Avvocato! (è uno sgarbo a Paolo Conte), esordio solista del cantautore Alessio Cappello, in uscita il 23 gennaio su etichetta La Stanza Nascosta Records, accompagnato da un libro prezioso a tiratura limitata(Avvocato! (è uno sgarbo a Paolo Conte)-Brevissima e probabilmente non necessaria guida filosofica al disco) è un disco gioiello.

Milano si anima di spirito, comicità e leggerezza con La Cagnotte – Labiche avec le cœur, in scena al Teatro Litta (in Corso Magenta 24, Milano) dal 13 al 18 gennaio 2026. Questa brillante commedia francese, firmata da Eugène Labiche, è una piccola gemma del vaudeville dell’Ottocento, riportata oggi sul palco da Comteatro con la regia di Claudio Orlandini, che ne restituisce tutta l’attualità e la forza comica puoi firmare a mio nome o redazione sotto trovi le foto
Scritta nel 1864, La Cagnotte è una satira pungente e raffinata della borghesia provinciale, dei suoi sogni di evasione e delle sue ingenuità. Labiche osserva con ironia un microcosmo umano fatto di buone intenzioni, meschinità e desideri repressi, costruendo una macchina teatrale perfetta, in cui ogni equivoco diventa occasione di riso e riflessione.
La trama è semplice e irresistibilmente divertente: un gruppo di borghesi di provincia, annoiato dalla monotonia quotidiana, si riunisce periodicamente per giocare e accumulare una “cagnotte”, un fondo collettivo ottenuto dalle puntate. Quando la somma diventa abbastanza consistente, nasce l’idea di un viaggio a Parigi, simbolo di libertà, mondanità e avventura. Da qui prende il via una girandola di situazioni rocambolesche e imprevedibili, tra malintesi, incontri strampalati, illusioni destinate a infrangersi e gag esilaranti che si susseguono a ritmo serrato.
La messa in scena di Claudio Orlandini punta su una comicità fisica, vivace e ben calibrata, capace di coinvolgere il pubblico in una vera e propria festa teatrale. Il ritmo incalzante e la precisione degli ingranaggi comici trasformano lo spettacolo in un gioco continuo di entrate, uscite e colpi di scena, in perfetto equilibrio tra leggerezza e intelligenza drammaturgica.
A completare il quadro contribuiscono le scene e i costumi curati da Vittoria Papaleo e Rossella Annicchiarico, che evocano con gusto l’atmosfera ottocentesca senza appesantirla, e le musiche originali di Gipo Gurrado e Stefano Piro, che accompagnano l’azione scenica sottolineandone il carattere ironico e brillante.
Il cast, composto da Enrico Ballardini, Umberto Banti, Carola Boschetti, Cinzia Brogliato, Antonio Brugnano, Michele Clementelli e Riccardo Dell’Orfano, dà vita a una galleria di personaggi grotteschi e irresistibili, ciascuno con una propria identità ben definita. Le interpretazioni, corali e affiatate, valorizzano la scrittura di Labiche e rendono ogni figura riconoscibile e sorprendente.
La Cagnotte non è solo una commedia: è una celebrazione del teatro come gioco, come spazio di libertà e di incontro. Uno spettacolo che invita a lasciarsi trasportare dal ritmo frenetico della scena e dalla follia delle situazioni più improbabili, riscoprendo il piacere di ridere insieme. Perfetta per chi ama il teatro brillante, capace di divertire e, al tempo stesso, di osservare con ironia le debolezze umane.
Dal cinema dimenticato al cuore pulsante della scena culturale milanese, il Teatro Carcano torna a raccontarsi attraverso la voce di chi ne ha vissuto la rinascita dall’interno. In I Miracoli succedono anche a Milano, edito da Europa Edizioni, Luigi Stippelli ripercorre la propria storia personale, profondamente intrecciata a quella del teatro, offrendo una testimonianza diretta di una stagione cruciale per la cultura cittadina: gli anni Ottanta, quando Milano sperimentava nuove forme di partecipazione culturale e ripensava il ruolo dei suoi luoghi simbolo.
Fondato nel 1803, il Teatro Carcano ha attraversato più di due secoli di storia alternando fasi di grande centralità a momenti di progressivo declino. Nell’Ottocento era conosciuto come “il teatro dei poveri”, alternativa popolare alla Scala, e frequentato da un pubblico ampio e trasversale. Sul suo palco si sono esibiti artisti come Niccolò Paganini e sono andate in scena prime assolute di Donizetti e Bellini. Con il Novecento, però, il suo ruolo si è affievolito fino alla trasformazione in cinema, segnando una distanza sempre maggiore dalla vita teatrale della città.
È in questo contesto che, all’inizio degli anni ’80, al professor Stippelli e ad altri soci viene proposto di restituire al Carcano la sua funzione originaria. La risposta, ricordata nel libro con semplicità, è immediata: «Certo che sì». Da quella decisione prende avvio una sfida che non riguarda soltanto la ristrutturazione di uno spazio, bensì la definizione di un nuovo progetto culturale. Riportare il teatro al centro della vita cittadina, ripensandone il pubblico, il linguaggio, il rapporto con il territorio.
Il Carcano rinasce così come luogo aperto, accessibile, capace di dialogare con generazioni diverse. In questo processo, il contributo di Stippelli si concentra in particolare sul legame tra teatro e scuola. Insegnante e promotore culturale, costruisce un ponte stabile tra il mondo dell’istruzione e quello della scena, dando vita a un’esperienza che segnerà centinaia di studenti: “la scuola va a teatro”. Un progetto che non si limita alla fruizione degli spettacoli, ma introduce il teatro come strumento educativo, spazio di confronto e di crescita civile.
Nel racconto autobiografico, il Teatro Carcano diventa il centro di una narrazione più ampia. Stippelli intreccia la storia del teatro con la propria, dal viaggio dal Sud a Milano alle difficoltà dei primi anni, fino alla costruzione di una rete di relazioni fondate sulla fiducia, sulla collaborazione e su un’idea condivisa di cultura come bene comune. Milano emerge come una città capace di trasformare chi la attraversa e, allo stesso tempo, di essere trasformata da chi decide di investire tempo, energie e visione nei suoi luoghi.
Disponibile in libreria e nei principali store online, I Miracoli succedono anche a Milano si colloca a metà strada tra memoir e documento storico. Non indulge nella nostalgia, ma restituisce con lucidità il clima di un’epoca in cui il rilancio culturale passava anche da scelte coraggiose e da un forte senso di responsabilità civile. Il teatro, in questa prospettiva, non è solo uno spazio fisico, ma un organismo vivo, capace di incidere sul destino delle persone che lo vivono.
Oggi come allora, il Teatro Carcano resta la prova concreta di quella visione. Un luogo che, tornando a vivere, ha saputo cambiare il corso di molte storie individuali e contribuire al panorama culturale milanese.
C’è un indirizzo sui Navigli che da oltre vent’anni racconta l’Argentina a Milano partendo dalla brace. El Gaucho, fondato nel 2003 da Javier Zanetti, non è solo un ristorante, ma un luogo identitario: parrilla accesa, tagli importanti, ritualità sudamericana e quell’atmosfera intensa che profuma di Buenos Aires.
Zanetti — ex capitano e leggenda dell’Inter, oggi vicepresidente del club — ha portato nel progetto la stessa idea di squadra e di autenticità che ha segnato la sua carriera sportiva. El Gaucho nasce così: un ristorante che celebra la carne argentina, la convivialità e il tempo lento della griglia, diventando negli anni un punto di riferimento per chi cerca un’esperienza solida, diretta, senza fronzoli. Un posto dove il fuoco non brucia solo sulle braci roventi, ma incendia di passione il locale intero e i suoi ospiti.
Lunedì 19 gennaio, l’Argentina prende ancora più spazio con una serata speciale che unisce cucina e spettacolo. Javier Zanetti sarà presente ad accogliere gli ospiti, insieme a ballerini di tango, per una cena che mescola gusto, musica e tradizione.
IL MENU
Si comincia alle 19:30 con sangria ed entrée di benvenuto. Il menu continua con
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Empanada di carne
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Provoleta (una ogni due)
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Bis di tagliata di Angus e asado di Black Angus
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Contorno a scelta (patatine fritte, patate al forno o insalata)
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Dolce: panqueque de dulce de leche
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Acqua e caffè
Prezzo: 90€ a persona
Via Carlo d’Adda 11, Milano – Navigli
Prenotazioni: +39 348 962 0916
A inaugurare il museo è la mostra (In)visible Presence, visitabile fino al 3 agosto 2026, che riunisce 81 opere di 40 artisti thailandesi e internazionali, con Jannis Kounellis tra gli artisti selezionati insieme a Lee Bul, Anselm Kiefer, Alex Katz e Ugo Rondinone.
C’è un legame profondo, quasi ancestrale, che unisce terra, cultura e sensi. È lungo questo legame che prende forma la 15ª edizione di Olio Officina Festival, presentata a Milano il 14 gennaio 2026 dal presidente di Olio Officina, Luigi Caricato. Con parole lucide, appassionate e mai accomodanti, più che una conferenza stampa, un manifesto culturale che invita a ripensare l’olio per quello che è davvero: un alimento vivo, complesso, carico di storia e futuro.

