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Tra le serie Tv in uscita in questi primi mesi del 2013 di sicuro “The following” è la più attesa e controversa.

Il protagonista è un ex agente dell'FBI, Ryan Hardy, interpretato da Kevin Bacon (vi ricordate il ballerino di “Footlose”?), esperto nell'eleborazione di profili psicologici, che ritorna in attività quando lo scaltro e spietato serial killer che aveva arrestato nove anni prima, Joe Carroll, evade dalla prigione nella quale era rinchiuso. Inizia una caccia all’uomo per evitare che Carrol porti a termine la sua opera: uccidere l’unica ragazza che è sopravvissuta a una sua aggressione. La verità più agghiacciante è che la fama raggiunta da questo crudele assassino ha fatto in modo che  una schiera di fanatici sia disposta a tutto per completare il suo grande disegno, perpetuando i suoi delitti anche dopo l’incarcerazione.

Una serie decisamente adrenalinica, ricca di colpi di scena e suspence, tuttavia molto violenta, con scene esplicite di torture e corpi mutilati. Negli Stati Uniti questo fattore ha portato molto critiche alla serie che, nonostante sia molto ben fatta, potrebbe essere di ispirazione per atti violenti immotivati. Soprattutto se si considera la facilità estrema con cui è possibile reperire un’arma da fuoco nel nuovo mondo. Altra tematica sconvolgente e soprattutto molto interessante dal punto di vista sociologico è la potenza dei social network: il sanguinario killer Carrol comunica con i suoi seguaci attraverso twitter, mandando messaggi criptati che gli adepti sono in grado di capire. Sembra che i timori legati alle nuove tecnologie possano prendere vita e in questa serie i riferimenti a questa possibilità sono chiari fin dal titolo. Un mix vincente e molto curato che spiazza completamente l’ascoltatore: la coppia di protagonisti, l’agente dell’FBI e l’assassino, sono opposti e complementari, il buono e il cattivo presentano sfumature caratteriali e comportamentali contraddittorie: Hardy è un alcolizzato, Carrol non ha mai assunto droghe, l’uno è impulsivo, l’altro calcolato e raziocinante, inoltre amano la stessa donna. Insomma, “The following” ha tutte le carte in regola per piacere a noi di Nerospinto: controversa e ambigua, ci terrà con il fiato sospeso, non mancheremo nemmeno una puntata! E voi l’avete visto? Cosa ne pensate?

Ultima grande icona dello spettacolo prima dell’avvento della televisione, Edith Giovanna Gassion, meglio nota come Edith Piaf, ebbe una vita breve ma intensa, incarnò con tutto il suo metro e 47 centimetri di altezza le angosce, i turbamenti e le sofferenze di quell’epoca che si snodò dagli anni ’30, passando per la seconda guerra mondiale e concludendosi con la rivoluzione culturale degli anni ’60. Conobbe artisti come Jean Cocteau, Jean Paul Sartre e Marc Chagall, fu adorata da Marlene Dietrich, ma al successo di pubblico corrispose purtroppo una vita costellata da una serie interminabile di eventi tragici e dolorosi che contribuirono a costruire l’aura di mito attorno alla sua minuta figura. Malata di artrite reumatoide iniziò ben presto ad abusare della morfina che, unita alla dipendenza di alcolici, la portò alla prematura morte a soli 48 anni. Chi ebbe il privilegio di conoscerla la descrisse come una donna fiera, forte, coraggiosa oltre ogni limite, sprezzante del pericolo, ironica, sempre pronta a rialzarsi dopo ogni perdita. La sua vera forza fu la sua arte, la sua voce graffiante, profonda e agguerrita, quella voce capace di far tacere le persone nelle strade, la voce che la portò a riempire i teatri più importanti del mondo, a guadagnarsi da vivere ancora bambina. Non rinunciò nemmeno ad esibirsi negli ultimi mesi di vita quando, quasi calva e incapace di reggersi in piedi, svenne durante uno spettacolo a Parigi mentre cantava con la consueta determinazione uno dei suoi inni, “Padam”.

Insomma Edith Piaf è decisamente una eroina da Nerospinto, la amiamo per la sua anima gentile e leggiadra, piena di contraddizioni e turbamenti. La amiamo per il suo accanito attaccamento alla vita, per essersi fatta amare senza mai nascondere nessun lato della sua personalità. Fu diva, ma ogni volta che saliva sul palco provava quella strana sensazione di imbarazzo e reverenza nei confronti del pubblico. Amiamo Edith Piaf perchè non rimpianse nulla, nulla di nulla.

