Negli ultimi anni il cibo ha smesso di essere soltanto cucina. È diventato linguaggio, esperienza, persino racconto. E forse la domanda più interessante che emerge oggi non è cosa mangiamo ma come i luoghi del gusto stiano cambiando il nostro modo di stare insieme.
Certe bottiglie si aprono. Altre raccontano qualcosa ancora prima di essere stappate.
Nel panorama sempre più uniforme del beverage contemporaneo, MoleCola continua a seguire una traiettoria tutta sua. Il brand torinese ha infatti costruito negli anni un linguaggio profondamente italiano, capace di mescolare design, cultura pop e ricerca visiva in modo immediatamente riconoscibile. Non semplicemente una cola, ma un progetto creativo che trasforma il packaging in racconto.
Con la nuova collezione Bella Fuori, presentata a Milano da Degustazione Ristoro Dispensa e prossimamente protagonista a TuttoFood 2026, l’iconica bottiglia 90.60.90 evolve ancora: non più soltanto contenitore, ma oggetto tattile e collezionabile, ispirato al mondo della moda e della manifattura italiana. Un progetto che conferma la volontà di MoleCola di portare il design dentro l’esperienza quotidiana del bere.
Quando una cola diventa moda
Le cinque nuove bottiglie, sviluppate insieme all'agenzia creativa torinese Curve Creative Studio, prendono ispirazione dalla sartorialità italiana. Texture, rilievi e pattern trasformano il vetro in una materia viva, quasi tessile.
Ogni variante racconta una personalità diversa: Vita richiama il tweed chevron con il suo motivo a zig-zag, dinamico e irregolare; Orizzonti gioca con linee orizzontali pulite ed essenziali; Hypnosis cattura lo sguardo attraverso una texture a pois vibrante; Sogno segue linee morbide e ondulate, mentre Harmonia si ispira alla geometria di una struttura a nido d’ape, creando un effetto tridimensionale elegante e contemporaneo.
Il risultato è una bottiglia che non si limita più a contenere una bevanda, ma si trasforma in un vero oggetto di design.
Non a caso la celebre forma 90.60.90, ideata proprio da Curve Creative Studio e premiata nel 2017 con l’International Design Award di Los Angeles, continua a essere uno degli elementi più iconici e riconoscibili dell’universo MoleCola.
Il packaging come esperienza
Bella Fuori sembra progettata per vivere anche dopo il consumo. Le bottiglie della collezione diventano oggetti da conservare e riutilizzare, piccoli pezzi di design accessibile che entrano negli spazi domestici con naturalezza, trasformando il packaging in presenza quotidiana.
In questa direzione si inserisce anche la collaborazione con Re-Plant, realtà milanese dedicata al recupero del verde e al riuso creativo. Durante l’evento, alcune bottiglie MoleCola sono state reinterpretate come piccoli contenitori per talee e piante, dando vita a micro-ecosistemi domestici che ne prolungano la funzione.
Un approccio che si inserisce in una visione più ampia che il marchio porta avanti da anni, anche attraverso il sostegno a Renken, associazione italiana con sede a Torino impegnata in progetti di cooperazione internazionale in Senegal. L’organizzazione lavora su programmi legati all’educazione, allo sviluppo locale e alla sicurezza alimentare nelle comunità del Paese, in particolare nel sud e nell’area di Dakar, anche attraverso iniziative agricole e filiere sostenibili.
In entrambi i casi, il filo conduttore resta la sostenibilità intesa come responsabilità concreta: ridurre l’impatto, valorizzare le risorse e dare agli oggetti — e ai progetti — una continuità che va oltre il loro utilizzo immediato.
Bella fuori e dentro
Dietro l'estetica di MoleCola resta una filiera costruita attorno all’identità italiana. La ricetta nasce a Torino, gli aromi vengono selezionati in Toscana, l’acqua proviene dalle Alpi Marittime piemontesi e lo zucchero è fornito da Italia Zuccheri, cooperativa della filiera agricola nazionale.
Sul fronte ambientale, dal 2019 MoleCola ha eliminato la plastica dai multipack, sostituendola con cartone riciclabile: una scelta che ha permesso di ridurre in modo significativo l’impatto legato al packaging, evitando l’immissione di milioni di bottiglie di plastica.
Accanto alla collezione Bella Fuori, il brand ha introdotto anche una nuova lattina senza caffeina e con il 50% di zuccheri in meno, pensata per ampliare il pubblico e rispondere a consumi più attenti, mantenendo però riconoscibile il profilo gustativo della bevanda.
In un mercato dominato da estetiche globali e comunicazioni sempre più standardizzate, MoleCola continua così a distinguersi con una visione coerente e riconoscibile, capace di trasformare ogni collaborazione in un racconto credibile e originale.
Perché oggi, forse, anche una cola può diventare un oggetto da vivere oltre che da bere.
Potrete scoprire, in anteprima, Bella Fuori Collection e la nuova lattina allo stand MoleCola a TuttoFood Milano, in programma dall’11 al 14 maggio 2026, Padiglione 6 – Stand F31. La box in cartone con le 5 bottiglie sarà disponibile su molecolaitalia.it a partire da giugno.
Roma di notte non è mai davvero immobile. Respira piano, poi accelera.
LUDO, il dining club all’interno dell’hotel nhow Roma, nasce da questa oscillazione: un luogo che non si definisce per funzione ma per ritmo. Un nuovo indirizzo per chi cerca un’esperienza diversa tra ristorante e nightlife a Roma.
Tra Villa Borghese e Via Veneto, nel cuore della Capitale, LUDO si presenta come una scena contemporanea. Si entra senza dover decidere cosa sarà la serata. Aperitivo? Cena? Musica? In questo dining club a Roma tutto accade senza compartimenti stagni, in un flusso naturale che accompagna gli ospiti dalla tavola al cocktail.

Il primo elemento che cattura è il bar, cuore pulsante del cocktail bar a Roma firmato LUDO. Non per eccesso ma per centralità. Una linea luminosa attorno a cui si addensano sguardi e conversazioni. I cocktail valorizzano l’italianità senza didascalie: distillati nazionali, bitter, gin e signature drink costruiti con precisione, mai compiaciuti. La mixology diventa parte integrante dell’esperienza nel dining club di nhow Roma.
La cucina non rincorre l’effetto. Questo ristorante a Roma si muove tra Sud e Mediterraneo con passo contemporaneo, tenendo insieme riconoscibilità e misura.
La pinsa con carpaccio di manzo marinato e puntarelle gioca tra croccantezza e freschezza. Il vitello tonnato conserva il suo lato rassicurante con una linea più tesa. Il timballo ’ncasciato parla una lingua domestica resa più nitida. La tomahawk, pensata per la condivisione, è gesto conviviale prima ancora che gastronomico.

C’è un momento che rallenta il flusso: la Olive Oil Experience. Quattro oli italiani, pane fresco, un vassoio dedicato. Un invito ad ascoltare la materia prima. In un contesto dinamico come quello di LUDO Roma, è quasi una pausa meditativa.
Poi la musica cambia prospettiva. Le serate si articolano tra DJ set, live band e selezioni in vinile, rendendo LUDO un punto di riferimento per la nightlife a Roma.
Artisti come Matze Sampler costruiscono paesaggi sonori stratificati tra strumenti analogici e tecnologia in tempo reale. Pellegrino, fondatore della label Early Sounds, porta un Mediterraneo che intreccia disco, funk e radici partenopee con eleganza contemporanea. Nessuna ostentazione, solo curatela.

Quando il suono si fa più presente, lo spazio si trasforma. I tavoli smettono di essere perimetri e diventano passaggi. Qualcuno si alza, qualcuno resta, ma l’energia cresce progressivamente. La cena non finisce: evolve. È qui che il ristorante e cocktail bar a Roma si fondono in un’unica esperienza.
Il design accompagna la metamorfosi. Elementi pop, materiali ricercati, luci che cambiano temperatura e intensità. Nulla è statico. LUDO, all’interno di nhow Roma, è progettato per attraversare le ore, non per cristallizzarle.
In una città che spesso separa il mangiare dal divertirsi, LUDO lavora sull’integrazione. È un dining club a Roma, sì, ma soprattutto un dispositivo urbano: tiene insieme gastronomia, mixology e intrattenimento in un unico movimento continuo.
Roma osserva, si specchia, forse si riconosce.
Perché qui non si tratta solo di uscire a cena in un ristorante a Roma.
Si tratta di restare dentro un’esperienza che muta, senza mai perdere coerenza.
Un’esperienza gourmet a Milano dove comfort food, creatività e tecnica pasticcera si fondono in interpretazioni uniche
A Milano, dove la contaminazione è un linguaggio quotidiano e l’innovazione passa sempre più spesso dal piatto, prende forma un nuovo modo di interpretare il burger. Un progetto inedito in cui tecnica pasticcera e cucina contemporanea si incontrano dando vita a un’esperienza gastronomica sorprendente. Cardinale Milano, il ristorante dei Fratelli Massari in via Freguglia 2, presenta il Croissant Burger, una proposta che supera i confini tradizionali tra dolce e salato e ridefinisce il concetto di gourmet. Disponibile da lunedì 23 febbraio, questa creazione si candida a diventare uno dei piatti più interessanti e originali della scena gastronomica milanese.
Il Croissant Burger: l’hamburger secondo l’alta pasticceria
Alla base del progetto c’è una visione chiara: portare il rigore, la precisione e il gesto tecnico dell’alta pasticceria all’interno di un’icona della cucina contemporanea come il burger. Un’idea firmata Nicola Massari, che si traduce in un’interpretazione originale capace di elevare il comfort food senza tradirne l’essenza.
Il classico panino viene sostituito da un croissant salato bicolore, lavorato artigianalmente: croccante all’esterno, soffice e strutturato all’interno, capace di sostenere il ripieno senza mai sovrastarlo.
Al centro, un hamburger di Scottona da 110 grammi, selezionato per succulenza e intensità, si combina con ingredienti decisi ma equilibrati, dando vita a un’armonia di sapori raffinata e contemporanea.
Sette varianti, sette identità

