CHIAMACI +39 333 8864490

Questo sito utilizza solo cookies tecnici e di sessione. Non profiliamo in alcun modo i nostri utenti e non installiamo cookies di terze parti.

Accetto. Per saperne di piu'

Approvo

Informativa estesa Cookie Policy

Questo sito usa solo cookies tecnici e di sessione, non installiamo cookies di profilazione o marketing.

Cosa sono i cookie?

I cookie sono piccoli file di testo inviati dal sito al terminale dell’interessato (solitamente al browser), dove vengono memorizzati per essere poi ritrasmessi al sito alla successiva visita del medesimo utente. Un cookie non può richiamare nessun altro dato dal disco fisso dell’utente né trasmettere virus informatici o acquisire indirizzi email. Ogni cookie è unico per il web browser dell’utente. Alcune delle funzioni dei cookie possono essere demandate ad altre tecnologie. Nel presente documento con il termine ‘cookie’ si vuol far riferimento sia ai cookie, propriamente detti, sia a tutte le tecnologie similari.

Tipologia dei cookie

I cookie possono essere di prima o di terza parte, dove per "prima parte" si intendono i cookie che riportano come dominio il sito, mentre per "terza parte" si intendono i cookie che sono relativi a domini esterni. I cookie di terza parte sono necessariamente installati da un soggetto esterno, sempre definito come "terza parte", non gestito dal sito. Tali soggetti possono eventualmente installare anche cookie di prima parte, salvando sul dominio del sito i propri cookie.

Natura dei cookie

Relativamente alla natura dei cookie, ne esistono di diversi tipi:

Cookie tecnici (quelli che usiamo noi).

I cookie tecnici sono quelli utilizzati al solo fine di "effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica, o nella misura strettamente necessaria al fornitore di un servizio della società dell'informazione esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente a erogare tale servizio" (cfr. art. 122, comma 1, del Codice). Essi non vengono utilizzati per scopi ulteriori e sono normalmente installati direttamente dal titolare o gestore del sito web. Possono essere suddivisi in: • cookie di navigazione o di sessione, che garantiscono la normale navigazione e fruizione del sito web (permettendo, ad esempio, di autenticarsi per accedere ad aree riservate); essi sono di fatto necessari per il corretto funzionamento del sito; • cookie analytics, assimilati ai cookie tecnici laddove utilizzati direttamente dal gestore del sito per raccogliere informazioni, in forma aggregata, sul numero degli utenti e su come questi visitano il sito stesso, al fine di migliorare le performance del sito; • cookie di funzionalità, che permettono all'utente la navigazione in funzione di una serie di criteri selezionati (ad esempio, la lingua, i prodotti selezionati per l'acquisto) al fine di migliorare il servizio reso allo stesso.

Cookie di profilazione (noi non li usiamo)

I cookie di profilazione sono volti a creare profili relativi all'utente e vengono utilizzati al fine di inviare messaggi pubblicitari in linea con le preferenze manifestate dallo stesso nell'ambito della navigazione in rete. Per l'utilizzo dei cookie di profilazione è richiesto il consenso dell'interessato. L’utente può autorizzare o negare il consenso all'installazione dei cookie attraverso le opzioni fornite nella sezione "Gestione dei cookie". In caso di cookie di terze parti, il sito non ha un controllo diretto dei singoli cookie e non può controllarli (non può né installarli direttamente né cancellarli). Puoi comunque gestire questi cookie attraverso le impostazioni del browser (segui le istruzioni riportate più avanti), o i siti indicati nella sezione "Gestione dei cookie".

Cookie installati su questo sito

Ecco l'elenco dei cookie presenti su questo sito. I cookie di terze parti presentano il collegamento all'informativa della privacy del relativo fornitore esterno, dove è possibile trovare una dettagliata descrizione dei singoli cookie e del trattamento che ne viene fatto.

Elenco dei cookie presenti sul sito NEROSPINTO

Cookie di sistema
Il sito NEROSPINTO utilizza cookie per garantire all'utente una migliore esperienza di navigazione; tali cookie sono indispensabili per la fruizione corretta del sito. Puoi disabilitare questi cookie dal browser seguendo le indicazioni nel paragrafo dedicato, ma comprometterai la tua esperienza sul sito e non potremo rispondere dei malfunzionamenti.

