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Incontro Albert Hofer, uno dei due organizzatori della serata milanese Le Cannibale, a casa sua, come concordato in precedenza.

Per giungervi, marcio con passo spedito e contemplativo in zona navigli: la pioggia ticchetta sull’ombrello e sembra accompagnarmi, suonando per me.

Case di ringhiera, belle e labirintiche come non ce ne sono più.

Dopo poche rampe di scale, mi scopro persa davanti a porte tutte uguali: sbaglio il campanello, scorgo una sagoma qualche uscio più in là, è Albert.

Mi piace quello sguardo intelligente che ha; sotto la coltre di cortesia imposta dalle circostanze, affiora qualcosa di sagace e acuto, di deciso.

Mi fa accomodare in una casa densa, tappezzata di poster, dipinti, ricordi e memento. Una grande libreria, un divano coperto da un telo maculato, noto con piacere una macchina da scrivere, Olivetti, Lettera 22.

E noto anche cinque gatti che mi fanno quasi morire di tenerezza.

Aplomb professionale.

 

 

Come hai intrapreso la strada che ti ha portato a Le Cannibale?

 

È una strada che intrapresi 17, 18 anni fa.

Come diversi adolescenti, iniziai a suonare, volendo fare il DJ e organizzando le mie seratine in baretti fiorentini; verso il 2003/04, ho capito come il mio fare il DJ non sarebbe stato ciò per cui avrei vissuto, per varie ragioni.

Decisi dunque di dedicarmi solo alla parte organizzativa: all’inizio non pensavo che questo avrebbe potuto essere il mio lavoro. Firenze anni ’90 non lasciava immaginare ad un futuro da promoter, anzi, già il discorso della discoteca era vissuto in maniera conflittuale (provengo dai centri sociali, puoi valutare tu la differenza), e non si pensava assolutamente di poterne vivere.

Il mio desiderio sarebbe stato quello di fare carriera accademica, ma una decina di anni fa, quando mi trasferii a Milano, la questione clubbing si fece seria: mi accorsi che, a Milano iniziavo a impegnarmi in serate più importanti, con spese considerevoli. Valutai dunque se quello dell’organizzatore sarebbe stato per me hobby o lavoro.

Interruppi il discorso accademico e mi volsi verso la vita notturna: feci tre anni in diverse serate (Rebel Motel, Rongwrong, Subterfuge, Carousel), e ora seguo pienamente Le Cannibale, con tutto ciò che ruota attorno ad esso.

Siamo due soci, e facciamo quasi tutto da soli. Abbiamo persone che ci danno una mano, ma tendiamo a seguire tutti gli aspetti di persona: dall’ufficio stampa alla contrattistica. Non ci sono mansioni definite o separate, né aspetti che si possano delegare completamente: è un lavoro nel quale ci si muove improvvisando, in un certo senso. Spesso emergono delle problematiche, e sul momento, bisogna essere capace di gestirle.

Il caso è una componente essenziale, nel mio lavoro.

 

Dimmi tre fatiche e tre gioie di lavorare a strettissimo contatto con il pubblico.

 

Le prima delle tre fatiche riguarda le persone, nel momento nel quale sono al loro peggio, la notte: anche la miglior persona, quando va a ballare, diventa tendenzialmente quindici volte peggiore.

Altro aspetto, il personale: inizialmente feci molta fatica a reclutare una gran batteria di collaboratori. Con il passare del tempo mi sono accorto che lavorare con meno persone responsabilizza di più, ora sono molto soddisfatto dei miei collaboratori.

Il mio è un ambiente che spesso viene vissuto senza serietà: io lo faccio come lavoro, ma ho potuto notare che tante persone lo prendono molto, anzi, troppo alla leggera, tirando in ballo tematiche completamente folli di comportamento che, in un ufficio, sicuramente non avverrebbero.

Terzo aspetto, il booking: può capitare che gli artisti all’ultimo momento non siano disponibili, che i voli siano cancellati, che si abbia un improvviso cambio nel programma prestabilito, ed allora bisogna sapersi adattare.

Per quanto riguarda le gioie: la prima è fare bene il proprio lavoro, creare un evento che funzioni.

