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In tanti tirano le somme alla fine dell'anno. Molti cercano di capire chi è stato il migliore e quali andranno poi a seguire; l'elenco di una possibile classifica può essere generale al massimo, divisa per genere oppure con la sfida classica tra Italia e resto del Mondo. Io non voglio creare nessun podio (i titoli saranno in ordine alfabetico e vogliono essere solo dei consigli sinceri) o fomentare sfide internazionali ma separo comunque gli italiani da tutti gli altri (in due liste da dieci) perchè ci sarà chi avrà pensato: non esiste più niente di nuovo, di alternativo o di valido nel bel Paese. Vediamo allora.
Per il resto, buona 'scoperta' e mi raccomando, non fermatevi solo sugli hype del momento.
Italia:
Dargen D'Amico – Nostalgia Istantanea (Giada Mesi)
Diaframma – Niente di Serio (Self Released)
Drink to Me – S (Unhip Records)
Father Murphy – Anyway Your Children Will Deny It (Aagoo Records)
Iori's Eyes – Double soul (La Tempesta International)
La Morte – s/t (Corpoc / Anemic Dracula)
Melampus – Ode Road (Locomotiv Records)
Santo Barbaro – Navi (Cosabeat)
Sycamore Age – s/t (Santeria)
Xabier Irriondo – Irrintzi (Phonometak Labs)
Mondo:
Beak> - Beak>> (Invada)
Fiona Apple - The Idler Wheel... (Epic)
Goat - World Music (Rocket)
Godspeed You! Black Emperor – Allelujah! - Don't Bend - Ascend (Constellation)
Jherek Bischoff – Composed (Leaf)
Melody's Echo Chamber – s/t (Fat Possum)
Rue Royale – Guide to an Escape (Sinnbus)
Scott Walker - Bish Bosch (4AD)
Swans - The Seer (Young God)
Ty Segall – Twins (Drag City)
Andrea Facchinetti
“Mio amato, sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere.” (Virginia Woolf)
Figlia di uno scrittore e di una modella, Virginia Woolf fu educata in casa come voleva la tradizione vittoriana, a contatto con alcuni dei maggiori esponenti della letteratura inglese del suo tempo come T. S. Eliot e Henry James. Fu presto evidente ai genitori e agli illustri visitatori di Hyde Park Gate 22, che Virginia avesse un particolare talento per la narrativa e la poesia con una spiccata inclinazione ad acute osservazioni di natura critica. Vittima di abusi da parte dei fratellastri e ben presto orfana, Virginia cadde in depressione e prima dei vent’anni tentò il suicidio. Da qui iniziò una serie di episodi psicotici che, purtroppo, caratterizzarono tutta la sua esistenza. Da una parte la Woolf fu una donna estremamente forte e caparbia, fondò insieme ai fratelli Toby e Vanessa il Bloomsbury Group, circolo letterario che, con le sue “Serate del giovedì”, dettò cultura nella Londra dei primi anni del 1900, fondò con Leonard Woolf, suo marito, la Hogarth Press, casa editrice di autori quali Svevo, Freud, Eliot, Joyce, Mansfield, militò tra le Suffragette, insegnò alle operaie delle periferie a leggere e scrivere con corsi serali gratuiti.
Dall’altra parte fu una donna fragile e instabile, vittima di un continuo disagio nei riguardi della sua epoca della quale non si sentì mai partecipe. Vivendo in un continuo stato di inadeguatezza e depressione tentò il suicidio ripetutamente fino a togliersi definitivamente la vita, nel 1941, a Rodmell nel Sussex, annegandosi in un fiume.
Grande fu la produzione letteraria di Virginia Woolf: il suo capolavoro, Mrs. Dalloway, divenne manifesto delle donne di una intera epoca. La Woolf era schietta, sincera, metteva sulla carta le preoccupazioni e le paure di tutte le donne, senza veli, vergogne o ipocrisie. Era facile immedesimarsi nelle sue opere anche se di difficile comprensione e di estrema difficoltà critica. Quante volte, leggendo To the lighthouse, abbiamo percepito la malinconia di Mrs. Ramsey, che mentre cuce un paio di calze per un bambino riflette sulla sua intera esistenza, sugli errori, i rimpianti, le debolezze e le oscurità dell’animo femminile. Quella malinconia è la stessa di ogni donna, che immersa nella quotidianità, mentre decide che caffè prendere al supermercato o aspetta la metropolitana, ha una mente inarrestabile e instancabile, un flusso di pensieri costante e violento.
La Woolf fu una pioniera, una dona in grado di stare fra gli uomini e comportarsi come loro, (ebbe anche una relazione omosessuale), una donna che mantenne la sua sensualità e particolare bellezza senza però abbassarsi alle convenzioni che relegavano la figura femminile in un angolo. Volubile e estremamente sensibile odiava gli uomini per il loro ruolo prevaricante e dominatore all’interno della società, ma non poteva fare a meno di confrontarsi con le loro menti brillanti e vivaci, di sottrarsi al loro richiamo carnale, di volerne capire la natura.
Noi di Nerospinto abbiamo scelto Virginia Woolf per la sua contemporaneità e perchè amiamo gli eroi romantici, per il suo impegno libertario a favore dei diritti civili e per la parità dei sessi. Siamo rimasti affascinati dalla sua capacità di intessere amicizie durature con donne originali come quella con Vita Sackville West, con la quale ebbe una intensa relazione tale da ispirarla per la stesura del capolavoro Orlando.