Se è già stato dato il consenso ma si vogliono cambiare le autorizzazioni dei cookie, bisogna cancellarli attraverso il browser, come indicato sotto, perché altrimenti quelli già installati non verranno rimossi. In particolare, si tenga presente che non è possibile in alcun modo controllare i cookie di terze parti, quindi se è già stato dato precedentemente il consenso, è necessario procedere alla cancellazione dei cookie attraverso il browser oppure chiedendo l'opt-out direttamente alle terze parti o tramite il sito http://www.youronlinechoices.com/it/le-tue-scelte Se vuoi saperne di più, puoi consultare i seguenti siti: • http://www.youronlinechoices.com/ • http://www.allaboutcookies.org/ • https://www.cookiechoices.org/ • http://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/3118884

Come disabilitare/cancellare i cookie mediante configurazione del browser

Chrome 1. Eseguire il Browser Chrome 2. Fare click sul menù presente nella barra degli strumenti del browser a fianco della finestra di inserimento url per la navigazione 3. Selezionare Impostazioni 4. Fare clic su Mostra Impostazioni Avanzate 5. Nella sezione “Privacy” fare clic su bottone “Impostazioni contenuti“ 6. Nella sezione “Cookie” è possibile modificare le seguenti impostazioni relative ai cookie: • Consentire il salvataggio dei dati in locale • Modificare i dati locali solo fino alla chiusura del browser • Impedire ai siti di impostare i cookie • Bloccare i cookie di terze parti e i dati dei siti • Gestire le eccezioni per alcuni siti internet •

Eliminare uno o tutti i cookie Mozilla Firefox 1. Eseguire il Browser Mozilla Firefox 2. Fare click sul menù presente nella barra degli strumenti del browser a fianco della finestra di inserimento url per la navigazione 3. Selezionare Opzioni 4. Selezionare il pannello Privacy 5. Fare clic su Mostra Impostazioni Avanzate 6. Nella sezione “Privacy” fare clic su bottone “Impostazioni contenuti“ 7. Nella sezione “Tracciamento” è possibile modificare le seguenti impostazioni relative ai cookie: • Richiedi ai siti di non effettuare alcun tracciamento • Comunica ai siti la disponibilità ad essere tracciato • Non comunicare alcuna preferenza relativa al tracciamento dei dati personali 8. Dalla sezione “Cronologia” è possibile: • Abilitando “Utilizza impostazioni personalizzate” selezionare di accettare i cookie di terze parti (sempre, dai siti più visitato o mai) e di conservarli per un periodo determinato (fino alla loro scadenza, alla chiusura di Firefox o di chiedere ogni volta) •

Rimuovere i singoli cookie immagazzinati. Internet Explorer 1. Eseguire il Browser Internet Explorer 2. Fare click sul pulsante Strumenti e scegliere Opzioni Internet 3. Fare click sulla scheda Privacy e, nella sezione Impostazioni, modificare il dispositivo di scorrimento in funzione dell’azione desiderata per i cookie: • Bloccare tutti i cookie • Consentire tutti i cookie • Selezionare i siti da cui ottenere cookie: spostare il cursore in una posizione intermedia in modo da non bloccare o consentire tutti i cookie, premere quindi su Siti, nella casella Indirizzo Sito Web inserire un sito internet e quindi premere su Blocca o Consenti.

Safari 1. Eseguire il Browser Safari 2. Fare click su Safari, selezionare Preferenze e premere su Privacy 3. Nella sezione Blocca Cookie specificare come Safari deve accettare i cookie dai siti internet. 4. Per visionare quali siti hanno immagazzinato i cookie cliccare su Dettagli Safari iOS (dispositivi mobile) 1. Eseguire il Browser Safari iOS 2. Tocca su Impostazioni e poi Safari 3. Tocca su Blocca Cookie e scegli tra le varie opzioni: “Mai”, “Di terze parti e inserzionisti” o “Sempre” 4. Per cancellare tutti i cookie immagazzinati da Safari, tocca su Impostazioni, poi su Safari e infine su Cancella Cookie e dati Opera 1. Eseguire il Browser Opera 2. Fare click sul Preferenze poi su Avanzate e infine su Cookie 3. Selezionare una delle seguenti opzioni: • Accetta tutti i cookie • Accetta i cookie solo dal sito che si visita: i cookie di terze parti e quelli che vengono inviati da un dominio diverso da quello che si sta visitando verranno rifiutati • Non accettare mai i cookie: tutti i cookie non verranno mai salvati.

|||

Come nasce il suono dell’anima: a conversazione con Evocante.


Esistono artisti che suonano, altri che cantano, altri che scrivono libri. E c’è chi fa questo tutto insieme e forse non gradisce nemmeno essere chiamato artista, ma lo è a tutti gli effetti.
Evocante, all’anagrafe Vincenzo Greco, è un artista in questo senso.  Capace di sfumare il confine tra vita e arte, tra ciò che è conosciuto e il mistero, le opere di Evocante – siano esse musica, testi da leggere o video – ci portano altrove e contemporaneamente nel profondo di noi stessi, con coraggio, grazia ed umiltà.



