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Loretta Fiore (liberamente ispirata da Francesca Woodman)

Tutto ciò che siamo e ci sentiamo dentro ha un riscontro all’esterno, a livello di immagine e di postura: fisico e psichico sono sempre strettamente connessi. Questa è Loretta Fiore classe 1974, laureata in scienze economiche e bancarie, che a partire dal suo incontro con la fotografia digitale comincia ad autoritrarsi e attraverso gli autoritratti si ripara, si cura.

Fotografia e terapia, che rapporto hanno nel tuo percorso creativo? Spesso sono la stessa cosa. La fotografia allevia sempre ogni mio stato d’ansia, in tanti casi ha curato; per la Woodman, ad esempio, credo non sia stato così, ho la sensazione che lei abbia sempre lavorato sulla sua morte.

Cosa racchiude un autoritratto? Un autoritratto può essere tante cose: dalla pura rappresentazione all’interpretazione di sé. L’intenzione è quasi sempre buona, anche se devo ammettere che, a volte, mi sono messa davanti alla mia Nikon solo per avere la conferma della mia esistenza.

Che rapporto hai con il tuo corpo e con l'ambiente che ti circonda? Non so rispondere con le parole, la risposta a questa domanda è nei miei autoritratti. Direi conflittuale, se non fosse così banale.

La componente grafica e le texture, spesso presenti nei tuoi scatti, come nascono e quando entrano a far parte del tuo pensiero? Le varie componenti grafiche e le textures sono state fondamentali, specie all’inizio, per definire il mio mondo. Volevo far capire al primo sguardo che eravamo in una dimensione solo parzialmente reale e mi sono accorta che quello era un metodo molto efficace per farlo.

Con l'avvento degli smartphone, l'autoritratto ha ancora il suo significato, o ha lasciato spazio al puro esibizionismo? Per quanto riguarda me, per ora l’autoritratto è messo un po’ da parte, al di là dell’arrivo degli smartphone e di instagram etc etc. Ora come ora la sfida sta nella intenzionalità dello scatto e nella progettualità che ne deriva. Non ho più bisogno del mio corpo davanti alla macchina fotografica per esprimermi, riesco a vedere me stessa in una delle mie tante dimensioni, anche se mi affaccio alla finestra di casa mia, o nella metropolitana, o davanti un caffè, a quel punto basta scattare.

tumblr

cargocollective.com

 

Autoritratto
Il prossimo tema sarà l'interpretazione del corpo come figura statuaria. Segnalaci la tua foto: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Windows at Bergdorf Goodman

Avere ogni settimana nuove idee con le quali conquistare l’attenzione del pubblico non è facile. Soprattutto se parliamo delle vetrine di un un negozio situato dal 1928 in uno dei luoghi simboli dell’immaginario collettivo: sulla Fifth Avenue, all’incrocio con la 58th. A New York, Bergdorf Goodman è una sorta di istituzione ed è ormai entrato a far parte della cultura popolare, tanto da essere citato in numerosi film e serie televisive da Come sposare un milionario a Sex in the city. In particolare le sue vetrine, continuamente rinnovate all’insegna della più brillante ed estrosa creatività, rappresentano da sempre una continua fonte di ispirazione.

Se nel 2006 fu il movimento dadaista a ispirare una vetrina capovolta a testa all’ingiù, gli abitanti newyorchesi ancora ricordano le candide vetrine del natale di fine millennio.

Proprio a queste vetrine è dedicato il volume illustrato Windows at Bergdorf Goodman, da poco riedito dalla casa editrice Assouline in versione deluxe. Quasi trecento le suggestioni visive di grande bellezza che trovano posto nel libro e che portano la firma di artisti emergenti come Aaron Wexler, John Gauld, Kevin Paulsen, a sottolineare una continuità nella tradizione, visto che nel corso del tempo, l’attività di vetrinista, ha avuto come protagonisti personaggi del calibro di Salvador Dalì, Andy Warhol, Robert Rauschenberg e Jasper Johns, quanto meno agli inizi delle loro carriere.

