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Il film vincitore della Palma d’Oro a Cannes 2013 ha entusiasmato la Giuria del Festival, ricevuto applausi a scena aperta dagli spettatori e mandato letteralmente in estasi i critici che per giorni non hanno fatto altro che parlare del talento di Abdellatif Kechiche e della bravura delle due attrici protagoniste Lea Seydoux e Adele Exarchopoulos.
Kechiche però è tunisino di origine e nella madre patria il suo capolavoro che parla di amore lesbo e mostra scene erotiche esplicitamente omosessuali non è piaciuto affatto, tanto che il leader del partito laico Union Patriot Libre, Slim Rihai, è giunto ad affermare con vera indignazione di essere disonorato dal fatto che un suo compatriota abbia vinto il massimo premio al Festival di Cannes, dicendo che la Tunisia non ne è affatto orgogliosa né onorata e che l'oggetto di un film che difende l'omosessualità lede il loro essere arabi e musulmani. E Rihai è il leader del partito laico!
Insomma, come sempre Nemo profeta in patria. Nel caso del regista Kechiche, inoltre, le polemiche si estendono anche ai costi effettivi della pellicola, in principio considerati e immaginati come quelli di un lungometraggio d’autore e in seguito levitati a quelli di una produzione americana e con tempi di lavorazione lunghissimi e massacranti tanto che sul set allestito nella città di Lille l'atmosfera è stata piuttosto tesa e il lavoro dell’intera troupe e delle maestranze è passato da due mesi e mezzo a cinque, con tecnici e operai che hanno denunciato condizioni lavorative non facili.
Ma Abdellatif Kechiche ha dimostrato di avere tempra resistente e caparbietà da vendere e alla fine ha realizzato il suo lavoro più importante, la pellicola che lo consacrerà negli annuali della storia del cinema. In realtà, il film non è bellissimo nel senso cinematografico più puro.
Non emoziona per la regia o per le scelte dei movimenti di macchina. Non ci sono scelte autoriali che fanno pensare al capolavoro filmico vero e proprio. Anzi, a volte alcune scene si ripetono cadenzatamente pur con mutamenti di scena e di location. È vero che il rispetto delle unità aristoteliche è stato abbandonato ormai da tempo dai cineasti internazionali ma è anche vero che la storia deve reggere proprio nei passaggi e nei momenti più importanti e difficili della narrazione.
E da un film vincitore della Palma d’Oro ci si aspetta sempre che sia da esempio per tutti gli altri.
Allora perché tutto questo entusiasmo? Sicuramente per il coraggio.
Il coraggio di portare sul grande schermo una storia così forte e soggetta a critiche e il coraggio per averla saputa raccontare senza mezzi termini. A questo possiamo aggiungere sicuramente la capacità di Kechiche di dirigere i propri attori, soprattutto se ancora giovani e poco conosciuti e, in questo suo ultimo lavoro, se donne in particolare.
La pellicola racconta la vita di Adele, innamorata di una ragazza dai capelli blu incontrata per caso e ritrovata in un locale gay. Un cocktail e una panchina sono l’inizio di una storia d'amore appassionata e travolgente che matura Adèle e che la porta fuori dall’adolescenza. Nella vita con Emma, che studia alle Belle Arti e la dipinge nuda dopo averla amata per ore e sconvolta dal sentimento travolgente che prova per quella donna, Adèle diventa adulta imparando molto presto che la vita è molto di più di quello che si legge nei libri. Ancora una volta Abdellatif Kechiche guarda a Pierre de Marivaux, e attingendo al suo celebre romanzo "La Vie de Marianne" confeziona e realizza La vie d'Adèle, storia d'amore e di formazione di un'adolescente che concede alla macchina da presa ogni dettaglio e ogni sfumatura di sé. Il desiderio delle due protagoniste, il loro amarsi e concedersi reciprocamente restano il vero senso del film. Niente di morboso o scabroso. Solo amore omosessuale e passione. Chi si aspetta di sbirciare dal buco della serratura rimane deluso. La vie d’Adèle è solo cinema.
E così va preso e va visto.