Il Croissant Burger di Cardinale si declina in sette varianti, ciascuna con una personalità unica, studiata per conquistare ogni palato.
Si parte da Andante, che combina pecorino, salsa tartara, insalata, cipolla stufata, pomodoro fresco e pomodori soleggiati con guanciale croccante e salsa al Parmigiano. Segue Carbonara, audace e armoniosa, con salsa carbonara, Pecorino Romano DOP, sottili fettine di mela Golden e guanciale amatriciano croccante.
Chi ama i sapori decisi troverà la sua dimensione nella versione affumicata, con Cheddar e salsa smoky, mentre chi predilige note più delicate apprezzerà l’incontro tra caprino, maionese alla senape, porro e salsa al Parmigiano.
Non mancano le interpretazioni più creative, come Allegro, con guacamole, pomodorini, cipolla di Cannara e guanciale croccante, né la proposta vegetariana, pensata per garantire struttura e gusto senza compromessi. A chiudere, una versione Fish fuori dagli schemi: croissant parigino al cacao farcito con maionese al lampone, salmone affumicato, guacamole e misticanza.
Una proposta che conferma la volontà di Cardinale di esplorare nuovi territori gastronomici, mettendo al centro creatività, gusto e tecnica.
Non solo burger: arriva la Torta di Rose salata
Accanto al Croissant Burger, il ristorante arricchisce il suo racconto gastronomico con un’altra novità che celebra impasto e convivialità: la Torta di Rose salata, soffice e profumata, accompagnata da una selezione di salumi Capitelli, eccellenza italiana. Un piatto pensato per essere condiviso, dove tecnica pasticcera e cultura gastronomica si incontrano con naturalezza.
La visione di Cardinale Milano

“Con queste nuove proposte confermiamo la vocazione di esplorare territori gastronomici non convenzionali”, spiega Nicola Massari, tra i cinque founder di Cardinale. “La precisione dell’alta pasticceria incontra il linguaggio contemporaneo della cucina, dando vita a esperienze capaci di sorprendere senza perdere profondità e autenticità”.
Un approccio che rende Cardinale uno dei ristoranti più interessanti di Milano per chi cerca nuove esperienze gourmet, capaci di unire tecnica, creatività e gusto.
Cardinale Milano
Via Freguglia 2, Milano
M1 / M4 San Babila
Aperto dal lunedì al venerdì a pranzo
Dal giovedì al sabato a cena
Web: cardinalefratellimassari.it
Dalle radici dell’osteria di campagna a una cucina contemporanea fatta di tecnica, equilibrio e contaminazioni
Un’evoluzione che parte dalla tradizione
Nel cuore di Mogliano Veneto, a pochi minuti da Venezia, Osteria Al Turbine si distingue come una realtà gastronomica capace di tenere insieme memoria e innovazione. Nato come luogo autentico della tradizione veneta, il ristorante era inizialmente conosciuto per una cucina schietta e sostanziosa: gnocchi al ragù, pasta e fagioli, trippa e carni alla griglia raccontavano un’identità profondamente legata al territorio.
Con l’arrivo dello chef Andrea Lombardini, questo patrimonio non è stato abbandonato, ma reinterpretato con sensibilità contemporanea. La sua cucina si fonda su un principio chiaro: valorizzare le radici attraverso tecnica, ricerca e rispetto della materia prima. Fondamentale nel suo percorso è stata la formazione in contesti di alta ristorazione, tra cui l’esperienza ispiratrice presso Le Calandre, che ha contribuito a definire una visione più ampia e consapevole.
Accanto allo chef, la presenza in sala della moglie Martina completa l’esperienza con un’accoglienza calorosa e attenta, rendendo ogni visita intima e autentica.

Tra Veneto e Oriente: una cucina in dialogo
Il territorio resta il punto di partenza, con ingredienti selezionati come ortaggi di stagione, carni e pesce fresco, lavorati con cura per esaltarne le caratteristiche naturali. Tuttavia, ciò che rende distintiva la proposta di Al Turbine è una raffinata apertura internazionale, in particolare verso suggestioni asiatiche.
Fermentazioni leggere, ricerca dell’umami e un attento bilanciamento tra acidità, dolcezza e sapidità definiscono uno stile elegante e contemporaneo, capace di alleggerire le preparazioni senza rinunciare alla profondità del gusto.
Il menù, dinamico e stagionale, ne è la sintesi più efficace. Piatti come “Omaggio al Giappone”, una battuta di manzo con alga nori, yuzu, soia e dashi, raccontano un incontro armonico tra culture. Lo spaghettone alla brace con vongole e bottarga unisce invece tradizione italiana e note affumicate di ispirazione orientale. Non mancano proposte più strutturate, come i tortelli di selvaggina in brodo di porcini e anguilla alla brace o l’anatra, dove tecnica e creatività si intrecciano in composizioni complesse.
Anche i dessert seguono questa filosofia, con creazioni equilibrate e mai eccessive: prugne e shiso o il soufflé alle more e pistacchio chiudono il percorso con eleganza e precisione.
Al Turbine si conferma così come un indirizzo capace di raccontare una nuova idea di cucina: un dialogo continuo tra passato e presente, tra identità locale e visione globale. Un luogo dove ogni dettaglio contribuisce a costruire un’esperienza coerente, dimostrando come anche fuori dai grandi centri sia possibile trovare una proposta gastronomica di alto livello.

San Valentino a Treviso si configura come un percorso sensoriale per due, tra profondità di sapori e atmosfere sospese. FERIA propone per l’occasione un menu dedicato a 130 euro, bevande escluse, pensato come un viaggio intimo e condiviso. Una serata che non celebra la ricorrenza in modo dichiarato, ma invita a una presenza reciproca, a un ascolto attento e a un piacere che nasce dal gusto, dal tempo rallentato e dall’equilibrio tra sorpresa e comfort.
FERIA nasce dall’idea di sottrarre rumore e restituire attenzione. La sala è concepita come uno spazio protetto e raccolto, dove la luce calibrata concentra lo sguardo sul tavolo e preserva un dialogo discreto tra gli ospiti. La cucina, guidata dallo chef Marco Feltrin, è costruita su gesti misurati, profumi che emergono gradualmente e sapori che privilegiano la profondità rispetto all’effetto immediato. In questa cornice, la serata di San Valentino assume una dimensione intima e condivisa: un’esperienza culinaria pensata per stimolare i sensi, accompagnando nell'esplorazione.