Perché alla fine la cosa che conta è la creatività. Come dice David Hoey, responsabile delle vetrine di Bergdorf Goodman: “Il minimalismo è fantastico. Anche il massimalismo lo è. L’unica cosa che cerchiamo di evitare è la mediocrità”

 

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…A la Garconne, Carrè, Bob cut, Bub, Caschetto…uno fra i primi, reali, simboli dell’emancipazione Femminile .

Nato a Parigi dall’estro creativo di Antoine, parrucchiere polacco che lo lancia nel 1909 ispirandosi, per taluni, allo stile battagliero di Giovanna d’Arco, acquisisce popolarità in Europa e negli Stati Uniti antecedentemente alla prima guerra mondiale. Prerogativa delle donne del tempo è, infatti, il potersi liberare dalla costrizione dell’intoccabile femminilità suggerita dal capello lungo, verso l’indipendenza e l’avanguardia dettate dal nuovo taglio fresco e d’impronta prettamente maschile.

Prima fra tutte la splendida Louise Brooks, disinibita americana che diviene una celeberrima attrice del cinema muto, nonché simbolo della modernità femminile, grazie sopratutto al suo Carrè nero corvino con frangetta scolpita e nuca scoperta. Inizialmente uno scandalo per la società del tempo, per trasformarsi poco dopo in un’entusiasmante novità.

Con il finire della prima guerra mondiale, è la leggendaria stilista Coco Chanel fautrice del nuovo look, promuovendo con successo un’immagine femminile forte e contemporanea che trova immediato riscontro nelle Flappers Girls, giovani donne ribelli rispetto ai radicati e conservatori dogmi societari, spesso ballerine di Charleston, dall’allure indipendente ed emancipata coadiuvata da corti abiti a frange e piume, gambe e braccia scoperte, bocchino, sigaretta ed immancabile Caschetto, icone di stile dei ruggenti anni Venti.

Tuttavia nei decenni successivi cade nel dimenticatoio, fino a quando il parrucchiere londinese Vidal Sassoon nel 1963 ne reinterpreta l’iniziale versione, portandola ad una semplificazione stilisticamente architettonica, propria delle esigenze dell’epoca. Le nuove geometrie assimilate alla pettinatura vengono adottate e sfoggiate da personaggi come l’indimenticata modella Twiggy, la famigerata stilista Mary Quant e la poliedrica artista Juliette Greco, arrivando a sconfinare nell’universo maschile in versione sbarazzina, sebbene composta, con i rivoluzionari Beatles, indiscussi promulgatori delle nuove linee semplificate.

Contemporaneamente, in Italia, la diffusione del taglio trova in Caterina Caselli la massima esponente, sopranominata Caschetto d’oro proprio per l’acconciatura creata appositamente per lei dai parrucchieri milanesi Vengottini. Anche Raffaella Carrà contribuisce a propugnarne l’immagine, finchè l’autore Guido Crepax ispirato alla fisionomia di Louise Brooks in uno dei suoi più conturbanti personaggi, Lulù, di cui fu da sempre grande ammiratore, inventa nel 1965 il personaggio di Valentina, fra i più ricordati sex symbol della storia del fumetto.

Dopo quasi cinquantanni dalla reinterpretazione di Sassoon, milioni di donne nel mondo sono tutt’ora devote all’acconciatura, costantemente in voga sebbene non dominante.

Memorabile e provocante è il Bob di Uma Thurman in Pulp Fiction, raffinato ed elegantemente classico il taglio di Anna Wintour, tanto per citarne di contemporanei nell’ambito dello show business, confermando la pettinatura come un emblema indiscusso di una rivoluzione tutta femminile.

Wesselmann e la celebrazione dell'America del benessere

L’arte è figlia del tempo in cui vive. L’arte respira i cambiamenti e le evoluzioni sociali.

Ne è un esempio la Pop Art, corrente artistica nata, cresciuta e sviluppata negli anni Sessanta.

Sono anni questi in cui il senso estetico si trasforma: la moda, i colori, l’arredo e l’arte cambiano il loro aspetto.

Complici il crescente aumento del benessere sociale e il boom economico, si fa spazio l’entusiasmo rivolto allo sviluppo e al progresso che da troppo tempo si erano persi.

