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C’è un momento in cui l’arte lascia spazio al senso umano dello stupore e della grazia. Un momento in cui l’occhio ignaro dello spettatore/passante riesce a cogliere quel nonsoché di mistico e trascendentale che sembra riportare, anche se per poco, ogni uomo all’origine della sua forma e della sua essenza.

Ed è proprio questo che accade recandosi a visitare la mostra di Alberto Garutti (Galbiate, 1948) al PAC di Milano.

L’esposizione, curata da Paola Nicolin e Hans Ulrich Obrist prende il titolo “Didascalia”, parola molto importante per l’artista perché sottolinea la necessità di un’arte spiegata e da spiegare, dunque non chiusa in una turris eburnea di incomunicabilità e distanza dal suo pubblico.

Il percorso espositivo traccia l’intera evoluzione delle ricerche di Garutti, a partire dagli anni 70 fino ad oggi, che attraverso una fenomenale commistione tra arti visive, conversazione e insegnamento inquadra il lavoro dell’artista in una dimensione narrativa dell’opera d’arte.

Una sorta di racconto partecipe dell’umanità, all’interno del quale tocca temi quali il rapporto tra artista e committenza (nella serie Orizzonti - dipinti a partire dal 1987 su vetro in bianco e nero, in diverse dimensioni, ogni quadro porta il nome del suo committente) o come la riflessione dello spazio e del ruolo dell’artista nella città, basti pensare all’istallazione “Ai Nati Oggi” (realizzato in varie città dal 1998 al 2005) dove l'artista collega alcuni lampioni presenti in aree pubbliche ai reparti di maternità degli ospedali, in modo che la nascita di un bambino coincida con l’intensificarsi della luce che aumenta per poi decrescere lentamente. Facendo questo Garutti inserisce l’arte non solo nei luoghi di “cultura” ma fa diventare arte la vita comune, ridando giustizia e poeticità alle zone d’ombra dell’esistenza.

Si tratta di arte concettuale evocativa, spesso non immediata, che merita un secondo sguardo. Per l’artista l’arte è un luogo eclettico, un’epifania del vero in cui tutti fanno la loro parte, l’artista come il passante.

Una ricerca di luce sul mondo, dunque, per ridare sensibilità e bellezza attraverso l’arte, la forma più antica di rappresentazione dell’uomo, l’unica in grado di rappresentarci sempre e comunque, da un’eterna dimensione del cuore.

 

Stare seduti nascosti al buio, guardare le immagini che l'obiettivo, intrufolato oltre le porte chiuse, ruba ad attori compiacenti. La posizione dello spettatore ha sempre qualcosa di voyeuristico, se poi si tratta di un film erotico...

Ecco quindi dieci pellicole dal sapore piccante che si sono ritagliate per vari meriti e curiosità un posto nella storia del cinema.

1933, un industriale austriaco cerca di far scomparire tutte le copie del film girato dalla moglie. Il motivo? Per la prima volta un nudo femminile integrale fa bella mostra di sé sul grande schermo. Le grazie sono quelle di Hedy Lamarr, l'opera si chiama Estasi e racconta di una giovane insoddisfatta dal marito anziano, volgare e tutt'altro che focoso. Eva lo lascia per un ritorno alla natura presso la fattoria paterna, dove incontra il suo Adamo con cui si abbandona alla liberazione delle pulsioni in un'atmosfera di sensualità bucolica.

Italia, primissimi anni settanta: scandali e censure. Nel 1972 esce tra forti polemiche Ultimo tango a Parigi: il famoso panetto di burro rappresenta l'apice del rapporto, solo carnale, tra Paul e Jeanne, privo di sentimenti e di nomi, in un appartamento che lascia il mondo fuori. “Esasperato pansessualismo fine a se stesso”, con queste parole il film viene ritirato dalle sale, a dimostrazione di come la censura abbia ben compreso il senso della relazione tra i protagonisti, troppo scomodo e da cancellare.

Il censore è già intervenuto l'anno precedente, ma per motivi diversi, nei confronti di un altro maestro del cinema italiano: Pier Paolo Pasolini, che trasferisce le novelle del Decameron a Napoli, per la prima parte della sua Trilogia della vita. Qui il sesso assume un significato gioioso: mentre fuori infuria la peste nera, le novelle celebrano la vitalità ingenua e innocente dei corpi, che si fa beffa della morte. Libertà eccessiva per l'epoca: pellicola sequestrata.