Nerospinto consiglia inoltre la lettura dei libri
Thomas Szasz “La mia follia mi ha salvato”. La follia e il matrimonio di Virginia Woolf”, a cura di S. Petrilli, Spirali Editore, 2009
Richard Kennedy, “Avevo paura diVirginia Woolf”, Guanda, 2009
e la visione dei film:
The Hours, di Stephen Daldry, basato sul romanzo di Michael Cunningham. Con Nicole Kidman, Meryl Streep e Julianne Moore. 114 min, 2002
Orlando, di Sally Potter, basato sul romanzo di Virginia Woolf. Con Tilda Swinton. 93 min, 1992
Ho incontrato Paolo Giordano la prima volta qualche anno fa, a San Giorgio Lomellina, in una sala gremita all’inverosimile per un incontro con l’autore organizzato dalla biblioteca locale. Era uscito da poco il suo primo romanzo, La solitudine dei numeri primi, e mi diede l’impressione di un ragazzo un po’ timido e impacciato, in imbarazzo davanti a quella grande quantità di gente venuta per ascoltare proprio lui. Rispondeva alle domande dell’intervistatrice con semplicità e chiarezza, quasi scusandosi del successo del suo libro. Ricordo di aver pensato che solo un giovane poteva scrivere in modo così attento e coinvolgente di altri giovani, solo un giovane poteva descrivere così bene le angosce di due giovani problematici come Mattia e Alice. Perché Mattia e Alice sono due giovani ‘speciali’, privi delle difese naturali necessarie per vivere nella società moderna e con i moderni coetanei. Mattia è un autistico ad alto funzionamento, un genio matematico che non riesce a stabilire rapporti normali con le persone che gli stanno intorno e che si porta dentro un grande segreto che pesa come un macigno: la scomparsa della sorella gemella handicappata che lui ha lasciato da sola in un parco quando erano bambini. Alice è prigioniera delle aspettative di un padre insensibile ai suoi bisogni e alle sue paure, e, soprattutto, inconsapevole del fatto che sua figlia sia caduta nel baratro dell’anoressia.
Mattia e Alice sono destinati ad incontrarsi, ma come due numeri primi gemelli, separati da un solo numero e quindi “vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero”. Le loro anime si cercano e si desiderano per tutto il libro, ma la loro condizione non permette loro di trovarsi davvero, ognuno rimane chiuso nella sua solitudine, che nessuno riesce a spezzare. Un libro che per certi versi non offre alcuno spiraglio di speranza, nessuna possibilità di felicità a chi è diverso, nessuna medicina da parte del tempo.
Ho rivisto Paolo Giordano il 28 ottobre scorso durante la trasmissione Che tempo che fa, mi è parso più maturo, sicuro di sé davanti alla telecamera, l’accento torinese era meno marcato. Anche il suo nuovo romanzo è un romanzo che parla di maturità e di maturazione, del passaggio dalla giovinezza all’età adulta, che qui avviene in modo inesorabile e traumatico. Il corpo umano è un romanzo nato durante i due reportage che Giordano ha fatto in Afghanistan per Vanity Fair, un romanzo di guerra combattuta contro un nemico e di guerre combattute contro sé stessi. I protagonisti de Il corpo umano sono ancora giovani: un gruppo di militari ventenni che partono per la missione in Afghanistan e vengono assegnati ad uno sperduto e pericoloso avamposto nel Gulistan, un recinto di sabbia in mezzo al nulla.
In un’atmosfera di noia angosciante, che ricorda Il deserto dei Tartari, i militari saranno sospesi in un silenzio assoluto, rotto solo dai rumori del loro corpo, e dovranno fare i conti con le loro speranze, con le loro paure e con i problemi che hanno lasciato in Italia. Alla fine del libro, al loro ritorno, avranno irreversibilmente attraversato la linea sottile che separa la giovinezza dall’età adulta e saranno persone nuove.
Questo seconda opera di Giordano, che esce cinque anni dopo la prima, fornisce la prova definitiva di come il ricercatore di fisica teorica sia in realtà uno scrittore adulto a suo agio con tematiche ed impianti narrativi diversi, abile a scandagliare il cuore dei suoi personaggi e a metterlo a nudo.
Ci sono divi che non possono invecchiare e muoiono giovani. Basta pensare alla cosiddetta “maledizione dei 27 anni” che prende il nome dall'età in cui si sono spente stelle della musica come Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Kurt Cobain, Amy Winehouse e tante altre, o al terribile schianto che nel '55 si porta via il 24enne James Dean. In tutti questi casi la morte precoce è l'ultimo atto di vite spremute all'eccesso.
Marilyn è una storia a parte. Per quanto tragica, la sua fine a 36 anni non è l'epilogo di un'esistenza inquieta (che pure ha avuto), ma l'evento che rende la sua immagine eternamente giovane: un'icona di sensualità ingenua penetrata nella memoria visiva di tutti e per questo immortale.
Lo intuisce per primo Andy Warhol: proprio nel '62 comincia ad utilizzare la tecnica della serigrafia, e la scomparsa della diva nell'agosto di quell'anno lo induce a riprodurne il volto, tratto da una foto di scena del film Niagara, con infinite variazioni cromatiche (alcune esposte nell'agosto di quest'anno a Rimini).
La testa biondo platino è onnipresente, si separa dal corpo e dalla sua esistenza terrena, diviene uno dei simboli della Pop art, arte della gente comune; icona a disposizione di tutti, che vive al di là della Marilyn reale, come dice, un po' sprezzante, Warhol stesso: “Per me la Monroe non è altro che una persona fra tante altre. E riguardo alla questione se dipingere l’attrice in toni di colore così vivaci rappresenti un atto simbolico, posso soltanto rispondere che a me interessava la bellezza: e la Monroe è bella”.