Gli artisti, dunque, sentono il bisogno di rendere evidente quanto stava accadendo: le merci, i beni di consumo, i prodotti industriali - che solo due decenni prima erano quasi completamente inaccessibili a causa dei conflitti mondiali - ora diventano elementi della quotidianità, fruibili e acquistabili dai più.

E sono proprio i prodotti del consumismo, le immagini della comunicazione massmediale e le nuove tecniche artistiche, a diventare i protagonisti all’interno delle opere della Pop Art e a venire celebrati, quasi esaltati.

Gli artisti sembrano voler calcare la mano sulla leggerezza, sulla semplicità e sull’immediatezza dell’immagine: è giunto il momento “dell’avere”, per “l’essere” ci sarebbe stato tempo in seguito.

Arte Pop: arte popolare, del popolo, della massa; un’arte che vede tra il suo schieramento di artisti uno dei massimi celebratori del benessere americano: Tom Wesselmann, colui che più di ogni altro cattura l’istantaneità delle immagini pubblicitarie per farle diventare la sua peculiarità artistica.

I contenuti “bassi” dei cartelloni, che reclamizzano beni di consumo, vengono ora elevati e immessi nel linguaggio dell’arte.

Nato nel 1931 a Cincinnati, in Ohio, Wesselmann fin da ragazzo inizia a disegnare cartoni.

La passione per l’arte lo porta ad iscriversi all’Accademia, anche se in precedenza aveva già conseguito la laurea in psicologia. In seguito decide di trasferirsi a New York per diplomarsi in disegno alla Cooper Union.

Questa città, dagli anni Sessanta fino alla sua morte (avvenuta nel 2004), vede sbocciare e decollare la sua carriera, e dalla Grande Mela, poi, la sua espressione artistica riuscì a contagiare e raggiungere tutto il mondo.

Risulta pertanto evidente la connessine tra arte ed espressione massmediale: il linguaggio accattivante, che imparò a sfruttare in giovane età, non venne mai abbandonato.

Allontanando da sé tutto ciò che poteva essere astrazione, l’artista americano realizza le sue opere figurative attraverso collage, assemblaggi e unendo materiali di diversa tipologia. I colori, inoltre, sono sempre forti, accesi e saturi, come quelli delle pubblicità patinate.

Nessun messaggio critico all’interno dei suoi lavori, solo una chiara celebrazione dell’America, del benessere dilagante e delle icone contemporanee.

Wesselmann è ricordato soprattutto per alcune opere che riproducono nudi stilizzati di donne, come, per esempio, la serie intitolata Great American Nude (nome ripreso anche nel titolo della sua prima mostra realizzata a New York nel 1961).

Il più delle volte queste figure appaiono in interni ricreati attraverso collage che rappresentano abitazioni americane degli anni ’60 dove, tra televisioni accese, oggetti pescati dal design e imitazioni di merci acquistabili al supermercato, compare la sagoma di una donna nuda, in posizioni provocanti, nonostante la sua evidente semplificazione anatomica.

Se guardate con attenzione, tali opere però rivelano dettagli che ci permettono di fare un accostamento che potrebbe apparire azzardato: le campiture di colore stese in modo piatto e bidimensionale, i colori accesi e innaturali, portano alla mente i quadri di Henri Matisse, artista francese, massimo esponente della corrente Fauve dei primi anni del 1900.

L’accostamento diventa maggiormente chiaro se si fa un confronto tra l’opera Great Nude # 29 e il quadro di Matisse Nudo Rosa (1935). Nonostante il linguaggio espressivo dell’americano si sia sviluppato in modo originale e del tutto personale, appare evidente il richiamo al fauvista francese, reso ancora più palese dalla citazione del “quadro nel quadro”.

Riferimenti, più o meno espliciti, a grandi artisti sono numerosi e frequenti all’interno delle opere del’americano: Mondrian, Modigliani e Leonardo da Vinci sono solo alcuni degli autori di quei dipinti che compaiono riprodotti nei suoi quadri-assemblaggi. Molto spesso, inoltre, i nomi di importanti pittori vengono celebrati anche nei titoli delle opere stesse.

Se si guarda però ai suoi quadri degli anni ’50 - ancora non circoscrivibili all’interno della corrente Pop del decennio successivo - risulta evidente che è di certo Matisse l’artista che in misura maggiore viene ricercato e studiato.