Il menu si sviluppa come una progressione armonica di sapori, capace di accompagnare gli ospiti tra calore, tensione aromatica e delicatezza. Tra le portate spicca il Granciporro con pomelo e pepe andaliman, una composizione che racconta con chiarezza la cifra della cucina di Feltrin: colta e istintiva, capace di attraversare suggestioni lontane per renderle familiari, riconoscibili e profondamente personali. Il senso del piccante, mai invasivo, diventa un elegante crescendo olfattivo nei Noodles con polpo arrostito e sambal roa, dove le texture dialogano con il ritmo della serata. Ogni portata è pensata per restare in equilibrio tra sorpresa e comfort, fino alla chiusura affidata ad Ananas, ibisco e miso al caffè, una combinazione che gioca tra dolcezza e amaro, tra memoria tropicale e raffinatezza asiatica.
L’esperienza è studiata per accompagnare due persone in una dimensione di ascolto: il piatto non pretende di mostrarsi, ma di raccontare una storia di ingredienti, tecniche e gesti, offrendo una traccia sensoriale da condividere e ricordare. In questa prospettiva, la cantina assume un ruolo chiave, non come semplice accompagnamento ma come presenza attenta. La selezione di vini fermentati e miscelati, curata da Juan Carlos Bojacá Herrera, è pensata per amplificare i timbri dei piatti senza interromperne la continuità emotiva, creando un dialogo costante tra calice e cucina.
La sala, definita da una luce calibrata che sembra sospendere il tempo, accoglie gli ospiti in un’atmosfera ovattata, dove ogni dettaglio è orientato a mettere a fuoco l’esperienza. Tavoli distanziati favoriscono la conversazione, mentre superfici ruvide, materiali naturali, tessuti caldi e tonalità terrose costruiscono un insieme di sobria eleganza. In questo contesto, San Valentino da FERIA diventa un invito a concedersi ascolto, presenza e piacere condiviso attraverso il gusto: un momento di silenziosa intensità, in cui l’attenzione è rivolta al piatto e al dialogo tra chi cucina e chi si lascia guidare.
Tradizione, stagionalità e raffinatezza si incontrano tra il Ristorante Del Cambio e la Farmacia Del Cambio, nel cuore della città.
Un menù pasquale che celebra territorio e stagioni
Nel cuore di Torino, affacciato su Piazza Carignano, Ristorante Del Cambio celebra la Pasqua con un percorso gastronomico che unisce eleganza, memoria e contemporaneità.
Fondato nel 1757, il ristorante rappresenta una delle istituzioni più iconiche della città, capace di attraversare i secoli mantenendo intatto il proprio legame con la tradizione piemontese, arricchita da influenze francesi. Per l’occasione, la proposta pasquale (175 euro, bevande escluse) si sviluppa come un racconto della primavera attraverso ingredienti e suggestioni stagionali.
Ad aprire il percorso sono snack salati, seguiti da una capasanta gratinata con lattuga e rafano e da una delicata zuppetta fredda di piselli, panna e gamberi. Le prime verdure – piselli, asparagi ed erbe spontanee – diventano protagoniste, restituendo la freschezza della stagione, mentre piatti come gli gnocchi di spinaci con carciofi e Castelmagno e l’agnello con piselli e bietole richiamano la profondità della tradizione festiva.
Il mare si inserisce con discrezione, dialogando con ortaggi e carni secondo un’antica consuetudine piemontese. A chiudere il percorso, un dessert che celebra due simboli del territorio: il cioccolato e il Barolo Chinato, in un finale che unisce intensità e memoria.

Tra colombe e cioccolato, la Pasqua secondo la Farmacia Del Cambio
Accanto all’esperienza gastronomica, Farmacia Del Cambio propone una selezione di creazioni dedicate alla Pasqua, disponibili dal 20 marzo. Negli spazi eleganti della storica boutique, tra boiserie d’epoca e atmosfere sospese, la tradizione dolciaria si rinnova con gusto contemporaneo.
L’Uovo di Pasqua si presenta come un oggetto raffinato: un guscio di cioccolato fondente al 55% racchiude un cuore pralinato alla nocciola, mentre la decorazione con margherite di zucchero richiama i primi fiori primaverili. Accanto, la Colomba interpreta il grande classico con ingredienti d’eccellenza, come l’arancia candita di Corrado Assenza, la vaniglia Bourbon e una glassa croccante alle mandorle.
Completano l’offerta gli iconici prodotti della boutique: dai Cri Cri con nocciola tostata alla Crema Cavour, fino ai gianduiotti lavorati con cacao dell’Ecuador, tartufi al cioccolato, dragées e biscotti della tradizione piemontese.
Del Cambio si conferma così un luogo dove storia, gastronomia e cultura convivono in equilibrio. Un microcosmo che comprende, oltre al ristorante stellato, anche il Bar Cavour e la stessa Farmacia, offrendo esperienze diverse ma unite da una stessa visione: celebrare il tempo, il gusto e la bellezza. In occasione della Pasqua, questa filosofia si traduce in un invito a rallentare e a riscoprire il piacere delle cose fatte con cura, tra sapori autentici e suggestioni senza tempo.

testo a cura di Alessandro Infortuna
San Valentino si distingue per la “dolce” firma di Peck, tempio dell’alta gastronomia milanese. Dal laboratorio di pasticceria al tavolo di chi desidera celebrare l’amore, Peck propone una collezione di creazioni dolci pensate per rendere memorabili le celebrazioni del 14 febbraio 2026: idee regalo, chiusure di cena eleganti e piccoli gioielli di gusto.
Riferimento storico dell’eccellenza gastronomica milanese, Peck accompagna ogni ricorrenza con una cura estrema per la materia prima, preparazioni precise e un servizio riconoscibile per rigore e qualità. Per San Valentino 2026, però, l’insegna mette in scena una gamma di dolci pensati per momenti romantici, anniversari e gesti di affetto, offrendo uno stile che si traduce in piacere, da condividere o da assaporare in solitudine.

Le proposte dolci firmate Peck per il 14 febbraio 2026 includono una selezione che gioca con colore, consistenze e richiami iconici. La monoporzione Lampone e Pistacchio unisce una mousse al lampone a un cuore di pistacchio e a un savoiardo con croccantino al cioccolato bianco, il tutto rivestito da una glassa a specchio rossa. I Macaron Peck reinterpretano uno dei simboli della maison in una versione dedicata alla ricorrenza: gusci rossi farciti con ganache al cioccolato e crema al lampone. Le Praline Rosse di San Valentino, piccoli tronchetti dal sapore di caramello salato e vaniglia, sono proposte in un cofanetto regalo elegante. Chiude la selezione la Sbrisolina di San Valentino, versione mignon dell’iconica torta Peck: una frolla a forma di cuore con mandorle pralinate, pistacchi e pinoli, pensata per essere spezzata e condivisa in un gesto semplice e conviviale.
L’intera gamma è pensata per dare colore e gusto all’amore, sia come regalo sia come chiusura ideale di una cena all’insegna dell’eleganza. Dopo una degustazione legata al mondo gastronomico Peck, queste creazioni dolci si inseriscono con naturalezza sulla tavola, offrendo una conclusione memorabile all’esperienza culinaria.
Peck continua così a raccontare una tradizione fatta di attenzione assoluta al dettaglio e di una promessa di eccellenza che attraversa il tempo. Le proposte dedicate a San Valentino incarnano questa filosofia, restituendo un equilibrio tra sapori, consistenze e immaginario, adatto tanto alla condivisione quanto a piccoli riti privati.
In un periodo in cui l’attenzione ai dettagli diventa un vero elemento distintivo, la maison milanese propone una collezione dedicata a una delle festività più sentite, offrendo soluzioni pensate sia per chi cerca regali eleganti sia per chi desidera chiudere una cena con una nota dolce memorabile. Un insieme che integra la tradizione di Peck con un tocco contemporaneo, in sintonia con un pubblico sempre più attento a packaging, ingredienti di qualità e a un’esperienza sensoriale completa.
Quando una colazione vince il titolo di migliore d'Italia, la domanda successiva è: dove si replica? La risposta è a Firenze, al Caffè dell’Oro
Da qualche tempo si parla sulle principali testate food e lifestyle della colazione come del "nuovo aperitivo". L'idea è che il mattino stia rubando al tardo pomeriggio la funzione di ritrovarsi, sedersi, stare insieme senza una ragione precisa. Sicuramente prendersela calma per colazione è un lusso, che chi entra presto a lavorare o chi non è proprio mattiniera fatica a concedersi. Ma proprio perché è un lusso, tanto vale farla bene.

L'aperitivo aveva il Campari e le olive. La colazione ha il maritozzo con la panna, e si fa al Caffè dell'Oro, sul lungarno, a pochi passi da Ponte Vecchio. È qui che è arrivata la colazione del Portrait Milano — premiata come la migliore d'Italia — nella sua versione fiorentina. A portarla è Cesare Murzilli, executive pastry chef del gruppo, che ripropone la stessa formula del risveglio all'italiana che ha fatto parlare di sé a Milano.
Dal croissant all'uovo in camicia
Prima ancora che con la vista, si è rapite con l’olfatto. Burro, lievito, qualcosa di caldo che il corpo riconosce e accoglie. Al buffet i lievitati arrivano dalla cucina ancora tiepidi: veneziane alla crema, maritozzi con la panna abbondante, croissant dolci e salati con la sfogliatura che scricchiola. Le torte classiche hanno il loro posto, fiere sulla vetrata che dà sull’Arno. Poi vengono i formaggi (anche in versione vegana, di quattro tipi), i salumi, le verdure di stagione, la frutta tagliata al momento. Tutto scelto con attenzione al territorio e alle piccole produzioni, quelle vere.
La carta è dove le cose si fanno interessanti. Le uova sono biologiche e arrivano in ogni forma: in camicia, fritte, strapazzate. La Benedict si scioglie su una focaccia con salsa olandese tiepida e densa. La Royale ha nel piatto una dose abbondante di salmone affumicato Up Stream. La Fiorentina — spinaci e gratin di Parmigiano — è l'omaggio più diretto alla città. Le Uova Portrait sono la firma della casa: pane multicereali, uovo in camicia, salmone, mousse di avocado e mix di semi. Il tuorlo cede al primo taglio e scende lento sul pane.
Sul fronte dolce: pancake con frutti di bosco e miele locale, waffle con mascarpone e composta, french toast con mascarpone al caffè — quello da ordinare se si vuole che la mattina duri il più possibile. Per chi preferisce qualcosa di più leggero, c'è l'avocado toast su multicereali con cipolla sottaceto, ravanello e cetriolo, oppure il porridge, disponibile anche con latte vegetale.