In secondo luogo, ma forse più forte tra tutti, è per me seguire quelle persone il cui lavoro io stimo: non mi reputo assolutamente un artista, sono molto contento dunque quando ho a che fare con persone talentuose, anche se un talento in nuce magari, e vederle sbocciare.

Come esempio, direi la collaborazione con Uabos. È come essere un professionista di successo e vedere il figlio andare bene a scuola, è una gioia superiore. Magari lui si troverà un po’ stranito di questo paragone, ma per me è così. (sorride, sinceramente.)

Terzo aspetto: sentire come alcuni degli artisti che invitiamo ci diano atto di fare le cose fatte bene, noi di Le Cannibale cerchiamo sempre di fare la nostra parte, ed è appagante percepire soddisfazione nei fruitori.

 

Non ti senti mai “soffocato” dal sovrabbondare di persone?

 

Sempre.

È un lavoro molto invasivo, e, potendo, cerco sempre di separare nettamente l’ambito lavorativo con quello privato, a volte esagerando.

Ponendo che non credo di essere una persona chiusa, tendo a curare con molta attenzione quelle poche cose totalmente mie.

Per assurdo, secondo gli altri io starei sempre lavorando, quando magari non lo sto facendo: se dei conoscenti m’incrociano per strada, si sentono sempre in dovere di dirmi qualcosa, commentare le serate e soprattutto criticarmi.

 

Potresti descrivermi il cosiddetto “Popolo della Notte”?

 

Come già ho accennato, nella notte le persone paiono risvegliare gli istinti più bassi che possiedano: viene fuori una sorta di compensazione che porta il singolo, magari stimabilissimo, a estraniarsi, agendo solo con la volontà di divertirsi.

Il clubbing viene vissuto con grande ansia e prepotenza.

Giudico le persone a 360°, ma la notte non noto grandi bellezze; non lavoro nemmeno in un contesto particolarmente vizioso.

Vi sono cose apparentemente semplici che non riesco ad accettare, come non fare la fila, ed il vippismo è dilagante.

Mi tengo abbastanza lontano da molti aspetti del night life, i quali potrebbero esularmi da qualcosa che non sia prettamente necessario: non potrei mai dirti che il clubbing sia la mia vita, lo vivo più come uno strumento.

 

Maschere: su chiunque, create da chiunque a misura di ciò che si vorrebbe essere. Quante maschere vedi, attorno a te?

 

Una quasi totalità: apprezzo circondarmi di persone diverse tra loro, non amo un target identificabile.

Credo comunque vi sia un’enorme omologazione, e la tendenza ad andare verso una costruzione del sé molto spesso estraniata ed estraniante, che avviene solo di notte.

Secondo me, vi sono delle ansie che si generano,  come bisogno di essere in un luogo, apprezzare qualcosa anche se non lo si vorrebbe davvero.

Uno scollamento completo tra i desideri e le aspettative delle persone, che spesso non collimano.

 

E tu, indossi maschere?

 

Per quanto riguarda questo discorso: va bene, Pirandello ha ragione, ma spesso non si ha nemmeno bisogno d’indossare una maschera perché già gli altri te la mettono in dosso. C’è un grande istinto, secondo me, che porta a voler anticipare ciò che le persone sono, ottenendo risultati a dir poco fantozziani.

Questo aspetto l’ho sempre vissuto in maniera molto forte: l’aspettativa che da me e di me si ha.

Sulla necessità della maschera posso essere anche d’accordo, ma in questo senso sono abbastanza genuino; sono gli altri ad intessermi addosso un personaggio complicato, ombroso e darkeggiante, e poi ancora omosessuale, stizzito, filosofico.

Quando mi vedono fuori dal contesto che loro s’immaginano di me, sono basiti.

Per dire: Alber Hofer, secondo la vox populi è un nome d’arte, quando in realtà mi chiamo semplicemente così.

 

Quanta diplomazia è necessaria nel tuo lavoro?

 

Tanta, tantissima. (risposta secca, immediata e precisa. Questa volta a sorridere sono io.)

Sono una persona che s’innervosisce facilmente, con tendenze alla franchezza assoluta, quindi ho dovuto operare molto su me stesso per evitare i cosiddetti “incidenti diplomatici”.