Nonostante fallimenti, tradimenti e precarietà c’è sempre un modo per ricominciare e rimettersi in gioco. Questo il messaggio diretto e cinematografico che l’attore e regista Rocco Papaleo proclama nel suo ultimo film Una piccola impresa meridionale.
Che la pellicola non abbia altre velleità che far divertire e riflettere gioiosamente sulla vita e sul senso che ognuno di noi riesce a darle lo si intuisce dai primi fotogrammi accompagnati musicalmente in una sorta di canto e controcampo con la voce del protagonista.
Appunto, parliamo del protagonista, interpretato magnificamente da Rocco Papaleo.
Don Costantino. Che don in realtà non è più perché ha deciso di “spretarsi” e stare con la ragazza di cui si è innamorato, per finire con l’essere mollato anche da lei e non sapere che altro fare della propria vita. Coraggio alle mani e gioco forza decide allora di ritornare al paese natale, giù al sud, e vedere di ricominciare in qualche modo, anche se non sa ancora come. La vita lo aspetta proprio in quel posto per dargli una seconda, o meglio, una nuova possibilità e ad affiancarlo in questo nuovo percorso gli regala anche degli improvvisati, improponibili e divertentissimi compagni di viaggio.
L’ex cognato, tradito dalla sorella di Costantino e anche lui allo sbando emotivo e concreto, la sorella della badante di sua madre, ex prostituta con tante idee in testa e anche tanta voglia di rimettersi in gioco lavorando onestamente, arrangiati muratori e ristrutturatori che di mestiere facevano i circensi e una comunità paesana che diventa una scenografia naturale per l’intera trama della pellicola. È ovvio che non ci troviamo di fronte a un capolavoro, nemmeno della comicità italiana, ma l’esperimento di Papaleo funziona. Ottima la scelta del cast con uno Scamarcio in versione ridimensionata ma molto convincente e una strepitosa Barbara Bobulova, bella, convincente, perfettamente inserita nella storia e nel suo personaggio. Brave e divertenti anche Claudia Potenza e Mela Esposito, più offuscata e meno brillante del solito invece la Felberbaum, forse il suo personaggio non la convinceva molto o probabilmente non ne aveva solo voglia.
A differenza della sua prima fatica da regista, Una piccola impresa meridionale, segna per Papaleo un nuovo percorso verso il film di autore rendendolo un regista più consapevole e meglio propenso a dirigere colleghi attori di una certa bravura. Il risultato è una pellicola “corale” dove ognuno recita a perfezione la sua parte, dove non si sono prime donne, e dove la distribuzione dei ruoli è talmente perfetta da lasciare lo spettatore, per buona parte del film, con la convinzione che quelli che sta vedendo non siano affatto attori ma veri protagonisti di una storia tanto surreale che convincente.
A sottolineare l’elemento corale del film il commento musicale, una tecnica molto amata da Rocco Papaleo fin dai suoi esordi teatrali e che il regista ci ripropone in questa pellicola come l’altra metà del film stesso. In Una piccola impresa meridionale si canta, si balla e si ascolta la musica, anche quella solo mentale, quella che ognuno di noi ha come sottofondo musicale in molti momenti della nostra vita. Il risultato è una commedia affascinante, divertente, che fa riflettere.
E vi pare poco!
Il cinema è onirico per definizione. Il cinema sogna e soprattutto fa sognare. Certo, tutto vero ma a volte arriva un regista, un autore, un sognatore appunto che rende il meraviglioso mondo onirico del cinema ancora più da sogno e ancora più fantastico.
Il regista, il sognatore si chiama Federico Fellini e ha creato vere e proprie opere d’arte cinematografiche usando poco più che la dissolvenza incrociata e il bianco e nero.
Eppure, da La strada, a Otto e mezzo, da Amarcord a La dolce vita, da Le notti di Cabiria fino ai suoi ultimi lavori come Ginger e Fred e La voce della luna chi si è avvicinato al cinema di Fellini non ha potuto fare altro che amarlo incondizionatamente e sognare con lui.