Nota a parte per le spremute a freddo biologiche, in quattro varianti: dall'Esotico con mango e passion fruit al Detox con mela, sedano, spinaci e zenzero. Un’alternativa golosa al classico estratto, dove la frutta si sente eccome.
Il conto, e perché tiene
La colazione del Caffè dell'Oro è aperta a tutti — fiorentini, turisti, chi lavora nel quartiere. I prezzi vanno dai 26 euro per la Colazione all'italiana (cestino di pasticceria, caffè o tè, spremuta); 38 euro per il buffet libero; 45 euro per la formula Portrait completa, con un piatto caldo a scelta. Non è come fare colazione con un cappuccino e cornetto, certo, ma il rapporto con l'esperienza e con quello che arriva al tavolino regge alla perfezione.
Il cioccolato ha da sempre affascinato i sensi umani, costituendosi tanto come un simbolo di amore e passione quanto di benessere e lunga vita. Nella cornice di San Valentino, il cioccolato fondente veste i panni di protagonista assoluto, svelando la sua duplice natura: un piacere che appaga i sensi e un elisir che nutre il corpo. Recenti ricerche scientifiche, tra cui quelle condotte dal King's College di Londra, hanno confermato ciò che le credenze popolari hanno sempre sostenuto: il fondente è ricco di teobromina, un composto capace di rallentare i processi di invecchiamento e di supportare la salute cardiovascolare.

Questa scoperta non solo rinvigorisce il fascino del fondente, ma lo consacra come scelta preferenziale in un'evoluzione culturale che riunisce piacere sensoriale e benessere fisico. Gli italiani, noti per i loro gusti raffinati e per un culto della gastronomia che affonda le radici in tradizioni secolari, non resistono al fascino del cioccolato fondente. Le statistiche parlano chiaro: durante il periodo compreso tra il 15 gennaio e il 15 febbraio 2025, il fondente ha sbaragliato la concorrenza arrivando al 7,56% delle preferenze, seguito dalla gustosa combinazione di nocciolato fondente e dalle note esotiche del pistacchio. A completare la scena troviamo il cioccolato bianco, con il suo abbraccio morbido, e il cioccolato al latte, che nonostante il suo calo di popolarità, continua a essere particolarmente apprezzato.

Ma ciò che rende unico il cioccolato fondente è la sua capacità di coniugare il piacere fisico a quello emotivo. Il cacao, ingrediente chiave, è noto per stimolare la produzione di endorfine e serotonina, ormoni che regolano il buonumore e il benessere emotivo, creando un legame profondo tra corpo e mente. In tal modo, San Valentino diventa un'opportunità per esplorare il cioccolato non solo come regalo, ma come esperienza condivisa che arricchisce e avvicina le coppie in modo tangibile e autentico.
Le collaborazioni innovative, come quella tra Choco Zero e MySecretCase, mettono in risalto il valore esperienziale del cioccolato. Le loro box, pensate per il piacere dei sensi, uniscono il sapore autentico del cioccolato senza zuccheri aggiunti con un percorso di giochi e complicità, invitando le coppie a scoprire l’erotismo e l'intimità attraverso un viaggio sensoriale completo. Le carte della linea “Spogliamoci” animano il processo, trasformando un semplice regalo in una celebrazione dell'arte di amare.

Choco Zero, con la sua filosofia che rispecchia questo connubio tra scienza e tradizione, guida il settore con una gamma di prodotti che riuniscono il piacere del cioccolato con le esigenze dietetiche moderne. Fondata con la missione di offrire dolcezza priva di zuccheri superflui, la marca è diventata una scelta privilegiata anche per chi deve tenere conto di restrizioni alimentari, grazie ai suoi ingredienti selezionati e alla cura artigianale tipica della cultura cioccolatiera italiana.

In sintesi, il cioccolato fondente non è solo un inno alla bellezza delle emozioni e delle relazioni umane, ma anche un'opzione culinaria che valorizza la salute. È un viaggio che intreccia scienza e passione, creando un mix irresistibile che celebra San Valentino con un linguaggio universale di amore e piacere consapevole.
Per il Pi Day del 14 marzo, il maestro della pasticceria italiana Iginio Massari dedica al Pi Greco una monoporzione speciale. Un dolce simbolico che trasforma il numero più misterioso della matematica in un piccolo cerchio perfetto da assaggiare.
Quando l’UNESCO, nel 2023, ha riconosciuto la cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità, il messaggio non era rivolto soltanto al mondo della gastronomia. Era un segnale politico e culturale: il cibo come strumento di identità nazionale, come linguaggio diplomatico, come leva di soft power in grado di costruire relazioni, influenzare immaginari, consolidare reputazioni.
Dentro questa cornice si inserisce il progetto I GO Italian, promosso dalla Fondazione Made in Sicily ETS, che prova a tradurre quel riconoscimento in una rete operativa. Non un marchio, non una certificazione, ma un’infrastruttura relazionale che connette ristoratori, chef e produttori italiani nel mondo sulla base di valori condivisi: trasmissione dei saperi, qualità della filiera, ritualità della tavola, convivialità come fatto culturale prima che commerciale.
Nato a dicembre 2025, I GO Italian si propone infatti come una piattaforma di networking e riconoscimento per quelle realtà che, fuori dai confini nazionali, contribuiscono ogni giorno a costruire e trasmettere un’immagine autentica della cultura gastronomica italiana. A guidare il progetto sono Giovanni Callea e Davide Morici, vertici della Fondazione Made in Sicily, che hanno chiarito sin dall’inizio l’impostazione dell’iniziativa. «A differenza di un sistema di certificazione basato su criteri oggettivi o commerciali», hanno spiegato, «I GO Italian nasce per mettere in rete chi già opera secondo i principi UNESCO. Non si impongono parametri rigidi, ma si identificano sensibilità, pratiche e narrazioni. Il riconoscimento UNESCO infatti non celebra un semplice complesso di ricette: considera un patrimonio culturale immateriale fatto di saperi, rituali, convivialità e tradizioni che uniscono le persone, il rapporto profondo con il cibo come elemento di comunità.»

Il punto è chiaro: oggi la gastronomia italiana all’estero non è solo export di prodotti o apertura di ristoranti. È una forma di diplomazia informale, quotidiana, che agisce molto più in profondità di molte campagne istituzionali. Ogni gesto di cucina contribuisce a costruire un’immagine dell’Italia che va ben oltre il turismo, diventando presidio culturale.
In questo senso, il riconoscimento UNESCO non celebra un repertorio di ricette, ma un sistema complesso fatto di saperi artigianali, rituali sociali, relazioni comunitarie, trasmissione intergenerazionale. È una definizione che sposta il baricentro dalla tecnica al contesto, dal piatto al gesto, dal prodotto alla cultura che lo genera.
I GO Italian prova a lavorare proprio su questo livello. La scelta di non adottare criteri rigidi di certificazione, ma un sistema di adesione basato su presentazione, invito e valutazione qualitativa, indica una direzione precisa: costruire una comunità prima che un elenco. Mettere in rete chi già opera secondo quei principi, piuttosto che imporre standard astratti.
Il risultato è una geografia dell’italianità gastronomica con più di 50 realtà che attraversa Stati Uniti, Europa, Medio Oriente e Asia, con presidi in città simboliche come Los Angeles, Chicago, Londra, Parigi, Tokyo, Dubai. Più di 1.000 persone coinvolte tra chef, ristoratori, produttori interconnessi, oltre a luoghi in cui la cucina italiana non è più nicchia etnica, ma parte integrante dell’offerta gastronomica locale e del lifestyle urbano.
Qui entra in gioco un secondo livello di analisi: la food diplomacy non è solo promozione dell’immagine italiana, ma anche politica industriale indiretta. Ogni ristorante che lavora con produttori italiani, ogni bottega che importa e racconta territori, ogni carta dei vini costruita su denominazioni italiane genera domanda, apre mercati, crea filiere economiche.
Il caso di grandi operatori come Andronaco Grande Mercato, catena di supermercati con ristorazione in Germania, o delle catene di trattorie in Olanda di Qualitalia mostra come la ristorazione diventi piattaforma distributiva, educativa e commerciale insieme. Non solo vendita e servizio, ma formazione del gusto, alfabetizzazione alimentare, costruzione di abitudini di consumo orientate alla qualità.
Allo stesso tempo, il racconto emerso a Milano lo scorso 15 dicembre presso la Sala Falck di Assolombarda mette in luce una fragilità strutturale: gran parte di questa diplomazia gastronomica è affidata all’iniziativa privata, spesso senza un reale coordinamento istituzionale. Gli operatori italiani all’estero costruiscono reputazione e mercati, ma raramente sono integrati in una strategia nazionale di promozione culturale ed economica.
In questo vuoto si inseriscono progetti come I GO Italian, che provano a colmare la distanza tra patrimonio culturale riconosciuto e politiche operative. La creazione di una rete selettiva, basata su reputazione e coerenza, va letta come un tentativo di costruire un’infrastruttura leggera di rappresentanza, capace di dialogare con istituzioni, territori e sistemi produttivi.
Il nodo, per il futuro, sarà la governance. Trasformare una rete di storie individuali in un sistema riconoscibile, capace di produrre effetti misurabili in termini di promozione, tutela della qualità, contrasto all’italian sounding, sostegno alle filiere artigianali. Perché la vera sfida della food diplomacy italiana non è più raccontare l’eccellenza, ma difenderne la complessità. In un mondo in cui l’Italia è spesso ridotta a stereotipo gastronomico, costruire una narrazione articolata, plurale, territorialmente fondata diventa un atto politico.
In questo senso, la cucina italiana come patrimonio UNESCO non è un punto di arrivo, ma un mandato. Un invito a costruire politiche culturali ed economiche capaci di usare il cibo non solo come vetrina, ma come strumento di relazione internazionale, sviluppo territoriale e identità condivisa. E forse è proprio qui che progetti come I GO Italian trovano il loro spazio più interessante: non solo nel celebrare l’italianità, ma nel provare a darle struttura.
A pochi passi da Sant’Ambrogio, nel centro di Milano, ha aperto da poco Taverna Amazonica, un ristorante che porta in città l’atmosfera delle serate brasiliane. L’ingresso conduce a una sala sotterranea che sembra cambiare latitudine: tonalità verdi, piante tropicali e richiami alla foresta amazzonica costruiscono un ambiente caldo e informale, pensato per immergere gli ospiti in una dimensione conviviale dove cucina, musica e spettacolo si intrecciano.
L’idea alla base del progetto è quella di ricreare il modello delle serate brasiliane, in cui il momento della cena non è separato dall’intrattenimento ma ne diventa parte integrante. Durante la serata, ballerini professionisti si alternano con brevi performance di salsa e samba che accompagnano il ritmo della cena senza interrompere il servizio. Il risultato è un’atmosfera dinamica ma calibrata, in cui si mangia, si assiste agli spettacoli e si può proseguire con un drink al bancone, aperto anche a chi arriva dopo cena.