Consigliamo la visione del film Le vie en rose, con Marion Cotillard

E questo video:

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Febbraio. Non solo il mese che ci avvicina alle miti temperature primaverili ovvero quando finalmente inizieremo a vestirci meno mostrando sempre piú centimetri quadrati della nostra pelle. E’ anche il mese che richiama a Milano sotto un unico tetto, anche quest’anno quello dell’Ata Hotel Quark, 250 dei piú grandi tattoo artists di fama mondiale .Un’ottima chance per chi, appassionato o semplice curioso, voglia vederli all’opera sotto i propri occhi, o per chi sfidando l’interminabile lista degli appuntamenti, è riuscito ad aggiudicarsene uno ed è pronto a diventare parte dell’ anima della convention. Questa imperdibile tre giorni che trasformerá Milano in un’importante vetrina internazionale di questa espressione artistica dal sapore arcaico, vi dará infatti la possibilitá di vedere realizzata un’indelebile opera d’arte sulla vostra pelle eseguita da quello specifico tatuatore professionista che magari avete adocchiato da tempo ma che abitualmente crea dall’altra parte del mondo. Siete pronti a fare del vostro corpo uno dei capolavori della convention in una situazione ‘’unconventional’’, in una moltitudine di colori e ritmi musicali faccia a faccia con i piú ambiti protagonisti della body art?

Come ogni anno che si rispetti anche la diciottesima edizione ospita al suo interno diversi eventi dedicati al mondo del tattoo e tutto quello che lo riguarda: si va dal consueto Miss Convention 2013, aperto a tutte e che premia una fra le personalitá al femminile che si presenteranno sul palco e che il tattoo lo indossano, ai tattoo contest, ossia le competizioni che eleggono chi invece i tattoos li fa. Quest’anno ad esporre i propri lavori nella sezione mostre ci sará Stefano Padovani, fotografo di moda e ritrattista internazionale, collaboratore per la realizzazione delle copertine di Tattoo Life, Tattoo Energy e Tattoo Italia, che presenterà un percorso fotografico attraverso i ritratti di migliaia di tatuatori che hanno fatto la storia dell’evento e che non solo "vestono" i loro tatuaggi ma che ne fanno uno stile di vita.  "Tattoos from the street of Los Angeles" è un’ affascinante esposizione dedicata alla cultura del tatuaggio e alle band che lo sfoggiano per le strade di Los Angeles. Questa mostra oltre ad essere un interessante reportage sulla cultura cholo, diffusa tra la bassa California e il Messico, è anche un documentario dedicato al chicano, uno degli stili attualmente molto diffusi e apprezzati in tutto il mondo. "Woodcut Portraits" , che mette in mostra i lavori di Alex Binnie , è una serie di 30 dipinti intagliati su legno e poi stampati alla maniera delle vecchie stampe dell’ukyo-e giapponesi che rappresentano i volti di alcuni dei più noti tattoo artist internazionali, colleghi e in molti casi amici dell’artista. Non mancano le performances live: ad esibirsi quest’anno il duo di acrobatica aerea "Aves on air" che vanta diverse collaborazioni artistiche con il Golden Circus di Liana Orfei e che ci terranno con gli occhi incollati al palco centrale. Presenti anche le "Acletinika" e Lucky Hell, un gruppo di danzatrici etniche le prime e performer circense tatuata la seconda. Lucky animerá il palco durante il weekend e vi stupirà con la sua incredibile sensualità e le sue esibizioni che la vedranno cimentarsi con giochi di spade, martello e machete. Sempre all’interno dell’evento ci sarà un live del progetto musicale "Punk goes Acoustic" ,oltre 30 musicisti emergenti  italiani uniti dalla passione per il genere punk.

Nerospinto che ama il nero dell'inchiostro e i colori del tattoo non mancherá.. e voi?

18th Milano Tattoo Convention

Centro Congressi Ata Hotel Quark Via lampedusa 11/A

venerdí dalle 19.00 alle 23.00

sabato dalle 12.00 alle 23.00

domenica dalle 12.00 alle 20.00

Ingresso 20 euro

Un’esperienza magica da vivere questo sabato, 09 Febbraio 2013.

Un workshop aperto a tutti, che non richiede particolari doti yogiche e che vi da la possibilità di un completo abbandono e rilassamento dopo un’intensa settimana di lavoro o di stress.