Il tema scelto per il 2026 è la sensorialità. Una parola che qui smette di essere astratta e diventa esperienza concreta. L’olio non è solo gusto, ma anche profumo, consistenza, memoria, relazione. È un prodotto millenario, addomesticato dall’uomo migliaia di anni fa, che accompagna i gesti quotidiani della cucina e della cura e che oggi chiede di essere ascoltato con maggiore attenzione, oltre le semplificazioni e le categorie rigide.
Durante la presentazione è emersa con forza una delle battaglie storiche di Olio Officina: restituire dignità narrativa e libertà espressiva all’olio extra vergine di oliva. Un comparto che ha visto crescere in modo significativo la qualità media, ma che continua a essere frenato da una burocrazia miope e da una comunicazione obsoleta. L’olio resta l’unico alimento sottoposto a un panel test obbligatorio con valore sanzionatorio, uno strumento che rischia di diventare punitivo invece che conoscitivo, soprattutto per i produttori medio-piccoli. Il tema dell’etichetta è centrale: ridurre la complessità sensoriale di oltre cinquecento varietà di olivo a tre sole parole: fruttato, amaro, piccante, significa impoverire il racconto e disorientare il consumatore. Come ha sottolineato Caricato, descrivere un olio non è ingannare, ma rispettare chi lo acquista. Ogni bottiglia racchiude un territorio, una scelta agronomica, una raccolta, un clima; oggi, tra cambiamenti climatici e raccolte anticipate, gli oli sono sempre più diversi anche sul piano organolettico.
Accanto alla riflessione critica, Olio Officina Festival conferma la sua vocazione di laboratorio culturale multidisciplinare. Qui il pensiero dialoga con l’arte, la scienza incontra il design, la sensorialità si fa esperienza condivisa, racconto e consapevolezza. La parola scritta si intreccia con il teatro. Interviene anche il dott. Antonello Maietta illustrando il concorso dedicato al design dell’olio promosso in collaborazione con Olio Officina, un progetto pensato per valorizzare il packaging come strumento culturale e comunicativo, capace di fare da ponte tra il mondo oleario e altri settori creativi e produttivi.

Tra i libri citati spiccano “L’olio che parla ai sensi”, di Adele Bonaro, esperta di marketing e neuroscienze applicate, che esplora il valore della percezione sensoriale e del neuromarketing nel racconto digitale dell’olio, e “Breve storia dell’assaggio dell’olio” di Lorenzo Cerretani, oleologo e tecnologo alimentare, che ripercorre in modo rigoroso l’evoluzione dell’analisi sensoriale, mettendone in luce limiti, potenzialità e la necessità di un cambio di paradigma. Marisa Fumagalli con: “Te lo do io il design” un libro che smonta luoghi comuni e rigidità del progetto, riportando il design alla sua funzione più autentica: dare forma alle idee, migliorare l’esperienza delle persone e dialogare con l’uso quotidiano degli oggetti, olio compreso. “Io sono naso” di Ilaria Legato, consulente specializzata in hospitality, food e lifestyle. Infine, Guido Novaro porta il pubblico dentro una storia familiare e industriale che attraversa generazioni, presentando il suo libro “Liscio come l’olio”; un racconto che intreccia memoria privata e storia collettiva, ripercorrendo le vicende della famiglia Sasso, nome simbolo dell’olio italiano, tra intuizioni imprenditoriali, trasformazioni del mercato e passaggi chiave della cultura alimentare del Novecento. Un contributo che restituisce all’olio anche la sua dimensione narrativa, fatta di persone, scelte e visione nel tempo.
Il festival è anche emozione. Lo spettacolo Boccascena. Nel piccolo teatro del sapore, ispirato al pensiero di Rosalia Cavalieri, restituisce al gusto una dimensione poetica e corporea, ricordando che la bocca può essere considerata un teatro, in cui tutti i sensi collaborano alla percezione. Il design diventa strumento di racconto con un progetto triennale dedicato alle bottiglie d’autore: si parte nel 2026 dalla ceramica, per poi esplorare nel 2027 il vetro e chiudere nel 2028 con il metallo.
Fotografia, cinema, contributi scientifici e storici ampliano ulteriormente lo sguardo sull’universo dell’olio e dell’olivo nel Mediterraneo.
Grande attenzione sarà riservata alla formazione sensoriale, che qui cambia prospettiva. Non solo professionisti e appassionati, ma anche bambini e operatori sanitari saranno coinvolti in percorsi che utilizzano l’olio come strumento di stimolazione sensoriale, relazione e benessere. Si parlerà delle scuole di assaggio nate negli anni Ottanta, ma anche della necessità di superare un approccio basato esclusivamente sulla ricerca del difetto, per tornare a educare al riconoscimento del pregio e della qualità.
Ampio spazio sarà dedicato anche al rilancio dell’olio tra le nuove generazioni, una sfida culturale prima ancora che commerciale. Olio Officina Festival lavora per avvicinare i giovani a un linguaggio meno didascalico e più esperienziale, capace di parlare di gusto, identità e creatività. Laboratori, connessioni con il design, il digitale e il neuromarketing diventano quindi strumenti per trasformare l’olio da prodotto percepito come scontato a ingrediente contemporaneo, da scegliere con consapevolezza e curiosità.

