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Freelance under 30 con il chiodo fisso del mangiare e bere bene. Estremamente curiosa, cresce una nuova generazione di enotecnici fiorentini trasmettendo il suo entusiasmo con la penna e tra i banchi di scuola.
Il Sangiovese è il vitigno più coltivato d'Italia, l'uva che ha costruito la reputazione internazionale del Chianti, del Brunello, del Morellino. Un vitigno che non manca certo di storie da raccontare: famiglie che hanno i nomi dei poderi cuciti addosso, vigne piantate dai nonni su terreni di galestro e alberese, ce ne sono a volontà. Il problema semmai è trovarle, riconoscerle, distinguerle in un mercato sempre più affollato dove tutto tende ad assomigliarsi. È esattamente da questa consapevolezza che nasce Generazione Sangiovese, un movimento fondato da vignaioli e proprietari di aziende vinicole delle colline toscane con l’obiettivo di preservare l'identità del vitigno e promuovere una cultura del vino artigianale, autentica, tramandata di famiglia in famiglia.

La prima cosa da chiarire è cosa Generazione Sangiovese non è. Non è un consorzio di tutela con disciplinari da rispettare. Sono, nella loro essenza, una comunità di produttori che condividono una visione e scelgono di renderla visibile insieme.
Il manifesto del progetto è esplicito: i produttori aderenti si impegnano nella coltivazione del Sangiovese rifiutando correzioni enologiche “aggressive” che producono vini tecnicamente irreprensibili ma geograficamente anonimi. L'idea alla base di Generazione Sangiovese è quella che un vino debba raccontare il luogo in cui è nato, le mani che lo hanno fatto, la famiglia che ha tramandato il sapere. Un'idea non nuova, certo, ma che in questo contesto assume la forma di un atto di resistenza collettiva.
Quello che colpisce di questo movimento è la varietà delle realtà che lo compongono. Non c'è un profilo unico del produttore di Generazione Sangiovese: ci sono grandi aziende biologiche con decine di ettari vitati e piccole realtà artigianali con produzioni da tremila bottiglie. Ci sono vini DOCG e IGT, invecchiamenti in cemento e affinamenti in legno, denominazioni storiche e blend contemporanei. Quello che accomuna tutti è la scelta di mettere il Sangiovese al centro, anche quando il disciplinare non lo imporrebbe. Questo pluralismo è, probabilmente, il punto di forza del progetto.

Abbiamo ricevuto quattro vini del circuito Generazione Sangiovese. Eccoli in assaggio, uno per uno.
Bucine, Arezzo | 100% Sangiovese | Affinamento in barrique esauste
Siamo sulle colline di Bucine, in provincia di Arezzo, a 350 metri di altitudine. Il terreno è roccioso, con galestro, arenaria e alberese: la triade classica del Chianti profondo, quello che porta mineralità e verticalità nei vini. Le viti hanno in media quarant'anni, un'età che garantisce radici profonde e rese naturalmente basse.
La vinificazione avviene in cemento con macerazione sulle bucce per venti giorni, e l'affinamento si svolge in barrique esauste, cioè già utilizzate, che cedono pochissimo legno e lasciano che il frutto e il territorio parlino senza interferenze.
Un Sangiovese di territorio, austero e di buona struttura tannica, con il profilo tipico dei suoli calcarei dell'Aretino: frutto rosso asciutto, spezia, nota ferrosa, lungo finale sapido.
Pontassieve, Firenze | 100% Sangiovese | Affinamento in cemento vetrificato
La Rufina è forse la sottozona del Chianti meno conosciuta dal grande pubblico ma più rispettata dagli addetti ai lavori. Siamo nel Valdarno superiore, a circa 300 metri, con un microclima più fresco rispetto al Chianti Classico che porta i vini ad avere spiccata acidità e longevità.
Il Rubinato è biologico, vinificato e affinato in vasche di cemento vetrificato, il materiale preferito da chi vuole preservare la freschezza del vino senza l'ossidazione del legno né l'inerzia totale dell'acciaio. Con 65.000 bottiglie prodotte su 12 ettari, è anche la realtà più strutturata tra quelle assaggiate.
Nel bicchiere: rosso rubino, naso di ciliegia matura, tabacco e fiori viola. In bocca il tannino è vellutato, la vena acida è presente e definisce una chiusura fresca e sapida. Un vino quotidiano nel senso migliore del termine: non impegnativo, ma non banale.
100% Sangiovese | Sistema Guyot | Affinamento in cemento vetrificato
Tremila bottiglie prodotte su 5,5 ettari vitati: siamo nell'artigianato puro. I vigneti sono giovani, quattordici anni, ma allevati a guyot con una cura che si sente nel risultato finale. Anche qui il cemento vetrificato è la scelta per l'affinamento, a confermare una tendenza trasversale nel movimento: il ritorno a questo materiale come alternativa "terza" tra legno e acciaio.
Il vino si presenta rosso rubino, con un naso che incuriosisce: ciliegia sotto spirito, nota balsamica, arancia rossa, timo. È un profilo aromatico più complesso e meno convenzionale di quanto il semplice nome "Chianti" possa suggerire. In bocca è setoso, fresco, sapido, con tannini integrati e un equilibrio che sembra quasi sorprendente per un'etichetta di questa fascia.
Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon | 18 mesi in barrique e tonneaux francesi | 14% vol.
Il Maliano è l'unico blend della selezione e l'unico IGT, categoria che in Toscana ha storicamente ospitato i cosiddetti "Supertuscans": vini nati fuori dai disciplinari tradizionali, spesso con uve internazionali, capaci di raggiungere altissime quotazioni. Le Torri si inserisce in questa tradizione ma con misura: il Sangiovese rimane protagonista, affiancato da Merlot e Cabernet Sauvignon.
Diciotto mesi in barrique e tonneaux di rovere francese a media tostatura: un affinamento più pronunciato rispetto agli altri vini della selezione, che si riflette nel profilo. Rosso rubino intenso, naso di amarena matura, sentori erbacei, spezie e fiori viola secchi. In bocca è strutturato ma elegante, morbido, persistente. È il vino della selezione che si avvicina di più a un registro contemporaneo e internazionale, pur mantenendo una bella leggibilità toscana.
Firenze ha il suo primo whisky urbano. E ora ha anche la sua competition dedicata. Si è conclusa con la finale alla Florence Cocktail Week 2026 la prima edizione di "Boulevard to Florentis", la sfida ideata da Florentis attorno a uno dei cocktail più affascinanti della mixology classica: il Boulevardier.
A vincere è stato Leonardo Bartolozzi del W Lounge c/o W Hotel Firenze, con un drink chiamato "FULL CIRCLE" che racconta un viaggio attraverso i sapori: Florentis Super Tuscan Cask, bitter bianco, vermouth dry e cognac infusi con mela, cannella e limone, liquore all'iris e acqua all'uva. Un cerchio aromatico che parte da Firenze, passa per New York e torna a casa. Premio? Un viaggio a Parigi per il Whisky Live Paris 2026.
La location della finale non è un dettaglio secondario: lo spazio scelto diventerà la futura distilleria urbana di Florentis, un progetto nato all'interno di Winestillery che punta a fare del capoluogo toscano un riferimento per la cultura del whisky artigianale italiano.
Il Boulevardier come filo conduttore non è una scelta casuale. Cugino del Negroni a base whisky, nato nella Parigi degli anni Venti, questo cocktail lega idealmente le due città anche attraverso un curioso rimando urbanistico: i viali di circonvallazione fiorentini progettati da Giuseppe Poggi nel periodo in cui Firenze era capitale d'Italia echeggiano quella stessa idea di boulevard che ispirò il drink originale.