Rimasto sempre fedele al suo inconfondibile stile espressivo, nel corso degli anni però medita ad alcune varianti di temi a lui cari; realizza, per esempio, la serie Still life. Sono queste rappresentazioni di nature morte giocate, ancora una volta, sulla creazione di campiture piatte e giustapposizioni di colore, celebrando sempre e comunque oggetti comuni, frivoli: rossetti, trucchi femminili, mani che reggono sigarette accese, piedi di donne con unghie smaltate di rosso.

Leggerezza è la parola d’ordine che continua a riecheggiare nei lavori di Wesselmann.

Seguono poi gli Smokers, quadri in cui gigantesche labbra femminili, rosse e sensuali, reggono sigarette fumanti.

E negli anni a seguire, continuano le riproduzioni di donne, in pose vezzose e provocanti, di molto simili e quelle degli anni Sessanta, ma che con il tempo hanno ceduto al fascino di una maggiore astrazione e smaterializzazione.

E’certo: Tom Wesselman, celebratore dell’America del consumo, rimase sempre riconoscibile e coerente alla sua arte.

Le immagini, vivaci ed immediate, colpiscono per la facile fruibilità: sono accattivanti, captano l’attenzione di chi le osserva e attraverso loro sarà possibile far rivivere per sempre il sapore di quei favolosi anni ’60.

 

L'architetto che ha rivoluzionato l'architettura: piccolo ritratto di Frank O. Gehry

Osservando le architetture di Frank O Gehry, ci si trova davanti a creazioni fantastiche, mitiche, inimmaginabili. Le forme non sono pure, i materiali acquistano una fisionomia così articolata da non essere più semplici materiali: diventano il cuore pulsante dell’opera; caos, movimento, creatività, diventano il suo marchio di fabbrica.

Gehry riesce a ribaltare tutte le concezioni artistiche: il suo stile, che rompe con la classicità di linee e forme del Movimento Moderno, è informale, completamente lontano da rigore e formalità in auge negli anni Settanta e Ottanta. Frank rivoluziona il mondo dell’architettura, che ancora oggi, lo ringrazia. È proprio con Frank e le sue opere che si fa nascere il movimento decostruttivista: geometrie instabili con forme disarticolare e decomposte, dove i volumi sono frammentati, deformi, tagliati in modo asimmetrico e lontani dai canoni estetici tradizionali. Il decostruttivismo punta a “decostruire” ciò che è costruito, a ribaltare le linee dritte, che invece ora si piegano senza una precisa necessità.

Ephraim Goldberg nasce a Toronto nel 1929 da una famiglia ebrea di origini polacche che decide poi di trasferirsi in America: è in California che Frank si laurea in architettura e dopo una lunga gavetta, apre il suo studio a Santa Monica, nel 1962. Cambia il suo nome alla nascita della figlia: vuole che il peso delle sofferenze e delle ingiustizie subite in gioventù non gravi anche sulle nuove generazioni.

Il suo nome comincia presto a farsi conoscere in tutto il mondo: edifici si possono osservare in ogni parte del mondo, dalla California al Meryland, dal Connetticut al Minnesota, dalla Germania alla Spagna, dalla Repubblica Ceca alla Svizzera e in molti altri paesi del mondo, con più di dieci progetti in fase di esecuzione o costruzione; sono oltre 50 le opere completate mentre una ventina sono i progetti in fase di completamento, testimonianza di un successo planetario.

Non si contano premi, riconoscimenti e mostre a lui dedicate; in Italia è stato protagonista di una mostra a tema alla Triennale di Milano nel 2009, mentre l’anno prima gli è stato consegnato il Leone d’oro alla carriera alla Mostra Internazionale di Architettura di Venezia.

Nel 2005 l’amico Sydney Pollack gli dedica un bellissimo documentario in cui è Frank racconta la sua arte, dalla nascita dei progetti alle difficoltà di realizzazione, alle paure dei committenti quando le sue idee sembrano troppo estreme.

“Se oggi il mondo è più bello lo dobbiamo anche al genio di Frank Gehry, uno dei più grandi architetti viventi”, dice Pollack, ed è vero. Con una serie di interviste, Sydney si fa raccontare come nasce un’opera d’arte come quelle di Frank, da dove prende le idee, come procede nella realizzazione.