Il Festival si svolgerà dal 22 al 24 gennaio presso il Centro Congressi Mantovani Furioli, in Corso Europa 228, a Rho, alle porte di Milano. Un contesto architettonico ampio e luminoso, capace di accogliere incontri, degustazioni, mostre e momenti performativi, favorendo un dialogo naturale tra pubblico, relatori e contenuti. In questo ambiente pensato per la condivisione e la riflessione, Olio Officina Festival propone un percorso articolato che intreccia cultura, esperienza sensoriale e visione, invitando il visitatore a esplorare l’olio non solo come alimento, ma come linguaggio, patrimonio e strumento di relazione contemporanea. che comprende:
- Incontri e dibattiti sul presente e sul futuro del comparto oleario
- Degustazioni guidate e laboratori sensoriali dedicati a oli, cibi e condimenti
- Masterclass e workshop tematici, anche sperimentali
- Presentazioni di libri e progetti editoriali
- Mostre di design, fotografia e iniziative culturali
- Workshop, spettacoli e momenti performativi legati ai sensi
Partecipare a Olio Officina Festival significa entrare in un luogo di pensiero e di esperienza, dove l’olio torna a essere cultura viva, racconto, identità. Un viaggio che invita a rallentare, ad ascoltare, a sentire di più e che lascia il segno ben oltre il momento della degustazione.
Sito ufficiale: https://www.olioofficina.it
Programma: https://www.olioofficina.it/olio-officina-festival/15a-edizione-2026/programma.htm
Masterclass: https://www.olioofficina.it/festival-degustazioni.htm
Luigi Caricato, scrittore, giornalista e oleologo, ha pubblicato per Mondadori Oli d’Italia (2001), Olio di lago (2010) e Atlante degli oli italiani (2015) e, presso altri editori specializzati, una nutrita serie di manuali e saggi. Per le edizioni Olio Officina ha dato alle stampe, in edizione bilingue italiano/inglese, Il grande libro dell’olio. Guida ragionevole ai migliori extra vergini del mondo in commercio, il primo volume nel 2021, il secondo nel 2024, pubblicazione altamente innovativa, con un taglio decisamente visual, interamente dedicata alla cultura olearia.
Un gesto semplice e dolce, ispirato al tradizionale “caffè sospeso” di Napoli, che permette di stare accanto alle persone indigenti, sole o in condizione di grave marginalità sociale. A Milano torna, dal 22 novembre al 21 dicembre, il “Panettone Sospeso”, iniziativa solidale ideata e promossa da Panettone Sospeso ETS, giunta ormai alla sua settima edizione.
Come ogni anno, i panettoni raccolti saranno devoluti a tre realtà del terzo settore attive sul territorio milanese:
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la Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci, sostenuta dall’Associazione dal 2019;
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la Fondazione IBVA, che gestisce l’Hub di Aiuto Alimentare Centro del Comune di Milano;
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il Centro Sammartini, punto di riferimento per persone che vivono in condizioni di forte marginalità.
Patrocinata dal Comune di Milano fin dal 2019, l’iniziativa ha permesso di distribuire, grazie alla generosità dei milanesi e delle pasticcerie partner, oltre 7.000 panettoni.
Quest’anno saranno undici le pasticcerie aderenti, per un totale di 22 punti vendita distribuiti in tutta la città, dove chiunque potrà acquistare e lasciare un panettone “già pagato”. Prima di Natale, grazie alla rete dell’Associazione, i dolci verranno consegnati ai destinatari. Inoltre, anche quest’anno, per ogni panettone lasciato “in sospeso”, le pasticcerie doneranno un secondo panettone, raddoppiando così il gesto solidale.
Viviamo, è noto, in tempi complessi: tra guerre, incertezze e caro vita, molte persone e famiglie vivono in condizioni economiche precarie, segnate da fragilità e rischio di emarginazione sociale. Le difficoltà continuano a crescere, colpendo non solo i redditi più bassi, ma anche chi cerca semplicemente di arrivare a fine mese in un contesto in cui tutto costa di più.
Secondo il Rapporto Istat 2025, presentato a maggio, la fotografia del Paese non è rassicurante. La famiglia tradizionale è in forte diminuzione: nel 2023-2024 le persone che vivono sole rappresentano il 32,6%, mentre le coppie con figli solo il 28,2%. In un’Italia con bassa natalità e popolazione anziana in aumento, il 40% degli over 75 vive da solo, in gran parte donne.
Nel 2024 il 23% degli italiani è a rischio povertà o esclusione sociale. Ancora più preoccupante è la situazione dei giovani: nelle famiglie monoreddito, la quota sale al 30,5% tra gli under 35.
Il disagio economico è evidente: il 34% degli italiani non può permettersi una vacanza, il 29% non può affrontare spese impreviste e il 10% rinuncia a cure sanitarie. Il tasso di natalità continua a diminuire; oltre un terzo degli italiani tra i 25 e i 64 anni non possiede un diploma; l’abbandono scolastico è al 9,8%. L’emergenza abitativa resta un problema irrisolto.
Il rapporto Istat delinea un’Italia più fragile, dove solitudine, invecchiamento e povertà si intrecciano a difficoltà economiche e sfide ambientali. Oggi ci sono più di 5 milioni di persone povere, e oltre 2 milioni di famiglie non riescono a sostenere una vita dignitosa. Secondo i dati Caritas, più di 600.000 nuclei familiari si rivolgono ai centri di ascolto, con oltre 200.000 persone seguite. Una persona su quattro vive in povertà cronica; il 23% ha un lavoro, ma non basta per vivere con serenità.
Il Natale, che si celebra il 25 dicembre, è una delle feste più importanti al mondo. Spesso associato a luci, regali e atmosfera magica, porta con sé un significato più profondo: parla di famiglia, solidarietà, tradizioni e spiritualità. Al di là del credo religioso, è un evento culturale: le famiglie si riuniscono, si tramandano ricette, si addobbano alberi, si condividono canti, racconti e momenti speciali.
Per i bambini il Natale è attesa, meraviglia, fantasia. Ma la festa custodisce valori universali: pace, umiltà, accoglienza. Il dono non è solo materiale; è un gesto d’amore e di attenzione verso gli altri, soprattutto verso chi vive un momento difficile.
È vero: un panettone non risolve i problemi di chi è in difficoltà. Ma può regalare un momento di serenità, un sorriso, un senso di presenza e vicinanza. E un gesto di solidarietà può trasformarsi in un piccolo frammento di gioia per tanti.
Un monologo intenso e dolorosamente comico. Stabat Mater – ispirato all’omonimo testo di Antonio Tarantino – segna l’esordio di Luca Guadagnino nella regia teatrale, affiancato per l’occasione da Stella Savino. Al centro della scena, una magistrale Fabrizia Sacchi.
In scena dal 13 al 18 gennaio nella Sala Blu del Teatro Franco Parenti di Milano, il monologo ha per protagonista Maria Croce, donna sola emigrata da Napoli a Torino. È un racconto feroce e lirico insieme: in poco più di un’ora, Maria riversa sul mondo – e soprattutto sull’amore della sua vita, “Giuvà” – tutta la sua disperazione. Urla, vomita parole, si confessa in dialetto, costruendo una litania al tempo stesso divertente e agghiacciante, che non risparmia nessuno.
Il muro verbale che investe lo spettatore si trasforma progressivamente in una preghiera di eternità e redenzione: per sé stessa, per il figlio in carcere e per l’intero presepe di personaggi dannati a cui la donna si rivolge.
Stabat Mater è una preghiera di origine medievale che richiama la permanenza di Maria di Nazareth ai piedi della croce di Cristo. Titolo ricorrente nella letteratura e nell’arte, diventa qui un topos metaforico della sofferenza estrema, capace di restituire il lato più profondamente umano dell’episodio evangelico.
La madre che assiste alla morte del figlio è figura fondante dell’iconografia cristiana, ma anche – in una prospettiva laica – simbolo universale di una maternità costretta all’esperienza innaturale di sopravvivere ai propri figli.
La scrittura è forte, compatta, concentrica: attraversata da malapropismi, commistioni dialettali e frasi ripetute ossessivamente, che restituiscono a Maria tutta la sua irriverenza popolare e la sua disperata vitalità.
Al Forte di Bard, Stati Uniti e Sudamerica si raccontano tra fotografia e pittura
di Alessandro Infortuna
"Fernando Botero. Tecnica monumentale"

"Magnum America. The United States"

Lontano dall’alta stagione, il Lago di Como cambia ritmo. Villa Flori resta aperta d’inverno e propone un’idea di ospitalità legata al tempo lento e all’esperienza
Gennaio e febbraio sono mesi che sul Lago di Como passano spesso in secondo piano. Eppure è proprio in questo periodo che il territorio si mostra con maggiore chiarezza: meno presenze, meno rumore, più spazio per osservare. Lontano dall’alta stagione, il lago cambia ritmo e invita a un uso diverso del tempo.
Villa Flori sceglie di restare aperta anche nei mesi invernali, insieme al Ristorante Raimondi, e propone un’idea di ospitalità che non segue la logica della stagionalità, ma quella dell’esperienza. Un invito a vivere il Lago di Como fuori dal suo racconto più consueto, quando il paesaggio diventa parte integrante del soggiorno.
Slow travel vista lago
Gennaio e febbraio diventano così mesi ideali per chi cerca un’idea diversa di viaggio. Niente corse, niente programmi serrati. Solo tempo da abitare. Villa Flori interpreta in modo autentico il concetto di slow travel, sempre più centrale nel turismo contemporaneo: soggiorni più consapevoli, attenzione al paesaggio, al silenzio, ai dettagli.

L’inverno restituisce al lago un’atmosfera sospesa. Le passeggiate lungo l’acqua sono più raccolte, i giardini si svuotano, la luce invernale accompagna lo sguardo senza distrazioni. Villa Flori diventa un rifugio elegante e contemporaneo, un luogo in cui fermarsi anche solo per poche ore, respirare e rallentare.
Un luogo da vivere, non solo da abitare
Uno degli aspetti più interessanti è l’apertura al pubblico esterno. Ristorante Raimondi e Lounge Bar non sono riservati esclusivamente agli ospiti dell’hotel, ma si trasformano in spazi da vivere durante tutta la giornata. La colazione – aperta anche agli esterni – diventa un appuntamento vista lago, la pausa pomeridiana si concede una cioccolata calda o una merenda lenta, mentre l’aperitivo e la cena accompagnano il calare della luce sull’acqua.
Anche nei mesi più freddi, il concetto di pieds dans l’eau resta centrale. Il giardino e la terrazza affacciati direttamente sul Lago di Como permettono di godere di panorama e aria aperta, trasformando una pausa in un momento rigenerante. Una destinazione ideale anche per chi arriva dalla città e cerca una parentesi di quiete senza allontanarsi troppo.
Cucina d’autore a pelo d’acqua
Il cuore gastronomico dell’esperienza è il Ristorante Raimondi, guidato dall’Executive Chef Fabio Castiglioni. Qui il tempo sembra rallentare naturalmente. La cucina dialoga con il territorio e con la stagionalità, mentre la location – letteralmente a pelo d’acqua – amplifica la sensazione di essere altrove.