Un effetto collaterale del Decameron è il proliferare dei “decamerotici”, film di infimo valore ma di grande successo per un pubblico guardone. L'ambientazione medievale offre possibilità narrative, quali avvenenti nobildonne oppresse da cinture di castità, mariti gelosi ed ottusi, stratagemmi contadini e clero di dubbia moralità.

Tra tutti il celebre Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta nuda e tutta calda (1972), il cui livello poetico è interamente contenuto nella rima del titolo. La trama non è altro che una serie di pretesti per far spogliare Edwige Fenech e Karin Schubert, intervallati da gag piuttosto fiacche. Ma resta a suo modo un cult.

Nel 1974 arriva dalla Francia un altro notevole successo di pubblico, in confezione raffinata e patinata, Emmanuelle. L'immagine-manifesto di Sylvia Kristel nuda e svogliata su una sedia di vimini racchiude gli elementi del film: una giovane dagli occhi trasparenti, oziosa e insoddisfatta, che si apre alle emozioni offerte dal connubio erotismo-esotismo. L'attrice resterà poi imprigionata in un'inutile serie di sequel.

1975, Russ Meyer lo definisce “la sintesi di tutti i miei film”, è Supervixens: eccessivo e strabordante come le forme delle sue eroine, una sequela di scene di sesso e violenza tanto ingenue e inverosimili da risultare innocue, nel tipico stile cartoonesco del regista californiano, concluse da un significativo “That's All Folks!”. Pop e pulp.

L'anno successivo, a Cannes, i critici si entusiasmano per Ecco l'impero dei sensi, opera rigorosissima del nipponico Nagisa Oshima, che trae da una storia vera il tragico estraniarsi dal resto del mondo di due amanti in un susseguirsi ossessivo di rituali d'accoppiamento sempre più estremi, nel tentativo di impadronirsi letteralmente dell'altro. La macchina da presa aderisce ai corpi, mentre Thanatos, compagna di Eros, resta in agguato.

Ritroviamo l'eterno binomio Amore-Morte ne La legge del desiderio (1987), pellicola che decreta il successo in Italia dello stile trasgressivo ed eccessivo di Pedro Almodòvar, poi mitigato e maturato nel corso degli anni. Un intreccio di amori omosessuali impossibili ad altissimo tasso di passione, in cui ognuno è trascinato dalla legge che dà titolo al film, a partire dal protagonista Pablo, regista gay, evidente alter ego dell'autore.

Non è certo la sua opera migliore, ma è l'ultima (e Kubrick è sempre Kubrick), Eyes Wide Shut (1999). La coppia Cruise-Kidman viene messa a nudo, la solidità della loro relazione abitudinaria, scossa dall'esplorazione della trasgressione, reale o immaginaria che sia. Il sesso come apparenza, ma anche come turbamento, ritualizzato in una magistrale sequenza orgiastica con corpi privi di passione.

Per chiudere andiamo prima a Hollywood e poi torniamo in Giappone: non un intero film, ma tre sequenze leggendarie. Per la prima basta un accenno della voce di Joe Cocker, “Baby, take off your coat... real slow”, e subito si materializza l'immagine di Kim Basinger maliziosamente seminascosta da una tapparella: lo spogliarello più celebre del cinema, offerto agli occhi di Mickey Rourke. Stiamo parlando, naturalmente, di 9 settimane e ½ (1986).

Per la seconda, visto che lo spettatore è sempre un po' voyeur, ecco gli sguardi bramosi e i respiri sospesi dei detective che ispezionano l'accavallamento di gambe di Sharon Stone: il meglio di Basic Instinct (1992).

L'ultima scena è quella delle pratiche sadomaso di Ai (Miho Nikaido) in Tokyo Decadence (1991). Tratto dal romanzo Topâzu del regista e scrittore Ryu Murakami, la pellicola è un tuffo nei più estremi costumi sessuali nipponici, brutalmente mischiati allo squallore di una megalapoli in disfacimento.

 

Ho sempre pensato che sia la semplicità a caratterizzare le cose belle. Un progetto semplice funzionerà sicuramente, nella semplicità troviamo la sicurezza di un ottimo contenuto, perchè solo il vuoto ha bisogno di essere riempito. Lasciamoci quindi alle spalle i lustrini, i ricchi premi, le luci colorate e i vestiti sgargianti per parlare di musica. Questo articolo è il primo di una rubrica in cui andremo ad approfondire ogni settimana un artista diverso attraverso gli occhi, e soprattutto le orecchie, di Uabos, dj resident di Le Cannibale, serata del venerdì del Tunnel. Un modo diverso di approcciarsi alla musica, con la guida esperta di uno dei migliori dj di Milano.