Possiamo aggiungere: Marilyn è un'incarnazione della bellezza senza tempo. La pensa così Bertrand Lorquin, esperto d'arte, che nel catalogo della mostra con l'ultimo servizio fotografico della diva, “The last sitting”, con gli scatti di Bern Stern, da poco conclusasi al Forte di Bard, ha evocato i nudi di Botticelli, Rubens, Velazquez, Goya, Ingres e Manet, per attribuire alle plastiche curve della Monroe un posto nella storia dell’arte”.
La bellezza deve mostrarsi, mettersi a disposizione degli occhi della gente, ha bisogno dello sguardo del pubblico; e nel Novecento Hollywood fabbrica le immagini in cui ognuno può proiettare i propri desideri e vederli prendere forma. Marilyn è perfetta per questo meccanismo, come nessun'altra è mai stata o sarà dopo di lei, anche se, paradossalmente, ha il terrore del palcoscenico.
Per entrare nel mondo del cinema si schiarisce i capelli e si ritocca leggermente il viso, accentuando la morbidezza dei tratti. Il ruolo iniziale non può che essere quello stereotipato e diffuso della dumb blond, la bionda svampita: il suo modo di interpretarlo diventa unico, con quel mix di sensualità e dolcezza che raggiunge l'apice con “Sugar Kane”, la cantante capace di far girare la testa a Tony Curtis in A qualcuno piace caldo.
Ma sin dai primi successi quella parte le sta troppo stretta. Sogna personaggi drammatici, che le diano la possibilità di esprimere le proprie capacità di recitazione. La sua evoluzione invece non consiste nel diventare una grande interprete, ma qualcosa di più: supera lo stereotipo per trasformarsi in un simbolo incarnato.
Sulla scena è in grado di impadronirsi dello sguardo maschile. Il critico Laura Mulvey, nell'analizzare una celebre sequenza di ballo all'inizio de Gli uomini preferiscono le bionde, coglie l'essenza della sua performance: nel primo piano, benché in movimento, riesce a essere perfettamente in posa, come immortalata da un obiettivo fotografico. Questa capacità di esporre la propria bellezza con tale studiata naturalezza resta inimitabile: lo spettatore sogna che Marilyn sia lì solo per lui, dolce e sensuale allo stesso tempo.
Possiamo cogliere questa sensazione nello sguardo di Tom Ewell, rapito dal sollevarsi della gonna dell'attrice nella scena celeberrima di Quando la moglie è in vacanza. Possiamo immaginarla anche in John F. Kennedy, quando gli viene dedicata un'indimenticabile Happy Birthday, Mister President cantata con voce ammiccante in un abito color carne.
Anche Hugh Hefner, padre di Playboy, intuisce da subito l'unicità del suo sex-appeal e acquista i diritti di una foto senza veli dell'attrice, non ancora famosa, per la primissima copia della sua rivista. Poche parole le bastano per evocare intense fantasie: “La notte mi vesto solo di due gocce di Chanel numero 5”.
Questa è Marilyn, immortale al di là della sua vita reale. Sex-symbol nel senso più pieno del termine e consapevole di esserlo: “La gente non mi vede! Vede solo i suoi pensieri più reconditi e li sublima attraverso di me, presumendo che io ne sia l’incarnazione”.
Tell the stars who are Telestar
A fine anno Nerospinto ha avuto modo di intervistare i Telestar, la band emergente che nel 2008 ha chiuso il 'Cornetto Freemusic Audition', aperto un concerto di Zucchero e ottenuto la vittoria all’Heineken Jammin’ Festival del 2011, e Emilie Fouilloux, in arte Mademoiselle Em, giovane dj parigina resident a Le Germain, al Montana e al No Comment di Parigi, collaboratrice di Simon Reziem e Gilbert Costes.
Nonostante l’eterogeneità delle sue componenti Telestar appare come un gruppo compatto, personalità non convenzionali quelle di Remo Morchi, Edoardo Bocini, Marco Tesi e Francesco Baiera; lo si capisce al primo sguardo: look e gestualità totalmente differenti. Band made in Italy, genere indie/pop/rock, nel 2011 pubblicano il primo videoclip del singolo Il profumo è sempre il solito: sobrio, istantaneo, emotivo. L’omonimo album d’esordio arriva dopo un’esperienza musicale decennale, nove sono i brani scelti <<ma ce n’erano tanti altri, abbiamo dovuto fare una scrematura>> appartengono quasi tutti al passato, all’età acerba, dicono, eppure i motivi hanno tanto di attuale, non si distaccano molto dall’idea di musica cantautorale "grass roots" che si ha oggi in Italia; se pensiamo a Dente o agli Amour Fou, potremmo allora azzardare a dire che in parte sono stati precursori e che se finora si sono mossi per vie trasversali, dopo questo disco, li vedremo guadagnare rilievo sulla scena nazionale. Ecco allora un’intervista per chi ancora non li conosce.
Perché il nome Telestar?
Edoardo (voce): Non ha un perché, lo trovammo scritto sul brano di un mood degli anni 70 e ci sorprese perché non era ancora stato usato. Abbastanza nerd, è un po’ intrigante, ce l’abbiamo da sempre, quasi dieci anni.
Cos’è la musica per voi?