Il percorso verso la finale era iniziato mesi prima, con una semifinale d'eccezione: dodici bartender selezionati a livello nazionale si erano sfidati durante L'Eroica, la celebre manifestazione dedicata alle biciclette d'epoca nel Chianti, per poi presentare le proprie reinterpretazioni direttamente in distilleria. Sport, paesaggio e miscelazione, tutto nello stesso giorno.
Tra i finalisti, oltre al vincitore, figuravano Alessio Lupo de Le Sirenuse di Positano (vincitore della semifinale, che realizzerà un signature cocktail Boulevardier RTD imbottigliato in esclusiva per Florentis), Kevin Bettolini del Green Pub di Viterbo, Lorenzo Ghironi del Bolgheri Green, Fabio Santoro di Enoteca Violetta c/o Hoxton Firenze e Alessio Baneschi del Bar Bertelli c/o Collegio alla Querce Firenze.

A giudicare una giuria di tutto rispetto: Paola Mencarelli (ideatrice della Florence Cocktail Week), lo chef stellato Paolo Lavezzini del Four Seasons, Angelo Canessa di Velier Spa, Peppe Doria del bar Volare di Bologna e Daniele Cancellara, bar manager del secret bar fiorentino Rasputin.
"Il livello portato in scena dai finalisti ha lasciato tanto noi quanto la giuria davvero entusiasti", ha dichiarato il master distiller Enrico Chioccioli Altadonna. "Una competizione serrata che ha dimostrato ancora una volta che l'incontro tra luoghi e persone può creare qualcosa di straordinario."
La serata si è chiusa con il guest shift di Peppe Doria da Volare Bologna al Rasputin, con una selezione incentrata sul core range dei whisky Florentis. Un finale degno del viaggio.
Se non sai cos'è Fragmentos, è perché probabilmente non hai ancora trovato la password giusta. Fragmentos si trova sottoterra, a Firenze, scendendo le scale del ristorante peruviano Sevi. La Florence Cocktail Week, alla sua decima edizione, ha scelto questo nuovo (nuovissimo) cocktail bar della scena cittadina per una delle guest shift della settimana: Fragmentos e Terrazza Gellivs, il cocktail bar del ristorante stellato Gellivs di Oderzo. Due realtà geograficamente distanti, con storie molto diverse alle spalle.

Dietro al bancone di Fragmentos c'è Lionel Guevara, bartender nato in Perù che a Firenze ha trovato il contesto giusto per lavorare come vuole. Il suo approccio alla miscelazione parte dalla cucina peruviana e si sente: pisco, ají amarillo, muña, rocoto sono ingredienti che in Perù si trovano al mercato, materie prime utilizzatissime in cucina.

