e i boschi del Parco Naturale dei Monti Lucretili, sorge un luogo magico. Nato come fortezza, trasformatosi poi in residenza nobiliare, il Castello del Gallo è tornato a mostrarsi in tutto il suo splendore grazie a un attento restauro che ha portato, dallo scorso 5 luglio, la famiglia Del Gallo a riaprire le porte del Castello e dei giardini incantati, offrendo ai visitatori un’esperienza fuori dal tempo. Visite guidate, eventi culturali e percorsi immersivi conducono lungo viali ombreggiati, tra scorci segreti e terrazze panoramiche.
Il Belvedere e i Giardini di Orazio
Arrivati al Castello, non si può non lasciarsi affascinare dal Belvedere. Affacciarsi davanti al Castello Del Gallo permette di rivolgere lo sguardo su un paesaggio che sembra uscito da un verso latino, sospeso tra mito e storia. Si gode di una vista su quella che un tempo era la residenza di Quinto Orazio Flacco, il celebre poeta al quale nel I° secolo a.C. Mecenate donò un podere nel quale rifugiarsi lontano dalla caotica vita cittadina, circondato da frutteti, oliveti e pascoli. Immersi nella natura, i giardini celebrati da Orazio nei suoi scritti, nei secoli divennero meta di viaggiatori del Grand Tour e conquistarono artisti in cerca della “veduta ideale” dalla quale lasciarsi ispirare per le loro opere, espressione perfetta della fusione tra natura e arte.

Il Castello del Gallo
Il Castello del Gallo affonda le sue radici nell’epoca romana e medievale; questo territorio fu infatti a lungo presidiato dalla popolazione degli Equi, che resistettero per due secoli prima di essere sconfitti dai Romani tra il 500 e il 300 a.C. Con la caduta dell’Impero Romano, il castello passò sotto il controllo delle abbazie. Fu in questo periodo che i monaci introdussero la coltivazione dell’olivo, una tradizione che è ancora viva.
Il Castello divenne poi una fortezza strategica sotto il dominio degli Orsini, mentre nel XVII secolo fu trasformato in dimora signorile dalla famiglia Nuñez Sanchez. Nel XIX secolo, infine, Julie Bonaparte, nipote di Napoleone e cugina di Napoleone III, e Alessandro del Gallo di Roccagiovine, Marchese di Mandela, lo resero un centro di cultura e arte.
La visita al Castello consente di scoprire stanze ricche di arredi d’epoca, eppure vissute ancora oggi dalla famiglia del Gallo, che continua a dimorare nel Castello. Tra i vari ambienti, particolarmente emozionante è la sala da pranzo, dove troneggia un ritratto dell’Imperatore Napoleone e il fortepiano che Napoleone III donò alla cugina Giulia, proveniente dal palazzo imperiale di Parigi, le Tuileries. Non sono da meno lo splendido Giardino d’Inverno e la Stanza del Biliardo.
La Chiesa di San Vincenzo Ferrer
Adiacente al Castello c’è la Chiesa dedicata a San Vincenzo Ferrer. Fu costruita nel 1726 per volere di Vincenzo Nuñez Sanchez, e progettata dall’architetto Girolamo Theodoli; è un piccolo gioiello di barocco romano luminoso e romantico, circondato dalla verde campagna romana, e custodisce preziosi affreschi di Michelangelo Cerruti e Giovanni Odazzi. Oltre alle opere d’arte di grande valore presenti, sotto la chiesa si trova la cripta della famiglia del Gallo, dove riposano figure legate alla storia di Roma e d’Europa.

I giardini del Castello
Quando il Marchese Alessandro del Gallo e sua moglie Giulia Bonaparte lasciarono Parigi nel 1870, a seguito dell’esilio di Napoleone III, decisero di trasformare il Castello di Mandela nel loro rifugio lontano dal caos di Roma. Allo stesso tempo, decisero di ridisegnare il terreno circostante e di creare un giardino segreto all’italiana vicino al castello, mentre sulle pendici della collina concepirono un romantico Bosco e, più avanti, un giardino all’inglese.