Mi sono accorto che certe dinamiche sono insite nel mio lavoro: non litigare è impossibile, quindi cerco di comportarmi con professionalità e massima sincerità. Il mio moto emotivo personale è tuttavia grandissimo, e cerco di dominarmi.

Ho la gentilezza, quella per forza, ma bisogna anche riconoscerne il valore. Cerco di essere educato con tutti, vengo visto come incredibilmente paziente, ma è tutta una capacità di autocontrollo e valutazione oggettiva.

 

Quante persone valide hai conosciuto, durante il tuo percorso?

 

Tantissime: molte sono le persone che operano nel mio campo, ed ho avuto il piacere di incontrarne di valide e meritevoli.

Sono a contatto con un ambito lavorativo molto ampio, la night life la facciamo quasi tutti, ed ho potuto incontrare persone capaci, decise.

 

Qual è l’ora migliore della notte?

 

Io lavoro tutti i giorni per Le Cannibale: quando poi si arriva al giorno dell’evento, il lavoro è pesantissimo, ma quando ho la sicurezza di una bella serata, non mi rilasso, ma mi sento forte.

L’ora migliore in assoluto, e ora ti metterai a ridere, è poco prima della fine, quando sono sicuro che sia andato tutto per il verso giusto e penso bene, adesso potrei cominciare a divertirmi, quando immancabilmente succede qualche imprevisto.

Le tre e un quarto, ecco, in quel momento mi dico, sarebbe bello andasse avanti, poi niente, si chiude.

 

Per l’opinione pubblica, chi lavora nella vita nottura è, in un certo senso, inferiore di grado rispetto agli altri. Come ti poni nei confronti di queste insinuazioni?

 

Neanche frustrazione, disgusto.

Credo che le persone non riescano a concepire il mio come lavoro per il fatto che i ruoli non siano perfettamente definiti: se dicessi che sono il direttore di un club, già verrei inquadrato, ma non è propriamente così.

Le persone credono io faccia il PR, e ciò non è assolutamente vero.

È un discorso che esce spesso, con i miei colleghi: le persone non si rendono conto della fatica, dell’impegno e della serietà con la quale noi ci poniamo.

La gente s’indigna quando oso dire di essere stanco o frustrato dal mio lavoro, perché il mio, a detta altrui, non è un lavoro.

Parlane con un operaio, mi dicono. Se l’operaio fa 8 ore sicure, io ne lavoro altrettante, con ritmi e tempi diversi. In una serata che va male, posso lasciarci dei soldi, l’operaio ha la sicurezza dello stipendio. Non dico che il mio lavoro sia migliore o peggiore di un posto impiegatizio, è solo diverso, ma pur sempre un lavoro.

 

Infine, se tu potessi dedicare le tue parole a qualcuno, per chi sarebbero?

 

Al mio socio, che sottoscriverebbe ogni mia parola.

 

 

 

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L'Aministia dell 23 dicembre 2013 ha liberato le Pussy Riot Maria Alekhina e Nadia Tolokonnikova - 24enne, madre di una bambina che si è ammalata di tubercolosi a seguito di due scioperi della fame – concessa in occasione dei 20 anni della Costituzione russa.

Un’odissea iniziata il 3 marzo 2012, quando le due attiviste (tre con Yekaterina Samutsevitch che ha scontato 6 mesi) furono arrestate dopo aver inscenato una “preghiera punk” nella cattedrale di Mosca,  un’invocazione, una preghiera punk che recitava più o meno "Madre liberaci da Putin".

 

Performance "blasfema" che è costata loro due anni di reclusione per teppismo e istigazione a delinquere. Una condanna estremamente severa, che in molti hanno inteso come l’ennesimo schiaffo dell’oligarchia russa alle voci di dissenso, compresa quella tutto sommato innocua e artistica delle Pussy Riot, collettivo punk nato da una costola del collettivo art-situazionista Voinà (in russo: guerra), finito sulle cronache nel 2011 per aver proiettato un gigantesco membro maschile sulla facciata del palazzo dei servizi segreti a San Pietroburgo.

