CinemAmbiente 2026, il pianeta è la vera star
by Alessandro Infortuna ⁄ 26 Mag 2026Nemmeno la Mole Antonelliana, che si erge proprio davanti al Cinema Massimo, sembra poter proteggere Torino dal caldo insolito di fine maggio. I 36 gradi delle 9.30 del mattino, fuori dal cinema, sembrano già dire molto prima ancora che inizi la conferenza stampa di CinemAmbiente 2026. Il caldo è appiccicato addosso, difficile da ignorare. E forse è proprio da lì che conviene partire: dall’ambiente non come tema lontano, ma come qualcosa che entra nella giornata prima ancora delle parole.
Dentro, nella Sala Tre, intitolata a Mario Soldati (giornalista, saggista e scrittore torinese), il tono è quello delle grandi occasioni: posti pieni, interventi istituzionali, programma alla mano e l’impressione che questa 29ª edizione arrivi in un momento in cui parlare di ambiente non sia più una scelta di campo, ma una necessità. Il Festival CinemAmbiente tornerà a Torino dal 3 al 7 giugno, con il Cinema Massimo come centro principale di una manifestazione che da quasi trent’anni prova a raccontare il rapporto tra esseri umani, natura, crisi climatica e modelli di sviluppo.
Ad accogliere la sala sono Carlo Chatrian, direttore del Museo Nazionale del Cinema, e Lia Furxhi, direttrice artistica del festival. Ad aprire gli interventi è Enzo Ghigo, presidente del Museo Nazionale del Cinema, seguito dalle parole dell’assessora Chiara Foglietta, assessora alla Transizione ecologica e digitale del comune. Il riferimento è al 2030, l’anno fissato dall’Agenda ONU per gli obiettivi di sviluppo sostenibile: una scadenza che, nelle parole dell’assessora, non può restare un’etichetta da convegno, ma deve misurarsi con trasporti, consumi, energia, aria, rifiuti e abitudini quotidiane.
Il problema, viene ricordato durante la conferenza, non è più una preoccupazione generica. È un allarme reale, concreto, già presente nella vita delle città. Anche Domenico Garcea, vicepresidente vicario del Consiglio comunale di Torino, sottolinea il ruolo del festival come spazio di confronto: una collaborazione che usa il cinema per aprire discussioni che spesso restano chiuse nei report, nei dati o nelle polemiche politiche.
Matteo Marnati, assessore regionale all’Ambiente, insiste invece sul peso storico della manifestazione. Parlare di ambiente da ventinove anni significa aver intuito con largo anticipo una questione che oggi è diventata centrale. Lo dimostra, ricorda, anche il fatto che negli ultimi anni le risorse dedicate all’ambiente siano cresciute, segno di una priorità ormai sempre più evidente nelle politiche pubbliche.

Un festival senza red carpet: la star è la Terra
Chatrian la mette così: in un festival come CinemAmbiente le star non sono quelle del tappeto rosso. La “star”, semmai, è il pianeta. E la difficoltà sta tutta lì: far sì che l’ambiente non resti fondale o pretesto, ma diventi davvero il centro della storia.
La 29ª edizione proporrà 69 film provenienti da 30 Paesi, tra concorsi, sezioni speciali, documentari internazionali, cortometraggi e produzioni italiane. In gara ci saranno 8 lungometraggi documentari, 17 cortometraggi e 23 titoli nella sezione Made in Italy, di cui 4 in anteprima nazionale.
Prima dell’apertura ufficiale, il 28 maggio, il festival ospiterà Michel Gondry, che riceverà la Stella della Mole Green e premierà gli studenti vincitori della settima edizione di CinemAmbiente Junior, presentando anche il suo film Maya – Dammi un titolo. Un appuntamento che tiene insieme cinema, immaginazione e formazione, confermando l’attenzione del festival verso le nuove generazioni.

Lia Furxhi presenta il Festival alla platea del cinema Massimo
Dalla Groenlandia alla terra da rigenerare
L’apertura ufficiale, mercoledì 3 giugno, sarà affidata a Den store Grønlandsfilm — Il grande film della Groenlandia — film muto del 1922 dedicato alla vita degli Inuit. La versione restaurata sarà accompagnata dalla sonorizzazione dal vivo della band inuit Inuk. Una scelta non casuale: la Groenlandia diventa immagine simbolica dello scioglimento dei ghiacciai, ma anche luogo attraversato da tensioni climatiche, culturali e geopolitiche.
La chiusura, domenica 7 giugno, sarà invece affidata all’anteprima italiana di Groundswell, ultimo capitolo della trilogia dedicata all’agricoltura rigenerativa firmata dai registi statunitensi Josh e Rebecca Tickell.
L’effetto è chiaro: si parte dal ghiaccio che si scioglie e si arriva alla terra da rigenerare. Due estremi, ma la stessa domanda sullo sfondo: come si abita un pianeta che cambia?