Remo (chitarra): Per me la musica è qualcosa di primitivo, che mi accende, come mangiare, bere, dormire, per me è tutto. Se potessimo vivere di musica faremmo quello …
Marco (batteria): Quello che ho sempre fatto fin da bambino, è una parte di me, non potrei pensarmi senza il mio strumento, la mia musica, per cui non ti posso dire che è tutto, perché non è tutto, però è una parte molto importante della mia vita.
Edoardo: Per noi la musica è un hobby, ci ritroviamo a suonare dopo il lavoro da più di dieci anni e ce la teniamo come grande passione. La viviamo come un grandissimo impegno, perché tutti lavoriamo, abbiamo vite parallele, quindi diventa sempre più una sfida mantenerla così, per ora ce la stiamo facendo, nonostante viviamo in posti diversi. Abbiamo voluto buttar fuori questo disco perché ce l’avevamo addosso da troppo tempo; ci sono infatti dei brani che suonano momenti diversi da quello che viviamo adesso, però non potevamo non pubblicarlo: è un po’ un regalo che dovevamo a noi stessi.
Cosa ne pensate della musica oggi, è più semplice o difficile lavorare nel mondo della digitalizzazione?
Remo: Io credo che la differenza sostanziale fra prima dagli 90 ed oggi sia la capacità che ha avuto il computer di mettersi nel mezzo tra il musicista e il suo strumento, avvicinandolo per certi versi alla conclusione del progetto musicale, però d’altro canto allontantanandolo dalla musica, perché ormai non si fanno più delle mani come quelle dei musicisti di una volta; si sbaglia e si corregge, e l’errore può diventare anche qualcosa di comunicativo; io non posso neanche giudicare perché ne sono dentro, lo faccio e nel frattempo mi sono cambiati i parametri.
Marco: Sicuramente è più facile avere un contatto col pubblico, è più alla portata di tutti, però c’è anche un approccio un pochino più superficiale, più freddo e, proprio perché alla portata di tutti, è sicuramente meno preciso: meno concentrazione, meno a pensare alle cose. Sicuramente è comunque una cosa positiva perché permette a tante persone di fare musica, di sperimentare, non posso dire il contrario.
Quali i temi frequenti nelle vostre canzoni?
Edoardo: noi parliamo solo di amore, cerchiamo di trovare sottili differenze, ma parliamo solo d’amore perché non credo ci siano argomenti più interessanti di cui parlare.
Remo: L’amore indiscutibilmente, sì, perché in Italia per arrivare alla gente per il 99% delle volte torni sugli anni ‘60, gli anni di Mogol, di Battisti, di Tenco, di Paoli.. Io credo che l’amore sia uno dei temi più importanti che una band possa trattare, di conseguenza abbiamo fatto un disco di quest’intensità. È una cosa che nel mondo di oggi stenta ad esserci, perché nessuno ci pensa quasi più quanto questo mondo stia diventando un melting pot di esistenze, quindi questo è stato il motivo base. Le liriche sono un po’ adolescenziali per questo motivo, perché trattando d’amore negli anni passati era questo il vissuto, ma oggi potrai sentire già canzoni con molto più pathos e romanticismo.
Quali sono le band alle quali vi ispirate, ma anche artisti e autori?
Edoardo: A tutto quello che è stata la musica degli degli anni ‘90, infatti si sente nel disco; c’è una forte influenza di quello che è stato il primo british pop degli anni ‘90, poi ora le cose nuove che stiamo scrivendo sono molto più personali.
Remo: A livello di reazione, prendo in mano la chitarra, parto con quello che è successo nella mia vita privata e da qui scatta la scintilla per esprimermi in maniera più estesa. Se fossi un quadro sarei un Pollock, nei momenti in cui scrivo, se fossi un libro, vorrei essere un Cesare Pavese, in cui c’è questa distanza dell’amore impossibile da vivere. È un paragone troppo grande però.
Edoardo: E poi, soprattutto, le nostre famiglie. Siamo sempre italiani eh? Anche se nella musica possono esserci influenze inglesi, americane, ci piace tornare a casa.
Mentre quale considerate essere il vostro tratto distintivo?
Remo: La nostra musica è molto semplice, in un modo sempre più complicato di sperimentazione noi ci ispiriamo sempre alla canzone, a scrivere la canzone. Quando c’è la struttura, lo scheletro di questo essere allora diamo vita a questa creazione e nasce la nostra musica. I riferimenti sono sempre gli stessi, la musica inglese, anche perché siamo nati ascoltando il brit-pop o ancor prima i Beatles, gli Stones, potrei mettere anche gli Smiths, il new wave anni 80, oppure anche nuove cose che mi piacciono molto come gli XX; comunque prevale l’importanza della canzone rispetto al progetto, perché un gruppo può avere anche una sonorità molto innovativa, particolare, con un nuovo stile, una nuova attitudine, ma se non hai la canzone, scomparirai, quindi puntiamo a questo: a fare delle belle canzoni, che è una cosa molto difficile nel 2012.
Marco: Il nostro tratto distintivo, ti potrei dire che… Quindi il genere che facciamo? Allora noi siamo un gruppo di ragazzi vicino ai 30, che per dieci anni ha suonato insieme, ha passato tante fasi della musica, cambiato anche modi di suonare, cercato di sperimentare, fino a sentirci amalgamati bene solo noi quattro...prima c’erano anche altre persone… Abbiamo deciso di suonare, abbiamo realizzato e pubblicato il nostro primo disco e la nostra musica è una musica molto diretta, direi anche per certi versi semplice ma non superficiale, ascoltabile da tutti, anche per un orecchio non tecnico può sembrare molto diretta, però se si presta attenzione si ritrovano arrangiamenti molto particolari; c’è molto lavoro sugli arrangiamenti, uno stare molto tempo sulle canzoni, che può essere una cosa negativa e positiva, forse un po’ troppo perfezionisti...stiamo lavorando sull’essere più spontanei.