Vi anticipo solo che ci saranno diversi momenti legati alla pratica delle Asana (posture), alla respirazione Pranayama, momenti di meditazione e molto altro ancora all’interno del Dojo del Parsifal accuratamente riscaldato dalla notte prima a una temperatura di 34°.

La calda sala di pratica accoglie il praticante e lo conduce naturalmente verso un atteggiamento positivo verso la vita. La qualità è rassicurante e per niente aggressiva, nota fondamentale per raggiungere quella condizione di piacere che è lo scopo ultimo dell’incontro. Infatti ogni momento della Sadhana stimola il piacere fisico-sensoriale ed emotivo, riducendo lo sforzo e lasciando spazio ad una consapevolezza rinnovata e rigenerante.

Giorno: Sabato 09 Febbraio dalle 10.00 alle 12.30 – Dove: Viale Gorizia,6 Milano MM Porta Genova

Attenzione! Per info e prenotazioni chiamate pure il centro Parsifal al numero 02-89 42 36 73

Io la consiglio “caldamente”. E ci sarò anche io in costume da bagno!!!

 

 

 

Se il cinema è finzione, sarebbe stato allora l’anticinema a rappresentare l’Italia davanti al mondo in occasione della prossima edizione dei Premi Oscar, il 24 febbraio a Los Angeles. “Cesare deve morire”, firmato da Paolo e Vittorio Taviani, dopo aver conquistato l’Orso d’oro al Festival di Berlino, è stato scelto dall’Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali) per essere inserito nella rosa delle pellicole in lizza per la statuetta assegnata al “Miglior film straniero”, sbaragliando concorrenti come “Reality” di Matteo Garrone e “Bella addormentata” di Marco Bellocchio. Nonostante l’esclusione dalla cinquina delle nomination annunciata dall’Academy - è dal 2006, con la “Bestia nel cuore” di Cristina Comencini, che l’Italia non compare più tra i finalisti – la decisione dell’organo cinematografico italiano non può passare inosservata. La storia di “Cesare deve morire” inizia con due fratelli che amano il cinema, e in un piccolo paese di provincia trovano ogni mezzo per inseguire le immagini e scoprire la magia della verità raccontata dai grandi maestri, da Ejzenštejn a De Sica passando per Rossellini e Dreyer. Sullo sfondo la colonna sonora di un’Italia attraversata dalle contraddizioni storico-culturali di metà Novecento, sulle note di Verdi e con la continua incursione nel teatro e nella letteratura europea. Le parole non rimangono mai orfane per i due fratelli rapiti dalle pagine di Shakespeare e Tolstoj, trascinati nel racconto senza possibilità di disincanto. Sull’onda di quest’emozione per la vita, per il racconto della vita, arrivano a Roma e per mezzo secolo continuano a parlare della realtà dietro la macchina da presa, costretti nel confine asfissiante delle definizioni di genere, viaggiando tra storia e antistoria con la voglia di andare oltre quel confine, di oltrepassare il limite della realtà per dire quello che solo in un film può essere detto. Sono novantenni, quei due fratelli, quando gli si richiudono dietro le spalle i cancelli del carcere di Rebibbia. Sono lì per assistere ad uno spettacolo teatrale – finzione, come al cinema – ma quando Shakespeare torna a parlargli con la passione della gioventù dalla bocca sbarrata di un condannato all’ergastolo, capiscono che quella storia deve essere raccontata. Il dramma del tradimento – Giulio Cesare e i congiurati che lo uccideranno – diventa materia viva tra le celle, il teatro e i cortili della prigione romana, sfiorato dallo sguardo dei fratelli insieme registi e spettatori, pienamente travolti dal pathos tragico. E’ quella stessa emozione a raggiungere il pubblico in sala, i critici che hanno pluripremiato la pellicola, dai David di Donatello ala vittoria di Berlino, e ancora in promozione in giro per il mondo con Paolo e Vittorio Taviani a rappresentare l’intero cast di attori detenuti. Un racconto attraversato dalla vita, presente e imperitura in carcere, e passata, laddove il passato assume i contorni dell’infinito, dilatandosi nell’universalità della tragedia. Non è più storia dell’antica Roma, non è il teatro di Shakespeare e non è più un film, i confini ancora una volta oltrepassano le sbarre della vera prigione, quella della forma, per aprire nell’arte uno sconfinato squarcio di realtà. Non c’è un fotogramma che lo mostri, non c’è l’artificio di scena, ma di sangue ne scorre tantissimo in “Cesare deve morire”, in un flusso ininterrotto tra personaggi e attori, nella morte che racconta della vita. A noi di Nerospinto, Paolo e Vittorio Taviani piacciono per l’instancabile fame di verità che non li abbandona da quasi un secolo, per l’entusiasmo dei vent’anni mai perso e sempre rinnovato in una tra le più belle vecchiaie del cinema italiano, per la voglia di rischiare con un film difficile da produrre e distribuire che ha inaspettatamente trionfato in Europa.