 

Certo l’intento dichiarato del collettivo delle PR è sempre stato quello di spiazzare, dissacrare e rompere le regole dell'establishment attraverso arti performative. Gli strumenti sono semplici: musica punk, slogan d’effetto, il tutto inscenato a sorpresa in luoghi pubblici filmando le performance che diventano video virali su internet. Genere musicale e cliché propri del proto punk di fine anni ’70 nato in Inghilterra. Ma se nel punk inglese è la Regina – e in generale tutto l’establishment conservatore – che ispira sentimenti di ribellione, nel mirino delle Pussy Riot c’è Putin l’oligarca, il manovratore di un sistema spietato e corrotto, colpevole di annientare le minoranze.

 

Nadia, già prima dell'incarcerazione, aveva definito le Pussy Riot come «parte del movimento anti capitalistico globale, formato da anarchici, trotzkisti, femministe e autonomisti che pratica arte dissidente, un'azione politica che coinvolge l’arte. Una forma di attività civica nel mezzo delle repressione di un sistema politico che usa il suo potere contro i diritti umani,  le libertà civili e politiche».

La dura prigionia non ha spento lo spirito barricadero di questo gruppo di donne che ha unito tutto il mondo al grido di “Free Pussy Riot“. Maria Alyokhina, 25 anni, appena rilasciata, ha denunciato come una “farsa” l’amnistia concessa da Vladimir Putin. Qual è ora il futuro delle PR? «Il gruppo, naturalmente, esiste ancora», ha detto Maria non appena liberata. E potrebbe riprendere la propria azione di denuncia. L’obiettivo dichiarato è sempre quello della “preghiera punk” che le ha portate in carcere nel 2012: cacciare Putin dal Cremlino.

 

Incominciate l'anno con il piede giusto.

Scacciate i pensieri negativi dell'anno precedente.

Regalatevi una serata senza freni e inibizioni.

Il  4 gennaio Toilet Club vi aspetta con Marlon Brandon, la serata che renderà folli i vostri sabato sera.

Un richiamo onomatopeico ad input contrastanti. Un gioco di parole, uno scioglilingua, l'insieme di un divo del cinema ed uno del piccolo schermo.Sono gli opposti che suonano bene insieme, le decadi che si mescolano e si confondono, gli spazi che perdono i confini e generano incontri inaspettati.

È difficile spiegare cos'è MARLON BRANDON: È un party dove tutto si combina in modo eterogeneo ma non casuale, sconclusionato ma non inconcludente, senza una meta eppure con una direzione ben precisa: la linea di demarcazione emozionale tra quello che pensiamo di essere e quello che scopriamo poter diventare in una notte.

Ad allietare la serata l'inconfondibile sound di Erik DeepLoZelmo e Nancy Posh: il Pop, l'Alternative, il Rock, l'Electro, la Disco. Togli la maschera, esci dal personaggio, scavalca l'ostacolo, distruggi ogni barriera: fai come MARLON BRANDON, diventa protagonista.

SABATO 4 GENNAIO - MARLON BRANDON 

INGRESSO GRATUITO

con tessera Arci, Arcigay, Arcilesbica, UISP Richiedi la tessera all'indirizzo www.circolotoilet.it/tessera

TOILET CLUB Via Lodovico il Moro 171, Milano

Per info: www.circolotoilet.it / Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

https://www.facebook.com/events/1407233919515576/

Irene Kung è una delle personalità artistiche più interessanti del panorama internazionale, è di origini svizzere, ma dopo aver studiato Arti Visive si stabilisce definitivamente in Italia.

La sua arte di si è sviluppata inizialmente nell'ambito pittorico, solo negli ultimi anni, dopo essersi affermata come pittrice, ha inserito la fotografia come nuova forma d'espressione nel suo repertorio artistico.

 

L'atmosfera onirica che vive nelle sue fotografie ci mostra soggetti che sembrano non appartenere alla realtà in cui viviamo, nonostante la loro riconoscibilità, sembrano far parte di epoche diverse, a noi sconosciute.

