Dal 23 ottobre 2026 al 27 giugno 2027, il Museo d’Arte Orientale ospita Soul Out, la prima personale italiana dell’artista cinese. Un percorso tra installazioni, ricordi familiari e oggetti quotidiani che trasforma gli spazi del museo in una riflessione sul tempo e sulle relazioni umane.
Ci sono oggetti che conserviamo senza sapere bene perché. Un vecchio telefono, un vestito che non indossiamo più, una scatola piena di fotografie. A volte li teniamo per abitudine, altre perché liberarcene significherebbe separarsi da un ricordo. È da questa relazione tra le persone e le cose che prende forma una parte importante del lavoro di Song Dong, protagonista della nuova grande mostra del MAO Museo d’Arte Orientale di Torino.
Dal 23 ottobre 2026 al 27 giugno 2027, il museo di via San Domenico 11 ospita Song Dong. Soul Out, la prima esposizione personale in Italia dedicata all'artista nato a Pechino nel 1966, tra le figure più influenti dell'arte contemporanea cinese. Curata da Davide Quadrio e Li Zhenhua, in collaborazione con Francesca Filisetti e Rebecca Ricci e con la consulenza curatoriale e scientifica di Manuela Lietti, la mostra attraversa oltre trent'anni di ricerca artistica.
Il progetto, pensato appositamente per Palazzo Mazzonis, coinvolge l'intero museo, mettendo in relazione installazioni, fotografie e video con le collezioni permanenti. Un percorso che intreccia la storia personale dell'artista con le trasformazioni della società cinese.
Diecimila oggetti per raccontare una vita
Al centro dell'esposizione c'è Waste Not, una delle installazioni più conosciute di Song Dong, presentata per la prima volta in Italia dopo essere stata ospitata in importanti istituzioni internazionali, tra cui il MoMA di New York e il Barbican Centre di Londra.
L'opera nasce da una vicenda familiare. Dopo la morte del marito, avvenuta nel 2002, la madre dell'artista, Zhao Xiangyuan, aveva sviluppato un rapporto sempre più intenso con gli oggetti domestici, arrivando ad accumularne migliaia. Song Dong ha trasformato questa raccolta in un'installazione monumentale composta da oltre diecimila oggetti, compresa la struttura in legno dell'abitazione materna.
Bottoni, sedie, vecchi vestiti, giocattoli, telefoni, riviste e contenitori alimentari. Oggetti spesso privi di valore economico, ma capaci di restituire frammenti di una vita intera.
È difficile osservare Waste Not senza pensare alle nostre case, ai cassetti che non apriamo da anni, alle cose lasciate da un genitore o da un nonno e che continuiamo a custodire. L'accumulo diventa una forma di memoria, ma anche il segno della difficoltà di accettare una perdita. Allo stesso tempo, l'installazione invita a riflettere sulle nostre abitudini di consumo e sul valore che attribuiamo alle cose.
Il rapporto con la famiglia attraversa anche altre opere presenti al MAO, come Touching My Father e My Daughter is my Four Seasons, dedicate rispettivamente al padre e alla figlia. Due lavori che esplorano le relazioni affettive e il modo in cui queste influenzano la nostra percezione del tempo.
Torino entra nell'opera: le lampade prestate dai cittadini
Un'altra installazione porta direttamente dentro il museo le storie della città.
Si tratta di Borrow Light, opera partecipativa ospitata nel Salone Mazzonis, già presentata alla Biennale di San Paolo nel 2025 e ripensata per Torino grazie al coinvolgimento dei cittadini.
A maggio 2026 il MAO ha invitato il pubblico a prestare una lampada per contribuire alla realizzazione dell'installazione. Centinaia di persone hanno risposto, mettendo a disposizione oggetti provenienti dalle proprie abitazioni.
Il risultato è un ambiente costruito attraverso luci, specchi e riflessi, ispirato tanto alle case degli specchi dei luna park quanto ai principi del feng shui cinese. Ma dietro l'effetto visivo c'è qualcosa di più personale: ogni lampada porta con sé una storia, un piccolo pezzo della vita di chi ha deciso di prestarla.
Il pubblico diventa così parte attiva dell'opera, contribuendo a costruire un racconto collettivo che supera i confini del museo.
Ad accogliere i visitatori è invece Believe, una grande installazione luminosa adattata agli spazi di Palazzo Mazzonis. Attraverso una cascata di luce rossa e un gioco di parole sul significato della fiducia, Song Dong introduce una riflessione sulle contraddizioni che attraversano i rapporti umani.
L'arte di Song Dong tra filosofia e vita quotidiana
Il lavoro di Song Dong è profondamente legato al pensiero orientale, in particolare alle filosofie taoiste di Laozi e Zhuangzi e alla sensibilità Zen. Al centro della sua ricerca tornano spesso l'impermanenza, il cambiamento e l'idea che nulla sia davvero definitivo.
Concetti che l'artista affronta attraverso materiali semplici e gesti riconoscibili, in un linguaggio sviluppato anche nel confronto con importanti esperienze artistiche del Novecento, dall'Arte Povera italiana al movimento giapponese Mono-Ha, fino al Minimalismo e all'Arte Concettuale.
Nelle sue opere la vita e l'arte finiscono spesso per sovrapporsi. La ripetizione di un gesto o la trasformazione di un materiale diventano occasioni per interrogarsi sulla condizione umana.
Un percorso che ha portato Song Dong nelle principali istituzioni culturali internazionali, dalla Tate Modern al Centre Pompidou, e in manifestazioni come la Biennale di Venezia e Documenta.
Un museo che cambia insieme alle sue collezioni
La mostra si inserisce nel percorso con cui il Museo d'Arte Orientale sta ripensando il rapporto tra patrimonio storico e arte contemporanea.
In contemporanea con Soul Out, dal 23 ottobre apre infatti anche Made in China, il nuovo riallestimento della collezione funeraria cinese curato da Laura Vigo.
Oltre 140 oggetti, dal Neolitico alla dinastia Tang, vengono presentati attraverso colori rinnovati, teche specchianti, strumenti digitali e contenuti accessibili anche in Lingua dei Segni Italiana. Ceramiche, bronzi e manufatti funerari vengono raccontati non soltanto come testimonianze archeologiche, ma anche attraverso i rituali e i gesti che ne hanno accompagnato la produzione e l'utilizzo.
Ad accompagnare la personale di Song Dong tornano inoltre gli appuntamenti di Evolving Soundscapes, il programma dedicato alla musica e alla performance curato da Chiara Lee e freddie Murphy, insieme a conferenze, proiezioni, attività didattiche e laboratori. È prevista anche la pubblicazione di un catalogo bilingue italiano-inglese.
Il direttore del MAO, Davide Quadrio, descrive il museo come un organismo vivo, in continua trasformazione e relazione con il pubblico. Una visione che trova nella ricerca di Song Dong un interlocutore particolarmente adatto, capace di mettere in discussione i confini tra esperienza personale e creazione artistica.
In fondo, il percorso di Soul Out lascia ai visitatori una domanda semplice: che cosa resta davvero delle nostre vite?
Forse non soltanto le fotografie importanti o gli avvenimenti che scegliamo di ricordare. A volte restano anche un bottone, una lampada, una vecchia sedia. Cose apparentemente insignificanti che continuano a raccontare qualcosa di noi, persino quando abbiamo smesso di usarle.