Bob Dylan è una delle figure più influenti della cultura del ventesimo secolo. Nel corso degli ultimi 48 anni ha pubblicato più di 45 album e scritto più di 500 canzoni alcune delle quali si sono aggiudicate un posto nel nostro immaginario collettivo come "Blowing in the Wind", "All Along the Watchtower", " Knocking on Heaven's Door " e innumerevoli altre. I suoi successi sono stati riconosciuti in tutto il mondo e hanno fruttato vendite di oltre 110 milioni di dischi e le sue canzoni sono state cantate da più di 3.000 artisti dai Duke Ellington ai Rolling Stones, dai Guns N 'Roses a Stevie Wonder. Anche se Bob Dylan è meglio conosciuto come cantante e cantautore, è anche un autore, regista, attore e conduttore radiofonico. La sua collezione sperimentale di scritti, Tarantula, è stata pubblicata nel 1970 e le sue memorie, Chronicles: Volume One ,uscite nel 2004 , sono diventate un bestseller internazionale. Ma pochi sanno che uno dei piú famosi luminari della storia della musica americana è anche pittore. Da artista visivo, inedita veste che lo vede impegnato giá da tempo, Bob Dylan ha infatti iniziato solo di recente ad esporre le sue opere al pubblico. Risale all’autunno 2007  The Drawn Blank Series , una raccolta di acquerelli e gouaches esposta in Germania al Kunstsammlungen Chemnitz, e al 2010 la serie di opere su tela e acrilico dedicate al Brasile in mostra alla Galleria Nazionale di Copenhagen.

Uno dei piú grandi poeti e cantautori della musica americana che ha fatto la storia di quella mondiale, ha scatenato diverse polemiche nel mondo dell’arte con l’esposizione di dipinti presso la galleria Gagosian di New York che hanno messo in forte dubbio la sua immagine parallela di artista visivo. La collezione, chiamata The Asia Series, è un excursus personale dell’artista che lo ha visto cimentarsi con visioni varie tra cui scene di strada, architettura e paesaggi, ritratti dalla sua vita quotidiana. Ció che è stato fortemente criticato e che ha suscitato scalpore, iniziando dal blog Arts Beat del New York Times,  è stato il fatto che molti dei dipinti originali di Dylan possiedono sorprendenti analogie, alcune sono state addirittura definite riproduzioni, con fotografie di artisti del calibro di Busy Leon e Henri Cartier-Bresson scatenando il dibattito sugli standard dell’arte, sull’importanza dell’originalità nelle esposizioni e l’originalitá stessa di quella di Dylan.

"Dipingo per lo più dalla vita reale", ha detto l’artista, "devo iniziare da questo: persone reali, vere e proprie scene di strada, il dietro le quinte, modelle dal vivo, dipinti, fotografie, installazioni, architettura, graphic design. Tutto ciò che serve per far funzionare la rappresentazione visiva. " A sostenere la tesi, Dylan tira in ballo il discorso musicale dimostrando come "Whistle Duquesne", la canzone di apertura dal suo trentacinquesimo album, Tempest, prenda elementi della melodia, il coro e la struttura stessa del pezzo da una canzone del 1929 di Memphis Jug Band, KC Moan. Ma allo stesso tempo per non creare fraintendimenti aggiunge: "Ho fatto disegni per la maggior parte della mia vita. Nel notebook, sui tovaglioli, su carta ruvida o cartone, piatti e tazzine da caffé. . . con qualsiasi cosa si possa rappresentare qualcosa, quindi disegnare non è una novitá per me" spiegando come i suoi dipinti possano soddisfare le carenze espressive che si possono riscontrare con la musica. "Se invece avessi potuto esprimere le stesse cose con una canzone lo avrei fatto’’.