Gli interni, recentemente rinnovati, mantengono l’eleganza neoclassica della villa reinterpretandola in chiave contemporanea: specchiere che riflettono il paesaggio, pavimenti in legno Versailles, tessuti nei toni del verde e delle nuance naturali. Il risultato è un ambiente accogliente, sofisticato ma mai rigido, in perfetta sintonia con il lago d’inverno.
Un dettaglio che rende l’esperienza ancora più speciale è l’accesso diretto dal pontile privato, che consente di arrivare al ristorante anche via lago. Un gesto semplice, ma capace di trasformare l’arrivo in un piccolo rito.
Una tappa speciale verso Milano Cortina 2026
Con l’avvicinarsi delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, Villa Flori si propone anche come tappa ideale per chi desidera unire sport, relax e buon cibo. Un luogo dove fermarsi prima o dopo le gare, per vivere un’esperienza esclusiva sul Lago di Como, lontano dai circuiti più battuti.
Il lago, quando si mostra per davvero
Restare aperti d’inverno significa raccontare un altro Lago di Como. Più autentico, più intimo, meno spettacolare e proprio per questo più vero. Villa Flori e il Ristorante Raimondi propongono un modello di ospitalità che supera la stagionalità e invita a riscoprire il lago quando mostra il suo volto più nascosto.
Un luogo da abitare, frequentare, attraversare lentamente. Anche – e soprattutto – in inverno.
Quando ti moltiplichi per cento, non è egocentrismo: è linguaggio

Gennaio 2026 – Continua il calendario di eventi del format Giovani Talenti da Eataly Milano Smeraldo, realizzato in collaborazione con Identità Golose. Un percorso che porta a Milano alcune delle voci più interessanti della cucina contemporanea italiana, ospitate negli spazi del Food & Pizza Theatre per serate pensate come esperienze uniche.
Martedì 13 gennaio alle ore 20.00, sarà Matteo Grandi a guidare la serata. Chef del Ristorante Matteo Grandi in Basilica a Vicenza, una stella Michelin, porterà a Milano una visione culinaria basata sull’equilibrio, sulla creatività e su un profondo rispetto per la materia prima. La sua è una cucina che nasce dall’intuito, mai costruita per stupire, ma capace di lasciare il segno. Lo stile di Matteo è misurato, privo di eccessi e lontano da qualsiasi forma di protagonismo. La tecnica è presente ma non dichiarata, al servizio di una sensibilità gustativa raffinata e consapevole. La leggerezza è un principio che attraversa tutto il suo lavoro, prima come approccio mentale e poi come risultato nel piatto. Le sue creazioni prendono forma dall’incontro tra mondi diversi, in particolare dalle influenze della cultura asiatica e di quella francese, rielaborate attraverso un linguaggio personale, riconoscibile ed elegante. Ne nasce una proposta contemporanea, pulita, diretta, capace di parlare al palato con naturalezza.
Per la serata milanese, Matteo Grandi ha pensato a un menu invernale armonico e coerente, costruito come un percorso di sapori equilibrati. L’apertura è affidata al branzino al vapore con beurre blanc, carciofi, limone e peperoncino, una composizione delicata e viva, dove freschezza e note aromatiche si incontrano con precisione. Segue un risotto al broccolo fiolaro con taleggio e rafano, un piatto che unisce profondità e identità territoriale. Il cuore del menu è la faraona con cavolfiore affumicato e salsa al tartufo, intensa e avvolgente, capace di raccontare la stagione invernale con sobrietà ed eleganza. Il finale è affidato al dessert castagna e mandarino, un equilibrio tra dolcezza, acidità e memoria, che chiude l’esperienza con una sensazione di comfort e freschezza.
Il percorso di Matteo Grandi affonda le sue radici nell’ambiente domestico, tra profumi familiari e gesti tramandati, sotto la guida della nonna, primo riferimento di una sensibilità costruita nel tempo. Una cucina istintiva, fatta di attenzione e ascolto, che trova una svolta decisiva nell’incontro con Jean-Claude Fugier, storico collaboratore di Alain Ducasse e Paul Bocuse. Con lui, Grandi intraprende un percorso di formazione tra Europa e Asia che contribuisce a definire una visione culinaria solida, consapevole e profondamente personale.
Negli anni, questa ricerca si è estesa oltre la tecnica e il gusto, coinvolgendo anche una dimensione più intima e personale. Lo chef ha intrapreso un cambiamento radicale del proprio stile di vita, rimettendo al centro il rapporto con il cibo e con il proprio corpo, affrontando un percorso di trasformazione guidato da disciplina, ascolto e consapevolezza. Una scelta nata da esigenze di salute e benessere, che ha avuto un impatto profondo anche sul suo modo di pensare e raccontare l’arte culinaria.
Questa nuova attenzione si riflette oggi in una proposta gastronomica ancora più essenziale e misurata, dove la leggerezza non è solo un risultato nel piatto, ma un principio che attraversa l’intero processo creativo. Il cibo diventa così espressione di equilibrio, nutrimento e piacere, in una cucina che parla con chiarezza e profondità, senza eccessi, fedele a un’idea di eleganza autentica e mai forzata.
Nel 2014 raggiunge la notorietà presso il grande pubblico vincendo Hell’s Kitchen Italia, ma è con l’apertura del suo ristorante a Vicenza e lo sviluppo di un progetto personale che definisce pienamente la propria identità. Un’idea di eccellenza misurata, coerente e autentica, dove ogni scelta è ponderata e nulla è lasciato al caso.
Questa esperienza gastronomica è disponibile a 78 euro a persona, comprensiva di vino, acqua e caffè, accessibile esclusivamente su prenotazione online al sito ufficiale: www.eataly.it
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Giovani Talenti nasce come un format di incontri gastronomici pensato per creare un autentico momento di incontro tra il pubblico e la cucina contemporanea. Un’occasione concreta per avvicinarsi al lavoro dei giovani chef più promettenti del panorama gastronomico italiano, professionisti che oggi sperimentano, studiano e innovano, mantenendo però un legame profondo con la tradizione.
Gli appuntamenti prendono vita negli spazi del Food & Pizza Theatre, il ristorante situato al secondo piano di Eataly Milano Smeraldo, che diventa il palcoscenico ideale per raccontare una nuova visione della cucina contemporanea, fatta di ricerca, identità e consapevolezza.
I Giovani Talenti non sono solo chef emergenti, ma veri interpreti di un cambiamento già in atto. Portano in tavola le nuove tendenze della gastronomia, mettendo al centro il rispetto per il territorio, la sostenibilità ambientale, la riduzione dello spreco alimentare e l’inclusività con le realtà locali. Una cucina che guarda al futuro senza dimenticare le proprie radici, capace di unire etica, qualità e creatività.
In questo contesto, Eataly Milano Smeraldo si conferma come punto di incontro tra tradizione e innovazione, offrendo al pubblico un’esperienza culinaria autentica e dinamica, da vivere e condividere.
Il format è in collaborazione con Identità Golose un vero punto di riferimento per chi ama la cucina d’autore, l’innovazione e la cultura del gusto. Nato nel 2005 questo progetto ha saputo trasformarsi nel tempo, diventando un luogo di incontro privilegiato per chef, pasticceri, produttori e appassionati, un palcoscenico dove la tradizione si confronta con le idee più contemporanee della cucina internazionale.
Dalle prime edizioni milanesi fino alle grandi tavole del mondo, Identità Golose ha accompagnato la crescita di interpreti straordinari della gastronomia, facendo dialogare culture diverse e linguaggi culinari differenti. Identità Golose è quindi un hub culturale, una comunità di pensiero e azione dove la cucina è praticata, raccontata e celebrata in tutte le sue sfaccettature, con un’attenzione particolare all’autenticità.
Il prossimo appuntamento di Giovani Talenti da segnare in agenda sarà mercoledì 18 febbraio con lo chef Juan Quintero che proporrà la sua cucina fusion, nata dall’incontro tra radici sudamericane e tradizioni italiane.
Un colore tra stereotipi, marketing e rivoluzione culturale
Esiste un colore che oggi percepiamo come innocuo e frivolo, simbolo di tutto ciò che è tenero e delicato. Nell’immaginario contemporaneo il rosa rimanda subito a Barbie, alle camerette delle bambine, ai fiocchi di nascita e a un intero repertorio di stereotipi. Questa visione, però, tradisce una storia molto più ricca. Per secoli il rosa è stato un colore forte, energico, persino impetuoso, lontanissimo dall’immagine addomesticata che gli attribuiamo oggi. La storia dei colori, che spesso consideriamo ovvia, è invece un viaggio affascinante tra simboli, marketing e rivoluzioni culturali.
Dal Rinascimento fino all’Ottocento, il rosa era considerato una sfumatura più delicata del rosso. Derivava infatti dagli stessi pigmenti: le costose lacche di cocciniglia e kermes e per questo conservava un alto valore economico e simbolico. Oltre a esprimere ricchezza, il rosa ereditava dal rosso i significati di energia, vitalità e slancio. Queste qualità, associate al mondo maschile, lo rendevano poco adatto a rappresentare l’idea di femminilità dell’epoca, affidata invece al blu. Quest’ultimo evocava calma, purezza e spiritualità: non sorprende quindi che, nell’iconografia cristiana, il velo della Madonna sia quasi sempre blu, simbolo della sua devozione e integrità.