Per questo primo appuntamento introduciamo il nostro ospite d'onore: Matteo Pepe, in arte Uabos, nasce a Milano a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, e fin da piccolo capisce che la sua strada sarà dietro a due giradischi e un mixer. Giovanissimo inizia a lavorare per le discoteche milanesi, dai magazzini all'allora gasoline, e nell'arco di pochi anni si ritrova ad aver suonato in praticamente tutti i locali della città. Se lo aveste sentito almeno una volta non vi verrebbe difficile capire il perchè abbia fatto tanta strada in così poco tempo.

Ricordo la prima volta che andai al Tunnel, ormai due anni fa, di venerdì ovviamente, la fama del posto già mi precludeva un giudizio imparziale e fomentato. Entrai nel locale pieno di speranze, a mettere dischi era proprio il nostro amico, in chiusura a Alexander Robotnick, ero arrivato troppo tardi per godermi il superguest, ma non mi importò molto perché il banchetto era comunque più che succulento con Uabos dietro la consolle. Mi conquistò con un remix di Enola Gay e Ny Lipps dei Soulwax, d'altronde il tocco di classe di riuscire a passare i CCCP tra pezzoni elettro-techno con una disinvoltura paurosa non poteva che lasciarmi esterrefatto.

uabos---1

E penso sia proprio la disinvoltura a renderlo un grande dj. Dimenticate i soliti Steve Aoki che saltano, sbracciano, fanno facce strane (e vien da chiedersi dove trovino il tempo per mettere a tempo i dischi) Matteo è serio, professionale, impeccabile. Sembra un chirurgo, chino su un ventre aperto, e con la mano sul fader da un colpo preciso, elegante, fa assaporare la nuova melodia e ritorna rapito alla cassa dritta, quindi non ti accorgi del passaggio in un mashup spontaneo, in un'unica onda sonora che assorbe il pubblico in visibilio.

Da quel giorno se mi chiedessero chi sia il migliore dj di Milano non avrei dubbi sulla risposta.

Conoscendolo, mi ha colpito moltissimo la sua modestia e onestà, pur avendo diviso la consolle con i più grandi nomi della musica elettronica internazionale, da Tiga ad A-trak, passando per The Hacker e Wolfang Flur, non ha mai fatto lo spocchioso o lo snob; un comportamento da apprezzare visto che nell'ambiente di solito si gioca a chi se la tira di più. Ma dietro quella timidezza apparente si nasconde un gigante di cultura musicale e tecnica.

uabos---2Cercando di sviscerare il suo iter musicale, appare chiaro che le influenze sono molteplici, dalla new wave più cupa in un'evoluzione naturale verso un'elettronica più disinvolta, passando per l'elettrofunk, il big beat, la drum 'n bass e la techno più elementare. Tra i suoi punti di riferimento troviamo Zombie Nation, piuttosto che Dopplereffekt e Legowelt, ma anche Purity Ring e Japanese Telecom, nomi che valgono come garanzia di una ricerca musicale magistrale, affinata in anni e anni di dischi e vinili. Immagino che ficcando il naso nelle sue borse porta cd si possa sentire l'odore di quegli anni a cavallo tra i novanta e i duemila, un misto di fumo, birra, sudore e speranza. Quando i club erano underground non perché faceva figo scriverlo su zero, e ci si andava a ballare per godersi la musica, unica protagonista, e non per farsi vedere con l'ultimo outfit griffato.

Ovviamente Uabos è anche produttore, nasce infatti come polistrumentista prima che dj; il suo primo progetto è il duo Say Dubai, nel quale, insime a Nobel (Francesco Bocchini), evolve il suo stile verso sonorità tropical bass e uk funk, non è un caso che i due vengano notati prima dal tedesco Malente, che pubblica il loro primo ep “Bum” per la sua etichetta No Brainer Rec, e subito dopo pubblichino un remix per Keith & Supabeatz uscito per Southern Fried (etichetta del leggendario Fatboy Slim).

saydubai_06Da quest'anno, i ragazzi di Le Cannibale dopo aver trovato (dicono quasi casualmente) nel computer di Uabos delle produzioni da solista, lo hanno convinto a iniziare un progetto parallelo. Nasce così una nuova esperienza dai toni più melodici, quasi un misto tra triphop e breakbeat, un progetto al naturale, senza guardare in faccia a nessuna moda o tendenza.