Il signature più rappresentativo di Fragmentos è il Tierra Andina, e racconta bene questa filosofia: pisco infuso all'eucalipto per le note balsamiche, liquore di mate per il taglio erbaceo, sciroppo di ají amarillo per una speziatura calda e fruttata, lime per la componente acida, distillato analcolico allo zenzero a chiudere. Per la serata erano in carta anche El Curandero, con bourbon infuso alla ruda, yerbito, syrub rocato e cordial yuzu; il Sangre del Valle, con gin infuso all'ají panca, yerbito, liquore di achot, tè di muña, aji amarillo e lime; il Jardín de Fuego, con mezcal, Polot 1882 basil syrup, acqua di cedro Nardini e liquore all'eucalipto. Tutti a 15 euro.
Lucas Kelm guida la Terrazza Gellivs con un bagaglio costruito tra Argentina, Venezia, Ibiza, Barcellona, Parigi e Marrakech. Volto noto nella mixology italiana che non ha bisogno di presentazioni. I tre cocktail che ha portato per la guest shift erano tutti costruiti, così come quelli di Guevara, attorno allo Yerbito, il liquore toscano a base di yerba mate nato dall’incontro tra Gonzalo Olivera, bartender uruguaiano, e Karin Cristiana Romano: il Che! con mezcal, yerbito, agrumi e soda; il Paloma de Mate con tequila reposado, yerbito, verbena, pompelmo rosa e soda; lo Storm Old Fashioned con bourbon, yerbito, peperoncino, cioccolato e sale.

Tre twist on classic che usano come base lo stesso ingrediente, con strutture solide e stili distinti. Il Che! è fresco e beverino; la Paloma de Mate lavora sulla frutta e sull'amaro; lo Storm Old Fashioned è rotondo, con la speziatura del peperoncino che emerge in chiusura. Prezzi fissi anche in questo caso 15 euro, in linea con la proposta di Fragmentos.
Fragmentos propone anche una formula tapas a 25 euro, con tre assaggi e cocktail: lato mare, assaggi spinti come l’ostrica acevichada marinata con leche de tigre e ceviche Sevi con ombrina, tè di tigre, olio al coriandolo, mais peruviani e patata dolce; lato terra, alcuni must di Sevi come la tartare di manzo con senape e tuorlo marinato, anticuchito con manzo in salsa anticuchera e patate in salsa huancaina.

Se preferisci qualcosa di più informale, empanaditas fritas ripiene di ragù peruviano, taquitos di carne con scamone marinato e salsa peperoncino, seviburger con hamburger di manzo, bacon e salsa Sevi.
La serata rientrava nel calendario della Florence Cocktail Week 2026, dieci anni di una manifestazione che ha saputo crescere senza perdere il senso della scoperta. E c'è qualcosa di significativo nel fatto che uno dei momenti più riusciti di questa edizione ruotasse attorno allo Yerbito: un ingrediente che Guevara usa da sempre, che Kelm ha fatto suo in tre letture diverse, e che quella sera ha funzionato da lingua comune tra due mondi apparentemente lontani, tenendoli insieme con naturalezza.
Sul Lungarno di fronte a Palazzo Corsini, in uno degli angoli meno caotici e più vissuti dell'Oltrarno, Belguardo Osteriaha riaperto con una formula nuova. Accanto all'osteria vera e propria è nato un wine & cocktail bar con bancone, pensato per l'aperitivo ma capace di accompagnare tutta la serata. Il dehors guarda il fiume, i tavoli interni sono stati ridisegnati, e il ritmo della giornata si è allungato fino a coprire pranzo del weekend, aperitivo, cena e dopocena. Il progetto è di Lapo Mazzei, della famiglia dei Marchesi Mazzei, che della Toscana vinicola è da secoli uno dei nomi più solidi.

A gestire il bancone è Alessia Di Bartolomeo, che nella scena della mixology fiorentina è una presenza conosciuta, con un curriculum costruito su esperienze diverse e una mano precisa sui cocktail. La carta dei vini ruota intorno alle etichette di casa Mazzei: Fonterutoli per il Chianti Classico, Belguardo per la Maremma Toscana, Zisola per la Sicilia, più una selezione di etichette italiane e internazionali per chi vuole uscire dal perimetro di famiglia. I cocktail coprono i classici e qualche proposta originale. Il signature da ordinare subito si chiama La Marchesa: gin, liquore di genziana e vermouth all'iris. Il nome è un omaggio diretto ai Marchesi Mazzei, padroni di casa, e gioca con il titolo nobiliare della famiglia declinandolo al femminile. Con il bancone arrivano anche crostoni, taglieri e piccoli piatti da condividere, costruiti su ingredienti da fornitori regionali selezionati. Roba da mangiare in piedi o seduti, senza il formalismo della cena vera e propria.