Prima di addentraci nel dialogo a cuore aperto che è questa intervista, raccontiamo un po’ di lui attraverso la sua biografia ufficiale: nato a Vibo Valentia e romano d’adozione, è nato artisticamente negli ultimi anni di attività del Folkstudio. Polistrumentista, ha poi fatto molta musica esclusivamente dal vivo, spesso con l’ausilio di filmati da lui stesso girati, nella forma del “videomusiracconto” (Solo cose belle del 2013, LiberAzione del 2015).
Nel 2018 ha pubblicato il docufilm, di cui è autore anche della colonna sonora, E ncificimu a facci tanta – Una reazione Vibonese, dedicato alla reazione sociale e sportiva dovuta a una ingiustizia politico-calcistica subita dalla squadra di calcio della sua città di nascita (Vibo Valentia). Dal 2022 ha deciso di pubblicare in forma ufficiale le sue canzoni. Del 2022, infatti, è il primo album pubblicato, Di questi tempi, di cui è in corso un remix; nel 2023 ha pubblicato l’album Fino a tardi. Viaggi sonori con Battiato, uscito contemporaneamente a un libro da lui scritto per le edizioni Arcana intitolato Battiato. Una ricostruzione sistematica. Percorsi di ascolto consapevole. L’album contiene un percorso musicale di rielaborazioni di alcuni brani di Battiato, con preferenza per quelli meno noti, e si chiude con un brano originale strumentale in cui si richiamano le sonorità orchestrali/elettroniche tipiche del periodo sperimentale degli anni 70, tenendo conto di tutto quello che nel frattempo è accaduto musicalmente.

A seguito della pubblicazione di questo doppio progetto, Vincenzo Greco ha fatto un giro di “presentazioni del libro in forma di concerto” impostate in modo da alternare la parte colloquiale con il pubblico e una parte musicale suonata dal vivo. Questi incontri si sono svolti in molte città italiane (tra cui Firenze, Roma, Lecce, Catania, Reggio Calabria ecc.) e in molti paesi, culminando in un concerto molto sentito e partecipato a Milo, luogo dove Battiato ha vissuto la seconda parte della sua vita. Del 2024 è l’album Siamo esseri emozionali, anticipato dai singoli Emozionale e Sette minuti di sogno, presentato dal vivo con un videomusiracconto dove il video non è di semplice accompagnamento, in quanto costituisce un vero e proprio terzo livello narrativo, oltre quello musicale e testuale. Ha poi scritto lo spettacolo teatrale musicale L’infinito fra le mani, rappresentato con due sold out l’11 e il 12 ottobre al Teatro Basilica di Roma, con la regia di Alessandro Di Murro e musiche, da lui riarrangiate, di Franco Battiato e qualcosa di suo originale. A ottobre scorso è anche uscito l’album “All’improvviso. Canzoni lievi”, di cui si è parlato molto bene nelle riviste di settore, con critiche molto positive tutte concordi nel ritenere questo disco un punto importante per la riaffermazione della canzone d’autore. L’ultima pubblicazione musicale è del 18 aprile, ed è un disco tutto strumentale, molto vicino alla musica classica e alle colonne sonore, A quiet day, dallo stesso Greco definito “una colonna sonora dove il film, che non c’è, se lo fa ogni ascoltatore nella sua personale percezione e fantasia”. Aggiungiamo che nella sua “vita ordinaria” è un professore di materie giuridiche all’Università LUISS di Roma e che la passione per le arti lo accompagna fin da bambino.


Vincenzo, grazie per il tuo tempo, come stai?
«La domanda è molto impegnativa».

Esattamente, per questo ho scelto di iniziare così.
«Impegnativa perché se presa seriamente, non so se basta questo spazio per poter rispondere.
Il punto è che spesso la si fa tanto per convenevole, per rompere il ghiaccio, una di quelle affermazioni a risposta scontata. E allora proprio per questo spesso mi diverto con qualche amico a elencare i vari modi in cui si risponde a questa domanda, da “tiriamo avanti” a “non c’è male” a “hai una domanda di riserva?”. Tanto per non dire un “bene” che sarebbe troppo oneroso, come lo sarebbe il rispondere “male”.
Una volta ho addirittura scritto un piccolo racconto in cui, a seguito di questa domanda fatta al telefono per una chiamata di lavoro, ne consegue una risposta talmente esistenziale da indurre l’interlocutore a terminare la telefonata, mentre l’altro continua a rispondere sul come sta.
Detto questo, bene, grazie (sorride) ».

Vivi a Roma da molti anni, cosa provi per la tua Calabria?
«È il mio luogo, nel senso originario di positum, ovvero posto, dove sono stato collocato, indipendentemente da dove poi io vivo. Quindi, è il mio luogo non solo di nascita ma anche di consonanza, cioè dove sto bene, proprio come certe note, o certe rime, sono consonanti, quindi stanno bene, in una armonia musicale o in un verso poetico. E infatti io lì sto così bene che quasi tutti i miei progetti artistici sono nati lì, in particolare a Pizzo, dove ho una casa dalla quale si vede una bella distesa di mare e cielo.
E dove ho la necessità, ormai anche fisica oltre che spirituale, di tornare, come canto in una mia canzone, Questione di colori».