“The Woolaston White Children”, George Romney, ca. 1780
Vale la pena ricordare che queste associazioni riguardavano soprattutto gli adulti. Nell’infanzia, infatti, il colore non aveva ancora un ruolo simbolico: bambine e bambini indossavano abiti bianchi o tinte pastello, prediletti perché più facili da smacchiare.
Le cromie parlavano più della condizione economica delle famiglie che dell’identità personale. Solo più tardi le nuance avrebbero iniziato a comunicare qualcosa sulle aspettative rivolte ai piccoli, contribuendo gradualmente alla costruzione dei significati che conosciamo oggi.
Quando il rosa diventa “femminile”
L’inversione rosa–blu matura tra Ottocento e Novecento. Come ricorda Stefania Lorenzini nel saggio “Il colore rosa. Potere e problemi di un simbolo del femminile”, è proprio nel XIX secolo che iniziano le prime attribuzioni culturali dei colori al genere; solo nel secondo dopoguerra, però, avviene la vera svolta.
Negli anni Cinquanta il mercato esplode: il modo di vivere americano diventa modello globale, i consumi domestici crescono e il baby boom crea un esercito di nuovi clienti. In questo contesto il marketing fiuta un’occasione d’oro: se bambini e bambine vengono percepiti come diversi, allora potranno, e dovranno, desiderare prodotti diversi. Il colore diventa lo strumento più immediato per separarli, segmentare il mercato e moltiplicare le vendite. Dopo un’attenta analisi dei gusti dei consumatori, il rosa viene associato alle bambine e il blu ai bambini, facilitando la distinzione visiva dei prodotti e permettendo alle aziende di creare due linee separate invece di una sola, costruendo fin dalla nascita una vera e propria identità cromatica.
Quando Barbie debutta nel 1959, trova già un immaginario pronto ad accoglierla. Non è lei a creare il rosa “da femmina”, piuttosto ne potenzia la forza simbolica diffondendolo. In poco tempo, il rosa smette di essere una semplice tinta e diventa un vero e proprio segno di appartenenza, un’estetica riconoscibile e onnipresente.
Da colore a ideologia
A partire da questo momento il rosa diventa un codice, un segno politico, culturale e sociale. Compare ovunque: nei percorsi ospedalieri dedicati alle donne vittime di violenza, nella letteratura rosa degli anni Settanta, nelle cosiddette “quote rosa”, che spesso appaiono più come concessioni simboliche che come reali strumenti di parità. È un colore carico di significati, stratificato e controverso, capace di rappresentare tanto l’imposizione quanto la rivolta.
Women’s March contro Trump, 2017
Negli ultimi anni questa cromia ha trovato nuove strade: dai cappelli delle manifestanti della Women’s March contro Trump nel 2017 ai cortei globali dell’8 marzo, si è trasformato in uno strumento di visibilità e resistenza. Non è più solo un colore che incasella o limita, ma una vera e propria bandiera di rivendicazione, capace di sfidare stereotipi radicati e di affermare con forza la presenza delle donne nella società. In questo modo il rosa diventa un linguaggio visivo, un mezzo per raccontare storie di emancipazione, lotta e riappropriazione, dimostrando che un colore può farsi portavoce di cambiamento.
Il rosa come specchio dei tempi
Valentino fall/winter 2022
Il rosa non riflette solo il genere, ma racconta anche i momenti storici. La sua presenza nelle tendenze di moda, nelle scelte Pantone e nelle palette delle collezioni dei grandi brand non è mai casuale. Nei periodi di incertezza o di profonde trasformazioni socio-culturali, il rosa ritorna con forza, come se volesse illuminare il contesto circostante. Non si limita a essere un elemento decorativo: diventa un autentico antidoto al grigiore dei tempi, capace di evocare rinascita, speranza e vitalità. La sua capacità di attraversare le crisi senza venirne sopraffatto, di adattarsi e al tempo stesso di riflettere le tensioni sociali, lo rende un vero e proprio indicatore dello zeitgeist. In ogni sfumatura, il rosa racconta cambiamenti culturali, dinamiche di potere, desideri e paure collettive: un colore che, più di molti altri, sa leggere e interpretare la società in continua evoluzione.
Oltre i binari cromatici
Oggi le nuove generazioni stanno progressivamente superando i tradizionali schemi di genere, concepiti come binari rigidi e immutabili. Il rosa non è più automaticamente femminile, né il blu esclusivamente maschile: sempre più spesso emergono scelte cromatiche personali, combinazioni inedite e un crescente interesse per tonalità considerate “neutre”, come il verde o il giallo. Questo cambiamento riflette la diffusione di nuovi strumenti culturali, un accesso più ampio a informazioni e rappresentazioni capaci di mettere in discussione le norme consolidate, oltre a una maggiore attenzione all’autodeterminazione e all’espressione individuale, mostrando che l’identità non può essere incasellata in codici cromatici rigidi.
Proprio per questo diventa evidente la necessità di liberare i colori dai ruoli di genere che la società ha loro imposto. La dolcezza non è rosa, così come la virilità non è blu. Emozioni, attitudini e competenze appartengono alle persone e non possono essere ridotte a una tinta. La tradizionale divisione tra rosa e blu, consolidata per decenni dalle convenzioni sociali e dal marketing, perde progressivamente rilevanza, lasciando spazio a una visione più fluida e inclusiva, in cui i colori diventano strumenti di espressione e creatività personale, capaci di raccontare identità senza stereotipi né imposizioni. In questo senso, il rosa continua a raccontare storie di emancipazione, ma lo fa non come limite imposto, bensì come scelta libera e consapevole, aprendo la strada a un mondo in cui i colori parlano delle persone e non dei ruoli.
E il rosa, allora?