In cucina lavora lo chef Luis Corces, che gestisce un menu toscano con un riferimento costante alla Maremma. La sua è una cucina che punta sulla riconoscibilità: piatti diretti, materie prime centrate, poca mediazione tra il territorio e il piatto. Si comincia con la Salvia Fritta, che ha il valore di un gesto identitario per la famiglia Mazzei oltre che di un antipasto riuscito. Si prosegue con gli Agretti con Uova e Bottarga, uno di quei piatti che sembrano semplici sulla carta e si rivelano completamente al primo assaggio. Le Tagliatelle alla Buttera sono il centro maremmano del menu, un omaggio diretto a quella tradizione di terra e pascolo che attraversa tutto il progetto. Nel weekend Belguardo apre anche a pranzo, con una proposta pensata per chi vuole sedersi sul Lungarno senza la pressione del servizio serale.

Il restyling ha lavorato sull'alleggerimento: pareti chiare, arredi più luminosi, una palette che apre gli ambienti invece di chiuderli. I riferimenti decorativi al mondo dei butteri, i mandriani maremmani, creano una coerenza visiva con la proposta gastronomica senza scadere nel folkloristico. Il verde è un progetto a sé, sviluppato in collaborazione con Serre Torrigiani: piante, essenze e centrotavola vengono scelti e ruotati stagionalmente, sia all'interno che all'esterno. Il risultato è uno spazio che cambia nel tempo, con una cura dei dettagli che si nota. Il dehors sul Lungarno è la parte che funziona meglio: aperto sul fiume, riparato dal traffico dei circuiti turistici principali, è il posto giusto per capire perché questo angolo di Oltrarno vale una deviazione.

Belguardo copre più momenti della giornata con una coerenza che non è scontata: l'aperitivo funziona, la cena funziona, il pranzo del weekend funziona. È un posto che ha trovato una sua identità precisa, costruita sull'intreccio tra la storia vinicola dei Mazzei, una cucina territoriale senza fronzoli e uno spazio che sa dove si trova. In una città come Firenze, dove l'Oltrarno resta il quartiere più interessante ma anche quello più difficile da abitare con continuità per chi apre, è un risultato che merita attenzione.
Oggi, venerdì 27 marzo, il Bar Artemisia dell'Hotel Savoy di Firenze diventa il quartier generale per chi vuole celebrare la Giornata Internazionale del Whisky con una certa serietà (e un bel bicchiere in mano). L'occasione la offre Glenfiddich, la distilleria scozzese simbolo del single malt nel mondo, che sceglie il salotto fiorentino di Rocco Forte Hotels per un doppio appuntamento tra cultura del distillato e mixology d'autore.
La formula è quella giusta: non un semplice evento di degustazione, né una sola serata di cocktail. Ma entrambe le cose, in sequenza, con protagonisti che sanno il fatto loro.
Glenfiddich nasce nel 1887 a Dufftown, nel cuore dello Speyside scozzese, quando William Grant decide di costruire con le proprie mani — letteralmente — una distilleria di famiglia. L'obiettivo dichiarato era produrre il miglior whisky della vallata. Quasi 140 anni dopo, il marchio è diventato uno dei più riconoscibili al mondo per chi si avvicina al single malt, che sia per la prima volta o da estimatore di lunga data. La forza di Glenfiddich sta proprio in questo: una tradizione produttiva solidissima, un'attenzione maniacale alla selezione delle botti e del legno, e la capacità di parlare con la stessa efficacia all'intenditore navigato e al curioso che si affaccia per la prima volta sul mondo del whisky di qualità.

Si comincia nel pomeriggio con una masterclass riservata, guidata da Daniele Cancellara, Bar Manager di Rasputin Firenze e riferimento riconosciuto nel panorama dei distillati in Italia. Quattro le etichette protagoniste, scelte per raccontare l'identità della distilleria attraverso espressioni diverse: il 15 YO, morbido e complesso grazie alla tecnica Solera; il 16 YO Aston Martin F1, nato dalla collaborazione con il mondo della Formula 1; il 18 YO, probabilmente il più premiato della gamma, con le sue note di frutta secca, legno e spezie; e infine il Fire & Cane, affumicato e torbato, la faccia più inaspettata di Glenfiddich.
Non una semplice degustazione, ma un percorso narrativo per capire come una distilleria possa restare fedele a se stessa dal 1887 e, allo stesso tempo, trovare ogni volta un modo nuovo di sorprendere.
La serata cambia registro e si apre al pubblico. Dietro il bancone del Bar Artemisia si alternano Federico Galli, Bar Manager della casa, e Cesar Araujo, Bar Director del Bob The Other Side di Milano — uno dei locali di riferimento per la cocktail culture milanese e non solo. I due hanno messo a punto una drink list speciale pensata appositamente per l'occasione, con Glenfiddich come ingrediente centrale di ogni proposta. L'idea è dimostrare che un single malt di carattere non deve necessariamente stare da solo nel bicchiere: può diventare l'anima di un cocktail elegante, senza perdere nulla della propria identità aromatica.
"Valorizzare Glenfiddich nella nostra miscelazione significa lavorare con una materia prima straordinaria", spiega Federico Galli. "Con questa serata vogliamo dimostrare che un grande single malt può diventare il cuore di cocktail eleganti e contemporanei, capaci di parlare con semplicità e fascino anche a chi si avvicina per la prima volta al mondo del whisky."