Magnifico, ma leggiamo nel tono un po’ di rammarico oltre che di entusiasmo.
«Hai colto bene. Un mio dispiacere è che questo forte trasporto che ho e che riporto in tante mie produzioni artistiche  - compreso lo spettacolo teatrale e anche il recente A quiet day, un disco strumentale dove si racconta il percorso del sole e un tramonto che pare essere proprio quello che vivo a Pizzo - non sia mai stato riconosciuto, per esempio dalle amministrazioni, che avrebbero potuto sfruttare questa mia produzione, come invece è avvenuto in molte realtà, a partire da Milo, dove abitava Battiato e dove sono praticamente di casa. Ma si sa, nessuno è profeta in patria».


Quindi hai uno studio sia a Roma che a Pizzo.
Cosa ti dà di speciale ognuno di questi luoghi mentre componi e scrivi?
«I colori di Pizzo consentono al mio cuore e alla mia mente di aprirsi. Questa apertura per me è fondamentale perché finisce ogni pessimismo e ogni pesantezza che purtroppo la vita metropolitana mi dà. Quel meraviglioso comporsi del blu intensissimo del mare e del cielo con il rosso, poi giallo e poi viola del sole per me sono una carezza divina a seguito della quale tutto si fa più chiaro. Così chiaro da riuscire, anche in pochi secondi, a vedere tutto lo sviluppo di un progetto.

A Roma continuo poi a mettere in pratica la scintilla avvenuta, compiendo un lavoro molto complesso di arrangiamento, ricerca di sonorità, preproduzioni, registrazioni ecc.. Ma né la città di Roma né lo studio romano dove lavoro, di loro, mi evocano nulla di paragonabile. Tutto nasce in Calabria».



Quando? Quando nascono la passione per la scrittura e per la musica, come le hai coltivate?
«Nascono molto presto. Le prime melodie musicali le ho scritte in prima media: ricordo che l’insegnante di musica, divertita dal fatto di avere un alunno compositore, poi le faceva suonare a tutta la classe, con un certo mio imbarazzo. Invece già alle elementari avevo costruito il mio giornalino personale, dove scrivevo chissà cosa».

E poi?
«Poi la passione musicale l’ho coltivata purtroppo solo privatamente, senza darle uno sbocco di studio serio. Ho pochissimi rimpianti, ma grande è quello di non aver fatto il Conservatorio.
Solo da pochi anni ho deciso di pubblicare ufficialmente le mie creazioni, e infatti sono nati uno di seguito all’altro cinque dischi, tutti molto diversi, frutto delle mie diverse esperienze sonore, non essendo catalogabile in un solo genere. Mentre la passione per la scrittura mi ha portato anche ad avere la possibilità di fare il giornalista, ma per come sono fatto io ho subito capito che non poteva essere quella la mia strada, almeno in Italia, non essendo molto capace di mentire e di scrivere le cose che “serve” scrivere in quel momento, all’editore, al politico che ti fa avere il posto, al potente di turno insomma.
E infatti ho applicato questa capacità – che riconosco essere quella più spontanea, velocissima e incisiva – ai libri, dove sono libero di scrivere quello che voglio, senza problemi di referenti, di pubblico e di riscontri».

Da poco è uscito il tuo libro “Il tempo moderno e i suoi inganni. Riflessioni critiche nella musica: Ferretti, De André, Battiato, Waters”, quale è stata la sua genesi?
«Ecco, questo libro è proprio un esempio di come certe cose si possano scrivere solo essendo liberi, mentalmente e professionalmente. In questo libro studio dove ci ha portato quello che chiamo il consumismo ipercapitalista, che è la forma economica in cui il tempo moderno si è definitivamente affermato nelle nostre vite.

Ora, la strada era tra scegliere di fare un pistolotto socio-filosofico, che copiasse un po’ un testo che andava molto di moda anni fa come “L’uomo a una dimensione” di Marcuse, oppure scrivere le mie riflessioni in una forma più leggera e comprensibile per tutti, facendomi guidare in questo percorso da quattro artisti che, nella musica, ciascuno dal suo punto di osservazione, molto diverso uno dall’altro, ha scritto cose importanti e in qualche caso anche preveggenti.

Ma l’autore che più tiene tutto è Pier Paolo Pasolini, che ogni tanto cito, che nella critica alla società dei consumi aveva capito tutto quello che stava accadendo e sarebbe accaduto. Questo libro, come il mio prossimo disco, che è sullo stesso tema, è dedicato a lui».

Sai già cosa ci donerai artisticamente nel prossimo futuro?
«Sto lavorando al rifacimento e ampliamento del mio primo disco, che si intitolava Di questi tempi, e infatti credo che questo nuovo disco si intitolerà Ancora di questi tempi. Quel disco, che per me è stato l’esordio ufficiale, contiene alcune ingenuità tipiche degli esordi e un mix che non mi convince. E quindi, invece che proporre una versione remixata, ho deciso di rifare gli arrangiamenti dei cinque brani a tema, registrandoli tutto da capo, e aggiungere altri cinque brani sempre sullo stesso tema. Sarà un concept disc totale, insomma, mentre il primo lo era solo parzialmente.
Poi ho altro in mente, ma è veramente troppo presto per parlarne. Ogni cosa a suo tempo».