-Faccio quello che mi diverte e che mi fa stare bene. - la dichiarazione del Pepe.

Con Need, il singolo uscito sei mesi fa, si apre una nuova stagione musicale che si sposta verso un'elettronica più concettuale, con ritmi meno incalzanti, ma non per questo meno valida, anzi: i tratti minimalisti che evolvono in qualcosa di più complesso tra drum machine, synth leggeri e midi sequencer, aprono le porte a un ep gustosissimo di cui possiamo assaporare la preview su soundcloud.

In attesa dell'uscita del nuovo ep da solista (di cui possiamo anticipare solo i 5 minuti di mix online) e dell'altro con i Say Dubai, previsto per gennaio 2013, possiamo goderci le sue performance ogni venerdì al Tunnel Club e leggere una retrospettiva/articolo/intervista su questo sito.

Vi lascio con il remix per Iori's Eye – Winter Olimpycs.

[soundcloud]https://soundcloud.com/uabos/ioris-eyes-winter-olympics?utm_source=soundcloud&utm_campaign=mshare&utm_medium=email&utm_content=http://soundcloud.com/uabos/ioris-eyes-winter-olympics[/soundcloud]

 

Ghérasim Luca [l'inventore dell'Amore]

Hermétiquement ouverte.

 

l’amore il torrente il vuoto la sedia

la sedia vuota

la sedia torrenziale e vuota sospesa nel metavuoto

la metasedia è sospesa alla corda torrenziale del metavuoto

la metacorda serra e assorbe il metacollo torrenziale

di colui che è sospeso per la corda

al collo della donna

al collo fluido e fluttuante della sua metadonna

vuota torrenziale e seduta

la metadonna torrenziale è seduta sulla sedia

seduta sul vuoto della sua sedia

lei metafluttua perpetuamente nel metavuoto assoluto

dei miei desideri assolutamente torrenziali

assolutamente meteorica e sostanziale

la metatesta della metadonna sostanziale e meteorica

spunta come una freccia

tra la metacoscia dei miei sogni e il metadente dei miei desideri

freccia pungente e veloce

che s’appoggia leggermente inclinata

allo schienale della metasedia dei miei sogni e desideri

sempre seduta sempre imprevedibile e assolutamente folgorante

la metadonna fluttua e metafluttua sempre nel vuoto

la sua piccola metafiamma visibile in trasparenza

brucia nell’interno torrenziale della sua testa

mentre vicino all’incandescenza della sua testa

poco al di sopra della sua grande capigliatura meteorica

passa come una nuvola

nuvola proveniente dall’evaporazione istantanea

dei suoi vasti torrenti mentali

la grande tartuca metafisica

la famosa tartuca della metatortura eterna

che minaccia col suo peso grigio torturante e metametafisico

il bel fisico carnale della metadonna

concretamente seduta sulla sua metasedia volante

volante fluttuante e seduta a sua volta

sulla sedia voluttuosamente sostenuta dai piedi dei miei sensi

dai miei cinque sensi dai mille artigli

e dalle mille zampe della metasensualità passionale

sorta tumultuosamente nel metasudore

nella metasostanza infinita dei miei sensi

assolutamente sostanziali

i begli occhi i bei seni le belle natiche metafisiche

della metadonna assolutamente sostanziale

sostanziale torrenziale e meteorica

trasgrediscono l’aldilà torturante

della metafisica senza fisica

trasgrediscono e annullano il grande nulla metafisico

perché sempre seduta sulla metasedia meteorica

dei miei desideri meteorici infiniti e torrenziali

la metadonna apre la donna

lei apre e discopre la sua carne traslucida

le sue viscere trascendenti la sua capigliatura trasmissibile

eruttiva divorante e dormiente

il suo cuore trapassato dalle pallottole trasparenti

delle mie carezze in trance

la sua dolce metavulva

il trapianto innocente del fiore della sua bocca

nelle terre aeree delle mie cosce

la trasmigrazione della bocca della sua anima

verso le cosce del mio respiro

i trasferimenti insoliti

le trasfusioni insondabili

la trasmutazione gigantesca di tutti i metametalli amorosi

meteorici torrenziali metameteorici e sostanziali

la trasmutazione gigantesca perpetua e trionfante

del latte materno

in lava meteorica in metavuoto sostanziale

in sperma in sperma e in metasperma universale

in sperma del diamante

in sperma del tuo cuore

in sperma nero della metalussuria assoluta

assolutamente lussuriosa e assolutamente assoluta

 

Poesia tratta da Héros-limite (1953).