 

E' in questo modo che ritroviamo il Duomo di Milano, la Torre Velasca, Notre Dame e tanti altri landmarks che caratterizzano le più grandi città internazionali, rappresentati come edifici appartenenti a un mondo utopico, fiabesco: insieme costruiscono una città ideale immersa in un'atmosfera sospesa.

 

L'obiettivo è proprio quello di cogliere lo spirito di un luogo, la sua essenza, le suggestioni del suo passato e liberarlo,decontestualizzarlo da qualsiasi tipo di contaminazione e/o disturbo urbanistico, per poi riprodurlo sulla carta fotografica.

 

Il vuoto viene ricercato, anziché evitato, per abbracciare lentamente il soggetto, fino a divenire esso stesso l'essenza dello scatto.

 

Oltre alle fotografie di architetture, la Kung raccoglie nella sua ricerca artistica una magnifica serie di scatti che raccontano il rapporto della fotografia con la natura, e in particolare quella con gli alberi: potenti e maestosi avvolti dalla poesia del vento e del silenzio.

 

La mostra è aperta dal 28 novembre al 12 gennaio 2014.

Gli orari sono: mar-ven dalle 10 alle 19, sab. dalle 12 alle 18

Per ulteriori informazioni porete chiamare al numero 02 89 07 54 20

La Galleria Forma si trova in Piazza Tito Lucrezio Caro 1.

Nerospinto ha riassunto per voi le 10 tendenze più cool che hanno caratterizzato il 2013. Pronte? Partiamo!

Cat Eyes: gli occhi di gatto sono tornati più di moda che mai, grazie alle segretarie sexy di Mad Men e agli occhi bistrati di Cara Delevigne, it girl del 2013. L’eyeliner visto come prezioso alleato di bellezza, arma da usare con maestria e astuzia.

Barba: per gli uomini il 2013 è stato l’anno del ritorno al pelo e all’irsutismo. Per strada, in tv e sui giornali se ne sono viste di tutti i colori: dal solo baffo, alla barba vittoriana al mix barba e baffetti. Un tempo prerogativa dell’intellettuale topo di biblioteca, oggi la barba è divenuta oggetto del desiderio degli uomini più à la page, soprattutto quando essa compensa la mancanza di capelli.

Frangia: Michelle Obama ha lanciato la moda (non tanto nuova, per la verità) della frangia, quella tendina che sottolinea lo sguardo (se fatta bene e sempre ritoccata) e che fa molto anni 70.

Sopracciglia folte: Cara Delevigne ci aveva visto giusto ad inizio 2013. Le sopracciglia folte e scure sono state l’elemento di punta della maggior parte dei look da passerella, da Maison Martin Margiela a Céline, passando per Elio giudice di X Factor 7.

Pixie Cut: il capello corto “da fatina” ha imperversato. Tutte e diciamo proprio tutte hanno dato una sforbiciata alle lunghe chiome, optando per un taglio corto e sfilato, sbarazzino e che toglie un po’ di anni. La celeb con il pixie cut più chiacchierato? Miley Cyrus senza dubbio.

Shatush: Bianca Balti a Sanremo ha tratto il dado. Da lì in poi se ne sono viste delle belle. Punte più chiare e radici più scure, tonalità del biondo o del rosso, fino alle più estrose, che hanno osato sfumature audaci, come quelle sul grigio. Paola Marella docet.

Labbra Mat: i rossetti opachi e dai colori sgargianti (favoloso ossimoro beauty) hanno spodestato i lip gloss e i lucidalabbra sberluccicosi dal podio dei must have beauty del 2013. Molte dame si sono fatte conquistare dalla capacità delle tonalità mat di mascherare le dentature non proprio d’ebano. Nel 2014 ricordarsi di prenotare una seduta di emergenza dal dentista.

I cerchietti gioiello: Chiara de Blasio è stata la vera scoperta trendy del 2013. La figlia del sindaco di New York ha stupito tutti festeggiando la vittoria de padre con dei magnifici cerchietti decorati: fiori, rose e appliques gioiello giocosamente abbinati ad una chioma afro sbarazzina. Chiara rocks.