Il cuore dell’offerta gastronomica è il churrasco, proposto nella formula tradizionale del rodizio. In totale sono tredici i tagli di carne che arrivano al tavolo direttamente dagli spiedi, serviti dal personale di sala secondo la tradizione brasiliana. Tra i protagonisti ci sono alcuni dei tagli più rappresentativi, come la picanha, il codone di manzo considerato uno dei simboli della cucina brasiliana, accanto alla picanha nobre al tartufo, alla maminha, all’alcatra e al contrafillè. Completano la selezione il carne de verdade e l’entranha, insieme a proposte di pollo e maiale.
Il rodizio è accompagnato da una serie di contorni tipici, serviti in tavola insieme alla carne. Non mancano la farofa, farina di manioca tostata immancabile nelle tavole brasiliane, il riso bianco e il riso amazonico, la juca, il banano fritto e la feijoada, lo stufato di fagioli neri tra i piatti più iconici della cucina del Paese. A completare l’offerta arrivano polenta, verdure alla griglia e condimenti come chimichurri, maionese all’aglio e vinagrete, preparata con pomodoro, cipolla e peperone.
Accanto al rodizio, il menu propone anche piatti alla griglia, un percorso vegetariano e una selezione di dolci che guardano alla tradizione sudamericana, tra cui il brigadeiro al cocco, i churros e la mousse al maracuja.
Anche la cocktail list segue la stessa ispirazione geografica. Al centro della carta c’è la cachaça artigianale, distillato ottenuto dal succo fresco della canna da zucchero, presente con sei diverse etichette. È la base delle caipirinha preparate con frutta fresca e zucchero di canna, dalla versione classica alle varianti al mango, papaya e maracujá. Accanto a queste compaiono paloma e margarita in diverse declinazioni, oltre ai signature cocktail del locale ispirati a città brasiliane e costruiti con ingredienti come ananas alla griglia, vaniglia, sciroppo di guaranà e spezie sudamericane. Non mancano i classici della mixology, una selezione di gin premium per gin tonic e una proposta di mocktail per chi preferisce alternative analcoliche.
La qualità delle materie prime è uno dei principi che guidano la cucina di Taverna Amazonica. I tagli di carne utilizzati per il churrasco provengono da razze selezionate e fornitori premium, lavorati per preservarne succosità e caratteristiche originarie. Anche il bar segue la stessa attenzione nella scelta degli ingredienti, con distillati selezionati e cocktail preparati spesso con frutta fresca e prodotti tipici sudamericani.
Dietro il progetto ci sono due giovani imprenditori, Simone Cardani e Mattia Guerrina. «Il nostro interesse per la cultura brasiliana ci ha portati a volerla conoscere a fondo. Abbiamo viaggiato, visitato tanti posti. L’idea è nata lì, spinta dal clima caldo e dal folklore che fanno vivere anche la cucina in modo diverso. Così abbiamo studiato usi e ricette», racconta Cardani. Il primo passo del loro percorso è stato nel 2022 con Mambo, ristorante brasiliano aperto a Castellanza dal carattere più popolare, esperienza che ha definito le basi da cui è nato oggi il progetto di Taverna Amazonica.
Ci sono momenti in cui la cucina smette di essere solo piacere e diventa linguaggio culturale, spazio di incontro e racconto collettivo. L’Eataly Fest, in programma dal 26 gennaio al 1° febbraio, nasce proprio con questa intenzione: inaugurare il nuovo anno celebrando il cibo come esperienza condivisa e festeggiando i 19 anni del Gruppo Eataly.
Una settimana ricca di eventi, cene speciali e appuntamenti dedicati che attraversa l’Italia, mettendo al centro il valore della gastronomia come patrimonio vivo. Un omaggio alle tradizioni della cucina italiana, recentemente riconosciuta Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO, e allo stesso tempo uno sguardo contemporaneo sulle eccellenze che ne definiscono l’identità.
MARTEDI’ 27 GENNAIO - Eataly Milano: la grande Cena Spettacolo
Il cuore pulsante dell’Eataly Fest batte a Eataly Milano Smeraldo, dove martedì 27 gennaio va in scena la Grande Cena Spettacolo, al secondo piano del ristorante Food & Pizza Theatre. Una serata pensata come esperienza immersiva, arricchita dagli interventi artistici del performer Zampino, che accompagna il pubblico in un percorso conviviale fuori dall’ordinario.

Lorenzo Sacchi
In cucina si incontrano visioni diverse della gastronomia contemporanea, chiamate a dialogare attorno allo stesso tavolo. Tra i protagonisti c’è Lorenzo Sacchi, una stella Michelin a Monza e oggi alla guida de Il Circolino, storica realtà milanese reinterpretata con sensibilità attuale, dove tradizione e ricerca convivono in equilibrio. Lo Chef ci delizierà in seconda portata con una Terrina di maialino fondente, verza, mais e salsa cassoeula.

Luca Mussi
Accanto a lui c’è Luca Mussi, interprete di una cucina essenziale e contemporanea, fondata sulla valorizzazione della materia prima, sul rispetto della stagionalità e sulla pulizia del gusto. Un percorso costruito con coerenza e crescita continua, in cui ogni piatto diventa espressione di identità. Per questa serata l’Executive Chef di Eataly firma l’Amuse-bouche, introducendo il pubblico al racconto gastronomico che seguirà.

Sara Scarsella e Matteo Compagnucci
Il racconto prosegue con il lavoro a quattro mani di Sara Scarsella e Matteo Compagnucci, una stella Michelin ad Ariccia. La loro visione condivisa prende forma in piatti in cui precisione, creatività e rispetto delle stagioni si intrecciano in modo armonico, dando vita a una cucina riconoscibile e misurata. Scarsella e Compagnucci ci offrono un secondo d’autore: il Cardoncello di grotta con fondo di fungo, crème fraîche ed erba cipollina.

Simone Tricarico
Da Gaggiano arriva Simone Tricarico, anima di Thelema Maison de Cuisine, con una proposta che mette al centro equilibrio, tecnica e sensibilità personale. Il suo contributo alla serata è un Risotto con crema di limone, polvere di capperi e succo di olive taggiasche, un piatto che gioca sulla precisione e sulla pulizia del gusto.