Aperto da meno di un anno, il Bar Artemisia si sta ritagliando un ruolo preciso nel panorama fiorentino: un luogo dove l'ospitalità di un grande hotel incontra la cultura del bere in modo non formale, curioso, aperto. La supervisione del Maestro Salvatore Calabrese — figura leggendaria della bartending internazionale — si sente nella qualità della drink list e nell'approccio al lavoro dietro il bancone. La cornice è quella dell'Hotel Savoy in Piazza della Repubblica, a due passi dalla Cupola del Brunelleschi e dalla Galleria degli Uffizi: difficile immaginare indirizzo più fiorentino di così.
Questa serata con Glenfiddich è, in fondo, una sintesi perfetta di ciò che il Bar Artemisia vuole essere: un posto dove i grandi brand internazionali incontrano la creatività locale, e dove il whisky scozzese può stare a proprio agio tanto nel bicchiere liscio quanto in un cocktail d'autore.
Da qualche tempo si parla sulle principali testate food e lifestyle della colazione come del "nuovo aperitivo". L'idea è che il mattino stia rubando al tardo pomeriggio la funzione di ritrovarsi, sedersi, stare insieme senza una ragione precisa. Sicuramente prendersela calma per colazione è un lusso, che chi entra presto a lavorare o chi non è proprio mattiniera fatica a concedersi. Ma proprio perché è un lusso, tanto vale farla bene.

L'aperitivo aveva il Campari e le olive. La colazione ha il maritozzo con la panna, e si fa al Caffè dell'Oro, sul lungarno, a pochi passi da Ponte Vecchio. È qui che è arrivata la colazione del Portrait Milano — premiata come la migliore d'Italia — nella sua versione fiorentina. A portarla è Cesare Murzilli, executive pastry chef del gruppo, che ripropone la stessa formula del risveglio all'italiana che ha fatto parlare di sé a Milano.
Prima ancora che con la vista, si è rapite con l’olfatto. Burro, lievito, qualcosa di caldo che il corpo riconosce e accoglie. Al buffet i lievitati arrivano dalla cucina ancora tiepidi: veneziane alla crema, maritozzi con la panna abbondante, croissant dolci e salati con la sfogliatura che scricchiola. Le torte classiche hanno il loro posto, fiere sulla vetrata che dà sull’Arno. Poi vengono i formaggi (anche in versione vegana, di quattro tipi), i salumi, le verdure di stagione, la frutta tagliata al momento. Tutto scelto con attenzione al territorio e alle piccole produzioni, quelle vere.
La carta è dove le cose si fanno interessanti. Le uova sono biologiche e arrivano in ogni forma: in camicia, fritte, strapazzate. La Benedict si scioglie su una focaccia con salsa olandese tiepida e densa. La Royale ha nel piatto una dose abbondante di salmone affumicato Up Stream. La Fiorentina — spinaci e gratin di Parmigiano — è l'omaggio più diretto alla città. Le Uova Portrait sono la firma della casa: pane multicereali, uovo in camicia, salmone, mousse di avocado e mix di semi. Il tuorlo cede al primo taglio e scende lento sul pane.
Sul fronte dolce: pancake con frutti di bosco e miele locale, waffle con mascarpone e composta, french toast con mascarpone al caffè — quello da ordinare se si vuole che la mattina duri il più possibile. Per chi preferisce qualcosa di più leggero, c'è l'avocado toast su multicereali con cipolla sottaceto, ravanello e cetriolo, oppure il porridge, disponibile anche con latte vegetale.

Nota a parte per le spremute a freddo biologiche, in quattro varianti: dall'Esotico con mango e passion fruit al Detox con mela, sedano, spinaci e zenzero. Un’alternativa golosa al classico estratto, dove la frutta si sente eccome.
La colazione del Caffè dell'Oro è aperta a tutti — fiorentini, turisti, chi lavora nel quartiere. I prezzi vanno dai 26 euro per la Colazione all'italiana (cestino di pasticceria, caffè o tè, spremuta); 38 euro per il buffet libero; 45 euro per la formula Portrait completa, con un piatto caldo a scelta. Non è come fare colazione con un cappuccino e cornetto, certo, ma il rapporto con l'esperienza e con quello che arriva al tavolino regge alla perfezione.
Hai presente quei viaggi in autostrada da bambini, quelli in cui leggevi ad alta voce tutti i cartelli, indovinavi le targhe e sognavi il prossimo autogrill? Io sì. Ricordo l’odore dei panini, il vento che ti sbatteva in faccia e la radio che saltava in galleria proprio sul più bello. Quelle ore in macchina sembravano interminabili, ma erano minuscole avventure.
Manifattura a Firenze ha preso quella sensazione e l’ha trasformata in una drink list. Ogni cocktail è una città, un piccolo racconto d’Italia, e a collegarle tutte ovviamente… l’autostrada. E, come se l’amarcord non fosse già abbastanza, ogni cocktail ti regala una figurina da collezionare per completare l’album del locale. Una sorta di raccolta punti - ma nessuno spoiler, il premio finale resta un mistero.
Entri a Manifattura e Francesco De Rosa, insieme all’head bartender Niccolò Desiati e i bartender Edoardo Fortini, Marco Stefanelli e Kristen Pirot, ti accolgono con tutine logate da benzinaio, perché qui si fa sul serio, sempre.