Molto interessante, e come ti vedi invece tra dieci anni, sempre artisticamente parlando?
«Non sono cose prevedibili, perché il percorso artistico segue strade strane, dove influisce anche quello che accade nella vita. Ora come ora, direi che mi vedo andare sempre più verso un percorso di ricerca e di chiarificazione interiore».

 

 

 



Tutto ciò, la tua arte, entra nel tuo ruolo di docente all’università?
«Sono due attività molto diverse ma accomunate dallo stesso scopo: la consapevolezza.
Esigenza che innanzitutto rivolgo a me stesso, cercando di essere sempre consapevole in ciò che dico, che faccio, che suono ecc.. L’ho scritto anche nella mia pagina di presentazione alla LUISS che la mia ambizione è contribuire, con le mie lezioni, a creare giuristi consapevoli. La stessa cosa avviene quando scrivo musiche o libri, sperando di rivolgermi a una platea consapevole».

In che modo?
«È lunga da spiegare, ma in poche parole per consapevolezza intendo il rendersi conto di dove si è, sapere dove ci si trova, essere coscienti di quello che si fa, di tutte le conseguenze che possono derivare, per sé stessi e per gli altri. Non fare o dire cose a caso, tanto per dare un segno di presenza, ma con consapevolezza. È anche per questo che amo molto il silenzio, e chi lo pratica, perché molte volte il silenzio non è l’ammissione di una diminutio o di una impreparazione, un non saper cosa dire; il silenzio spesso è lasciar scorrere, lasciar fare a tutto quello che non è parola. Ed è un segno di piena consapevolezza, molto più del parlare a vanvera solo perché non si riesce a stare zitti».


A proposito di consapevolezza: “Battiato. Una ricostruzione sistematica. Percorsi di ascolto consapevole” è il libro col quale ti ho conosciuto. Scriverlo è stata più un’analisi critica o una forma di meditazione?
«Ho iniziato a scrivere questo libro con l’intenzione di fare un’analisi critica, o meglio una sistemazione ordinata del percorso artistico di Battiato e mi sa tanto che si è risolto in una forma di meditazione. E di questo sono molto contento, perché per me scrivere questo libro, alla fine, è stata una esperienza di tipo anche spirituale. Non a caso l’ho scritto in gran parte a Pizzo, e in piccola parte anche a Milo, dove Battiato viveva».

E in che rapporti sei con Stefano Pio - figlio del noto Giusto Pio che ha affiancato Battiato per oltre venti anni – che ha scritto la prefazione del tuo libro?
«Molto buoni e complici. Ci siamo conosciuti proprio a Milo, dove ho assistito a un suo concerto.
E da lì è nata una consonanza in quanto entrambi ricerchiamo il linguaggio della Verità. Lui è molto impegnato nel ribadire l’importanza del padre nel percorso artistico di Battiato: Giusto Pio è stato un coautore e non solo un arrangiatore delle parti orchestrali. Purtroppo la sua figura è stata completamente omessa nei vari documentari dedicati a Battiato, e anche in molti libri. Io a lui e a Manlio Sgalambro, autore dei testi da metà anni novanta in poi, ho voluto dedicare un capitolo, intitolato Sodalizi».

Vuoi raccontarci altro su Stefano Pio?
«Ultimamente, proprio su un post social dove c’era la mia versione de Il Re del mondo (n.d.r. pezzo di Battiato presente nell’album del 1979 L’era del cinghiale bianco, che a sua volta riprende il titolo di un libro del filosofo René Guénon del 1927) rappresentata nello spettacolo teatrale dello scorso ottobre, Stefano ha scritto un commento molto bello “bellissima, prima o poi dobbiamo fare qualcosa insieme”. Sarebbe effettivamente molto bello fare incontrare i nostri due mondi, il suo di stampo classico e fedele agli originali, il mio di stampo elettronico, ma con grande apertura al classico, e tendente a personalizzare gli arrangiamenti. Potrebbe uscirne fuori o una gran litigata o, come sono più propenso a credere, una cosa interessante e stimolante».

La ricostruzione sistematica che fai di Battiato rappresenta parte del sistema Battiato o il tuo personale sistema nel comprendere Battiato?
«Guarda, sarei già in difficoltà a rispondere alla domanda se la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio, immagina a questa. (risata)
Se ti dicessi che nel sistema Battiato c’è la mia ricostruzione sarei un presuntuoso, e io ho tenuto ad approcciarmi a lui con la giusta umiltà, unita però alla consapevolezza, concetto che ritorna inevitabilmente, di scrivere cose importanti e in gran parte nuove. Sono consapevole, infatti, di avere scritto il primo libro di interpretazione, o meglio dire ermeneutica, sul percorso artistico di Battiato.
Mi si potrebbe dire che Battiato è chiaro, non ha bisogno che qualcuno lo spieghi. E io risponderei che la comunicazione non è mai univoca, persino uno sguardo può essere variamente interpretato. Per questo tengo a che continuino i libri di interpretazione su di lui, mentre vedo che invece continuano le biografie e libri che non aggiungono nulla. Battiato merita considerazioni ermeneutiche degne dei migliori compositori.