Descritto come il neo espressionista dello stile beat, dal 5 febbraio Palazzo Reale ospita la personale di Bob Dylan. L’esposizione presenta una serie di 22 dipinti, New Orleans Series, che rendono omaggio alla città americana del cantante e cantautore. Le opere raccontano la storia di questa affascinante città e propongono alcune scene decadenti, atmosfere sospese, tensioni di amore e violenza fissate sulla tela e ambientate tra il 1940 e il 1850. Dylan è stato una figura influente nella musica e nella cultura per più di cinque decenni. Durante la sua carriera ha saputo esplorare con maestria molte tradizioni musicali, tra cui folk, blues, country, gospel, rock and roll, jazz e swing e ora torna a far parlare di sé affrontando un campo artistico per lui inconsueto. Noi di Nerospinto, che amiamo la sua musica,  non vediamo l’ora di riscoprirlo sotto questa sua nuova veste di pittore controverso che osa sfidare la critica piú sfrontata..e voi?

Bob Dylan - New Orleans Series

Palazzo Reale piazza Duomo 12

Dal 5 febbraio al 10 marzo

Lunedì dalle 14.30 alle 19.30 Martedì, mercoledì, venerdì e domenica dalle 9.30 alle 19.30 Giovedì e sabato dalle 9.30 alle 22.30

(free entry)

Il designer-to-consumer è una nuova impostazione produttiva che si avvale tanto delle risorse offerte dalle nuove tecnologie di prototipazione e produzione a controllo numerico quanto di lavorazioni tradizionali e dell'indispensabile supporto delle tecnologie web 2.0.

Questo nuovo modello produttivo, che sta trasformando il mondo della progettazione, della produzione e della distribuzione di beni, prevede che, attraverso la vendita online e il rapporto con i distributori tradizionali, i designer diventino produttori di sé stessi.

SFUSO/small-scale practices/ collettivo di designer , grafici e architetti under 30, attraverso Retrobottega invita designer, architetti, makers, artigiani, graphic designer, studenti e professionisti che si occupano di indagare questo nuovo sistema produttivo a esporre i loro lavori, con lo scopo di fornire loro un'occasione di visibilità, di incontro e di scambio.

Il tema deIl ’incontro tra passato e futuro e della necessità di un dialogo tra i due si rivela anche nella scelta della location, l'esposizione avverrà negli storici locali della Ferramenta Pietro Viganò in via Montevideo a Milano,in zona Tortona, e dell’apertura in occasione della settimana del Salone del Mobile 2013 dal 9 al 14 Aprile.

 

Alla call sono ammessi lavori di designer, studi, architetti, makers, graphic designer che realizzino in maniera indipendente piccole e grandi serie.

Il termine per la presentazione dei progetti scade il 23 marzo. I risultati, scelti da una giuria di esperti, verranno pubblicati su www.sfuso.org il 24 Marzo.

 

Info tecniche:

Le candidature vanno inoltrate a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

La partecipazione alla call e all'esposizione è completamente gratuita. I costi di spedizione e trasporto dei progetti selezionati sono a carico dei singoli progettisti.

La partecipazione è aperta a tutti e si possono presentare quanti progetti si desidera e di qualsiasi tipologia: arredamento, oggetti per la casa, abbigliamento, accessori, dispositivi tecnologici ecc..

 

Per ogni progetto dovranno essere inviati:

-fotografie in alta definizione del prodotto o dei prodotti

-breve descrizione con particolare attenzione alle fasi produttive e alle lavorazioni

-scheda tecnica

-breve biografia dei produttori

-informazioni di contatto

 

I progetti presentati devono essere prodotti in piccole serie o prototipi pensati per la produzione in serie. Non sono ammessi i pezzi unici. Il fatto che il progetto sia già in produzione da un certo lasso di tempo, sia già stato presentato o pubblicato non costituisce impedimento per la partecipazione alla call.

Nella settimana del Salone del Mobile 2013 si susseguiranno inoltre una serie di iniziative volte ad approfondire il tema.

 

Altri Contributi

Al racconto sono chiamati a partecipare anche fotografi, artisti, architetti e designer che vorranno esporre ricerche di carattere teorico, concettuale o narrativo sul tema della relazione con il sistema degli oggetti nella più ampia accezione possibile. I contributi potranno essere di qualsiasi natura scritti, performance, video, produzioni editoriali, installazioni, infografiche ecc e verranno selezionati dagli organizzatori. Le candidature per questi contributi vanno inoltrate a  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

 

Call for sponsors

La call è aperta anche a soggetti che desiderino supportare l'iniziativa mettendo a disposizione le proprie risorse, siano queste di natura materiale o immateriale. Sono benvenuti materiali, grezzi o lavorati, generi di consumo per la parte catering e rinfreschi, mezzi di locomozione (sostenibili!), attrezzature audio video, così come mediapartner per la diffusione dell'iniziativa, videomaker, addetti stampa, volontari per la realizzazione dell'allestimento. Verranno accettate solamente le candidature ritenute in linea con lo spirito dell'iniziativa. Scrivete a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

 

Retrobottega

@Ferramenta Pietro Vigano

Via Montevideo 8, Milano

9-14 Aprile 2013

Noi di Nerospinto amiamo l'arte contemporanea, le persone che credono di poter cambiare il mondo con la propria arte, poichè l'arte è l'unica testimonianza duratura del nostro passaggio su questo pianeta.