 

GHERASIM LUCA CHEZ VICTOR BRAUNER, 1938 / VICTOR BRAUNER /sc GHERASIM LUCA CHEZ VICTOR BRAUNER, 1938 / VICTOR BRAUNER /sc

Carmelo Bene

Sono passati dieci anni dalla morte di Carmelo Bene. Dieci anni in cui l’Italia, assieme al suo panorama culturale e sociale, ha conosciuto profondi cambiamenti, diventando un paese in cui sembra che le arti espressive fatichino a trovare una propria dimensione. Ma in questi anni la figura dell’eclettico Carmelo Bene non ha cessato di suscitare interesse e fascino, anche nelle generazioni più giovani.

Carmelo Bene nasce a Campi Salentina, in provincia di Lecce, nel 1937.

Bene svolge i primi studi classici presso un collegio di gesuiti e nel 1957 si iscrive all'Accademia d'Arte Drammatica per lasciarla appena l'anno dopo, definendola semplicemente inutile. Dal 1959 inizia la sua carriera di attore e regista teatrale, sempre orientato verso la rielaborazione dei classici; rielaborazioni che, in realtà, erano veri e propri esercizi di decostruzione e smembramento, ma che lui si limitava a definire semplicemente come “variazioni”.

Il centro della riflessione artistica di Bene è una radicale riconsiderazione della parola e dell’immagine: egli applica ai suoi spettacoli teatrali una quantità tale di erudizione, di impegno teoretico e di ricerca, che solo un filosofo potrebbe applicare in un trattato. Sperimentatore assoluto (si avvarrà spesso di sofisticate apparecchiature elettroniche costituite da amplificatori, microfoni ipersensibili, monitor-spie da diecimila watt) egli tenta il superamento della dimensione linguistico-comunicativa attraverso la manipolazione tecnica del significante.

Fu così che, in poco tempo, l’attore-autore riuscì a far parlare di se’, facendo esplodere in Italia un vero e proprio “caso Carmelo Bene”: portato alla ribalta della cronaca artistica, Bene affascinò personaggi del calibro di Pier Paolo Pasolini, il quale lo volle come interprete del suo Edipo Re e con il quale ebbe inizio la sua parentesi cinematografica.

Nel 1965 Bene si avvicinò al mondo della scrittura, pubblicando il romanzo Nostra signora dei turchi, che verrà messo in scena l'anno seguente. Trasformato in film, Nostra signora dei turchi venne presentato al festival del cinema di Venezia, dove ricevette il premio speciale della giuria. Seguirono altri film: Capricci (1969), Don Giovanni (1970), Salomè, (1972) e Un Amleto in meno (1973), con cui si concluse la sua esperienza cinematografica.

Nel 1974, torna al suo primo vero amore, il teatro, proponendo una sconvolgente interpretazione de La cena delle beffe, la quale aprì la strada ad una svolta "concertistica" che culminò con il poema sinfonico Manfred, del 1980, costruito su musiche di Schumann ed apprezzato tanto dalla critica quanto dal pubblico.

Negli stessi anni Bene porta sulle scene i grandi classici della poesia italiana, sono memorabili le sue interpretazioni dei Canti orfici di Dino Campana, dei Canti leopardiani e le sue letture dantesche; performance che sono viste ancora oggi tra gli omaggi più toccanti e sentiti che un attore abbia potuto fare alla poesia.

Lui stesso nel 2000, pubblicando la raccolta ‘L mal de’ fiori, si cimentò con la scrittura in versi, vista da Bene come la possibilità ultima di una ricerca linguistica che doveva culminare verso un totale e vero “svuotamento” . Sarà proprio lui a dire, in un’intervista:

“Nel 'mal di questi fiori' si fa sempre più solare il fatto che laddove il tutto possa sembrare una eruzione vulcanica, è invece somma-sottrattiva che, mediante le più svariate soluzioni chimico-linguistiche, via via si svuota.”

Incensato da filosofi del calibro di Gilles Deleuze, ma quasi totalmente incompreso dagli intellettuali italiani del suo tempo, Bene si cimentò anche in performance televisive (memorabili le sue due apparizioni al Maurizio Costanzo show, dove esordì con la frase “È con infinita agape, molto più che schopenhaueriana, che ho compreso, senza per questo immedesimarmi, di essere di fronte a una platea di morti”) nelle quali seppe fare sfoggio di tutte le sue doti di provocatore e seduttore delle masse.