Il Giardino Segreto si ispira alla tradizione persiana e islamica, con siepi curate all’italiana e cisterne medievali che ne regolano l’irrigazione. Nel XIX secolo, Julie Bonaparte e Alessandro del Gallo aggiunsero elementi francesi, tra cui un giardino d’inverno e un’ampia varietà di rose ottocentesche. Affacciandosi dal muraglione si può ammirare la Valle del fiume Licenza, al centro della valle il comune di Vicovaro, famoso per il suo Tempietto di San Giacomo e, ancora più a sinistra, il Convento di San Cosimato, testimone di eventi storici, tra cui la riconciliazione tra Papa Martino V e Re Alfonso d’Aragona.
Il Bosco Romantico, invece, è nato nel XIX secondo, quando gli ulivi sotto al castello furono sostituiti da un bosco in stile francese, dove la natura sembra crescere senza regole. Questo spazio fu progettato per creare un’atmosfera di quiete e bellezza, con sentieri ombreggiati e un microclima ideale per le passeggiate estive. Il Bosco Romantico è un luogo che invita a rallentare, a guardarsi intorno con occhi nuovi. Non c’è una direzione precisa da seguire: i sentieri si intrecciano, si aprono e si chiudono tra la vegetazione, come se fosse la natura stessa a decidere dove condurre il visitatore.
Il Giardino Inglese, infine, a prima vista sembra selvaggio, libero, spontaneo, ma è tutt’altro che casuale. Si tratta di una composizione raffinata, frutto di una pianificazione precisa, di un paesaggio creato con maestria per suggerire armonia e quiete. A prima vista gli alberi e i cespugli sembrano disposti in modo casuale, ma ogni dettaglio è studiato per evocare un senso di libertà e bellezza naturale. Spesso, tra la vegetazione, si incontrano templi neoclassici, grotte artificiali e piccole rovine. Un invito a rallentare, a lasciarsi stupire da un dettaglio inatteso.
Il Castello del Gallo è aperto al pubblico ogni venerdì, sabato e domenica dalle 10 alle 18.30 (ultimo ingresso alle 17.30). Al prezzo di 15 euro (ingresso gratuito per i bambini fino a 11 anni) è prevista la visita guidata completa del Castello, del giardino privato, del bosco francese e del giardino paesaggistico. Solo di domenica, alle 12, è invece previsto un tour completo in compagnia del proprietario, con annessa degustazione, al prezzo di 50 euro. Per informazioni e dettagli è possibile consultare il sito www.castellodelgallo.it
La Cocktail Week si appresta a vivere la sua sesta edizione. L’evento, nato nel 2019 sulle sponde del lago di Como, ha conquistato negli anni anche St. Moritz e, da ottobre, approderà a Taormina. Un’espansione che testimonia la solidità e l’appeal dell’evento, sempre fedele al suo obiettivo originario: promuovere una cultura del bere consapevole e di qualità, creando connessioni tra territori e professionisti del settore.
Il bancone del bar diventa un vero e proprio palcoscenico: qui la miscelazione si trasforma in narrazione, sperimentazione e arte da condividere. Un’esperienza che coinvolge tutti i sensi e che vuole rafforzare il legame tra luoghi, persone e sapori.
Dall’1 al 6 luglio la Cockail Week animerà Como con un fitto calendario di eventi che celebrano le location più belle del Lario. Una settimana dedicata all’arte del bere miscelato di qualità e con responsabilità. Il tema della sesta edizione è “Taste!”: un invito ad immergersi nel gusto, un viaggio profondo e multisensoriale alla scoperta dei sapori che si fondono in un bicchiere.
«L’obiettivo di questa edizione è prendersi un momento per concentrarsi sul bicchiere, sull’equilibrio perfetto dei sapori, celebrando i cinque gusti fondamentali – ha commentato Annalisa Testa, giornalista nel settore lusso e fondatrice delle Cocktail Week di Como, St. Moritz e Taormina – i bartender sono invitati a sperimentare l’abbinamento degli aromi, interpretando attraverso i cocktail un percorso degustativo che esalti texture vellutate, effervescenti, croccanti o spumose, giocando con la trasparenza o il colore del liquido».
Parlando di “TASTE” non si può trascurare l’importanza della cucina, delle sue tecniche culinarie e di laboratorio, che saranno il complemento perfetto per esaltare il liquido miscelato dai bartender. Un’apertura a nuove strade di espressione e creatività, che crea un rapporto intimo tra la cucina e il bancone del bar, tra il solido e il liquido.