Nel 2024 il colore dell'anno scelto da Pantone è stato proprio una tonalità di rosa: il Peach Fuzz
Il rosa continua a sorprendere: contraddittorio, simbolico, amato e odiato allo stesso tempo. È un colore che ci invita a guardarlo con occhi sempre nuovi. Dietro ogni scelta cromatica, nella moda, nel design e soprattutto nel marketing, si nasconde una decisione consapevole, un messaggio implicito. Rosa e blu sono forse i colori più stigmatizzati, segnati da decenni di stereotipi. Ma, in realtà, nessun colore è neutro: ognuno porta con sé un peso, una storia, un’eco culturale.
Non è una questione di giocattoli o tendenze; è il riflesso della cultura che costruiamo ogni giorno, dei codici che accettiamo, sfidiamo e riscriviamo. Forse il vero potere dei colori sta proprio qui: nella libertà di sceglierli, mescolarli e reinventarli, trasformando un semplice pigmento in un linguaggio capace di raccontare chi siamo, a modo nostro.
Gennaio 2026 si apre con nuove energie e opportunità per tutti i segni. È il momento di riflettere, pianificare e cogliere le occasioni che il nuovo anno porta con sé. Tra lavoro, amore e relazioni, ogni segno avrà la possibilità di crescere e sorprenderti
Ariete (21 marzo - 19 aprile): Gennaio porta nuove sfide professionali e opportunità da cogliere con decisione. La tua intraprendenza ti farà notare e potresti ricevere riconoscimenti importanti. In amore, favorisci la comunicazione: dialoghi sinceri rafforzeranno i legami esistenti.
Toro (20 aprile - 20 maggio): Inizio anno tranquillo, ma con qualche pressione da impegni quotidiani. Prenditi tempo per te stesso e rigenerati. Le relazioni con familiari e amici saranno fonte di supporto. In amore, la semplicità nei gesti sarà più potente di grandi dichiarazioni.
Gemelli (21 maggio - 20 giugno): Gennaio stimola la tua capacità comunicativa. Nuove collaborazioni o contatti sociali possono aprire porte inaspettate. Sii flessibile e aperto ai cambiamenti. In amore, un incontro casuale potrebbe sorprendere piacevolmente.
Cancro (21 giugno - 22 luglio): Il mese favorisce le finanze: potresti ricevere un bonus o avere nuove opportunità di investimento. Pianifica con attenzione. In amore, la stabilità emotiva e la condivisione saranno fondamentali, così come l’attenzione alla famiglia.
Leone (23 luglio - 22 agosto): Energia e creatività in crescita: gennaio è perfetto per progetti personali o artistici. Al lavoro, brillerai per entusiasmo e determinazione. In amore, piccoli gesti romantici ravviveranno la relazione, mentre i single potrebbero attirare ammiratori per la loro autenticità.
Vergine (23 agosto - 22 settembre): Il mese può risultare frenetico, con molti impegni da gestire. Organizzati con metodo e ritagliati momenti per respirare. In amore, l’onestà emotiva sarà la chiave per risolvere tensioni e rafforzare i legami.
Bilancia (23 settembre - 22 ottobre): Gennaio offre molte occasioni di socialità e incontri interessanti. È il momento di chiarire malintesi e concentrarti sulle relazioni autentiche. Dedica attenzione anche al benessere fisico: movimento e cura di sé saranno fondamentali.
Scorpione (23 ottobre - 21 novembre): Un cambio di prospettiva ti aiuterà a crescere professionalmente e personalmente. Accogli critiche costruttive. In amore, la passione sarà intensa: sfrutta questo momento per progetti comuni o per approfondire nuove connessioni.
Sagittario (22 novembre - 21 dicembre): Gennaio stimola l’esplorazione e il desiderio di nuove esperienze. Prendi rischi calcolati e amplifica le tue conoscenze. Le amicizie saranno fonte di ispirazione. In amore, sorprendere il partner con piccoli gesti renderà la relazione più vivace.
Capricorno (22 dicembre - 19 gennaio): Il mese invita a riflettere sui tuoi obiettivi a lungo termine e a pianificare il futuro con determinazione. In amore, la disciplina e l’impegno porteranno stabilità, mentre i single possono chiarire ciò che cercano davvero in una relazione.
Acquario (20 gennaio - 18 febbraio): Gennaio favorisce la creatività e le idee innovative: proponi progetti e coinvolgi chi ti circonda. In amore, condividere i tuoi sentimenti porterà connessioni più profonde. I single potranno incontrare persone stimolanti in contesti sociali o professionali.
Pesci (19 febbraio - 20 marzo): Intuizione e sensibilità sono al massimo: segui il tuo istinto nelle decisioni importanti. In amore, esprimere i sentimenti rafforzerà i legami esistenti. Il mese si conclude con momenti di riflessione personale e crescita interiore.
Un viaggio tra cinema d’autore, teatro surreale e gesti simbolici per salutare l’anno
Applepairing Mela Val Venosta continua il suo viaggio. Un progetto che racconta l’arte degli abbinamenti tra mele venostane e delle eccellenze gastronomiche regionali italiani. Incluso sono il benessere e l’attenzione alla longevità.
In questo caso si parla della dolcezza della Golden Delicious Val Venosta, approda in Veneto e il suo incontro con il gusto e carattere deciso del Piave DOP Mezzano, un formaggio simbolo delle montagne Bellunesi. Una combinazione irresistibile che porta nel punto luce due prodotti legati al suo territorio. Messi insieme portano alla seguente ricetta che unisce gusto e salute.
Dal sacchetto blu alla doppia cottura: la storia e i segreti del biscotto di Prato che attraversa 165 anni senza perdere croccantezza
Prima ancora di assaggiarlo, il biscotto di Prato firmato Mattei si riconosce così: un sacchetto blu, di carta spessa e legato a mano. Nessuna immagine appariscente, nessuna promessa sensazionalistica. Nel mondo di oggi, dove il packaging spesso urla per ottenere attenzione, la scelta di restare discreti — e coerenti — diventa già una dichiarazione. Il Blu Mattei è stato persino registrato come marchio di colore, a tutela della sua unicità visiva nel panorama alimentare europeo
Una bottega, una città, un biscotto
Il biscottificio nasce nel 1858, quando Antonio Mattei apre una bottega di pane, dolci e biscotti in via Ricasoli, nel centro storico di Prato. Mattei viene da una famiglia di fornai e lavora in una città operosa, segnata già allora dal tessile e da una cultura del lavoro concreta, poco incline agli orpelli. È in questo contesto che prende forma una versione codificata del biscotto secco alle mandorle, pensato per durare, accompagnare il pasto e chiuderlo con semplicità.

La ricetta — farina, zucchero, uova, mandorle intere, con l’aggiunta di pinoli — e soprattutto la doppia cottura, che garantisce asciuttezza e conservabilità, diventano presto un tratto distintivo. Nel 1867, i biscotti di Mattei ottengono una menzione all’Esposizione Universale di Parigi: un riconoscimento che contribuisce a far uscire il nome di Prato dai confini locali, senza però snaturare il prodotto.
Continuità più che innovazione
Dopo la morte del fondatore, nel 1885, l’attività passa alla famiglia Pandolfini, che la gestisce ancora oggi. È un passaggio di testimone che segna una continuità più che una svolta: le ricette storiche restano il fulcro della produzione e l’approccio artigianale viene preservato, pur adattandosi ai cambiamenti inevitabili del tempo.
Accanto ai classici biscotti di Prato alle mandorle, il biscottificio produce negli anni altri dolci da forno legati alla tradizione locale, come i biscotti della salute, le fette di brioche, i brutti ma buoni e la Mantovana, una torta che fa parte della storia della casa. Una produzione coerente, senza allargamenti forzati di gamma, che segue una logica di bottega più che di marchio.
Un’estetica non progettata
Il sacchetto blu, oggi spesso citato come esempio di packaging iconico, non nasce come operazione di design. È piuttosto il risultato di una scelta pratica, reiterata nel tempo, diventata identità per consuetudine. Un’estetica involontaria, potremmo dire, che oggi dialoga sorprendentemente bene con un pubblico attento agli oggetti autentici, durevoli, riconoscibili.

In questo senso, Mattei è diventato anche un riferimento lifestyle, pur senza mai cercarlo apertamente: un prodotto che entra nelle case non solo come dolce, ma come presenza familiare, legata ai riti del fine pasto, ai regali “sicuri”, ai ritorni da un viaggio in Toscana.
Tra tradizione e quotidianità
Visitare oggi il laboratorio storico di Prato significa entrare in un luogo dove la produzione è ancora parte della città, non separata da essa. Un’attività che continua a lavorare su scala artigianale, mantenendo un legame diretto con il territorio e con un’idea di dolcezza essenziale, lontana dalle mode.
Il biscotto di Prato di Mattei resta, in fondo, quello che è sempre stato: un biscotto da credenza, da spezzare con le mani, da intingere nel Vin Santo, da mangiare anche senza occasioni speciali. Ed è forse proprio questa normalità, così poco urlata, ad averlo reso nel tempo uno dei simboli gastronomici più riconoscibili della Toscana.
Il panettone non è più soltanto un dolce da tagliare e servire: è diventato un kit di esperienza. Negli ultimi anni molte aziende, dalle storiche marche industriali alle pasticcerie artigianali, hanno cominciato a produrre panettoni venduti con una sac à poche piena di crema (dal pistacchio al gianduia, dalla pasticciera alla crema di mascarpone) messa direttamente nella confezione, consegnando così al consumatore la possibilità di farcire la fetta a casa. Analizziamo l’idea, che ha sia pro sia contro.