Parlateci un po’ del video del singolo ‘Il profumo è sempre il solito’…
Marco: Sono legato forse in maniera più profonda a Il profumo è sempre il solito, il primo singolo, il primo video, è stata la prima canzone scelta per entrare nel disco, il nostro pezzo di lancio e sicuramente, venuta in maniera spontanea da un’improvvisazione, fatta da tutti. Il video è molto interessante, particolare, realizzato molto bene. Abbiamo lasciato fare al regista, però ci siamo messi subito in sintonia con lui, e alla fine il concetto finale è stato giusto e positivo.
Francesco (basso): La nostra scelta è stata quella di realizzare un video prettamente visivo, che desse un’immagine forte, a prescindere dalla storia, ma proprio una sensazione di un momento preciso tra queste due persone, e quindi la cosa migliore ci è sembrata dilatare questo momento per tutto il video, contrapponendo la velocità della musica con la lentezza delle immagini, con l’attenzione per ogni dettaglio, ogni mossa.
L’intro della canzone ricorda un po’ i Placebo…
Francesco: Sì diciamo che ci hai azzeccato, perché sicuramente fanno parte dei nostri ascolti come moltissimi altri artisti… I Placebo sono stati tra i più ascoltati insieme a molti altri e ci sta tutto sicuramente per il tempo di batteria… Sì, te lo approvo, si!
La distanza è il titolo di un vostro brano, è anche un tema molto trattato in musica, secondo voi perché?
Francesco: Perché la distanza è più trattata? Perché è un argomento che affascina e fa soffrire, come diceva Bruno Lauzi quando gli chiedevano perché faceva canzoni così tristi. Spesso testi rabbiosi o di fondo con tracce di malinconia uniti al fascino di luoghi lontani è una buona base per scrivere un testo.
Remo: L’ho scritta io, parla della distanza in ogni suo aspetto non solo quello dell’amore, quando l’ho scritta pensavo anche alla distanza a livello sociale, e anche proprio l’amore che nel ritornello spicca, però diciamo ci sono anche delle metafore attinenti alla vita di tutti i giorni che ti possono far pensare a qualsiasi altro tipo di argomento non solo quello, e l’ho scritta credo 3-4 anni fa, non ricordo mai esattamente, ci ha fatto arrivare all’Heineken Jamming Festival perché piacque a Mario Risolo e di conseguenza è stata una sorta di trampolino di lancio per quell’annata lì. A livello di sonorità per quanto riguarda le chitarre si rifà agli anni 80 new wave, dai primi Smiths ai Cure, a quel bagaglio culturale musicale della Manchester degli anni d’oro, della factory, di qualsiasi cosa che partiva dall’Inghilterra, quando l’Inghilterra faceva ancora musica spettacolare. Poi il testo è in italiano perché come band ci teniamo a scrivere canzoni in italiano, ci hanno accusato di essere forse a volte un po’ vuoti nelle liriche , ma è anche un atteggiamento nostro riguardo a questo primo disco che si rifà a un nostro modo di essere di molto tempo fa, perché la realizzazione dell’album è avvenuta in una decade, sono dieci canzoni che si rifanno a quando eravamo teenager e quindi hanno queste sonorità un po’ naive, un po’, si può dire, anche vuote; ora siamo diventati grandi e nel secondo disco ci esporremo di più.
La traccia numero 8, “In Viaggio” parla della strada, il viaggio e lo spazio, il video è girato a New York…E’ forse la città che più amate?
Edoardo: Il video è un montaggio tra immagini prese da un amico a New York e la sala prove in cui registriamo. New York è un po’ il sogno, ma siamo anche legati alla nostra casa, alla toscana.
Francesco: La storia del video nata un po’ così: un video fatto tra amici, le parti della sala fatte con dei nostri amici fotografi che fanno anche video e così ci siamo detti “Proviamo a fare qualcosa anche di documentaristico mentre noi suoniamo”, abbiamo fatto le registrazioni, che sono rimaste un po’ lì, senza uno scopo preciso, poi un nostro amico, anche lui cantante e compositore, cui piaceva molto questa canzone, ha fatto un viaggio in solitaria a NY e ha tenuto addirittura un vlog, un video-blog su Youtube, in cui ha infilato questa nostra canzone che lui riteneva proprio ispiratoria anche per questo suo viaggio, e così ci siamo detti “Perché non unire queste due cose e mostrare questo viaggio? Facciamoci ispirare anche noi da lui e creiamo questo montaggio” e vedendolo tutto ci tornava, a prescindere dal significato delle immagini, c’era il senso di quello che volevamo dire. Il viaggio a New York è il viaggio per antonomasia, e quindi abbiamo detto “Ok! Bello, ci piace! Va bene!”.
I vostri sogni e le vostre ambizioni in campo musicale?
Marco: Il mio sogno è quello di continuare a suonare, portare in giro il più possibile la nostra musica, impegnandoci. Viviamo molto alla giornata, il nostro disco piace, piace alla gente.
Remo: Fare un disco a NY sarebbe un bel sogno, riuscire ad arrivare non solo nel nostro paese, arrivare quindi a più persone, a più cuori sarebbe un grande sogno. Riuscire anche ad arrivare ad altre nazionalità sarebbe una cosa fantastica. E riuscire anche a fare un grande tour, perché in video è una cosa, dal vivo è un’altra: c’è l’intensità, suonando on the road.