Grande novità della sesta edizione della Cocktail Week è l’apertura verso Milano, con la nascita di un vero e proprio ponte tra due capitali della mixology. A sancire questa collaborazione è stato il Grand Opening di Villa d’Este, con il main bar curato dal leggendario Camparino in Galleria, in rappresentanza di Campari, main partner dell’evento. A condividere la serata anche i team di Ceresio 7 (per Ginarte) e del nuovo Salmon Guru Milano, in collaborazione con rum Diplomático.
Nel corso della settimana, altre eccellenze milanesi animeranno le sponde del lago: The Wild Milan verrà ospitato al bancone del Fresco Cocktail Shop; Carico Milano sarà protagonista di una guest al MUSA Hotel: i mixologist del Rita’s Tiki Room porteranno il loro stile inconfondibile all’Hemingway Cocktail Bar con una serata dedicata al Daiquiri.
Il Super Social Club accoglierà prima l’energia sperimentale di Nora Was Drunk, poi sarà la volta di Rumore, l’American bar che si affaccia sul chiostro del Portrait Milano, che parteciperà ad una serata dedicata al rum cubano Eminente.
Pizze di tutti i gusti e prodotte da chef provenienti da tutto il Mondo. Un bellissimo colpo d’occhio e, soprattutto, un vero e proprio trionfo di sapori. È quanto è andato in scena nei giorni scorsi da Biga, nota pizzeria situata al civico 9 di via Pollaiuolo, a Milano, che è stata il teatro di "Slices from around the world”, una cena “a 10 mani” che si è svolta in occasione del prestigioso appuntamento annuale con i The Best Pizza Awards 2025.
L’evento ha visto protagonisti cinque chef di fama mondiale: Simone Nicolosi, pizza chef di Biga Milano, Davide Di Chio (Alterego Pizza Boutique, Andria), Javiera Contardo (Dou Pizza, Santiago del Cile), Mirko Pepe (Pizzeria Quattro Quarti, Molfetta) e Sebastian Diego Gallucci (Seba’s Restaurant, Costa Rica) ed il menù ha visto la degustazione di cinque portate create sul momento dai pizzaioli.
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Ad aprire le danze, come da foto qui in alto, è stata la Margherita “Amuse-Bouche” di Davide Di Chio: cotta nel forno a legna, destrutturata e poi cotta in forno statico, la pizza si è presentata come un cerchio tricolore con polvere di pomodoro San Marzano Nolano, Parmigiano Reggiano 36 mesi e polvere di basilico.
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A seguire, una delle pizze che ha raccolto maggiori consensi, il “Tricolore Padellino” firmato dal padrone di casa Simone Nicolosi. Un prodotto con impasto Biga al 70% multicereale, cacao amaro e caffè ricco di fibre e proteine, farcito con pomodoro San Marzano DOP, basilico fuori cottura, stracciatella vaccina, pomodoro ciliegino confit e pesto di basilico liofilizzato e olio evo BIO.
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Spazio poi alle proposte internazionali con “Las Cabras Para El Monte” di Javiera Contardo con crema di zucca (non dolce), formaggio di capra in feta, tagliato a pezzetti, ricotta in sacchetto da pasticceria, pistacchi tritati, pomodori secchi tritati e Merken piccante.
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A seguire, ecco il “Padellino Bacio Salato” di Mirko Pepe: Padellino allo zafferano con semi misti e za’atar come base, salsa di melanzane affumicate, battuta di gamberi bianchi, salsa verde (cetriolo, avocado, kefir lime, zenzero) e spuma di menta.
Per concludere, “Formaggi, carne e amore per la Giungla” di Sebastian Diego Gallucci, creata con una base leggera con spolverata di mozzarella, pesto di pistacchi fatto a mano, salsa di pomodorini multicolore, carne di manzo alla griglia tagliata sottile con stracciatella fresca, parmigiano stagionato 36 mesi, olio all'aglio arrostito sul bordo e scorza di limone.
La serata si è conclusa con un assaggio di dolci come Next (cioccolato fondente al 70%, marmellata di ciliegie, spuma di ricotta dolce, nocciole tostate) e Churro Pops (churros fatti a mano con pasta per pizza condita con dulce de leche artigianale, guarnita con un mix di cannella e zucchero di canna su un letto di salsa di cacao puro al 100% dalla Costa Rica).
I pizzaioli, provenienti da varie parti del mondo, hanno saputo interpretare la pizza secondo la propria visione. Ogni morso ha raccontato una storia fatta di identità, tradizione e cultura.
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