Ma al di là dell'idea provocatoria ed eccessiva che Carmelo Bene ha potuto suscitare, resta viva la potenza di una ricerca radicale dell’uomo e dell’ “artista in quanto uomo”, di una personalità mai sottoponibile a schematizzazioni, ma anzi generosa in maniera multiforme anche se contraddittoria. Per citare le sue medesime parole: “Il problema è che l'io affiora, per quanto noi vogliamo schiacciarlo, comprimerlo. Ma finalmente, prima o poi, questa piccola volontà andrà smarrita. Come dico sempre: il grande teatro deve essere buio e deserto".

I 10 film western che hanno fatto la storia del cinema

John & John. Ford dietro la macchina da presa, Wayne davanti all'obiettivo: senza di loro il western non sarebbe lo stesso. Ecco le tre pietre miliari.

Il prototipo: Ombre rosse (1939). Un microcosmo di varia umanità costretta nello spazio angusto di una diligenza: per ultimo sale Ringo, cowboy ingiustamente accusato di omicidio. Dentro l'abitacolo, la rigidità di un sistema coi suoi pregiudizi. Fuori, la Monument Valley, i cieli solcati da minacciosi segnali di fumo, presagio per lo spettacolare attacco degli Apaches. Ford definisce i canoni estetici del genere e celebra la frontiera come espressione della vera e multiforme natura umana, liberata dai vincoli sociali.

Il vertice: Sentieri selvaggi (1956). Ethan Edwards alla ricerca di due ragazzine rapite dai Comanches dopo il massacro della famiglia. Capolavoro assoluto della storia del cinema, da rivedere per ammirarne i mille dettagli simbolici: il dramma di un eroe sconfitto, con un equilibrio perfetto tra panoramiche spettacolari e minuta descrizione delle sfumature psicologiche. Un intreccio tra uomo e ambiente, tra attesa e azione come solo il western...

La sintesi: l'uomo che uccise Liberty Valance (1962). Il senatore Stoddard racconta la vera storia del duello col bandito del titolo. Un film che corre sul filo della memoria e delle differenze incarnate da due attori-simbolo: James Stewart, mite custode della legge scritta, avamposto dell'Est, della nuova America civilizzata. John Wayne, duro e integerrimo, ancorato ai valori della frontiera, alla soluzione personale delle ingiustizie, pistola alla mano. Tutto in una sola frase: “Qui siamo nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda”.

Restiamo con James Stewart: il sodalizio col regista Anthony Mann porta a 5 film, trasferendo negli spettacolari paesaggi americani la comune passione per il teatro classico. L'ultimo è L'uomo di Laramie (1955). Un ex-capitano dell'esercito vuol fare luce sull'uccisione del fratello: si scontrerà con la brutalità di un mondo in cui il diritto cede alla sopraffazione. L'uomo giusto è costretto a combattere il caos con la violenza. Il suo antagonista è un Re Lear del West, patriarca che vede sfumare il desiderio di pacificazione dopo una vita di lotta per accaparrarsi la terra.

Legge e violenza, ancora. In Mezzogiorno di fuoco (1952) Gary Cooper è l'ex sceriffo Cane, che ha riportato l'ordine nella sua cittadina. L'arrivo dei banditi lo indurrà a scegliere, senza altro obbligo del senso morale, di difenderla ancora una volta, mentre gli abitanti, uno a uno, lo abbandoneranno. Una pellicola tesissima, nella quale l'azione in tempo reale e il paese svuotato accrescono minuto dopo minuto l'angoscia per l'eroe, profondamente umano, solo di fronte al destino che ha deciso di affrontare, fino al duello finale.

Cosa sarebbe il western senza il duello? Il migliore ha davvero qualcosa in più: è il “triello” de Il buono, il brutto, il cattivo (1966). Tre pistoleri accomunati dalla brama di denaro, epicamente interpretati da Clint Eastwood, Eli Wallach e Lee Van Cleef. Oltre 7 minuti senza dialogo, la tensione che sale spasmodica grazie all'indimenticabile tema musicale di Ennio Morricone e alla regia di Sergio Leone, che alterna in un montaggio sempre più serrato campi lunghi, dettagli di sguardi penetranti e mani che accarezzano nervose il calcio delle colt: chi sparerà per primo e a chi?