Federico Fellini nasce a Rimini, una cittadina di provincia che ancora non risente del boom turistico degli ultimi decenni del ‘900 e che si presenta ancora come una località di mare sì ma abitata da i contadini e dagli operai della semplice e affascinante Romagna. Una Rimini dove tutti si conoscono e tutti sanno tutto degli altri. Qui, il giovane Fellini affina l’intelletto e il gusto per i personaggi caricaturali e parodistici di tutte le sue pellicole, nella sua città natale scruta, osserva, prende appunti e confeziona soggetti dal gusto “antico” e grottesco, qui incontra e conosce donne come la Gradisca di Amarcord e come la Carla di Otto e mezzo.
Sposatosi giovanissimo con la non molto affascinante ma superba attrice Giulietta Masina, Fellini ha molteplici amanti tra le attrici che lavorano con lui ma anche tra addette ai lavori e donne comuni ma di bell’aspetto. Restando sempre legato sentimentalmente e professionalmente a sua moglie, protagonista indiscussa di molte delle sue migliori pellicole.
Dal debutto cinematografico con lo Sceicco bianco, interpretato da un giovane ma già riconoscibile Alberto Sordi, fino alla sua ultima fatica, Fellini è sempre stato considerato uno dei più grandi e influenti cineasti della storia del cinema mondiale. Si è aggiudicato quattro premi Oscar al miglior film straniero, per la sua attività da cineasta gli è stato conferito nel 1993 l'Oscar alla carriera, ha vinto per due volte il Festival di Mosca e ha inoltre ricevuto la Palma d'oro al Festival di Cannes nel 1960 e il Leone d'oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1985.
Il segreto di un successo così ampiamente e universalmente riconosciuto poggia sicuramente, come lui ha sempre detto, sulle sue origini romagnole ma anche sulla sua vita nella Capitale e proprio negli anni in cui fare cinema a Roma ti permetteva non solo di conoscere e collaborare con i migliori attori e sceneggiatori ma anche con le più grandi maestranze che il nostro cinema abbia mai avuto. A Roma Fellini, fa radio, inizia a scrivere soggetti e sceneggiature e sposta il proprio “sguardo cinematografico” dalla provincia italiana alla capitale e al suo mondo di lustrini e bella vita. Federico Fellini è estroso, impegnato, creativo ma anche semplice e umile sognatore e la sua dimensione onirica si ritrova in tutto in pellicole eccezionali e celebri come Otto e mezzo, considerato da ogni critico cinematografico un capolavoro assoluto e come La dolce vita, icona del film in bianco e nero italiano e tra le pellicole più conosciute all’estero.
Con questo lavoro Fellini crea e dà alla lingua italiana e internazionale perfino un neologismo: Paparazzi. Da quel momento in poi i fotografi e fotoreporter di costume e società si chiameranno solo così, e in tutto il mondo.
Ultimamente si parla spesso e a sproposito di “eccellenza italiana”. Federico Fellini è la nostra eccellenza, è il nostro orgoglio in Italia e all’estero, è il regista che non ha inventato il cinema ma che ha inventato sicuramente un nuovo modo di fare cinema, a metà e in bilico perenne tra quello che vedono i nostri occhi e quello che ci fa vedere la realtà
Dall’8 fino al 17 novembre riparte a Roma il Festival del cinema internazionale nato nel 2006 e che aveva visto trionfare in quell’anno Leonardo di Caprio nel film di Scorsese The Departed.
Per questa edizione 2013 la rassegna vede cinque sezioni ufficiali con pellicole che arrivano da ogni parte del mondo e una sezione di pellicole autonome e parallele dal nome del celebre film di Wenders, Alice nelle citta, e che presenta storie di viaggio e di conoscenza. Da non perdere in questa sezione il lavoro del regista francese Offenstein, En Solitaire e quello del regista italiano Fabio Molto, Il sud è niente. Film completamente differenti tra loro ma che presentano una realtà talmente viva e attuale da meritare di essere guardati anche più di una volta.