Un meraviglioso evento dedicato alla città di Milano: 55 mostre d’arte contemporanea, proposte dalle più importanti gallerie d’arte italiane con l’altissima selezione curatoriale di Flash Art, unite  nell’esclusiva e inusuale location di Palazzo del Ghiaccio, per un intero week end da dedicare all’arte.

È questa la scommessa di Giancarlo Politi fondatore e direttore di Flash Art, rivista leader per l’arte contemporanea in Italia e nel mondo, che è riuscito a riunire tutti i principali protagonisti dell’arte di oggi,  offrendo al pubblico una magnifica selezione curatoriale, qualitativamente elevatissima, d’arte contemporanea.

Nei giorni di venerdì 8 sabato 9 e domenica 10 febbraio, i visitatori potranno accedere gratuitamente a Flash Art Event; l’ingresso è volutamente libero, pensato appositamente per avvicinare alle gallerie non solo il pubblico di addetti ai lavori, ma soprattutto un omaggio alla città di Milano, al suo serrato e intrigante rapporto con l’arte contemporanea.

Un fine settimana dinamico, frizzante, caratterizzato da novità, sorprese,  incontri: le gallerie più propositive, i migliori artisti emergenti o già famosi, i critici e curatori più sensibili e preparati nel panorama d’oggi, i collezionisti più attenti.

Non solo gallerie: all’interno della sede di Palazzo del Ghiaccio sarà possibile visitare la mostra realizzata dagli studenti di NABA (Nuova Accademia di Belle Arti Milano) ideata e curata da Marcello Maloberti, Igor Muroni e Arianna Rosica. Una grande opportunità sia per gli studenti NABA, per entrare a far parte dell’eccellenza dell’arte, che per i visitatori, stuzzicati da quelle che saranno le nuove proposte di domani.

Flash Art, da sempre leader nell’innovazione e specializzata nella creazione di eventi di grande successo, quali Aperto ‘93 alla Biennale di Venezia (che ha visto l’esordio di Damien Hirst, Maurizio Cattelan, Matthew Barney, John Currin, Félix Gonzalez-Torres) la Biennale di Tirana nel 2001, e dal 2003 la Biennale di Praga, la maggiore rassegna dell’Europa Orientale, ora ci presenta una nuova creazione innovativa e che vuole lasciare il segno a Milano e in Italia: Flash Art Event.

 

Le Immagini di solito hanno un impatto maggiore rispetto alle parole scritte, la loro capacità di emozionare l’osservatore è sicuramente superiore a quella del linguaggio. Se poi metti una fotocamera nelle mani giuste la differenza che si ottiene nello scatto finale diventa sostanziale. E quelle di Stanley Greene lo sono.

 

Nato a New York nel 1949 da adolescente è stato un membro attivista delle Pantere Nere contro la guerra del Vietnam e fondatore di SF Camerawork, uno spazio espositivo per la foto d’avanguardia. Greene ha studiato presso la Scuola di arti visive di New York e in seguito ha cominciato la sua carriera fotografica nel campo della moda e nella cronaca visiva legata al contesto musicale punk rock. Ma é stato l’incontro con W. Eugene Smith, famoso fotoreporter americano della Seconda Guerra Mondiale, che lo segna profondamente facendogli prendere la decisione di impiegare tutte le sue energie nel fotogiornalismo. Inizia cosí a lavorare per il New York Newsday. Nel 1986 si trasferisce a Parigi trovandosi in Europa in tempo per fotografare la caduta del muro di Berlino, scatti che lo hanno reso un professionista unico nel suo genere. Nel corso degli ultimi due decenni ha infatti realizzato alcune delle immagini piú toccanti scattate in zone critiche come Croazia, Ruanda, e la costa del Golfo del post uragano Katrina. Stabilitosi in Cecenia per più di un decennio documenta la lotta cecena per l'indipendenza dalla Russia, convinto che il fotografo non debba accorrere sul posto solo in caso di necessità per poi lasciarlo quando una nuova storia da documentare lo porta altrove.