Panettone con sac à poche: vantaggi (per le aziende) e svantaggi (per il consumatore)
I panettoni o pandori farciti, a livello industriale tanto quanto a livello artigianale, spesso deludono per la scarsità di farcitura che delude molto al taglio. Soprattutto, dopo aver acquistato un prodotto attratti dalle promesse fatte da packaging e racconto emozionale di spot o testi. Da questo punto di vista, dotare il panettone di sac à poche si rivela un'idea vincente perché porta autonomia al consumatore, nonché senso di controllo su ciò che ha acquistato: "sulla mia fetta metto tutta la crema che voglio". Regala al consumatore anche la possibilità di presentare il panettone con più fantasia e sensazione di home made: anziché puntare su una fetta appena farcita e con ancora i segni delle siringhe industriali, può comporre un impiattamento creativo e allettante anche per ospiti e familiari.
Un altro vantaggio, che le aziende hanno ben analizzato? La farcitura in sac à poche risolve i problemi tecnici del panettone farcito. Riempirlo in forno o in pasticceria significa rischiare che la crema alteri l’umidità del prodotto, riduca la shelf-life e complichi la logistica. Dare la crema separatamente, invece, mantiene le condizioni del lievitato, evita conservanti aggiuntivi e trasforma il momento del consumo in un piccolo rito personale. il consumatore non lo sa, ma proprio quest'ultimo fattore è la svolta che ha trasformato una scomodità tecnica in pregio per il consumatore. Questo rito, potere, questa libertà messa letteralmente nelle mani del consumatore è nata già da tempo: uno degli esempi più celebri nella GDO è Esselunga con la linea Elisenda (pasticceria premium progettata e formulata dai fratelli Cerea di Da Vittorio, ristorante tre stelle Michelin), nella fattispecie il kit cannoncini che il consumatore può farcire a casa quando vuole. Insomma è una scelta che funziona, sia a casa sia sui Social Network.
Lo svantaggio? Ovviamente, è a carico del consumatore: il prezzo. Scegliere un panettone con sac à poche per la farcitura ha un costo nettamente superiore rispetto a un panettone già farcito (magari con la stessa farcitura). Ecco perché le aziende molto spesso si sono fatte furbe, e propongono in sac à poche creme particolari.
Sfoggiare farciture premium

Per i brand, sfoggiare una gonfia sac à poche è sia un modo per giustificare l'aumento di prezzo rispetto ai prodotti standard, sia una trovata elegante per proporre gusti premium senza cambiare la filiera produttiva del panettone classico. Le creme messe in sac à poche sono tendenzialmente particolari: seguono un trend, seguono ingredienti di nicchia. L'esempio più clamoroso e recente è il Panettone Dubai Chocolate: si ispira alla celeberrima tavoletta di cioccolato farcita con crema al pistacchio e pasta kadayif, e in commercio si trovano già completi (Il Golosone Dubai Style Chocolate di Maina, per esempio) o con sac à poche (il Dubai Style Chocolate di Vergani).

Gli esempi non finiscono qui: Tre Marie di Galbusera ha lanciato un panettone con crema al pistacchio in sac à poche, sempre Vergani ha proposto un panettone con sac à poche di crema gianduia che era reperibile anche da Eataly, persino piccoli marchi e pasticcerie (o pastry chef, come Andrea Barile) propongono versioni artigianali con sac à poche incluse. Persino realtà che vendono panettoni artigianali online stanno puntando su questa formula: la crema arriva separata, in tubetto o in sac à poche, per mantenere la pasta asciutta fino al consumo.
Il rovescio della medaglia
Disclaimer: quelli che seguono sono ragionamenti generici, non insinuazioni sui singoli brand o pasticcieri citati e presi solo come esempio su tanti.
La moda non è innocua. Primo nodo: l’autenticità. Cosa significa oggi “panettone farcito”? Se la farcitura arriva in una sacca stagna esterna, il consumatore ha davvero comprato un panettone “farcito” o un panettone con accessorio? Il cambio di linguaggio è sottile ma potente: trasforma un prodotto tradizionale in un’esperienza costruita a posteriori, e alimenta la confusione tra artigianalità e show commerciale.
Secondo nodo: estetica e spreco. La sac à poche è scenografica, ma spesso arriva in confezioni singole o in plastica flessibile, insomma un gadget monouso. In un’epoca in cui i consumatori sono più attenti alla sostenibilità, il packaging usa-e-getta rischia di generare fastidio e contraddizione, specialmente quando il prezzo che paghiamo è giustificato come “artigianale” o “di qualità”. Alcune pasticcerie rispondono con sac à poche riutilizzabili, con tubetti in latta o con creme in barattolino di vetro, ma la pratica comune resta invece il monouso.
Terzo nodo: il gusto come moda. Sapore “instagrammabile” che vince sulla misura del panettone stesso. Il rischio è che si perda di vista il valore del lievitato: quando la crema diventa il centro dell’esperienza, il panettone torna ad essere un contenitore di trend più che il protagonista gastronomico. Lo nota anche la cronaca gastronomica: negli ultimi Natali i giornali hanno raccontato una proliferazione di gusti e gadget che spesso premia l’effetto novità più che la sostanza.
Un racconto espositivo che celebra la couture di Armani come esperienza estetica e sensoriale
Milano, capitale dell’eleganza contemporanea, ospita negli spazi di Armani/Silos la mostra “Giorgio Armani Privé 2005-2025. Vent’anni di Alta Moda”, un’esposizione monumentale, curata personalmente da Giorgio Armani, che ripercorre due decenni di Haute Couture attraverso un racconto immersivo, coerente e profondamente sensoriale. Dopo vent’anni di sfilate parigine, le creazioni Giorgio Armani Privé arrivano a Milano e trovano spazio all’interno di Armani/Silos, offrendo al pubblico la possibilità di osservarle da vicino, fuori dal contesto della passerella, nella loro dimensione più concreta e artigianale. Un’occasione rara per avvicinarsi a un universo solitamente riservato a pochi, in cui l’abito si rivela nella sua costruzione, nei materiali e nella precisione del gesto sartoriale.
Privé, una nuova idea di Haute Couture
Presentata per la prima volta nel 2005 a Parigi, capitale della Haute Couture, la collezione Giorgio Armani Privé nasce come espressione di una moderna creatività; una linea complementare e alternativa al prêt-à-porter, accomunata dalla ricerca di una sigla stilistica lineare ed elegante. L’Haute Couture, letteralmente “alta sartoria”, incarna il vertice dell’eccellenza artigianale: creazioni uniche, realizzate su misura con materiali preziosi e lavorazioni interamente manuali, destinate a una clientela esclusiva e sottoposte alle rigorose regole della tradizione parigina. Ogni capo è il risultato di centinaia di ore di lavoro, tra ricami minuziosi, applicazioni complesse e tessuti di lusso. In questo contesto, Armani sperimenta senza mai perdere il controllo della forma, ampliando l’orizzonte creativo e declinando la propria idea di eleganza in una dimensione più libera e visionaria. Linee pure, volumi calibrati e materiali nobili definiscono un’estetica riconoscibile e senza tempo, in cui rigore e poesia visiva convivono in perfetto equilibrio. Ricami gioiello, perline, paillettes, pietre preziose, tessuti cangianti e organze impalpabili danno vita a capi che evocano atmosfere lontane, suggestioni orientali e il fascino magnetico delle notti hollywoodiane.

Materia, luce e movimento
Il percorso espositivo si dispiega lungo l’intera superficie di Armani/Silos come un’antologia visiva delle collezioni couture della maison. Gli abiti, selezionati dallo stesso Armani, sono disposti in una sequenza che evidenzia un linguaggio in continua evoluzione, ma sempre fedele ai principi fondativi del brand. La luce assume un ruolo centrale nella narrazione: una luminosità perlacea e quasi lunare avvolge le creazioni, accarezza le superfici, enfatizza i dettagli rendendo la materia protagonista assoluta. Manichini neri, essenziali e neutri, si fanno presenze quasi invisibili, capaci di scomparire per lasciar emergere colori, texture e volumi, fulcro visivo dell’allestimento.
Accanto agli abiti emergono accessori concepiti come vere e proprie sculture: borse gioiello, orecchini simili a minuscole costellazioni e copricapi di raffinata complessità, che ampliano e arricchiscono il racconto couture. Alcuni capi sono collocati su pedane girevoli, che ne consentono una visione a 360 gradi, permettendo di apprezzarne pienamente la tridimensionalità, la fluidità dei tessuti e il dialogo costante con la luce, restituendo così una percezione dinamica, prossima a quella della passerella. Altri sono inseriti in scenografie più intime, piccoli teatri silenziosi che mettono in evidenza la straordinaria maestria degli atelier Armani.