Di Manifattura infatti se ne parla tanto sia perché ha una bottigliera tutta italiana (e tutta significa tutta, dagli spirits ai liquori) sia per le loro drink list (tra le mie preferite quella dedicata a TV Sorrisi e Canzoni, e-p-i-c-a!). Ergonauth in questo caso firma il menu con colori morbidi e richiami ai Seventies.

Ma partiamo. Il viaggio inizia al Nord, in Trentino-Alto Adige: rum Walcher, sciroppo di strudel, acido tartarico e soda al pino restituiscono l’aria dei boschi, dei rifugi e delle passeggiate in quota. Scendendo verso la Liguria, Gin Gino incontra cordiale al basilico, pinoli e limone: un sorso che sa di pesto, vento salmastro e terrazze sul mare.
La Toscana si fa sentire con Trasversale gin, Baldoria rosso e dry rosso e Bitter Campari: un intreccio deciso di colline, strade bianche e bar di paese dove ti fermi per un caffè e resti mezz’ora a guardare il mondo passare.

Arrivati al Sud, il mare diventa ovviamente protagonista. In Puglia, Muma gin si mescola con pomodoro all’acqua di cozze, Bloody Mary mix, lime e un tocco di birra: un omaggio ai porti e alle estati che sembrano non finire mai. La Sicilia esplode in un bicchiere con grappa Nardini, liquore Etna al fico d’India, latte di mandorla e crema di pistacchio: contrasti, dolcezza, lava e sole.

Quanti cocktail bar a Firenze ti fanno divertire così? Pochi. Manifattura Firenze è uno dei miei preferiti proprio per questo.
Ma il viaggio non finisce qui. A completarlo arriva José Pereira con le sue domeniche dedicate alle pizzette gourmet.

Impasti fragranti e topping che dialogano con i cocktail, creando abbinamenti inaspettati ma che funzionano. Un pomodoro all’acqua di cozze diventa complice di un gin del Sud, un pesto di basilico si armonizza con note più dolci. Il tutto a prezzi piccoli e competitivi. Promossa.
Prima ancora di assaggiarlo, il biscotto di Prato firmato Mattei si riconosce così: un sacchetto blu, di carta spessa e legato a mano. Nessuna immagine appariscente, nessuna promessa sensazionalistica. Nel mondo di oggi, dove il packaging spesso urla per ottenere attenzione, la scelta di restare discreti — e coerenti — diventa già una dichiarazione. Il Blu Mattei è stato persino registrato come marchio di colore, a tutela della sua unicità visiva nel panorama alimentare europeo
Il biscottificio nasce nel 1858, quando Antonio Mattei apre una bottega di pane, dolci e biscotti in via Ricasoli, nel centro storico di Prato. Mattei viene da una famiglia di fornai e lavora in una città operosa, segnata già allora dal tessile e da una cultura del lavoro concreta, poco incline agli orpelli. È in questo contesto che prende forma una versione codificata del biscotto secco alle mandorle, pensato per durare, accompagnare il pasto e chiuderlo con semplicità.

La ricetta — farina, zucchero, uova, mandorle intere, con l’aggiunta di pinoli — e soprattutto la doppia cottura, che garantisce asciuttezza e conservabilità, diventano presto un tratto distintivo. Nel 1867, i biscotti di Mattei ottengono una menzione all’Esposizione Universale di Parigi: un riconoscimento che contribuisce a far uscire il nome di Prato dai confini locali, senza però snaturare il prodotto.
Dopo la morte del fondatore, nel 1885, l’attività passa alla famiglia Pandolfini, che la gestisce ancora oggi. È un passaggio di testimone che segna una continuità più che una svolta: le ricette storiche restano il fulcro della produzione e l’approccio artigianale viene preservato, pur adattandosi ai cambiamenti inevitabili del tempo.
Accanto ai classici biscotti di Prato alle mandorle, il biscottificio produce negli anni altri dolci da forno legati alla tradizione locale, come i biscotti della salute, le fette di brioche, i brutti ma buoni e la Mantovana, una torta che fa parte della storia della casa. Una produzione coerente, senza allargamenti forzati di gamma, che segue una logica di bottega più che di marchio.
Il sacchetto blu, oggi spesso citato come esempio di packaging iconico, non nasce come operazione di design. È piuttosto il risultato di una scelta pratica, reiterata nel tempo, diventata identità per consuetudine. Un’estetica involontaria, potremmo dire, che oggi dialoga sorprendentemente bene con un pubblico attento agli oggetti autentici, durevoli, riconoscibili.