Sempre parlando di Italia e dei nostri nuovi Filemaker e dei loro lavori autoriali molto interessanti risultano per la sezione Prospettive Italia il lungometraggio di Paolo Carboni e Marco Antonio Pani, Capo e croce, le ragioni dei pastori che racconta come nel giugno del 2010 migliaia di pastori provenienti da ogni parte della Sardegna si riuniscono nel Movimento Pastori Sardi per dar luogo a una protesta clamorosa; e il film di Marco Santarelli, Lettera al presidente, una storia bellissima di tre ragazzini che nel 1969 da Tortoreto, un piccolo paese dell’Abruzzo, sulla scia dell’euforia collettiva scatenata dallo sbarco sulla Luna degli Americani, scrivono e firmano una lettera al Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, chiedendo che li aiuti a raggiungere Marte. Quella richiesta è stata ritrovata nei locali dove l’archivio della Presidenza conserva le migliaia di istanze e lettere che i cittadini italiani hanno indirizzato ai loro presidenti.
Per i nostalgici e cinefili imperdibile e bellissima è la sezione Retrospettive, dedicata a pellicole, attori e registi del nostro passato. Lavori in bianco e nero, film semi dimenticati, attrici e attori che hanno fatto la nostra storia del cinema e registi del calibro di Duccio Tessari, l’inventore del cinema storico italiano, Mario Bava, a cui si devono i migliori horror del dopoguerra e Claudio Gora con le sue pellicole alla Hitchcock di Cinecittà.
I presidenti delle due giurie delle sezioni premi sono James Gray, regista, sceneggiatore e produttore newyorkese e Larry Clark, considerato il più grande e importante regista e fotografo degli ultimi cinquanta anni.
A metà mese scopriremo chi tra i tanti nuovi cineasti, attori e sceneggiatori si porterà a casa i premi e i riconoscimenti più importanti e prestigiosi, intanto, per chi volesse farsi un paio di fine settimana romani all’insegna dell’arte e del buon cinema il Festival film Roma 2013 è davvero un appuntamento per i palati di tutti.
NEW YORK – Va all’asta da Sotheby’s a New York mercoledì 13 novembre “Silver Car Crash “(Double Disaster) di Andy Warhol.
L’ opera, facente parte della serie “Death ad Disaster” , stimata oltre i 60 milioni di dollari, è una delle quattro tele, nella versione argento, firmata dal genio della Pop Art. Le altre tre sono custodite al Moma di New York,al Kunstmuseum di Basilea e al Moderner Kunst Stiffung Ludwing di Vienna. L’opera, datata 1963, ha una fitta rete di “passaggi”famosi. Apparteneva a Gian Enzo Sperone e a Charles Saatchi, Nel 72 era nella mostra di Gunther Sachs ad Amburgo.
Nuovo omaggio al cinema da parte dei Baustelle. Dopo la fortunata collaborazione con Giuseppe Piccioni, quando avevano firmato la colonna sonora di "Giulia non esce la sera", aggiudicandosi il nastro d'argento con il brano "Piangi Roma", i Baustelle tornano sulla scena cinematografica.
Per "I Corpi estranei" di Mirko Locatelli, la band toscana propone le versioni strumentali dei brani "Il Futuro" e "Radioattività", presenti nell'album FANTASMA.
In "Corpi estranei" nuova e intensa interpretazione di Filippo Timi, nei panni di Antonio, padre milanese che vive solo con il suo bambino, Pietro, affetto da una grave malattia, arrivati al nord per cercare uno spiraglio di salvezza. Jaber, quindici anni, vive anch'egli a Milano con un gruppo di connazionali: è migrato in Europa da poco, in fuga dal Nord Africa e dagli scontri della primavera araba. L’ospedale è una città nella città dove entrambi sono costretti a sostare: Antonio per guarire Pietro, Jaber per assistere il suo amico Youssef. La malattia è l’occasione per un incontro tra due anime sole e impaurite, due “corpi estranei” alle prese con il dolore.
In occasione dell'evento è stato realizzato il seguente official trailer
Dopo la partecipazione al Festival di Roma, i Baustelle partono con il nuovo tour.