Frank è anche diventato un personaggio dei cartoon: in un episodio dei Simpson viene chiamato in città per realizzare un nuovo auditorium che deve fare invidia: l’ispirazione per il progetto nasce da una cartaccia gettata a terra, tutta accartocciata.

Come da lui stesso ammesso, Gehry deve molto all’utilizzo del computer: è il cervello elettronico che gli consente di capire se la sua fantasia si sta spingendo troppo oltre, se la sua idea è destinata al fallimento; ogni struttura ha i proprio problemi costruttivi e se i calcoli accertano che i suoi edifici saranno stabili e capaci di stare in piedi, allora la fantasia può correre libera e noi possiamo osservare degli edifici magnifici e decisamente particolari.

Tra le opere che più lo hanno reso famoso va annoverato di certo il Museo del Guggenheim di Bilbao, la piccola città basca che è diventata famosa in tutto il mondo proprio per il suo museo e che attira migliaia di visitatori ogni anno. Titanio, pietra calcarea, cristallo, creano una struttura disorganica, che da lontano la fa assomigliare ad una nave e che, con il sole, fa brillare i pannelli come le squame di un pesce. Le superfici non sono piane, si sormontano l’una sull’altra, creano un gioco di volumi, di pieni e vuoti, che la critica non sempre ha apprezzato: il museo venne chiamato “fabbrica di formaggi” da uno degli esponenti della comunità basca.

La critica non ha sempre ben accettato le opere di Frank, che ha fatto della creatività il suo cavallo di battaglia. All’arte non si comanda, verrebbe da pensare, anche quando trae ispirazione da un cestino dei rifiuti: “pensate a quante idee, a quante forme e quante superfici ci sono lì dentro”, ha affermato Gehry.

Creatività, intelligenza e aiuto delle nuove tecnologie: Frank O Gehry è diventato uno dei più grandi architetti del nostro tempo. “Ci sono riuscito grazie al computer”, ammette.

La tecnologia non basta, sono le idee che fanno grande un uomo. Le idee di Frank sono diventate realtà, e possiamo ammirarle, e sorprenderci di come un solo uomo abbia potuto fare tanto per l’architettura.

 

Francesca Woodman, un profilo in bianco e nero

Francesca Woodman

(Denver 1958 - New York 1981)

"It's a matter of convenience, I'm always available", questo diceva Francesca Woodman a chi le chiedeva perché fosse sempre lei il soggetto dei suoi scatti. In questa semplice quanto potente frase, si racchiudono i nove anni di un'artista che ancora oggi viene analizzata, sezionata e studiata; un'artista che più di altri ha portato all'estremo il rapporto tra modella, artista e contesto, arrivando a scomparire al suo interno.

A tredici anni il suo primo scatto racchiude già il suo manifesto, il suo essere e la sua ricerca. Del suo lavoro e della figura si "approprieranno" in tanti, dalle femministe ai critici, tutti pronti a dare la loro personale rivisitazione del fenomeno Woodman.

La lucidità con la quale l'artista ritrae se stessa e il modo in cui assorbe il contesto e gli oggetti che la circondano ci regala un vero e proprio viaggio all'interno dell'esistenza umana, che va a toccare gioia e dolore, solitudine e compagnia, ironia e serietà, vita e morte.

A New York, nel gennaio del 1981, pochi giorni dopo l’uscita del suo unico libro d’artista "Some Disordered Interior Geometries", Francesca Woodman si lancia dal tetto del palazzo in cui abita, liberando per sempre l'artista, la modella e il contesto.

Le sue fotografie sono state esposte in numerose mostre e fanno parte di molte collezioni museali, ispirando ancora oggi chi le incontra.

Vi consigliamo il libro di Isabella Pedicini, “FRANCESCA WOODMAN The Roman years: between flesh and film”, 2012 Contrastobook, €19.90 e il film “The Woodmans” sulla storia della famiglia del 2010.