Edoardo: le nostre ambizioni come musicisti sono quelle di fare quello che ci pare, il principio che deve rimanere una cosa nostra svincolata da qualsiasi meccanismo noioso, palloso, furbone… La musica è cambiata, fortunatamente si può fare anche così al giorno d’oggi, ci si può pubblicare, ci si può far sentire, fare dei concerti che danno soddisfazione, non dover rendere conte ai personaggi "che contano" del settore.
Quindi senza compromessi diciamo…
Edoardo: No, noi vogliamo fare quello che ci pare (ndr. sorride), già la vita ci porta delle regole, se non possiamo fare quello che ci pare della musica è finita!
Nerospinto a spasso per la città alla scoperta di Mister Tea
E’ la bevanda piú diffusa e consumata al mondo, seconda solo all’acqua. Se si considera che l'acqua è una necessità per la vita allora si potrebbe dire che il tè occupa un posto davvero importante tra le migliaia di bevande. Nemmeno la Coca Cola puó superarlo…
Dall’ infusione di una bustina in acqua bollente il gioco del piacere inizia, il gioco di godere di un biscotto, una cupcake, una tazza calda di tè: il tea time che si trasforma in momento irrinunciabile.
Considerato la quintessenza della tradizione inglese deve le sue origini ad Anna, la settima duchessa di Bedford, una giovane donna vissuta agli inizi del 1800 in un tempo in cui era usanza comune consumare solo due pasti principali al giorno, la prima colazione della mattina presto e la cena in tarda serata. Indebolita e irritata dai morsi della fame, decise cosí di abbandonarsi ogni pomeriggio ad una tazza fumante di tè coccolandosi con i suoi aromi avvolgenti, meglio se accompagnati da qualche delizioso snack, dolce o salato che fosse. Questa cerimonia, inizialmente intima e consumata quasi di nascosto nella piú totale tranquillitá della sua camera da letto, diventa successivamente un vero e proprio rendez-vous, una deliziosa e immancabile parentesi delle sue giornate, da condividere con amici che la raggiungevano intorno alle 5 per sorseggiare assieme una tazza di tè. La tazzina di porcellana del periodo Vittoriano, il cucchiaino d'argento, la tovaglia ricamata, il profumo che inebria la mente: la tradizione secolare che continua a riproporsi sino ad oggi grazie alle sempre piú numerose tea rooms, che hanno iniziato a proliferare prima a Londra, poi in tutto il mondo; atmosfere di relax e gusto: il salotto di Anna.
Molti tè sono praticamente indistinguibili, altri racchiudono in una tazza qualcosa di unico nel loro genere, ma ció che li accomuna tutti sono le loro proprietà benefiche e rilassanti, una coccola per il corpo e la mente.
Come assicurarsi una selezione personale di gusto? Per gli acquisti speciali vi consigliamo nel cuore di Brera l'esclusiva boutique Kusmi Tea, dove potrete trovare un'eccellente scelta di tè provenienti dalla Russia o dalla Francia, fragranze aromatizzate con le migliori essenze di Grasse, Calabria o Madagascar. 80 varietà di tè: dalle tipiche miscele russe ai tè classici alla linea benessere Detox. Le confezioni in vendita possono essere adatte anche per dei piccoli cadeaux, in quanto la confezione super esclusiva è un vero e proprio oggetto da collezione, le sue scatole argentate rimandano allo stile dei tempi degli zar. Ogni giorno potrete degustare un tè differente in modo da scoprire e apprezzare le diverse varietà di aromi disponibili.
In piazza XXV Aprile 12 troviamo Damman Frères, la più antica boutique da tè francese, in attività dal 1692. Per chi fosse un neofita del mondo del tè il negozio organizza degustazioni e corsi.
L’arte di offrire il tè di via Macedonio Melloni 35 è un’elegante boutique di tè pregiati che offre oltre 250 varietà di infusioni, tra cui una selezione bio e fair trade per i clienti più sensibili all’eco-sostenibile. Pratico e innovativo il servizio di consegna a domicilio.
Se vi siete appassionati all’articolo e volete approfondire l’argomento vi consigliamo la lettura di:
Tè: guida al tè di tutto il mondo di Jane Pettigrew, Ed. IdeaLibri.
Oro verde, la straordinaria storia del tè di Alan e Iris Macfarlane. Laterza.
Alessandra Sporta Caputi
Pipilotti Rist, una visual artist smarrita nel mondo delle meraviglie carnali. Viaggio itinerante attraverso lo specchio, tra visioni antropomorfiche e impressioni sonore.
Pipilotti, pseudonimo che combina Lotti, soprannome di Charlotte, con Pippi, riferimento al personaggio Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren, nasce come Elisabeth Charlotte Rist nel 1962 a Grabs in Svizzera.
Dal 1982 al 1988 frequenta l’Università di Arti Applicate di Vienna e la Scuola di Design di Basilea. Ancora studentessa produce la sua prima opera, I’m Not the Girl Who Misses Much (1986), video in cui si sposta da una parte all’altra dello schermo, scoprendosi il seno, mentre ripete la frase del titolo estratta dalla canzone dei Beatles "Happiness Is a Warm Gun".
Dopo aver fondato la rock-band tutta al femminile Les Reines Prochaines, gruppo col quale, dal 1988 al 1994, realizza alcuni album, concerti, video e performance dal vivo, ha inizio la sua vera e propria carriera artistica .