Nel 1969 arriva l'abbandono dei canoni classici. Con Il mucchio selvaggio Sam Peckinpah reinventa visivamente il genere. Il ralenty amplifica la crudezza delle immagini, il montaggio frenetico sconvolge in un turbine impetuoso, gli spari lacerano i corpi, il sangue erompe vivido, la violenza diventa denominatore comune che impedisce di distinguere eroi: solo uomini che tentano di sopravvivere. Come il bandito Pike e i suoi compari inseguiti dal bounty-killer ed ex-amico Deke, fino all'epilogo messicano.

Nello stesso anno, ma con tutt'altro stile, viene girata la storia di Butch Cassidy e dell'amico Sundance Kid. Banditi perennemente in fuga, liberi e scanzonati, anarchici come il tono di questo western pieno d'ironia e vitalità, perfino lirico, affidato al magnetismo e alla complicità dei due protagonisti: Paul Newman e Robert Redford. Celeberrima la colonna sonora.

Un sussulto improvviso ci arriva nel 1990 grazie a Balla coi lupi di Kevin Costner, storia di un soldato che va a vivere in mezzo ai Sioux, imparando a conoscerli e a comprenderli. Accurato nella descrizione e al tempo stesso denso di pathos, un “western dalla parte degli Indiani”, in cui non sono nemici selvaggi, sulla scia di precedenti illustri come Soldato blu e Il piccolo grande uomo.

Nel 1992 Clint Eastwood torna a impugnare la colt. E anche la macchina da presa. Ne Gli spietati è William Munny, ex pistolero sanguinario vinto dalla morte della moglie che l'ha redento. Riprende le armi per soldi. Non c'è traccia di eroismo in quest'opera crepuscolare e intrisa di nostalgia, in cui violenza e morte emergono nella loro ottusa oscurità.

Solo chi ha vissuto il mito può celebrarne la fine.

 

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Non è più mia intenzione consumare ogni singolo evento per poi risputare a casaccio i nomi di coloro che erano presenti, magari in ordine gerarchico. In una città in cui il presenzialismo è la regola occorre una netta presa di posizione al ribasso.

Non è snobismo, è una costatazione del tempo che ci troviamo a vivere. Il privilegio di poter partecipare ai cosiddetti eventi - ai vernissage, alle iniziative, ai drink, alle inaugurazioni - è in realtà una gabbia che ci tiene costantemente prigionieri nell’ obbligo, spirale viziosa, di dover dire di sì al tizio taldeitali o non deludere la PR del caso.

Il presenzialismo è una malattia e io ne sono stato contagiato per lungo tempo. Ho avuto la fortuna/sfortuna di nascere nella città “presenzialista” per eccellenza. Milano, nel lavoro come nel tempo libero, continua a essere una città che coagula “le solite facce nei soliti posti”. Vivere costantemente nella proiezione di un mondo fatto di pubbliche relazioni e di eventi. A maggior ragione se fai il giornalista, se devi costantemente tenerti aggiornato sulle novità che ci sono in giro.

Una condanna, specie se poi non ci trovi un effettivo guadagno, né un reale arricchimento culturale. Dunque cosa rimane? Cosa fare quando i tuoi paradigmi, le tue priorità cambiano? Ricominciare? O ri-buttarsi nella spirale dell’entertainment per acquisire contatti utili al cambiamento?

Capite che può essere una spirale senza fine. Forse è meglio guardare alla finestra questa città con un occhio disincantato. Perché si ci si consuma ogni giorno che si ripetono le stesse cose, che si ci si affanna verso le stesse mete. Quindi amici PR, non prendetevela con me, ho solo iniziato a spezzare le catene che ci uniscono. Non è colpa vostra, lo so. E’ inevitabile che prima o poi ci si stanchi, si abbia voglia di altro, di fare qualcosa che comporti nuove sfide.

E come sarebbe bello se la mia città cambiasse con me, cambiasse il suo paradigma di socialità e di aggregazione. Negli anni ’90, periodo in cui ero adolescente, ci si riuniva per gruppi di affinità. Divisi, ma uniti, la piazza era il nucleo aggregativo che ci uniformava. Crescendo hai bisogno di rapportarti ad un modello vincente, di avere la situazione sotto controllo e dire sempre SI.

E dunque mi piacerebbe osservare Milano da lontano, come quella serie di incontri che si tengono con cadenza mensile all’Informagiovani, “Milano vista da lontano”, dove lo sguardo lucido appartiene a persone che a Milano ci passano, la vivono e poi ripartono per altre mete, arricchendo quello sguardo disincantato che ti permette maggiore lucidità.