 

“Coup de foudre” Piero Fornasetti

 “Ieri sera era amore, 
io e te nella vita 
fuggitivi e fuggiaschi
 con un bacio e una bocca
 come in un quadro astratto: 
io e te innamorati
 stupendamente accanto.
 Io ti ho gemmato e l’ho detto: 
ma questa mia emozione
 si è spenta nelle parole.”

A.Merini

Il colpo di fulmine, questa strana e inspiegabile alchimia che si crea tra due persone, che fa sì che due sconosciuti rimangano attratti in un breve lasso di tempo senza conoscersi, senza aver parlato o scoperto gli altrui odori e sapori. Questo gioco misterioso è sempre stata una costante nel mondo dell’arte, tanto che alcuni talenti, venuta meno la musa, furono colpiti da un vero e proprio blocco artistico, da una fase di totale improduttività. Tra gli artisti a me cari, ho scelto di parlare di Piero Fornasetti, in linea con questo tema tanto inspiegabile quanto seducente. Nato nel 1913, artista poliedrico, pitture e scultore, decoratore, designer milanese, ritengo sia uno dei talenti più originali dello secolo scorso. Fondatore di uno stile eccentrico caratterizzato da immagini misteriose, ironiche e accattivanti, vero e proprio stacanovista, creò più di diecimila prodotti; per la varietà dei decori, la produzione di Fornasetti è una delle più vaste del XX secolo. Venne ispirato dal surrealismo e dalla pittura metafisica.

L’opera per cui viene ricordato maggiormente sono le sue cinquecento variazioni sul viso di una donna, Lina Cavallieri, la sua musa ispiratrice, attrice della belle époque, cantante lirica, una specie di enigmatica Gioconda moderna, che Gabriele D’Annunzio definì la massima testimonianza di Venere in terra.

La leggenda vuole che Piero Fornasetti trovò l’immagine dell’attrice sfogliando una rivista francese di fine ‘800 rimanendone folgorato, del resto il suo viso ispirò più di cinquecento variazioni sul tema. La storia di Lina Cavallieri ha suscitato in me un morboso interesse, andando a scavare nella sua biografia pare si fosse sposata ben tre volte e che uno dei suoi matrimoni durò soltanto otto giorni. Nonostante fosse un’ eccelsa cantante e lavorasse nei maggiori teatri del mondo, divenne invece famosa e venne spesso ricordata per la sua bellezza come la donna più bella del mondo, infatti a teatro il pubblico era più interessato ad ammirare la sua avvenenza, il suo charme che ad ascoltare la sua voce. Quale donna non desidererebbe diventare musa totale di un artista? Io per prima ambirei a diventarlo, mi immagino il mio caschetto raffigurato su deliziosi piatti e tazzine, carta da parati, cuscini… L’idea di diventare “un’idea”, un motivo ricorrente o una magnifica “ossessione” mi fa brillare gli occhi e mi riscalda il cuore. La sua morte durante un bombardamento aereo nel 1944, contribuì ulteriormente a fare di lei una vera e propria icona, anche il cinema ha voluto rendere omaggio a questa donna: nel 1955 Gina Lollobrigida interpreta la cantante, accompagnata da un Vittorio Gassman giovanissimo. Maggiori informazioni sul mondo di Fornasetti potete trovarle qui: http://www.fornasetti.com/it/storia/piero-fornasetti/ Le sue creazioni potete acquistarle qui: Fornasetti Store Milano Corso G. Matteotti, 1/A 20121 Milano  Italy Tel +39 02 89 65 80 40 / Fax +39 02 659 22 44 Email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Vi segnaliamo inoltre la mostra Autoritratto di un centenario’, disegni e stampe di Piero Fornasetti.

Durante questa mostra verrà presentato il piatto calendario 2013, celebrativo del centenario della nascita di Piero Fornasetti.

Fornasetti Store Milano 10 novembre 2012 Dalle 10 alle 19 Corso G. Matteotti 1/A 20121 Milano Tel +39 02 896 580 40 Email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.fornasetti.com La mostra rimarrà aperta fino a sabato 9 febbraio 2013.

 

I 10 noir che hanno fatto la storia del cinema

Tre regole per cominciare: è già difficile scegliere solo dieci film, quindi rinunciamo a un ordine di importanza. Il noir è solo e rigorosamente in bianco e nero, perciò nessuna pellicola a colori. Niente Hitchcock, il suo è un cinema a parte.