Una cosa te le dico con certezza, a proposito del personale sistema, perché fa parte delle regole ermeneutiche: l’interprete deve approcciarsi in modo non personale, e quindi non ricostruire il messaggio soggettivo dell’autore, anche se ha una sua importanza, ma quello oggettivo. Davanti a un’opera di Mozart mica ci mettiamo in contatto mediatico con lui e gli diciamo cosa volesse dire. Non lo facciamo neppure con gli autori viventi: mica andiamo da un poeta a chiedergli cosa con quella poesia appena pubblicata vuole dire. Allo stesso modo, non ci mettiamo del personale, non facciamo dire all’autore quello che noi vorremmo dicesse o quello che vorremmo dire noi se fossimo autori. Ovviamente, è una regola tendenziale, perché un certo margine di soggettività c’è sempre nell’interpretazione».

Puoi dirci cosa rappresenta Battiato per te?
«Un Maestro. Lui rifuggiva da questa definizione, ma è stato un vero Maestro. Di apertura, di curiosità, di sperimentazione, di unione di linguaggi artistici tra loro, e persino di linguaggi parlati, alcune sue canzoni sono scritte in più lingue».

Hai avuto modo di seguirlo nei suoi concerti o addirittura di incontrarlo?
«L’ho seguito in ogni sua avventura, compresi i film, le opere liriche, le messe, i concerti più sperimentali. Ricordo che una volta era in programma la sua Messa Arcaica in una chiesa di Roma e arrivai molto presto. Non c’erano biglietti di ingresso. Io entrai e c’erano solo lui e i musicisti a provare. Ero molto imbarazzato, avevo poco più di 20 anni, e lui mi tirò fuori dall’imbarazzo chiedendomi se si sentiva bene. Risposta della quale evidentemente non necessitava, considerata la mole di tecnici e fonici professionisti lì disponibili.
Di quella Messa ho un ricordo bellissimo, anche perché fu la sua opera più matura nel rapporto con l’Assoluto».


In che termini ti riferisci all’Assoluto?
«Cerco di spiegarlo con un esempio: quando io suono, soprattutto il pianoforte, e faccio i miei giochi con le risonanze oppure quando faccio un arrangiamento di archi, o sento degli archi, soprattutto in un pezzo classico, ho proprio la netta sensazione che quello sia il linguaggio dell’Assoluto, il linguaggio di Dio possiamo dire. Mi fa percepire degli stati d’animo che possiamo anche definire “stati di gioia”, sempre per citare Battiato, che sono quelli che io mi auguro di trovare dopo, dopo la vita terrena.

A complicare le cose sta il fatto che la musica ha anche una forte componente matematica, perché bisogna stare nelle battute, una nota deve durare un certo valore, occorre rispettare delle proporzioni e delle regole matematiche. La matematica è una struttura che consente alla musica stessa di potersi esprimere, ma c’è anche dell’altro.

E, nonostante il mio pessimo rapporto con la matematica, devo dire che anche la matematica è un linguaggio con il quale si esprime l’Assoluto. Soprattutto quando ti fa misurare con il concetto di infinito, che è al centro del mio spettacolo teatrale sin dal titolo (n.d.r. L’infinito fra le mani).

Insomma, dietro la musica, e dietro le sue regole matematiche, c’è dell’altro. Oggi proprio l’unione di filosofia, in quanto logica, e matematica è alla base degli studi sull’intelligenza artificiale. Io credo che però dovremmo un pochino fermarci nella scoperta di questo altro». 

Indaghiamo quest’altro?
«Altro nel senso che la dimensione in cui ti portano certi passaggi e le emozioni che proviamo ascoltando una serie di note in successione, portano con sé un mistero. Mistero che io reputo vada assolutamente custodito e protetto, nel senso di non violato, in musica come in matematica, per non parlare delle applicazioni di intelligenza artificiale, soprattutto quelle nel campo della creatività, contro le quali mi scaglio nel mio libro appena uscito».

Proprio come nel tuo libro su Battiato in cui è evidente una lucida ricostruzione sistematica, dunque matematica, che però lascia spazio anche al mistero sulla persona e sull’artista.
«Sì, ho interpretato il percorso artistico di Battiato partendo dalla premessa che abbia creato un sistema, in quanto di questo possiede le caratteristiche principali della coerenza e della completezza. Vedo, infatti, in quei fantastici primi 50 anni di carriera un discorso che si apre con la nascita (Fetus del 1972) e si chiude con la morte (Apriti sesamo del 2012), considerata non come fine di tutto, ma come passaggio ad altra dimensione (Torneremo ancora del 2019 è l’ultimo album di Franco Battiato).
E in mezzo la vita, dalla gran vitalità dei pezzi pop più divertenti alla riflessione mistica dei brani spirituali, con incursioni in tanti altri territori, proprio come si fa nella vita, in cui si passa da una esperienza all’altra».