In questo senso, Mattei è diventato anche un riferimento lifestyle, pur senza mai cercarlo apertamente: un prodotto che entra nelle case non solo come dolce, ma come presenza familiare, legata ai riti del fine pasto, ai regali “sicuri”, ai ritorni da un viaggio in Toscana.
Visitare oggi il laboratorio storico di Prato significa entrare in un luogo dove la produzione è ancora parte della città, non separata da essa. Un’attività che continua a lavorare su scala artigianale, mantenendo un legame diretto con il territorio e con un’idea di dolcezza essenziale, lontana dalle mode.
Il biscotto di Prato di Mattei resta, in fondo, quello che è sempre stato: un biscotto da credenza, da spezzare con le mani, da intingere nel Vin Santo, da mangiare anche senza occasioni speciali. Ed è forse proprio questa normalità, così poco urlata, ad averlo reso nel tempo uno dei simboli gastronomici più riconoscibili della Toscana.
Dimenticate il bacaro tour, o almeno, lasciatelo da parte. Venezia non è solo cicchetti e tramezzini ma osterie nomadi, spezierie, luogo di mille invenzioni e primo salotto d’Europa; il bere veneziano ha una storia curiosa e perfino un po’ rivoluzionaria. E per capire come si sia costruita basta partire dal punto più visibile (letteralmente) della città: il campanile di San Marco.
Sotto il “paròn de casa”, come lo chiamano i veneziani, un tempo c’erano osterie in legno che ogni mattina spostavano tavoli e botti a seconda dell’ombra proiettata dalla torre. Era un modo pratico per tenere il vino fresco. Da qui nasce un modo di dire comune a qualsiasi veneziano ancora oggi: “andémo a béver un’ombra”, ovvero un bicchiere di vino all’ombra del campanile, o di qualunque cosa lo ricordi.

Quella stessa piazza, dove oggi i turisti si muovono come in un tableau vivant, fino al 1100 ospitava persino una vigna. In una città fatta al 92% d’acqua non si poteva sprecare nulla: isole coltivate, orti in quello che altrove chiameremmo piazze - i famosi “campi”.
Quando il Caffè Florian apre nel 1720, il caffè non ha niente del prodotto pop che conosciamo oggi: è una bevanda costosa, venduta in farmacia e trattata quasi come una medicina. Si tratta del primo Caffè del mondo occidentale, il più antico d’Europa, e va da sé che Venezia è la prima città a trasformarlo questa deliziosa bevanda scura in consumo sociale. Casanova ci passava perché qui si spedivano vassoi di cioccolata e caffè come dichiarazione d’interesse amoroso. Poi Goldoni, Canaletto, Guardi: la lista degli habitué è lunga.

Ai suoi tavolini nasce nel 1895 anche l’idea della Biennale, in un momento in cui la città cercava di ricostruire una nuova identità culturale post-repubblicana. Il sindaco-poeta Riccardo Selvatico e Antonio Fradeletto lo immaginarono qui, davanti a un caffè.
Qualche minuto di cammino, ed ecco un altro luogo dove Venezia ha cambiato il corso della storia gastronomica: l’Harry’s Bar. Non serve essere appassionati di cucina e mixology per sapere che qui sono nati due piatti/bevande diventati globali.
Il primo è il Bellini, 1948. Cipriani lo crea per omaggiare una mostra su Giovanni Bellini: pesca bianca frullata, spumante locale e un colore che richiama proprio i toni rosati del pittore. Semplice, fresco, immediatamente riconoscibile.

Il secondo è il Carpaccio, nato quasi per caso nel 1950. La contessa Amalia Nani Mocenigo non poteva più mangiare carne cotta e Cipriani risolve il problema come farebbe un artista: fettine sottilissime di manzo e una salsa “universale”, appoggiate sul piatto come un omaggio cromatico a Vittore Carpaccio. È un piatto nato dalla necessità, diventato leggenda. Il locale, intanto, continua a collezionare nomi: Hemingway, Capote, Welles, Onassis e Callas. Ma la cosa più interessante è la coerenza: servizio rigoroso, cucina essenziale, lusso senza ostentazione. Un modello copiato in mezzo mondo.
C’è una pagina affascinante (e oggi quasi dimenticata) nella storia gastronomica veneziana: quella delle spezierie. Qui nasceva la teriaca, una sorta di super-preparato medicinale che mescolava decine di ingredienti, tra cui zafferano, mirra, cannella, radici varie e, sì, anche carne di vipera. L’idea era semplice: se la vipera non muore del suo stesso veleno, allora contiene qualcosa di protettivo. Oggi farebbe sorridere, ma per secoli la teriaca è stata considerata un rimedio potentissimo. La sua produzione era quasi teatrale, con facchini, funzionari sanitari e garzoni impegnati in una preparazione lunga mesi.