Un’esperienza sensoriale completa
L’esperienza è amplificata da una cura attenta dei dettagli sensoriali. Lo spazio è avvolto dalla fragranza Bois d’Encens, emblema della collezione ARMANI/PRIVÉ Haute Couture Fragrances, mentre una colonna sonora originale firmata da L’Antidote accompagna il visitatore lungo l’intero percorso, rafforzando l’atmosfera sospesa e contemplativa della mostra. Nelle collezioni di Alta Moda, Giorgio Armani esprime la sua visione più libera dello stile e dell’eleganza attraverso l’arte dell’artigianalità e del savoir-faire, un territorio creativo senza limiti in cui grazia e rigore, fantasia e concretezza convivono in equilibrio. “Giorgio Armani Privé 2005-2025. Vent’anni di Alta Moda” è un’occasione preziosa per esplorare da vicino uno dei capitoli più raffinati della moda contemporanea e per comprendere come l’Alta Moda non appartenga a un’epoca, ma a una dimensione culturale ed estetica senza tempo.
Informazioni utili
Mostra: Giorgio Armani Privé 2005-2025. Vent’anni di Alta Moda
Location: Armani/Silos, Milano
Date: Dal 21 maggio 2025 al 3 maggio 2026
Per maggiori informazioni visitare il sito: www.armanisilos.com
Crediti fotografici: Delfino Sisto Legnani
Il carpaccio e il Bellini sono nati nello stesso posto, a tre minuti a piedi dal bar dove fu servito il primo caffè d’Europa. Itinerario tra i caffè storici e i luoghi che hanno fatto un pezzo di storia del bere (non solo) veneziano
Dimenticate il bacaro tour, o almeno, lasciatelo da parte. Venezia non è solo cicchetti e tramezzini ma osterie nomadi, spezierie, luogo di mille invenzioni e primo salotto d’Europa; il bere veneziano ha una storia curiosa e perfino un po’ rivoluzionaria. E per capire come si sia costruita basta partire dal punto più visibile (letteralmente) della città: il campanile di San Marco.
Da dove nasce l’espressione “ombra di vino”
Sotto il “paròn de casa”, come lo chiamano i veneziani, un tempo c’erano osterie in legno che ogni mattina spostavano tavoli e botti a seconda dell’ombra proiettata dalla torre. Era un modo pratico per tenere il vino fresco. Da qui nasce un modo di dire comune a qualsiasi veneziano ancora oggi: “andémo a béver un’ombra”, ovvero un bicchiere di vino all’ombra del campanile, o di qualunque cosa lo ricordi.

Quella stessa piazza, dove oggi i turisti si muovono come in un tableau vivant, fino al 1100 ospitava persino una vigna. In una città fatta al 92% d’acqua non si poteva sprecare nulla: isole coltivate, orti in quello che altrove chiameremmo piazze - i famosi “campi”.
Quando il caffè smette di essere un medicinale
Quando il Caffè Florian apre nel 1720, il caffè non ha niente del prodotto pop che conosciamo oggi: è una bevanda costosa, venduta in farmacia e trattata quasi come una medicina. Si tratta del primo Caffè del mondo occidentale, il più antico d’Europa, e va da sé che Venezia è la prima città a trasformarlo questa deliziosa bevanda scura in consumo sociale. Casanova ci passava perché qui si spedivano vassoi di cioccolata e caffè come dichiarazione d’interesse amoroso. Poi Goldoni, Canaletto, Guardi: la lista degli habitué è lunga.

Ai suoi tavolini nasce nel 1895 anche l’idea della Biennale, in un momento in cui la città cercava di ricostruire una nuova identità culturale post-repubblicana. Il sindaco-poeta Riccardo Selvatico e Antonio Fradeletto lo immaginarono qui, davanti a un caffè.
Harry’s Bar, una leggenda diventata globale
Qualche minuto di cammino, ed ecco un altro luogo dove Venezia ha cambiato il corso della storia gastronomica: l’Harry’s Bar. Non serve essere appassionati di cucina e mixology per sapere che qui sono nati due piatti/bevande diventati globali.
Il primo è il Bellini, 1948. Cipriani lo crea per omaggiare una mostra su Giovanni Bellini: pesca bianca frullata, spumante locale e un colore che richiama proprio i toni rosati del pittore. Semplice, fresco, immediatamente riconoscibile.

Il secondo è il Carpaccio, nato quasi per caso nel 1950. La contessa Amalia Nani Mocenigo non poteva più mangiare carne cotta e Cipriani risolve il problema come farebbe un artista: fettine sottilissime di manzo e una salsa “universale”, appoggiate sul piatto come un omaggio cromatico a Vittore Carpaccio. È un piatto nato dalla necessità, diventato leggenda. Il locale, intanto, continua a collezionare nomi: Hemingway, Capote, Welles, Onassis e Callas. Ma la cosa più interessante è la coerenza: servizio rigoroso, cucina essenziale, lusso senza ostentazione. Un modello copiato in mezzo mondo.
Quando Venezia curava le persone… con la vipera
C’è una pagina affascinante (e oggi quasi dimenticata) nella storia gastronomica veneziana: quella delle spezierie. Qui nasceva la teriaca, una sorta di super-preparato medicinale che mescolava decine di ingredienti, tra cui zafferano, mirra, cannella, radici varie e, sì, anche carne di vipera. L’idea era semplice: se la vipera non muore del suo stesso veleno, allora contiene qualcosa di protettivo. Oggi farebbe sorridere, ma per secoli la teriaca è stata considerata un rimedio potentissimo. La sua produzione era quasi teatrale, con facchini, funzionari sanitari e garzoni impegnati in una preparazione lunga mesi.

E non tutto è andato perduto. La famiglia Gottardi (storica spezieria a Rialto) continuò a produrla per la ditta Branca fino agli anni ’50 del Novecento. E molti sostengono che proprio da lì derivi parte dell’amaro che oggi riconosciamo nel Fernet.
Lo Spritz, quello vero
Lo Spritz è uno dei drink più fraintesi della storia italiana. L’idea che siano stati gli austriaci a inventarlo è solo parzialmente vera. Il nome sì (“spritzen”, spruzzare), ma l’abitudine di alleggerire il vino con un po’ d’acqua è precedente: medievale per alcuni, romana per altri.
Una storia curiosa riguarda gli arsenalotti, i lavoratori dell’Arsenale. A loro la Serenissima garantiva una merenda quotidiana, e nei mesi caldi veniva servita una bevanda a base di vino e poca acqua fresca. Una sorta di proto-Spritz, insomma, ma con cinque secoli di anticipo. La versione moderna arriva con il Novecento. Nel 1920, i fratelli Pilla creano il Select, bitter veneziano per eccellenza. È qui che lo Spritz diventa quello che oggi conosciamo: vino bianco, acqua frizzante e qualche goccia di Select. Una formula semplice che da Venezia si diffonde prima in terraferma, poi nel resto del Paese.
Bere oggi tra isole, memorie e spazi polifunzionali
Oggi la cultura del bere veneziano continua a muoversi come ha sempre fatto: per stratificazioni, intuizioni e luoghi che si reinventano. La Venice Cocktail Week, ideata da Paola Mencarelli, ne è un esempio lampante: una settimana in cui la città torna a essere laboratorio aperto, con caffè storici, hotel e bar che dialogano tra loro proprio come un tempo facevano spezierie, osterie erranti e salotti. Nella sua quarta edizione, andata in scena a fine ottobre, ha coinvolto 28 locali con oltre 100 eventi tra masterclass, tasting, talk e aperitivi. Nel programma anche i tour organizzati da Tell Me a Story Venice, come questo che abbiamo fatto tra piazze, caffè storici e ricette dimenticate.
In questa stessa scia si inserisce Ca’ Select, un luogo che sembra uscito da un capitolo della Venezia produttiva di un tempo: metà officina e metà museo, con le erbe in macerazione al piano terra e, sopra, un percorso espositivo che racconta come un bitter veneziano sia diventato parte dell’immaginario cittadino. È un modo per ricordare che qui la cultura del bere è sempre stata anche cultura materiale, fatta di mani, ingredienti e storie.

E poi c’è la laguna, che continua a regalare isole inaspettate. A Sant’Erasmo, l’isola degli orti, un gruppo di giovani distillatori ha dato vita a Gin dei Sospiri: botaniche coltivate o raccolte tra barene e campi — salicornia, timo limonato, carciofo violetto — per un gin che sa davvero di acqua alta, luce e vento. Un progetto che ricorda quanto bere, a Venezia, sia da sempre un modo per leggere il territorio, attraversarlo e, in un certo senso, ascoltarlo.
NEROSPINTO
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