Quindi per tornare al concetto di sistema?
«Il concetto di sistema, come lo intendo io, è aperto: l’arte di Battiato non è un sistema chiuso, e qui si può inserire il discorso sul mistero, sia della persona che dell’artista. Battiato effettivamente ha avuto un lato misterioso, non nel senso di sconosciuto o tenuto nascosto, ma di non facilmente inaccessibile. Ne parlo molto nell’ultimo capitolo, in cui arrivo ad una conclusione che non posso qui sintetizzare, altrimenti sarei preso per folle, ma che mi sono sentito di fare proprio sulla base di una serie di considerazioni che ho svolto nel modo più misurato possibile. Certe volte, e questo lo sto condividendo ora non avendone parlato neppure nel libro, ho la sensazione che Battiato sia entrato in contatto con altre dimensioni, magari in uno dei suoi viaggi astrali, ma se ne è guardato bene dal parlarne in pubblico, proprio per non essere preso per strambo, sebbene chi lo conosce sappia quanto fosse più consapevole di tutti noi. Consapevole di sé, delle dinamiche del mondo, della vita. Un timore reale comunque, pregno di consapevolezza su chi fosse e in che posizione o contesto era, per questo talvolta diceva:“Di questo meglio non parlare, non verrei capito…”. Che non era eludere la domanda o sbandierare una risposta “oltre”, ma pura espressione di una profonda onestà intellettuale».


Capisco, concordo. Tornando al tuo ultimo libro, quali sono gli inganni del tempo moderno cui ti riferisci.
«Io noto che siamo stati tutti parecchio ingannati: la felicità promessa non è arrivata. Anzi, con l’avanzare della tecnologia, dal digitale all’intelligenza artificiale, stiamo cedendo sempre più diritti in cambio di comodità. Ora ci fa tutto l’algoritmo, dal ricordare allo scegliere. Arriverà un momento in cui anche fatti storici importanti saranno completamente dimenticati perché non compresi negli algoritmi. Noi crediamo di essere protagonisti e di poter scegliere».

 

 

 

 



E invece?

«Invece sceglie qualcun altro per noi. E questo perché abbiamo, inconsapevolmente, ceduto alla tentazione di avere tutto più comodo, come effettivamente lo è: quante cose fa lo smartphone per noi?
Il punto è che, così, abbiamo ceduto anche diritti - dalla riservatezza alla privacy all’oblio al diritto ad essere lasciati in pace – e doveri, come quello della memoria. Il tempo moderno ci ha portato fretta e ansia in una corsa insensata che a un certo punto diventa fine a sé stessa. In una mia canzone, Non c’è più tempo, io stesso scrivo: “mi batte forte il cuore ma non so più perché”. L’ipercapitalismo ha accelerato tutto nel nome dell’iperconsumo. Questo ha anche prodotto un aumento della sete di potere e di denaro.
E non a caso si ritorna, con una disinvoltura che io trovo agghiacciante, a parlare di guerra dentro l’Europa, mentre prima eravamo riusciti a tenerla almeno ai confini».

Andiamo a fondo, quale sarà il prossimo passo a tuo avviso?
«E il prossimo passo sarà la sostituzione della natura umana con quella artificiale. Ovviamente saranno tutti passi che avverranno con una certa gradualità, così che noi non ce ne accorgeremo, e quando lo faremo sarà troppo tardi per tornare indietro. È avvenuto così anche con gli smartphone: avremmo mai immaginato che quegli schermi di pochi centimetri quadrati avrebbero sostituito lo sguardo a 360 gradi che abbiamo sul mondo? Il mondo ora lo vediamo attraverso quegli schermi, ma non è la realtà, ma solo una sua rappresentazione, se non addirittura una sua copiatura, fatta pure male. Avremmo mai immaginato che quegli aggeggini avrebbero consentito un controllo pressoché totale, che va dal lavoro - le chat lavorative impongono un esserci sempre - alle relazioni personali - si può chiedere la prova di dove una persona dice di stare».

Cosa accomuna i quattro protagonisti Ferretti, De André, Battiato, Waters?
«Li ho scelti proprio perché sono molto diversi, come fossero quattro punti cardinali.
Ma un filo comune li lega, a mio parere, e sta nell’osservazione critica di quel che accade davanti i nostri occhi. Con conseguenze diverse, come sono diversi i temperamenti dei quattro. Ma l’approccio critico è lo stesso e, direi, pure una tensione civile che gli ha permesso di farsi domande poi tramutate in risposte artistiche».

Che ruolo ha o può avere la musica nello sviluppo di un pensiero critico- costruttivo dei tempi moderni?