 

Le sue fotografie sono in grado di rappresentare l’umanità soprattuto attraverso momenti tragici, lasciando lo spettatore in bilico tra la sicurezza della vita occidentale e gli orrori delle guerre straniere. Storie di tossicodipendenti provenienti da Kabul, uomini che fuggono dalle esplosioni delle bombe a Kirkuk, in Iraq, una bandiera americana sporca che ricopre un altare di una chiesa di New Orleans ancora in rovina due anni dopo l'uragano Katrina . ‘’La mia è una fotografia tradizionale in un ambiente non tradizionale. Oggi essere un fotoreporter significa essere totalmente determinato e impegnato nell’umanità. E’ letteralmente necessario essere coinvolti nel fotogiornalismo ; essere un fotoreporter significa essere un testimone, un informatore, un giornalista e non il protagonista della storia.’’ Questa è l'evoluzione attuale della fotografia giornalistica secondo Greene, che sottolinea come le foto debbano dare importanza alle relazioni fra uomini, sono un mezzo per documentare la storia umana promuovendo il cambiamento, documentando le atrocità della guerra ma allo stesso tempo celebrando  la vita. Uomo di grande fervore ideologico che rifiuta di compromettere i suoi valori, capace di operare con professionalità, distacco e sensibilità di cittadino coinvolto. E’ infatti inevitabile, se si vuole comunicare senza filtri la realtà di certi contesti, sviluppare un certo livello di empatia, facendosi coinvolgere dalle problematiche e dal quotidiano degli individui rappresentati. Greene è inoltre consapevole che gli aspetti tecnici del processo fotografico non sono gli obiettivi primari di un vero fotoreporter, il 75 % è affidato alla casualità e solo  il restante 25 alla bravura, questa é la magia della fotografia secondo Greene.

 

Vincitore di cinque World Press Studio, il prestigioso W. Eugene Smith Grant per la fotografia umanistica e innumerevoli altri premi internazionali tra cui il recentissimo grant dell'Aftermath Project 2013 per il suo progetto sulla Cecenia.

 

Stanley Greene è l’autore degli scatti presentati al Linke Lab di via Avancini 8 che ospiterà la mostra Western Front, una raccolta di  10 immagini tratte dall'omonimo libro realizzato da Greene e Van der Heijden dopo il famoso libro cult Black Passport di cui Nerospinto ripropone l’impressionante trailer.

 

 

LINKE LAB via Avancini 8

dal 5 al 10 febbraio

dalle 10.00 alle 19.00

(free entry)

Per informazioni:

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure 02/87382206

 

Alessandra Sporta Caputi

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In Italia non esiste una vera e propria legge che regolamenta la figura del massaggiatore.

I potenti benefici dei massaggi sono ostacolati dalle case farmaceutiche, psicologi e medici old style che temono di perdere i propri clienti che trovano nei trattamenti naturali la giusta risposta ai loro problemi fisici e mentali.

Questo da una parte porta ad un'ampia scelta di massaggi e massaggiatori, ma dall'altra mostra un panorama degno di un circo dove persone che fanno un corso di massaggio di due giorni si proclamano terapisti creando spesso grossi danni.

Oltre a questo compaiono sempre di più massaggi dai nomi improponibili e di dubbia natura:

massaggio con la cioccolata, massaggio olistico, massaggio emozionale, massaggio speciale, massaggio terapeutico, etc etc.

Cosa significano questi nomi? Da quale disciplina sono originanti?

Cosa vuol dire massaggio olistico? E "speciale" perché? "Terapeutico" per che cosa? E la cioccolata...beh... No comment.

Il massaggio deve essere necessariamente rivolto alla persona in base alle sue esigenze, al suo stato mentale e fisico di quel dato momento e solo un vero terapista può capire cosa è meglio per quella persona e solo lui dovrebbe decidere il giusto trattamento perchè un altro potrebbe addirittura aggravare una situazione.

Il menù dei massaggi che vediamo nei centri benessere ha spesso il valore del menù del bar. Un panino ha lo stesso valore di un massaggio.

I massaggi che hanno un valore sono quelli che derivano da lontane tradizioni, da uomini che per secoli si sono presi cura del prossimo e non del benessere del proprio portafoglio.

Il massaggio thai, ayurvedico, shiatsu, svedese, californiano e pochi altri sono efficaci perchè alla base di queste tecniche esiste la persona che va trattata e la si tratta per un certo e dato motivo.