Galileo Reposo
Il finale è affidato alla pasticceria di Galileo Reposo, collaboratore di Eataly e pastry chef di Milano, che esprime la propria identità attraverso una pasticceria contemporanea, attenta e consapevole, con un raffinato Dessert di cioccolato e gianduia, dove il gesto diventa racconto e la dolcezza chiude il percorso con eleganza.
Il menu della serata si sviluppa come un racconto corale, dall’assaggio di apertura fino al dessert, ed è proposto al pubblico al prezzo di 78 euro a persona, comprensivi di vini in abbinamento, acqua e spettacolo. Un’occasione rara per vivere più visioni della cucina italiana contemporanea in un’unica cena.
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27-29-30 GENNAIO - Eataly Torino e Roma: il festival si espande
Accanto all’appuntamento milanese, l’Eataly Fest prosegue anche a Torino e Roma, ampliando il racconto su scala nazionale.
A Eataly Torino Lingotto, che celebra i 19 anni dall’inaugurazione, venerdì 30 gennaio dalle 19.30 va in scena: “La Grande Cena del Compleanno. Una serata conviviale animata dal dj set di Diggiei Suna, in cui il pubblico si muove tra i banchi delle cucine per incontrare i protagonisti della scena gastronomica torinese: Mattia Bornengo di Âme Atelier Gastronomico, il duo Coquinàrio di Ailimē Izakaya, Andrea Carle di Rabarè, Stefan Kostandof di Kadeh Meze Wine Bar, Luca Poccatino di Cou Cou e Giovanna Pagano di Piattini Caffè & Vini, affiancati dall’Executive Chef Davide Ferrarelli. Un viaggio che parte dal Piemonte per andare in Francia, verso l’Est in Turchia e arrivare fino in Giappone, aprendosi a suggestioni internazionali, ma con un finale dolce firmato Pasticceria San Pè di Torino.
A Eataly Roma Ostiense, il calendario di fine gennaio propone tre appuntamenti dedicati all’alta cucina italiana. Martedì 27 gennaio la Cena d’Autore rende omaggio alla tradizione campana con Mimì alla Ferrovia e Annuccia La Caprese. Il 28 gennaio arriva la Cena delle Stelle dedicata alle eccelelnze italiane, con Nicola Fossaceca (Al Metrò, San Salvo Marina- CH, 1 stella Michelin), Gianni Dezio (Zunica 1880 Villa Corallo, Sant’Omero - TE, 1 stella Michelin), Gian Marco Bianchi (Al Madrigale, Tivoli - RM, 1 stella Michelin) e Pierluigi Gallo (Achilli al Parlamento, Roma, 1 stella Michelin), insieme alla pastry chef Irene Tolomei (Head Pastry Chef di Aroma Restaurant, 1 stella Michelin a Roma e miglior Pastry Chef under 30 per il 2025 secondo Il Gusto di Repubblica).
Il ciclo si chiude giovedì 29 gennaio con Cucine in Evoluzione, che mette al centro la creatività emergente con Matteo Faenza votato Miglior Chef Emergente 2025, direttamente dalla cucina del ristorante Mogano di Formello (RM) e il pastry chef Lorenzo Spavone del W Rome.
L’Eataly Fest si conferma così non solo come celebrazione, ma come invito a sedersi a tavola e partecipare a un racconto collettivo, fatto di territori, persone e visioni diverse.
Per chi ama le esperienze che uniscono gusto, cultura e condivisione, la prenotazione è il primo passo.
Tutte le informazioni e i biglietti sono disponibili su www.eataly.it
Intervista a Giuseppe Villani: il pizzaiolo simbolo della Franciacorta racconta la sua pizza tra tradizione campana e innovazione gastronomica
Tra vigne e cantine, la Franciacorta accoglie un nuovo protagonista gastronomico: la pizza contemporanea. Giuseppe Villani, classe 1996, originario di Agerola, in Campania, porta in Lombardia una visione moderna e autentica della pizza napoletana, riconosciuta a livello nazionale ed internazionale. Dopo il successo del ristorante-pizzeria Pulcinella di Iseo, Giuseppe si prepara ad aprire un nuovo locale in Via Fornaci 6 a Monticelli Brusati: La Pulcinella. Abbiamo parlato con lui di radici, innovazione e futuro della pizza.
Le origini: la pizza come tradizione di famiglia

Giuseppe, partiamo dall'inizio. Come nasce la tua storia con la pizza?
Nasce in famiglia, come tutte le cose che contano davvero. Mio padre Pietro ha lasciato Agerola da giovane e ha portato qui in Lombardia non solo se stesso, ma una cultura, un modo di fare le cose, una visione della pizza che era quella della sua terra. Io sono cresciuto tra i banconi e il forno, e a un certo punto ho capito che non era solo un mestiere di famiglia: era la mia strada. Ho frequentato la Scuola Italiana Pizzaioli, ho fatto master di specializzazione, ho studiato sia la pizza napoletana che quella senza glutine. Volevo capire tutto, non solo fare.
Dialogo tra Nord e Sud: costruire un’identità in Franciacorta
Iseo, la Franciacorta: un territorio lontano dalla tradizione napoletana. Come hai costruito un'identità in questo contesto?
È stata la cosa più bella e più difficile allo stesso tempo. Quando arrivi con la pizza napoletana in un territorio che ha una sua identità fortissima — il vino, i prodotti locali, una clientela esigente e curiosa — non puoi semplicemente replicare quello che si fa a Napoli. Devi dialogare. La mia pizza è sempre stata napoletana nell'anima: impasto a lunga maturazione, leggerezza, digeribilità, ingredienti DOP del Sud come il fior di latte agerolese e il pomodoro della mia terra. Ma si parla anche con il territorio che ti ospita. La Franciacorta mi ha adottato, e io ho cercato di restituire qualcosa. Questo dialogo tra Sud e Nord è il filo conduttore di tutto quello che faccio.
Riconoscimenti e pizza contemporanea

Nel 2025 il Pulcinella di Iseo è stato riconosciuto dalla Guida Identità Golose. Cosa ha significato per te?
È stato emozionante in modo inaspettato. Identità Golose è una guida che racconta una pizza diversa, contemporanea, che ha dignità gastronomica al pari di qualsiasi altra cucina d'autore. Essere inseriti lì, nella categoria dei "pizzaioli del cambiamento", significa che il percorso fatto in questi anni ha un senso riconoscibile anche agli occhi di chi osserva il settore con attenzione critica. Non è un punto d'arrivo — non lo è mai — ma è una conferma importante.
Parlaci della tua visione della pizza contemporanea.
Per me la pizza contemporanea non è una questione di ingredienti costosi o topping scenografici. È un approccio. Significa che l'impasto non è un supporto — è protagonista. Ogni elemento ha una ragione di esistere, non è lì per stupire ma per costruire armonia. Lavoro moltissimo sulla ricerca delle materie prime: formaggi di Agerola, salumi campani, prodotti della mia terra. Ma poi mi permetto di sperimentare abbinamenti che sorprendono anche me. Al Campionato Mondiale 2023, con lo chef Gabriele Frati, abbiamo presentato una pizza chiamata "L'amicizia" con tonno rosso, ricotta affumicata, carciofi spinosi e un finto caviale di bottarga di sgombro. Abbiamo preso il secondo posto. Quella pizza racconta esattamente cos’è la contemporaneità: tecnica, racconto, emozione.
La Pulcinella a Monticelli Brusati: emozione e responsabilità

E ora arriva La Pulcinella a Monticelli Brusati. Come stai vivendo questo momento?
Con una sensazione strana, che non avevo mai provato prima. Non è la tensione da gara — quella la conosco bene, è adrenalina pura. Questa è più silenziosa, più profonda. Aprire un secondo locale significa mettere in gioco qualcosa di più grande di una medaglia: significa che il progetto cresce, che diventa qualcosa che va oltre me.
Paura?
Sì, un po'. Ma è una paura sana, quella che ti fa lavorare meglio. Ho imparato che quando non hai paura rischi di diventare superficiale. La paura mi tiene concentrato. E poi, non sono solo. C'è mio padre, la mia compagna Andrea — che presto sarà mamma — c'è la mia famiglia. Aprire questo locale ha un significato doppio: crescita professionale e responsabilità verso chi verrà dopo di me.
Cosa troverà chi varcherà la porta de La Pulcinella per la prima volta?
Troverà la stessa pizza che facciamo a Iseo, con la stessa cura e la stessa identità. Ma in un contesto nuovo, con qualche proposta pensata apposta per questo luogo. Voglio che chi entra percepisca subito chi siamo: artigiani del Sud che hanno scelto il Nord come casa, e che lavorano ogni giorno perché questi due mondi si parlino in modo autentico. Non scenografico. Autentico.
La pizza secondo Giuseppe Villani