Cominciamo dal capostipite riconosciuto: Il Mistero del falco (1941) tratto dal romanzo di Dashiel Hammett, esordio del regista John Huston e irruzione nel cinema ‘che conta’ per l'icona del noir, Humphrey Bogart, nei panni del detective Sam Spade alla ricerca di una statuetta d'oro: sigaretta pendente all'angolo della bocca, cappello di traverso, sguardo disilluso. Ci sono già tutti gli ingredienti tipici del genere: inganni continui, violenza sempre in agguato, una galleria di personaggi loschi e inquietanti, un protagonista in bilico tra il Bene e il Male.

Restiamo con “Bogie” nel ruolo di private eye per un'altra scelta obbligata: Il grande sonno (1946), sceneggiato da William Faulkner a partire da un romanzo di Raymond Chandler. Il protagonista è Philip Marlowe, alle prese con un susseguirsi infinito di colpi di scena e stravolgimenti: si narra che anche gli attori, tra cui spicca una stupenda Lauren Bacall, non riuscissero a orientarsi nella trama, ma l'atmosfera del film è quanto di più noir si possa immaginare.

Ritroviamo la coppia (sul set e nella vita) Bogart/Bacall ne La fuga (1947), celebre per una riuscita scelta stilistica del regista Delmer Daves: grazie a un perfetto gioco di ombre e inquadrature in soggettiva, per la prima ora gli spettatori non vedono il volto del protagonista, che dopo l'evasione dal carcere ha fatto ricorso alla chirurga plastica. Tolte le bende, compare il volto magnetico di “Bogie”, braccato dalla polizia e alla ricerca del colpevole dell'uxoricidio di cui è ingiustamente accusato.

Ma il noir è anche il genere dei malviventi alla ricerca del colpo che gli cambierà la vita o che ne segnerà il crollo definitivo, in una spirale di avidità, sfiducia, disillusione, autodistruzione. Di loro racconta meglio di chiunque altro John Huston in Giungla d'asfalto (1950), aiutato da un cast di bravissimi caratteristi poco conosciuti, tra cui una quasi esordiente che farà strada: Marilyn Monroe. Perché nel noir ci sono anche le donne, bellissime e distruttive: le dark lady.

Ne La fiamma del peccato (1944) di Billy Wilder la biondissima Barbara Stanwyck trascina un normalissimo agente d'assicurazioni in un perfido intrigo ai danni del marito: nel noir l'incontro con la dark lady è sempre travolgente, il suo fascino precipita gli uomini più comuni in spirali inarrestabili.

Per continuare con i registi austriaci trapiantati a Hollywood, non possiamo assolutamente tralasciare Fritz Lang, uno dei padri di quell'Espressionismo tedesco da cui il genere ha tratto alcuni dei suoi aspetti peculiari: i netti contrasti di luci e ombre, l'emersione delle passioni più violente, la dimensione onirica. Il film che meglio sintetizza l'equilibrio precario tra realtà ed apparenza, innocenza e colpevolezza, è La donna del ritratto (1944), in cui un criminologo viene coinvolto da una ragazza in una vicenda di omicidio e ricatto.

Il forte simbolismo visivo, tipico dell'Espressionismo, caratterizza anche il capolavoro di uno dei grandi maestri del noir, straordinario creatore di atmosfere inquietanti nel loro bianco e nero che nasconde e rivela: La scala a chiocciola (1945) di Robert Siodmak, in cui un killer minaccia di uccidere una ragazza muta, in un crescendo di suspense.

Restano tre posti in videoteca. Non può mancare Orson Welles: scegliamo L'infernale Quinlan (1958), l'ispettore obeso, razzista, arrogante, dal fiuto infallibile e dai metodi sbagliati. “Era uno sporco poliziotto, ma a suo modo era anche un grand'uomo” dice di lui un'indimenticabile Marlene Dietrich con parrucca nera, come indimenticabili e nere sono le atmosfere quasi opprimenti di quest'opera magistrale.