Ecco le date: 17 novembre a Copparo (Ferrara), Teatro De Micheli (data zero), 29 novembre Aosta (Teatro Splendor), 3 dicembre Assisi (Teatro Lyrick), 6 dicembre Napoli (Teatro Acacia), 16 dicembre Udine (Teatro Giovanni da Udine), 18 dicembre Torino (Teatro Colosseo), 21 dicembre Roma (Auditorium Conciliazione), 28 dicembre Prato (Politeama Pratese).
Amanti del blue beat: tenetevi liberi. Dopo nove mesi di silenzio, riparte il tour dei BlueBeaters, la band attiva da 19 anni, famosa per la sua collaborazione con Giuliano Palma, con il quale hanno realizzato ben cinque album.
Un nuovo gruppo accompagnerà nuovi “singers”, interni ed esterni alla band: Pat Cosmo (Casino Royale, Neffa, BB), Mr T Bone (Young Lions, BB) e Maya “Lady Soul” (Soulful Orchestra). Ma non solo: il super special guest per alcune serate sarà Bunna (Africa Unite, BB). Il tour inizierà venerdì 20 dicembre al Live Club di Trezzo D’Adda e porterà la band in giro per l’Italia fino a gennaio 2014; in alcune date potranno esserci altri ospiti, amici con cui sono stati condivisi negli ultimi anni palchi e backstage. L'obiettivo rimane quello di recuperare e mantenere un suono assolutamente originale, costruito negli anni: un valore unico e senza tempo, derivazione di quel suono originario, il Blue Beat – una derivazione emozionale dello Ska Giamaicano anni ’60 – che ha cullato e fatto crescere prima il Rock Steady poi il Reggae.
Ecco le date confermate: 20 dicembre – Live Club, Trezzo D’Adda (MI) 25 dicembre – Spazio 211, Torino 26 dicembre – Vibra, Modena 28 dicembre – Lecce TBA 29 dicembre – PalaVillanova, Torri di Quartesolo (VI) 4 gennaio – Estragon, Bologna 9 gennaio – Circolo degli Artisti, Roma 11 gennaio – Flog, Firenze
Dopo l'ironico spot per la Schwepps, Uma Thurman ... passa al Campari! E lo fa in grande stile: a 43 anni, dopo la nascita della terza figlia, l'attrice americana sfoggia tutta la sua eleganza. Scelta come icona per il calendario 2014 di Campari, Uma Thurman non risalta solo per la sua bellezza, ma soprattutto per la sua straordinaria energia, che la rende un vero e proprio modello per le donne di oggi e di domani.
Koto Bolofo - fotografo per Campari - ha scelto Venezia per ritrarre la star in tutta la sua eleganza e Uma adora l'Italia. "Ho vissuto a Roma quando ho girato a 17 anni il mio primo film, Le avventure del barone di Münchausen di Terry Gilliam, e poi ho vissuto anche a Milano. Qui ero solita andare a vedere anche le partite di calcio, uno degli sport che preferisco come tifosa."
Speriamo dunque di vedere più spesso la Thruman in Italia dove, sicuramente, verrà accolta a braccia aperte!
"La fotografia non potrà mai crescere fino a quando imiterà le altre arti visive. Deve camminare da sola, deve essere se stessa". Questo ha affermato Berenice Abbott, una delle più influenti fotografe del XX secolo. E Milano le rende omaggio. Fino al 6 Gennaio 2014, la Galleria Carla Sozzani ospita una mostra interamente dedicata all'artista di Springfield.
Appartenente al movimento della straight photography, che sottolineava l'importanza di avere fotografie non manipolate né rispetto al soggetto né rispetto al processo di sviluppo, la Abbott era anche contro i pittorialisti come Alfred Stieglitz e racconta la realtà con piglio giornalistico, come un reporter che non ha paura di stremare il soggetto con innumerevoli domane sotto forma di scatto.
Un'occasione unica per imparare ad osservare il reale, per scoprire cosa significa costruire una fotografia a partire dalle fondamenta.
Galleria Carla Sozzani corso Como 10, Milano
Lunedì 15,3'0 - 19,30 Martedì, venerdì, sabato, domenica 10,30 - 19,30 Mercoledì, giovedì 10,30 - 21,00
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