Nel 1992 raggiunge la notorietà con Pickelporno (Pimple porno), un lavoro sul corpo femminile e l’eccitazione sessuale, in cui le riprese, cariche di colori intensi, ambigue e sensuali, si spostano lungo i corpi di una coppia. Pipilotti Rits sviluppa un suo linguaggio estetico peculiare che si avvicina a quello dei video musicali: l’artista appare in molti dei suoi video, spesso cantando sulle soundtracks; i suoi lavori durano generalmente solo qualche minuto e contengono alterazioni di colore, velocità e suoni; i temi trattati sono principalmente collegati alla femminilità, alla sessualità e alla fisicità.
Si dedica inoltre alla creazione di installazioni multimediali, come Flying Room(1995) e Himalaya’s Sister’s Living Room (2000), in cui videocamere e monitor proiettano direttamente i filmati sugli spazi delle gallerie, e tra il 2005 e il 2009 si occupa della realizzazione del suo primo cortometraggio intitolato Pepperminta, presentato lo stesso anno al Festival del Cinema di Venezia.
Al contrario di molti artisti concettuali, i suoi lavori sono pervasi di sonorità insolite, carichi di colore, trasmettono un senso di spensieratezza e semplicità, aprono i nostri percorsi emozionali, istintivi, vitali.
Le sue riproduzioni sono affascinanti, sanno trasformare il cemento in pelle e carne, ogni installazione cambia a seconda del luogo in cui viene proiettata, le decorazioni murali prendono vita, le superfici si animano.
Pipilotti Rist gioca con la nostra sensibilità e con i nostri sensi, media per noi una nuova esperienza, che diventa esperienza endogena: esplora i nostri corpi dando forma ai nostri desideri reconditi, alle nostre perversioni, ma anche ai nostri sogni, evocando immagini rubate all’immaginario collettivo, come quelle del giardino dell’Eden e di Adamo ed Eva, ci riporta dentro il grembo materno, ad un panteismo in cui l’unico Dio è donna, una Demetra metafora della natura e del nostro ciclo vitale.
“L'unica cosa autentica che ho sono i sentimenti e i litri di silicone”. Agrado ha avuto un figlio, morto tragicamente in un incidente stradale, ne ha avuto un altro ma da un’altra donna, e non una donna qualunque. Una suora. Una suora che ha avuto un figlio da un uomo che ora per vivere fa divertire gli altri, che litri di silicone hanno trasformato in Agrado, un travestito bellissimo e pieno d’amore. E’ solo una parte, questa, del mondo di passione e colore in cui ci si immerge guardando Tutto su mia madre, premio Oscar come miglior film straniero nel 1999, espressione piena dello stile Almodovar. Il divino Pedro apre in Spagna una nuova era nella storia del cinema, gli anni ’80 condensano nelle sue pellicole le esplosioni artistiche e le contraddizioni di un paese dalla storia forte, intensa, che non potrebbe raccontarsi come succede negli interni borghesi di molto altro cinema europeo. Lo sguardo del regista entra dentro l’anima dei suoi personaggi con sfrontatezza, con violenza persino, alla continua ricerca di un’autenticità da imporre ai suoi spettatori, costretti ad abbassare le difese, incapaci di decifrare scelte stilistiche – si pensi a Parla con lei, all’incursione nel surrealismo che scorre nelle vene almodovariane, come spesso sottolineato dalla critica – legate a una visione del mondo e delle relazioni umane eccessiva e originale. L’eccesso diventa colore, rabbia e amore spinti fino alle estreme conseguenze, in un universo di personaggi mai riconciliati con se stessi e con la vita, perché lo schermo non maschera, non è finzione ma esasperazione di sentimenti selvaggi, dolci e disperati interpretati da attori-feticcio legati al regista quasi da un culto: Antonio Banderas e Penelope Cruz, per citare i nomi legati anche all’orizzonte cinematografico hollywoodiano, ma altri grandi nomi in Spagna come Carmen Maura, Bianca Portillo e Marisa Paredes. Un gruppi di attori che in 30 anni ha lasciato i set di Pedro per poi tornarci come si ritorna al primo amore, che incarna nel corpo, prima ancora che nello spirito, le parabole esistenziali estreme definite dal regista film dopo film. Specchi sporchi di vita, riflessi distorti della realtà. Le amatissime donne di famiglia, la loro forza di generazione in generazione – quella forza che in Volver si scontra con l’orrore, nel surreale spazio di una canzone portata dal vento – i variopinti travestiti alla continua ricerca d’amore in fuga dalla prigione delle apparenze, sembrano delle maschere, ma l’intima unione del regista con i loro volti, con i loro corpi – attraversati da inquadrature di poetica simbiosi – restituisce al pubblico la loro autenticità, anche quando questa significa violenza, disperazione e morte, come succede all’Antonio Banderas de La pelle che abito, apoteosi del male oltre ogni umana comprensione. Almodovar alza i toni per raccontare qualcosa che esiste, confinato nell’abisso della normalità, senza giudicare, senza risolvere con un lieto fine l’estrema ricerca di amore e di verità delle sue creature. con un linguaggio denso di riferimenti alla storia del cinema – il conterraneo Luis Bunuel prima di tutto, ma anche i maestri italiani – che diventano citazioni d’arte, pennellate dal tocco leggero e al tempo stesso abbagliante su una tela affascinante e mai banale, freneticamente animata, col segno netto e inconfondibile del grande Pedro, lui stesso icona dei suoi personaggi, affamato di verità senza compromessi, senza rinunciare a dire e mostrare perfino l’indicibile e l’inguardabile, restituendo al corpo e all’immagine il valore di simulacro perso nelle logiche consumistiche, con la bruciante passione per l’arte in tutte le sue forme.