D’altronde se la vera libertà e poter scegliere dove vivere io avrei deciso: Milano per lavorare, altrove per vivere. E se si potesse vivere a Milano? Quelli della mia generazione se lo chiedono da tempo, e spesso non trovano una risposta.

Loretta Fiore (liberamente ispirata da Francesca Woodman)

Tutto ciò che siamo e ci sentiamo dentro ha un riscontro all’esterno, a livello di immagine e di postura: fisico e psichico sono sempre strettamente connessi. Questa è Loretta Fiore classe 1974, laureata in scienze economiche e bancarie, che a partire dal suo incontro con la fotografia digitale comincia ad autoritrarsi e attraverso gli autoritratti si ripara, si cura.

Fotografia e terapia, che rapporto hanno nel tuo percorso creativo? Spesso sono la stessa cosa. La fotografia allevia sempre ogni mio stato d’ansia, in tanti casi ha curato; per la Woodman, ad esempio, credo non sia stato così, ho la sensazione che lei abbia sempre lavorato sulla sua morte.

Cosa racchiude un autoritratto? Un autoritratto può essere tante cose: dalla pura rappresentazione all’interpretazione di sé. L’intenzione è quasi sempre buona, anche se devo ammettere che, a volte, mi sono messa davanti alla mia Nikon solo per avere la conferma della mia esistenza.

Che rapporto hai con il tuo corpo e con l'ambiente che ti circonda? Non so rispondere con le parole, la risposta a questa domanda è nei miei autoritratti. Direi conflittuale, se non fosse così banale.

La componente grafica e le texture, spesso presenti nei tuoi scatti, come nascono e quando entrano a far parte del tuo pensiero? Le varie componenti grafiche e le textures sono state fondamentali, specie all’inizio, per definire il mio mondo. Volevo far capire al primo sguardo che eravamo in una dimensione solo parzialmente reale e mi sono accorta che quello era un metodo molto efficace per farlo.

Con l'avvento degli smartphone, l'autoritratto ha ancora il suo significato, o ha lasciato spazio al puro esibizionismo? Per quanto riguarda me, per ora l’autoritratto è messo un po’ da parte, al di là dell’arrivo degli smartphone e di instagram etc etc. Ora come ora la sfida sta nella intenzionalità dello scatto e nella progettualità che ne deriva. Non ho più bisogno del mio corpo davanti alla macchina fotografica per esprimermi, riesco a vedere me stessa in una delle mie tante dimensioni, anche se mi affaccio alla finestra di casa mia, o nella metropolitana, o davanti un caffè, a quel punto basta scattare.

tumblr

cargocollective.com

 

Autoritratto
Il prossimo tema sarà l'interpretazione del corpo come figura statuaria. Segnalaci la tua foto: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Windows at Bergdorf Goodman

Avere ogni settimana nuove idee con le quali conquistare l’attenzione del pubblico non è facile. Soprattutto se parliamo delle vetrine di un un negozio situato dal 1928 in uno dei luoghi simboli dell’immaginario collettivo: sulla Fifth Avenue, all’incrocio con la 58th. A New York, Bergdorf Goodman è una sorta di istituzione ed è ormai entrato a far parte della cultura popolare, tanto da essere citato in numerosi film e serie televisive da Come sposare un milionario a Sex in the city. In particolare le sue vetrine, continuamente rinnovate all’insegna della più brillante ed estrosa creatività, rappresentano da sempre una continua fonte di ispirazione.

Se nel 2006 fu il movimento dadaista a ispirare una vetrina capovolta a testa all’ingiù, gli abitanti newyorchesi ancora ricordano le candide vetrine del natale di fine millennio.

Proprio a queste vetrine è dedicato il volume illustrato Windows at Bergdorf Goodman, da poco riedito dalla casa editrice Assouline in versione deluxe. Quasi trecento le suggestioni visive di grande bellezza che trovano posto nel libro e che portano la firma di artisti emergenti come Aaron Wexler, John Gauld, Kevin Paulsen, a sottolineare una continuità nella tradizione, visto che nel corso del tempo, l’attività di vetrinista, ha avuto come protagonisti personaggi del calibro di Salvador Dalì, Andy Warhol, Robert Rauschenberg e Jasper Johns, quanto meno agli inizi delle loro carriere.

Perché alla fine la cosa che conta è la creatività. Come dice David Hoey, responsabile delle vetrine di Bergdorf Goodman: “Il minimalismo è fantastico. Anche il massimalismo lo è. L’unica cosa che cerchiamo di evitare è la mediocrità”

 

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