«Enorme. Innanzitutto perché, parlando un linguaggio immateriale, ci astrae da quella corsa alla mera materialità di cui è infestato il tempo moderno, basato tutto sulla relazione uomo-cose e sul possesso di beni materiali e denaro. Ci apre una dimensione immateriale, che poi può anche essere un viatico per quella spirituale, che il tempo moderno ha combattuto, appiattendo tutto e negando il silenzio, riempiendo tutto di rumori, e il vuoto, riempiendo tutti gli spazi con una logica ammassante. E quanto aveva ragione il ragazzo della via Gluck! Silenzio e vuoto sono le grandi vittime del tempo moderno.
La musica, o meglio la musica alta, non certo quella che ora passa per radio e nelle classifiche mainstream, paradossalmente, può rimetterci in contatto con queste due realtà, perché può aiutarci a fare silenzio e a creare un “vuoto pieno”. Ci può aiutare a disintossicarci dei rumori e delle cose inutili ammassate tanto per dare l’idea di pienezza, mentre in realtà è solo cianfrusaglia».

E che ruolo ha nella tua vita personale e di compositore?

«La musica mi mette in contatto diretto con l’Assoluto. Mi capita molto quando la ascolto ma anche quando la creo. Anche la parola e le immagini possono avere questo potere, ma la musica lo ha più immediato».

In che modo?
«Mi fa entrare in un'altra dimensione, e mi dà fiducia che la dimensione che vivremo dopo la morte possa essere qualcosa di molto simile, magari molto più bella e compiuta, di quella che vivo ascoltando una certa musica o producendo io stesso certi suoni, soprattutto le risonanze. Che non a caso sono il prolungamento di note, lo sdoppiamento di una nota: ecco, io spesso mi interrogo su cosa c’è oltre, avendo questa necessità di infinito, anche visiva, mi crea disagio e tristezza avere case davanti, per esempio, o stare in posti non si vede il sole. La risonanza rappresenta questa estensione: andare oltre la singola nota. È un’esperienza che si può facilmente notare suonando note lunghe su un pianoforte acustico o lavorando sui riverberi, cosa che io faccio molto nelle mie produzioni».


Quale strumento vorresti suonare che ancora non suoni e perché?
Una mia amica mi ha prestato il suo violino dicendo che avrei dovuto provare a suonarlo. Ma così, senza nessuna lezione. Ovviamente non ci sono riuscito, sono uscite note strazianti. Ma ancora di più mi piacerebbe suonare il violoncello, anche per proseguire una tradizione familiare, avendo avuto una antenata violoncellista, oltre tanti pianisti, compositori e direttori d’orchestra ai quali mi sento collegato, anche non avendoli mai conosciuti».

Quale augurio fai a se stesso?
«Spero di continuare a ricercare la Verità. E di parlare sempre più il linguaggio della Verità. Ma mi auguro anche che questa chiarificazione interiore, questo non sopportare le falsità e le ipocrisie, per le quali ho una allergia sempre più crescente, non mi crei problemi di rapporti con gli altri.
E proprio perché è sempre più forte in me la tentazione di dirgli in faccia quello che penso, mi auguro di avere sempre meno a che fare con i personaggi inutili, con quelli tutti presi dalla glorificazione di sé stessi, della loro persona e della loro carriera. Persone sempre pronte a prendere in giro, a illudere e quindi poi deludere.
E di avere invece sempre più a che fare con i ricercatori di Verità dai quali avrei ancora tantissimo da imparare, in particolare, proprio come si augurava Pasolini, dalle persone più semplici e da quelle con una cultura vastissima. Le persone di mezzo, quelle tipicamente borghesi, diceva lui, sono tutte corrotte. La penso anche io così, li vedo affogare nel perbenismo, nella banalità e nella noia».

Infine con quale augurio ai nostri lettori vogliamo salutarci?

«Lo stesso. Auguro a tutti di essere colti sulla via della Verità, di far cadere ogni velo di inutile e ridicola falsità, di entrare in contatto con il proprio seme di infinito e di farlo navigare nel mistero che ci circonda. Auguro a tutti che, mentre parlano con qualcuno, non debbano pensare tra sé e sé “ma starò fingendo bene?” o “è meglio che io non dica quello che penso”. Auguro a tutti di praticare la Verità e di ricevere Verità.

Questo significa abbandonare i fingimenti ma anche le cose che si dicono tanto per, le banalità, i discorsi sul tempo che fa o sull’ultima moda: auguro di fare discorsi molto più interessanti, di parlare di cosa ci circonda e del destino a noi riservato, senza fare scongiuri o confinare queste cose nel campo dei discorsi pesanti. Perché certe cose si possono dire anche in modo semplice e persino divertente. Auguro insomma di riappropriarsi di quell’elemento spirituale, che non costa nulla e che abbiamo tutti, che la frenesia dell’istante ha cancellato nel nome di una legge di mercato tutta improntata sul consumo e sull’istantanea quanto effimera soddisfazione».

Grazie, di cuore.
«A te»

 

Brunella Giacobbe

Redazione Nerospinto

Sito web: www.nerospinto.it Email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Partner

 

 

Direttore Responsabile
INDIRA FASSIONI

Se vuoi scriverle: direttore@nerospinto.it