Make up camaleontici: la colpa è sempre sua. Di chi? Ma di Lady Gaga ovvio! La mama monster è tornata a stupirci nel 2013 con una serie di look cangianti come un cristallo al sole. Look virginale ispirato alla Venere di Botticelli, gran signora della raccolta differenziata, Madama Dali e musa di Jeff Koons. La novella Cicciolina sta scaldando i motori per un 2014 che si preannuncia più roboante che mai.

Sorriso a 18 carati: le placche dorate sui denti non sono più prerogativa dei rappers più duri. Anche le insospettabili come Katy Perry e Rihanna si sono fatte conquistare dal sorriso bling bling che solo una seduta odontoiatrica da Tiffany può regalare.

Quali sono stati i vostri momenti beauty da ricordare del 2013?

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Oggi Nerospinto ha voluto fare due chiacchiere con un giovane scrittore,Filippo Parodi, genovese di nascita, ma milanese d’adozione, che ci parlerà del suo primo libro, La Testa Aspra, edito da Gorilla Sapiens.

Il libro si presenta come una serie di racconti, tutti apparentemente diversi fra loro, ma uniti da un filo rosso che l’autore ci aiuterà ad evidenziare.

Sulla scena si incontrano personaggi diversi, o forse un unico soggetto chiamato in molti modi differenti, che rivivono le esperienze vissute dall’autore, che, a volte, si gettano in conversazioni al limite fra il filosofico e lo psichedelico con altri personaggi/alterego, che fanno un viaggio dentro se stessi e ci invitano ad iniziarne uno anche dentro di noi, aprendoci la strada dove forse non ci eravamo mai resi conto che ne esistesse una.

Come nasce “La testa aspra”?

La collaborazione con la casa editrice Gorilla Sapiens è nata nel 2012, in occasione di un concorso per scrittori di racconti per la pubblicazione di un'antologia dal titolo Urban Noise, dove appunto è presente un mio racconto, Il proprietario. Sono stato scelto insieme ad altri 16 scrittori emergenti. In seguito mi è stato chiesto altro materiale, e dato che la casa editrice pubblica principalmente libri di racconti (il racconto, tra l'altro, è un genere a me molto congeniale), ho continuato a scrivere e ho sviluppato altre storie, partendo anche dalle tematiche di quella che avevo precedentemente inviato, e così è nata La testa aspra. Ogni racconto è una verità frammentata ed ha la volontà di rivolgersi al lettore per offrirgli uno spunto di riflessione

Qual è il fil rouge che collega tutti i racconti, se ne esiste uno?

Tutto il libro racconta di come sia difficile diventare “proprietari” del proprio corpo. Io sollevo una domanda che lascio però aperta: nella costante dicotomia fra corpo e mente, il corpo è uno strumento di cui la mente si serve, oppure è il corpo stesso a sottometterci e noi non possiamo fare niente per dominarlo? Parto da un tema che trovo molto attuale: quello della somatizzazione. Essendo innanzitutto io una persona che tende a somatizzare ogni tipo di problema, iniziando dalla pelle, la deglutizione, fino ad arrivare al comunissimo mal di testa, sono giunto naturalmente a scrivere su queste tematiche, senza per altro approdare ad una vera e propria conclusione, solo cercando di suscitare delle riflessioni. Come si può uscire da questo corpo/ gabbia, che ci costringe a sottostare ai suoi ritmi e non ci permette di prendere il volo? Ho provato ad identificare alcune soluzioni, passando dalla mistica alla meditazione, fino all'approccio opposto della psicoanalisi. Avverto sempre in me la tensione tipica dell’uomo a volersi liberare dal corpo/campo di concentramento, da questo involucro/castigo che sembra inesorabilmente appartenergli, per raggiungere finalmente una dimensione extracorporea.

Ma, perché allora questa testa sarebbe aspra?

Aspra perché complicata, tortuosa, per noi stessi indecifrabile, siamo schiacciati da una razionalità che spesso ci limita senza pietà: forse dovremmo imparare a ridimensionarla, riuscire a farla diventare nostra complice, questa testa aspra.

Quindi, a volte bisogna liberare la mente dal corpo, ma se si obbedisce solo alla propria testa si rischia di vivere una vita complicata, infelice, aspra per l’appunto? Senza un minimo di dolcezza? Cosa dobbiamo fare di questo corpo?