Il male è il bene. Fino a che punto la cosiddetta morale può essere messa in discussione, tanto da sovrapporre e confondere la bontà con la cattiveria, il delitto con la giustizia?
La domanda sorge spontanea nel momento in cui si diventa spettatori di alcune tra le fiction made in USA più geniali degli ultimi anni.
Sembrano ormai storia vecchia i piccoli mafiosi di periferia (The Soprano’s) che facevano del crimine e delle ruberie la loro routine, inquadrando il male solo da un punto di vista “lavorativo” e prettamente malavitoso. Ora, a calcare le scene del piccolo schermo sono personaggi completamente diversi. Geni del male cattivi in tutti i sensi, uomini in grado di svelare il loro lato oscuro in maniera totale e, finalmente, priva di striature moralistiche.
Ed è dalla mente brillante di sceneggiatori come James Manos o Vince Gilligan che nascono due tra gli antieroi più riusciti e amati di tutti i tempi: Dexter Morgan e Walter White.
Il primo, Dexter, da il titolo all’omonima serie, arrivata oggi alla settima stagione.
Dexter Morgan (Michael C. Hall) è un ematologo in forza alla polizia di Miami. Prende molto seriamente il suo lavoro, è preparato e attento, tanto da capire com’è avvenuto un crimine semplicemente dalla disposizione delle macchie di sangue, dalla loro forma. Ma non è tutto qui. Dexter Morgan è anche un serial killer, ma non è un pazzo maniaco qualunque, è un omicida che segue un “codice”, poiché è un assassino di assassini. Le sue vittime sono le persone più spregevoli, che riescono in un modo o nell’altro a sfuggire alla mano della giustizia, continuando a perpetrare i loro crimini o nascondendosi dietro figure di padri di famiglia.
Ma Dexter non uccide per vendetta o per un’innata sete di giustizia: l’unica motivazione che lo guida è il bisogno, un bisogno senza possibilità di redenzione, che lo spinge a versare sangue fin dalla sua tenera infanzia. Un bisogno certamente pericoloso, ma reso più accettabile e persino controllabile dal padre, un poliziotto. Egli, decise di crescerlo non sopprimendo i suoi istinti, ma incanalandoli all’interno di un codice, facendo sì che la sua sete di sangue non colpisse vittime innocenti. E certo, questa sua doppia vita lo porterà spesso a dover mentire e imbrogliare persone a lui care e vicine (la sorella, anche lei poliziotta, i colleghi, la fidanzata…) Ma il rimorso scivola via nel momento in cui il suo “dark passenger” prende il sopravvento, trascinando anche il pubblico in un buio mentale senza via d’uscita.
Il nostro secondo antieroe, Walter White (Bryan Cranston), protagonista della serie Breaking Bad, sembra inizialmente diverso.
Conduce una vita ordinaria nell’afosa Albuquerque, è il padre di un adolescente disabile e marito di una splendida donna. Mantiene la famiglia con il suo stipendio da professore di chimica e, per racimolare qualche dollaro in più, è impiegato in un autolavaggio. Tutto cambia quando, il giorno del suo cinquantesimo compleanno, scopre di avere un cancro incurabile ai polmoni. Disperato per la precaria situazione economica, sapendo di dover affrontare spese enormi per le sue cure e per una nuova bimba in arrivo, sembra aver perso ogni speranza del futuro. Attraverso suo cognato Hank, che lavora alla DEA, scopre che gli spacciatori di metanfetamine guadagnano un sacco di soldi, se nessuno li scopre, è in quel momento che decide di contattare un suo ex alunno, Jesse, che sa essere nel giro delle droghe, per fare un accordo: Walter, grazie alle sue conoscenze di chimica, cucinerà cristalli mentre Jesse li spaccerà.
Inizierà in questo modo l’evoluzione del personaggio verso i più oscuri abissi dell’animo umano. Inizialmente pervaso da sensi di colpa e spinto a delinquere solo dal bisogno di soldi, pian piano emergerà un uomo completamente diverso, nel quale la sete di potere e la voglia di superare ogni limite si farà largo così naturalmente da portaci a giustificare ogni suo crimine più efferato.
Sarà forse proprio la naturalezza e l’esattezza con cui i due registi ci mostrano la dinamica dei crimini (non sembra poi così spaventoso pugnalare al cuore un uomo e nemmeno cucinare droghe dal potenziale mortale), sarà forse la novità di trovarci a seguire delle vicende umane atipiche o sarà piuttosto un’ innata propensione verso il male, insita in ognuno di noi, che spingono queste serie verso un successo mondiale?
Infatti non si può non provare simpatia per il giovane assassino di assassini, e, sotto sotto, non si può non parteggiare per lui, nonostante si tratti, in fin dei conti, di un serial killer. Così come risulta impossibile non sperare che Walter riesca a farla franca ancora una volta, tifando per il suo cinismo pragmatico.
Perché la vera lezione, tremenda, è che in fondo personaggi come Dexter o Walt White sono le persone che tutti vorremmo essere, il lato oscuro che ci portiamo dentro ma a cui solo loro danno sfogo. Loro incarnano la vera redenzione dal “peccato” degli uomini comuni e la tendenza innata che ci distingue da ogni altro animale: il male può diventare un bene.
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