E non tutto è andato perduto. La famiglia Gottardi (storica spezieria a Rialto) continuò a produrla per la ditta Branca fino agli anni ’50 del Novecento. E molti sostengono che proprio da lì derivi parte dell’amaro che oggi riconosciamo nel Fernet.
Lo Spritz è uno dei drink più fraintesi della storia italiana. L’idea che siano stati gli austriaci a inventarlo è solo parzialmente vera. Il nome sì (“spritzen”, spruzzare), ma l’abitudine di alleggerire il vino con un po’ d’acqua è precedente: medievale per alcuni, romana per altri.
Una storia curiosa riguarda gli arsenalotti, i lavoratori dell’Arsenale. A loro la Serenissima garantiva una merenda quotidiana, e nei mesi caldi veniva servita una bevanda a base di vino e poca acqua fresca. Una sorta di proto-Spritz, insomma, ma con cinque secoli di anticipo. La versione moderna arriva con il Novecento. Nel 1920, i fratelli Pilla creano il Select, bitter veneziano per eccellenza. È qui che lo Spritz diventa quello che oggi conosciamo: vino bianco, acqua frizzante e qualche goccia di Select. Una formula semplice che da Venezia si diffonde prima in terraferma, poi nel resto del Paese.
Oggi la cultura del bere veneziano continua a muoversi come ha sempre fatto: per stratificazioni, intuizioni e luoghi che si reinventano. La Venice Cocktail Week, ideata da Paola Mencarelli, ne è un esempio lampante: una settimana in cui la città torna a essere laboratorio aperto, con caffè storici, hotel e bar che dialogano tra loro proprio come un tempo facevano spezierie, osterie erranti e salotti. Nella sua quarta edizione, andata in scena a fine ottobre, ha coinvolto 28 locali con oltre 100 eventi tra masterclass, tasting, talk e aperitivi. Nel programma anche i tour organizzati da Tell Me a Story Venice, come questo che abbiamo fatto tra piazze, caffè storici e ricette dimenticate.
In questa stessa scia si inserisce Ca’ Select, un luogo che sembra uscito da un capitolo della Venezia produttiva di un tempo: metà officina e metà museo, con le erbe in macerazione al piano terra e, sopra, un percorso espositivo che racconta come un bitter veneziano sia diventato parte dell’immaginario cittadino. È un modo per ricordare che qui la cultura del bere è sempre stata anche cultura materiale, fatta di mani, ingredienti e storie.

E poi c’è la laguna, che continua a regalare isole inaspettate. A Sant’Erasmo, l’isola degli orti, un gruppo di giovani distillatori ha dato vita a Gin dei Sospiri: botaniche coltivate o raccolte tra barene e campi — salicornia, timo limonato, carciofo violetto — per un gin che sa davvero di acqua alta, luce e vento. Un progetto che ricorda quanto bere, a Venezia, sia da sempre un modo per leggere il territorio, attraversarlo e, in un certo senso, ascoltarlo.
Chi è entrato almeno una volta alle Serre Torrigiani conosce quella sensazione sospesa: il fruscio delle foglie, l’odore umido della terra, il brusio distante della città che resta appena fuori. Ora questo “giardino segreto” si rinnova, e lo fa con la discrezione elegante di chi sa evolversi senza tradire la propria anima.
Il nuovo spazio interno — presentato durante un evento molto atteso — è il risultato di un restyling che mescola design, arte e botanica.
L’idea è semplice ma ambiziosa: custodire la magia del luogo aprendosi a un futuro più sostenibile, più sensoriale, più consapevole.

«Abbiamo dedicato grande attenzione alla cura delle piante, che non sono solo elemento estetico ma veri alleati naturali del benessere» racconta Vanni Torrigiani, socio fondatore.
Le piante qui non decorano: respirano, assorbono, purificano. Sono parte integrante del progetto architettonico, in un dialogo continuo tra estetica e funzione.
Il confine tra città e natura è oggi ancora più sottile grazie all’installazione dell’artista Matteo Baroni: una scultura viva che si intreccia con la vegetazione. È un’opera che cambia con la luce e con le stagioni, come se anche l’arte, qui, dovesse adattarsi al ritmo del giardino.
E mentre le forme armoniche e i colori scelti da Giuseppe Dicecca per gli interni accompagnano il visitatore in un percorso morbido e circolare, la sensazione è quella di entrare in uno spazio che respira insieme a chi lo abita.
Poi c’è il bar.
Completamente rinnovato nel design e nello spirito, custodisce le ricette da alchimista del bar manager Lapo Scacciati, che ha trasformato la drink list in un vero e proprio erbario liquido.

La carta si divide tra due anime:
Ogni bicchiere diventa un paesaggio sensoriale, dove profumi e colori dialogano con la materia prima. E le guarnizioni? Non semplici decorazioni: piccole sculture commestibili, gel di lampone, dischi di mango, lollipop di mela — micro-narrazioni botaniche che trasformano il gesto del bere in un rituale lento e consapevole.
Accanto alla proposta beverage, la cucina dello Chef Mario Castellano segue il ritmo delle stagioni con piatti che nascono dal territorio e dialogano con le botaniche del luogo.

«Cambiamo il menu seguendo il ciclo naturale delle piante — spiega — reinterpretando la tradizione italiana con tocchi di creatività e contaminazioni fusion».
Ne risultano piatti freschi, colorati, con una logica zero waste che non è moda ma filosofia.
Non solo cocktail e cucina: le Serre tornano anche a essere spazio di cultura, con mostre, incontri e un concorso letterario dedicato al verde. «Un tema che ci rappresenta — racconta Simone Bellocci, AD — e su cui vogliamo stimolare una riflessione condivisa».
Il risultato è un luogo che non si limita a offrire esperienze, ma le coltiva.
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