Un’ultima domanda, più personale. Se dovessi spiegare cos’è la pizza a chi non l’ha mai davvero mangiata — quella vera — cosa diresti?
Direi che è una delle poche cose al mondo che mette tutti d'accordo. In un impasto di acqua, farina, sale e lievito c'è più lavoro, più storia e più amore di quanto si possa immaginare. Quando la pizza è fatta bene — leggera, digeribile, con ingredienti veri — non hai bisogno di spiegazioni. La senti. È così che la racconto ai miei clienti, ed è così che la racconto a me stesso ogni mattina.
Con La Pulcinella a Monticelli Brusati, Giuseppe Villani non porta solo una pizza di qualità, ma un racconto autentico di territorio, tradizione e innovazione. La sua è una sfida continua tra radici e futuro, tra Campania e Franciacorta, tra tecnica ed emozione: un’esperienza gastronomica che non si limita al gusto, ma racconta una storia.
Dal 2026 sarà Valerio Dallamano a guidare la proposta gastronomica del Grand Hotel Fasano di Gardone Riviera. Lo chef bresciano assumerà la direzione dei due ristoranti della storica struttura cinque stelle sul Lago di Garda, la Trattoria Il Pescatore e il ristorante La Magnolia, firmando una nuova fase per l’offerta culinaria dell’hotel.
Il Grand Hotel Fasano, uno dei simboli dell’ospitalità di lusso gardesana, affida così le proprie cucine a uno chef con un percorso costruito tra alta formazione tecnica, lunga esperienza nel fine dining e un forte legame con il territorio di origine.
Nato a Brescia, Valerio Dallamano arriva alla cucina attraverso un percorso non lineare. Prima di dedicarsi definitivamente alla ristorazione frequenta l’università di Chimica e Tecnologie Farmaceutiche, una formazione che contribuirà a strutturare un approccio rigoroso e analitico al lavoro in cucina. La svolta arriva con l’incontro con Vittorio Fusari, fondamentale per la sua crescita professionale, accanto al quale apprende le basi dell’ars culinaria.
Nei quindici anni successivi Dallamano costruisce il proprio profilo lavorando in alcune delle principali cucine stellate italiane ed europee. Un percorso che gli permette di affinare tecnica, gusto e metodo, fino a ottenere a Venezia la stella Michelin, uno dei riconoscimenti più significativi della sua carriera.

Il ritorno in Lombardia segna una nuova fase. “Sono felice di essere al Grand Hotel Fasano – spiega lo Chef Valerio Dallamano – Per me significa tornare alle origini. Ho ritenuto fondamentale, se non addirittura moralmente obbligatorio, tornare nella mia terra dopo aver viaggiato, dopo aver conosciuto tradizioni di altri popoli, dopo essermi fatto contaminare da culture diverse, e dopo aver fatto esperienze nel mondo del fine dining. È l’evoluzione naturale di un cammino durato 20 anni che mi ha portato ad accrescere la mia esperienza, tecnica e gusto, in sinergia con una consapevolezza nuova e viscerale delle mie radici.”
Al Grand Hotel Fasano, Dallamano sarà responsabile dei menu di entrambe le insegne, con due progetti distinti ma complementari.
Il ristorante La Magnolia si presenta come un bistrot contemporaneo, con una proposta costruita attorno alla valorizzazione delle eccellenze locali e italiane. Diversa l’impostazione della Trattoria Il Pescatore, affacciata direttamente sul lago. La terrazza, soprattutto di sera, diventa uno degli spazi più suggestivi della struttura. In questo contesto la cucina propone una rilettura della tradizione bresciana e mediterranea in chiave internazionale. Pesce di lago e di mare, prodotti del territorio, ricette della memoria e interpretazioni più attuali convivono in una proposta che attraversa geografie diverse: laghi e mari, colli e pianure, monti e valli.
È qui che la ricerca di Dallamano, tra antichi sapori, ricette locali e influenze raccolte nel corso degli anni, trova la sua sintesi più compiuta. Una cucina che non rinuncia alla complessità tecnica, ma che punta a un equilibrio misurato tra tradizione e contemporaneità.
Si offriranno poi anche percorsi di degustazione con abbinamenti di vino, fermentati o proposte analcoliche, oltre a menu à la carte. Le proposte saranno disponibili sia per gli ospiti dell’hotel sia per il pubblico esterno, confermando la volontà del Grand Hotel Fasano di aprire la propria offerta gastronomica al territorio.
Con l’arrivo di Valerio Dallamano, il Grand Hotel Fasano rafforza il proprio posizionamento nel panorama dell’alta ristorazione gardesana, puntando su una cucina di alto livello capace di dialogare con il contesto senza rinunciare a un approccio contemporaneo.
Ufficializzata in Gazzetta la nuova menzione: più selezione, più struttura, stessa identità costiera.
Il Consorzio Morellino di Scansano annuncia un passaggio atteso da tempo: la menzione “Superiore” entra ufficialmente nel disciplinare del Morellino di Scansano DOCG. La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale rende pienamente efficaci le modifiche approvate dall’Assemblea dei soci nel 2025, segnando un nuovo capitolo per una delle denominazioni più dinamiche della costa toscana.
L’annuncio è arrivato a Firenze, il 23 febbraio 2026, durante Chianti Lovers & Rosso Morellino 2026, vetrina dedicata alle anteprime delle nuove annate. Un palcoscenico simbolico e strategico, davanti a stampa, operatori e buyer internazionali, dove il Morellino si è presentato con 13 aziende e 22 etichette in degustazione. Un contesto che conferma la volontà della denominazione di consolidare il proprio posizionamento qualitativo.

Un’identità che si rafforza
“La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale rappresenta un risultato importante per tutta la denominazione”, ha dichiarato Bernardo Guicciardini Calamai, presidente del Consorzio. “Con la menzione Superiore rafforziamo il nostro percorso di valorizzazione, puntando su maggiore selezione e identità”.
Non si tratta di un nuovo vino, ma del riconoscimento formale di una tipologia che molte aziende già producevano: una versione intermedia tra Annata e Riserva, finora priva di una definizione . Con il Superiore, quella fascia trova ora una collocazione chiara, offrendo al mercato un riferimento più leggibile e coerente.
La scelta va letta come un investimento sulla riconoscibilità del Sangiovese della costa, vitigno che qui esprime freschezza, equilibrio e una cifra mediterranea distintiva. In un panorama sempre più competitivo, l’obiettivo è semplice ma ambizioso: alzare l’asticella senza snaturare l’identità.

Più struttura, stessa anima
Dal punto di vista tecnico, il Morellino di Scansano Superiore prevede un minimo dell’85% di Sangiovese, con la possibilità di integrare fino al 15% di altri vitigni a bacca nera non aromatici. Le rese massime sono più contenute rispetto alla tipologia Annata e il periodo di affinamento è più lungo. L’immissione al consumo è fissata al 1° gennaio del secondo anno successivo alla vendemmia.
Parametri che mirano a favorire maggiore struttura e complessità espressiva, mantenendo però intatti i tratti distintivi della denominazione: bevibilità, equilibrio, tensione acida. In altre parole, più profondità senza perdere slancio.
Il messaggio del Consorzio è chiaro: il Superiore non rompe con il passato, ma organizza meglio il presente. Dà un nome e un volto a una realtà produttiva già consolidata, offrendo agli appassionati e agli operatori uno strumento in più per comprendere l’evoluzione del Morellino.
Per una denominazione che negli ultimi anni ha lavorato con costanza sulla qualità e sulla reputazione internazionale, l’introduzione del Superiore rappresenta un passo naturale. Non una rivoluzione, ma una dichiarazione di maturità.
A cura di Alessandro Infortuna
Le sfere olimpioniche firmate da Nicola Giotti nascono come un progetto che mette in discussione e trascende il ruolo tradizionale della pasticceria decorativa: un lavoro certosino, che utilizza il cioccolato come supporto espressivo, avvicinandolo ai linguaggi dell’arte visiva e del design.
In occasione delle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026, Giotti ha realizzato una collezione di sfere di cioccolato con tecnica di aerografia indiretta speculare lucida, trasformando la materia dolce in superficie riflettente e narrativa. Il progetto nasce da due mesi di ricerca, bozzetti e progettazione e si fonda sull’idea di tradurre in forma tridimensionale i valori associati allo spirito olimpico: movimento, velocità, tensione emotiva.