Spesso la testa procede rispetto al corpo nella direzione opposta. Parlo per esperienza personale quando dico che a volte capita che sia proprio il corpo a prendere il sopravvento e ad arrivare a fermare la corsa della testa, costringendola a rallentare, attraverso una serie di sintomi fisici che segnalano che c’è qualcosa che non va in quello che si sta facendo. La prima volta che mi sono davvero trovato in una simile situazione, ho odiato il mio corpo. L’ho odiato perché non mi permetteva più di fare quello che volevo fare, anche se mi rifiutavo in ogni maniera di ascoltarlo, mi stava dando tutti i segnali possibili per dirmi che stavo prendendo delle strade sbagliate. Mi limitava, provocandomi dolore e rabbia. Ora, al contrario, lo ringrazio. E' stato il corpo, in un certo senso, interrompendo la mia vita di un tempo, a portarmi a scrivere questo libro. Pare che il corpo, a volte, comprenda prima della testa!

Ma, esiste una connessione fra il corpo e la testa?

Ci sto lavorando: cerco di vivere molto il mio corpo, di “trattarlo bene”, sentire cosa ha da dirmi, ascoltarlo se pone delle resistenze, fare in modo che la testa aspra non lo manovri eccessivamente, che non mi determini del tutto. Se viviamo troppo con la testa, rischiamo di perdere tante esperienze nella vita. Il corpo può essere uno strumento che ci aiuta ad orientarci sul presente, permettendoci di vivere il momento nella sua preziosa irripetibilità.

Da dove nasce ogni racconto?

Fondamentalmente da dentro. Ma allo stesso tempo sono molto aperto all’esterno: sono per natura un vagabondo, di giorno scrivo, ma la notte sento quasi sempre la necessità di uscire, vedere persone, è da lì che spesso prendo la mia ispirazione. Amo la conversazione con i miei amici e le persone che conosco, ma anche con uno sconosciuto o col fiorista sotto casa, ogni spunto può essere utile per scrivere, ogni esperienza può dare origine ad una storia. Anche la psicanalisi, che pratico da diversi anni, costituisce una grossissima fonte di ispirazione: il lavoro che da tempo porto avanti insieme alla mia analista ha dato vita a molti dei miei racconti. Per scrivere non ho bisogno per forza di isolamento, per esempio di rinchiudermi mesi in montagna per trovare la concentrazione: scrivo soprattutto nei luoghi affollati, nei bar, il Cape Town in via Vigevano, per citarne uno, quasi una seconda casa dove in parte ha preso forma questo mio lavoro.

Cosa significa per te scrivere?

Scrivere, nel caso di questo libro, è stato un po' come esplodere, o meglio smettere di implodere: alcune esplosioni portano vita, premettono all'individuo di esprimersi, e credo che questo possa portare a una grandissima gioia.

Che tipo di scrittore sei? Sei uno che scrive di getto, che scrive di notte o uno che pondera molto?

Sono uno scrittore metodico, direi. Scrivere per me è un lavoro quotidiano: punto la sveglia, scrivo soprattutto al mattino e nel pomeriggio. Ho molta disciplina. Ogni racconto, di media, viene sottoposto a quindici stesure, impiego circa una decina di giorni per concluderlo, mi soffermo molto sulla sintassi, sulla ricerca della parola, dell'aggettivo.

Hai sempre voluto fare lo scrittore?

Si. Avrei voluto fare anche il cantante, ho scritto tantissime canzoni.

E hai sempre ammesso di volerlo fare?

In verità no, la conferma mi è venuta dopo. Penso che scrivere, complessivamente, sia la forma di espressione più congeniale per il mio carattere: rispetto alla musica che ti costringe solitamente a collaborare con qualcuno, la scrittura, almeno nella fase di produzione, può rappresentare una sorta di progetto più autonomo, non bisogna però mai scordarsi che fin dall'inizio non si è da soli, che ci si sta rivolgendo al mondo esterno, prima di tutto a un lettore.

Quindi alla fine cos’è più importante per te: musica o scrittura?