Furxhi entra poi nel dettaglio del programma, tra premi, sezioni e focus tematici. Accanto ai riconoscimenti ufficiali, tra cui il Premio Gaetano Capizzi, il Premio SMAT e i premi dedicati ai documentari internazionali, trovano spazio il Premio del pubblico, Ambiente e Società, Casacomune, Slow Food e il nuovo premio Piemonte Parchi.
Il riferimento a Slow Food porta inevitabilmente con sé il ricordo di Carlo Petrini, scomparso da pochi giorni, e del suo modo di tenere insieme cibo, territorio, ambiente e politica.
Risorse, clima e nuove forme di attivismo
Tra i focus principali dell’edizione spicca quello sull’ipersfruttamento delle risorse, dal consumo di suolo all’estrazione mineraria. In questo percorso si inserisce anche la presenza del filosofo Kohei Saito, noto per la sua riflessione sull’ecosocialismo e sulla critica al modello della crescita infinita.
C’è poi il tema della fatica emotiva davanti alla crisi climatica: sapere, leggere dati, vedere immagini, e allo stesso tempo non sapere bene che cosa farne. Da qui il focus sui climatologi, sull’attivismo e su quella linea sottile tra ansia e azione. In questo contesto si inserisce anche la presenza di Luca Mercalli, chiamato a fare il punto sulla situazione climatica, insieme a Cristina Caimotto.
Il festival celebrerà inoltre i 60 anni del WWF Italia con la proiezione del documentario dedicato a Fulco Pratesi, Nel nome della Natura, omaggio a uno dei pionieri dell’ambientalismo italiano.
L’acqua come ferita e come racconto
A presentare le sezioni competitive è Eugenia Gallianone, che individua un filo rosso tra documentari, cortometraggi e Made in Italy. Nei documentari internazionali la denuncia passa spesso attraverso una chiave più intima, meno frontale, più vicina alle vite delle persone. Protagonista ricorrente è l’acqua: dalla siccità allo scioglimento dei ghiacciai, dai territori fragili alle comunità costrette a ridefinire il proprio rapporto con l’ambiente.
Tra i titoli citati emerge Time and Water, in cui la memoria personale si intreccia con la scomparsa dei ghiacciai. Il tema dell’acqua attraversa anche altre sezioni, diventando non solo elemento naturale, ma lente attraverso cui osservare perdita, trasformazione, precarietà.
Nei cortometraggi, invece, la crisi climatica sembra ormai non essere più soltanto il tema da raccontare, ma il punto di partenza. Il cinema breve si muove dal micro al macro, dalla storia quotidiana alla distopia, mostrando un futuro che non appare più così lontano.
Il Made in Italy guarda invece all’Italia dei territori fragili: luoghi esposti, marginali, spesso feriti, ma non per questo immobili. Film come Le voci dell’acqua, La mia preghiera al mare e Averno raccontano ambienti vulnerabili, precarietà sociali ed esistenziali, comunità sospese tra perdita e possibilità.
CinemAmbiente fuori dalla sala
CinemAmbiente non resterà chiuso dentro il Cinema Massimo. Durante la settimana sono previsti due villaggi attorno alla sala. Il primo, il 5 giugno, in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente, coinvolgerà studenti e studentesse degli atenei torinesi, chiamati a raccontare nei banchetti e nelle attività pubbliche i progetti di ricerca legati alla sostenibilità sociale e ambientale.
Il secondo villaggio sarà realizzato in collaborazione con i parchi piemontesi, che presenteranno le proprie realtà attraverso gazebo e momenti di divulgazione. A chiudere il percorso sarà anche il cineforum del Politecnico di Torino, con la proiezione di un film dedicato ai progetti di cinque giovani sulla sostenibilità.
È uno dei punti su cui il festival insiste di più: non fermarsi alla diagnosi del disastro, ma cercare anche chi sta provando, in piccolo o in grande, a fare qualcosa.
Dagli interventi degli sponsor emerge lo stesso richiamo alla concretezza. Per AMIAT, la gestione dei rifiuti resta un tema “di pancia”, vicino alla vita quotidiana delle persone, ma in un contesto come CinemAmbiente può essere affrontato anche attraverso la bellezza e l’attenzione del racconto cinematografico. SMAT, con Catia Venturi, richiama invece il ruolo delle infrastrutture, citando il collettore mediano come opera fondamentale per collegare la zona sud e la zona nord, e ricorda come anche i gesti quotidiani possano contribuire alla tutela del pianeta.
Uscendo dal Cinema Massimo, il caldo è ancora lì. Non serve forzare troppo la metafora: basta sentirlo addosso. Forse è anche questo il punto da cui riparte CinemAmbiente 2026: non parlare dell’ambiente come di qualcosa che riguarda soltanto il futuro, ma come di una materia già presente, quotidiana, fisica.