Non può mancare la scuola francese: tralasciamo le escursioni nel genere dei maestri della Nouvelle Vague e scegliamo Grisbi (1954) di Jacques Becker. Perché c'è Jean Gabin, che sta al noir francese come Bogart a quello americano, con la medesima disillusione. Perché ci sono il miraggio del “colpo della vita” e il codice d'onore dei vecchi malavitosi. Perché c'è la forza dell'amicizia virile messa in pericolo da una donna. Perché l'antagonista ha il volto di Lino Ventura e la femme fatale quello di Jeanne Moreau.

Non può mancare, infine, il “cult B-movie” per eccellenza, cioè il film a basso costo, girato fuori da Hollywood, che nonostante le umili origini è entrato nella storia del cinema: Detour (1945) di Edgar G. Ulmer, storia di un pianista qualunque in viaggio da New York a Los Angeles per incontrare la fidanzata. Il suo viaggio si trasforma in un incubo, a causa di una serie di eventi inattesi e incontrollabili che lo precipiteranno nell'abisso della colpa. Un lungo flashback con la voce narrante del protagonista, classico del genere, ricostruisce le tappe della caduta: pochi soldi, tanto mestiere, indelebilmente noir.

 

Il sapore dolceamaro della vita nel cinema di Woody Allen

Un sodalizio lungo oltre quarant’anni quello tra Woody Allen e il cinema, scelto dal regista, attore e sceneggiatore newyorkese per raccontare temi universali- l’amicizia, la morte, il sesso, la religione – che sembrano aver perso la loro autenticità, diluiti nella realtà massmediatica. E’ infatti nella finzione cinematografica che si rivelano tutte le contraddizioni della cultura di massa: le nevrosi dei protagonisti delle pellicole alleniane svelano come la vita non corrisponda per nulla all’immagine patinata offerta dalla tv, ormai vero surrogato del reale, ma nasconda, ad un livello più profondo, sofferenze esistenziali che lo stesso Allen condivide. Ecco allora che allo spettatore è offerta la possibilità di affrontare un’autoanalisi, viaggiando sul registro comico dei personaggi nati dalla sua vivace vena creativa, in un continuo tributo stilistico alla storia del cinema – dalla comicità di Chaplin a quella di Buster Keaton e Jerry Lewis, fino ai cineasti europei – e non solo. La musica jazz, grande passione del regista, entra infatti prepotentemente, con tutto il suo bagaglio culturale, nei suoi film, così come la letteratura e la filosofia occidentale, tappe intellettuali di una costante ricerca di senso, in bilico tra i toni della commedia e quelli del dramma.

E’ nell’ultima produzione del regista americano che sembra accentuarsi la vena cinica caratteristica dei suoi copioni più celebri – da Io e Annie a Manhattan e Hannah e le sue sorelle – condannando i personaggi a un’infelicità senza salvezza.

L’inquietudine e le continue domande sul senso della vita - che per Allen sembrano trovare conciliazione solo nella pratica cinematografica, vera panacea per i suoi mali esistenziali – scorrono tra i paesaggi e le strade della sua città, New York, protagonista viva delle vicende raccontate, luogo dell’anima insieme a Parigi e Venezia, che contendono alla Grande Mela il cuore del regista, autore di un felice incontro fra le tre città nel riuscito musical Tutti dicono I Love You , brillante omaggio alla commedia Vecchia Hollywood.

Un inedito binomio, negli ultimi anni della sua ancora prolifica carriera, caratterizza l’incursione di Allen nelle tinte più fosche del genere drammatico e del thriller: a fare da sfondo ai dilemmi sulla colpa e la morale.

Al centro di Match Point e Sogni e Delitti è infatti Londra, location prescelta anche per Scoop, film cucito addosso a Scarlett Johansson, scelta anche per affiancare la coppia Penelope Cruz-Javier Bardem nell’incursione spagnola di Allen di Vicky Cristina Barcelona, e nuova musa del regista dopo Diane Keaton e l’ex moglie Mia Farrow.

Anche Parigi torna prepotentemente a invadere l’immaginario filmico di Allen, divenendo, come New York, ispirazione assoluta per un viaggio nel tempo del protagonista, aspirante scrittore di Midnight in Paris, finalmente pronto, insieme a Woody, a riconciliarsi con la realtà, nonostante tutto. Ancora una volta attraverso il cinema.

 

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