Il concept visivo si sviluppa attorno al dialogo tra due contesti simbolicamente centrali per Milano Cortina: l’ambiente urbano milanese e il paesaggio montano delle Dolomiti. Le architetture della città si traducono in geometrie verticali e tagli di luce, mentre la dimensione naturale emerge nei toni freddi, nei bianchi ghiacciati e nei blu profondi che richiamano il paesaggio invernale. Su questa doppia matrice si innestano i soggetti: lo skyline contemporaneo, le figure della danza sul ghiaccio, l’atleta di bob lanciato nella velocità, lo sciatore in discesa.
Dal punto di vista tecnico, la scelta della sfera come supporto rappresenta un’evoluzione rispetto alle celebri uova aerografate che hanno reso riconoscibile il lavoro di Giotti. La superficie concava amplifica l’overspray tipico dell’aerografia, rendendo più complessa la gestione del colore e dei contrasti cromatici. Ogni intervento è eseguito a mano libera, con un uso preciso di chiaroscuri che costruiscono profondità e dinamismo visivo.
Anche lo sfondo assume un ruolo strutturale nella composizione: non è un semplice contorno, ma parte integrante dell’immagine, funzionale a rafforzare la percezione del movimento e della tensione. Le diverse dimensioni delle sfere contribuiscono inoltre a una sensazione di instabilità dinamica che richiama l’energia della competizione sportiva. Un ulteriore livello di lettura è affidato alla materia stessa: le sfere sono realizzate in cioccolato bianco aromatizzato allo zafferano, un richiamo diretto a uno degli ingredienti simbolo della cucina milanese. Il gusto diventa così parte del racconto identitario, non elemento separato dalla costruzione visiva.
Con questo progetto, Nicola Giotti consolida un percorso che lo porta oltre la dimensione della pasticceria decorativa, collocandosi a tutti gli effetti tra arte applicata, food design e scultura edibile. Le sfere olimpioniche non sono pensate come semplici dolci celebrativi, ma come oggetti capaci di veicolare un racconto visivo coerente, tecnico, concettuale e, soprattutto, delizioso, che appaghi vista e palato.
Non è un gioco di parole: Speciale Osteria è il nome dell'ultimo place to be di Milano. Un ristorante nato con i presupposti di restituire al pubblico i sapori e le atmosfere delle trattorie degli anni Settanta e Ottanta. Il mio periodo storico preferito, quello a cui mi legano i ricordi più profondi e di cui apprezzo, a prescindere, tutto. E questa è la cronaca di una cena che è stata speciale davvero. a Speciale Osteria si entra e si capisce subito che non è uno di quei posti costruiti a tavolino per sembrare nostalgici. Il pavimento in legno originale, le travi a vista, le panche in velluto, la credenza sospesa con oggetti vintage: tutto rimanda agli anni ’70/’80, ma senza forzature. È caldo, accogliente, vivo. Il personale ti accoglie, ti coccola, ti ascolta, si interessa ma si vede che lo fa di cuore, non c'è nessuna affettazione né artificiosità nell'aria. Sono entrata e ho capito subito come mai questo ristorante nel cuore del quartiere Isola, dove la scelta di posti dove passare il pasto e la serata non manca, è diventato in poco tempo un indirizzo che la sera si riempie sempre.
Io ho iniziato con il vitello tonnato della tradizione. Super cremoso, avvolgente, con quella profondità data dal sugo d’arrosto e la foglia di cappero a chiudere il boccone. Un classico fatto come si deve, senza alleggerirlo a tutti i costi e senza strafare.
La tartare con nocciole, erbe di campo, senape e tartufo nero gioca invece su un registro più contemporaneo: croccantezza, freschezza, una nota aromatica che è piacevole al palato senza coprire gli altri sapori. È un piatto pensato, ma resta semplice. E soprattutto, è oggettivamente buono.
Poi i tortelli di zucca fatti in casa. La sfoglia è sottile, il ripieno dolce al punto giusto. Morbidi, con quel pizzico di croccantezza, lasciano solo soddisfazione.
E poi, avevo un desiderio: riscoprire uno dei piatti protagonisti della tavola "importante" delle cene dei miei, di quando ero piccola. Erano i cavalli di battaglia di mia madre: il tacchino in fricassea, il filetto al pepe verde, quello alla Wellington. Ricordo i vassoi che arrivavano in tavola, la mia testa che arrivava appena al bordo, la curiosità di qualcosa che sai che non è destinata a te (io avevo l'infame "menu bambino"), o che al massimo ti toccherà una forchettata. Quella curiosità andava soddisfatta e sapevo che qui avrei trovato quello che la mia curiosità bramava.
Infatti, in carta c'erano sia il filetto al pepe verde che quello alla Wellington. Ho optato per quest'ultimo. Per amor del vero, non mi ricordavo nemmeno precisamente in cosa consistesse, però quel nome altisonante che riecheggiava nella mia testa di bambina era ancora là, a stuzzicarmi le fantasie e il palato. Et voilà.
E' un piatto che oggi si vede raramente e che qui è arrivato in tavola con la sua crosta dorata e la carne tenera, rosata al punto giusto. Al primo taglio mi è tornata in mente casa mia. Le cene che organizzava mia madre quando ero piccola, gli amici seduti a tavola vestiti bene, i bicchieri importanti, il forno acceso per ore. Quel profumo preciso che ti faceva capire che era una serata speciale. E infatti.
Speciale Osteria sta in quell’equilibrio giusto tra trattoria rassicurante e osteria contemporanea. Non vuole essere fine dining, ma nemmeno solo comfort food. È un posto dove vieni accolto bene e mangi altrettanto bene. E quando un posto è così, è logico che ti viene voglia di tornare.
La chiccha finale? Eccola servita: a metà cena, entra Jerry Calà e si siede al tavolo di fianco al nostro.
Non lo abbiamo disturbato, ovviamente. Però diciamo che l’effetto è stato perfettamente coerente con la serata. A quel punto il tuffo negli anni ’80 era completo: Wellington, ricordi d’infanzia e un’icona vera dell’epoca a pochi tavoli di distanza.
Chiamatelo caso. O chiamatela serata Speciale.

Ci sono giornate che nascono per celebrare un simbolo e poi ci sono luoghi che scelgono di farlo mettendosi in gioco, spingendo un po’ più in là il confine tra tradizione e ricerca. Il World Pizza Day, sabato 17 gennaio, ad esempio, non è solo un’occasione per mangiare una buona pizza, ma rappresenta il momento perfetto per raccontare come questo piatto, così profondamente radicato nella nostra cultura, continui a evolversi senza perdere identità.
A Roseto degli Abruzzi, il World Pizza Day prende una forma inaspettata e affascinante: la prima pizza con impasto al cacao firmata Anima Concept Pizza. Una proposta che incuriosisce già dal colore, ma che conquista davvero quando si entra nel merito del progetto, del pensiero e della tecnica che la sostengono. L’impasto è il cuore di questa creazione. Si tratta di una pizza al padellino realizzata con biga e idratazione all’80%, studiata per garantire struttura, leggerezza e una spinta aromatica ben definita. Il colore scuro non è un effetto scenico, né il risultato di additivi o coloranti: nasce esclusivamente dall’utilizzo della miscela Blackery del Molino Dallagiovanna, sviluppata in collaborazione con Barry Callebaut. Un cacao naturale che entra nell’impasto non per stupire, ma per dialogare con gli altri ingredienti, portando note tostate, profonde, mai invadenti.
Una scelta che racconta molto dell’approccio di Anima Concept Pizza. Qui la sperimentazione non è mai fine a sé stessa. Ogni nuovo impasto, ogni variazione, nasce da una domanda precisa: come posso valorizzare la pizza senza snaturarla? La risposta, in questo caso, è un impasto che resta riconoscibile, ma apre a nuove possibilità sensoriali.
Il topping segue la stessa logica. Nessuna forzatura, nessuna ricerca di eccessi. La stagionalità guida la composizione: crema di topinambur e rosmarino, fungo cardoncello spadellato, lardo di Colonnata e una chiusura di prezzemolo riccio. Ingredienti che parlano tra loro con equilibrio, dove il cacao dell’impasto non sovrasta, ma accompagna; il risultato è una pizza che si legge a strati, che cambia a ogni morso, ma soprattutto che invita ad assaporare con attenzione.
Dietro questo lavoro c’è la mano e la visione di Luca Valle, pizza chef classe 1992. Giovane, sì, ma con un percorso già ben definito, costruito sulla ricerca continua degli impasti e sulle diverse espressioni della pizza contemporanea. Dal padellino alla romana, ogni formato diventa un linguaggio diverso, uno strumento per raccontare una storia specifica. Anima Concept Pizza nasce nel 2019 proprio con questa idea: non esiste una sola pizza, ma tante interpretazioni, ognuna con una sua dignità, una sua tecnica e un suo pubblico. Una visione che negli anni si è consolidata, fino alla recente riapertura del locale dopo una ristrutturazione completa. Spazi rinnovati, dotazioni tecniche aggiornate, ma la stessa anima di sempre. Perché cambiare forma non significa cambiare sostanza.
Il World Pizza Day diventa così il contesto ideale per presentare questa nuova creazione. Non come un evento urlato, ma come un gesto di condivisione. Sabato 17 gennaio, infatti, a tutti gli ospiti verrà offerto uno spicchio della pizza al cacao. Un invito ad assaggiare, a farsi un’idea, a entrare in dialogo con un progetto che vive di confronto e curiosità.
C’è qualcosa di profondamente italiano in tutto questo. La capacità di partire da un grande classico e lavorarci sopra con rispetto, senza perdere il legame con ciò che siamo stati. Il cacao, ingrediente che potrebbe sembrare distante dal mondo pizza, viene invece trattato come una spezia antica, come un elemento capace di arricchire senza stravolgere. Un po’ come si faceva una volta, quando si sperimentava partendo dalla materia prima, non dal risultato da mostrare.
In un momento storico in cui spesso la novità è solo estetica, progetti come questo ricordano che l’innovazione vera è silenziosa. Sta nei processi, nelle scelte, nel tempo dedicato allo studio. E si riconosce al primo assaggio.
Anima Concept Pizza conferma così la propria identità: un luogo dove la pizza è ricerca, ma anche accoglienza. Dove ogni proposta nasce da una riflessione e viene condivisa con chi ha voglia di ascoltare, e soprattutto di assaggiare.
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Anima Concept Pizza
Via Nazionale Nord 2, Roseto degli Abruzzi
Tel. 3487992279
Instagram: @animaconceptpizza
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