Antiche tradizioni ancora oggi sopravvivono perché al centro del loro scopo c'è il benessere dell'uomo e non la scenografia attorno al lettino o la spettacolarità dei movimenti del massaggiatore o degli strumenti che usa.

Oggigiorno le parole "benessere" e "olismo" sono di moda, fa alternativo ma alla base cosa c'è?

Nel campo dei massaggi un massaggio olistico significa un mix di tecniche disparate. Un po' di thai, un po' di ayurveda, un po' di shiatsu. Insomma un po' du tutto e un (bel) po' di nulla.

Un movimento verso l'alto ha il suo senso e non è lo stesso che un movimento verso il basso e chi lo esegue sa cosa sta facendo e perché.

Un breve colloquio con la persona che ci si appresta a massaggiare non è solo importante, ma è fondamentale per capire chi abbiamo davanti, per capire il background di quella persona, le sue esigenze e bisogni.

Spesso l'onnipotenza di alcuni operatori porta ad inventarsi dei massaggi con un miscuglio di tecniche e il risultato è spesso disastroso.

Il massaggio è un eccellente aiuto a problemi di forte stress, esaurimento nervoso, crisi di panico, insonnia ma è il terapista che fa la differenza e di sicuro deve sapere perchè una persona si vuole sottoporre ad un massaggio.

Farsi massaggiare alle terme è piacevole e rilassante ma perchè pagare tanti soldi per la struttura che visitiamo e ricevere un trattamento di serie Z?

In India, in Cina, dove la si sa molto lunga, i massaggi vengono eseguiti per terra, in strutture ben lontane dai fasti del nostro immaginario, ma i benefici sono spesso miracolosi.

L'idea che si ha del massaggio e del massaggiatore deve essere necessariamente rivalutata.

Il massaggiatore è un terapista a tutti gli effetti e al contrario dei medici specialisti (che tra l'altro non battiamo ciglio a pagare tanti soldi perchè pensiamo che più costi e più valga) può e deve essere essere scelto.

La persona che per un'ora prende in mano il controllo della nostra vita sciogliendo contratture, portando a galla paure per poi dissiparle, ridandoci sicurezza e pace deve piacerci, lo possiamo scegliere perché anche questo è fondamentale.

Un massaggiatore non vale l'altro e non per capacità tecniche ma per quello che ci trasmette a pelle.

Come ci scegliamo gli amici anche i massaggiatori possono e devono essere scelti per poter essere tranquilli e in pace durante il trattamento.

Come ci si può rilassare se chi ci tratta non ci piace, non ci trasmette serenità?

Chi cerca un massaggiatore per motivi specifici dovrebbe innanzitutto incontrarlo o parlarci al telefono per capire chi c'è dall'altra parte, se ci si sente a proprio agio. il 99% della buona riuscita di un massaggio la fa chi ci massaggia.

Restare per un'ora o più con gli occhi spalancati per paura o nervoso non aiuta e nemmeno il migliore dei massaggiatori riuscirà mai a far rilassare chi si sottopone al trattamento.

E' vero che oggigiorno una coccola è senza dubbio ben accetta da chi è molto stressato, ma se veramente ci si vuole prendere di se stessi dobbiamo partire dalla base: da noi stessi.

Noi ci meritiamo tanto!

Come detto esistono tantissime tecniche e sarebbe interessante andare a scoprire che cosa vogliono dire tutti quei nomi, i benefici di un massaggio piuttosto che un altro, lo scopo e la storia di un trattamento.

A qualcuno il massaggio thai non piace perchè troppo doloroso, altri non amano l'ayurvedico perchè non vogliono perdersi nei meandri della loro anima, il californiano è troppo leggero, etc.

Ad ognuno il suo, ma alla base si parla di massaggi con un valore scientifico ed umano riconosciuto.

Prediligete un massaggiatore che ha il suo studio personale e personalizzato o che viene al vostro domicilio a grossi centri dove si diventa parte di una catena di montaggio e tutto è limitato alla musica carina, l'asciugamano caldo, la rosa sul lettino e via dicendo.

Fidatevi del passaparola. Se online trovate annunci che non vi convincono allora avete già deciso: non fa per voi.

Come per l'insegnante yoga, il parrucchiere, lo psicologo, il marito, la moglie, anche il massaggio e massaggiatore devono essere scelti per avere il meglio per se.

 

Walter

 

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Massaggi ayurvedici, rilassanti, linfodrenanti, energizzanti, californiani, hot stone, per donne in gravidanza, di bellezza.

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