Io trovo che siano due forme molto legate fra loro. Ho iniziato a scrivere canzoni a diciassette anni. Anche adesso sto collaborando con Gino Lucente, affermato pittore, ma anche grandissimo musicista. Abbiamo registrato insieme delle musiche per dei brani del mio libro e adesso stiamo progettando di fare un disco.

Che musica ascolti? Ascolti qualcosa mentre scrivi, magari per trovare l’ispirazione?

Ascolto molta musica strumentale; in particolare, il genere che preferisco ascoltare per scrivere è il Krautrock, una corrente musicale nata in Germania a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta. Alcuni pezzi durano anche 20 o 30 minuti e conciliano perfettamente la scrittura. E’ un tipo di musica per certi versi psichedelico, ipnotico, evocativo, apre la mente.

Hai dei modelli letterari?

Moltissimi … ne cito solo alcuni: Kerouac e tutta la poesia Beat, Manganelli, Buzzati, Saramago, Cortazàr…

Cosa vorresti che rimanesse in chi legge il tuo libro?

Vorrei far pensare, magari lanciare un messaggio, aprire dei passaggi. Vorrei anche che, leggendo il mio libro, altri provassero quella sensazione che a mia volta ho provato io, per esempio con i Sessanta racconti di Buzzati, hai presente quando rimani folgorato da una frase e pensi: “è esattamente quello che avrei voluto esprimere io!”

Nel tuo racconto “La chiave di vuoto” tu parli della ricerca di una chiave che possa aprire tutte le serrature che contengono le risposte alle domande che ci poniamo nel corso della nostra vita. Una chiave che risolva tutti i nodi spinosi. Parli della chiave di pane, della chiave di musica, della chiave di vino, della chiave di abitudine e di tante altre, ma, in conclusione, qual è per te questa chiave?

E' proprio La chiave di vuoto la vera conquista, il vero apri-porta sarebbe non pensare più che debba esistere una serratura e una chiave, non angosciarsi più nel cercarla, un po' come dire vivere il momento, esattamente come ti si presenta davanti.

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Il mondo di Aldo Coppola non smette di stupire e di restare al passo con le nuove tendenze in fatto di beauty, hairstyle e glamour.

Dopo aver inaugurato un nuovo spazio Go Coppola in zona De Angeli, è la volta di un nuovo concept space aperto ai primi di dicembre in Corso Europa 7.

La particolarità di questa nuova oasi dedicata alla cura del capello è il gusto per il design che traspare da ogni suo particolare: progetto dell’architetto Anton Kobrinetz, che ha scelto per i 1000 mq del locale dei pavimenti in marmo di Carrara, arredi di Marcel Wanders-Gamma&Bross, mosaici Trend e le luci di Catellani & Smith.

Una particolarità: i mosaici di Trend ricreano le storiche immagini dei calendari Aldo Coppola-L’Oréal, scattate da grandi nomi della fotografia come Fabrizio Ferri e Oliviero Toscani.

Bicromie ricercate, come bianco-nero e bianco-rosso, superfici a specchio, luci studiate in modo da far risaltare il fascino delle creazioni degli hairstylists, specchi avvenieristici ed un’atmosfera futuristica.

Il nuovo spazio targato Aldo Coppola non mancherà dunque di stupire i clienti affezionati e di attrarre tutti coloro che amano coniugare il gusto per il design e l’arredamento di classe con la cura per i propri capelli.

 

Aldo Coppola

Corso Europa, 7

Milano

 

 

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I libri di storia raccontano che durante la rivoluzione francese, ossia alla fine del Settecento, i sans-culottes, nelle strade di Parigi, erigevano barricate, ossia barriere, utilizzando le barrique (da qui il nome), piccole botti destinate all’affinamento dei vini. Anche in Italia si costruirono barricate, soprattutto a Milano, durante il Risorgimento, con carri e masserizie, per fermare la cavalleria austriaca, e alla fine degli anni 60, con automobili, per fermare le cariche dei gipponi. Le barrique, invece, in Italia sono arrivate solo in tempi più recenti, destinate non già alle barricate, ma all’invecchiamento dei vini.

Per quanto qualche pioniere cominciò a utilizzarle prima, è a partire dagli anni 80 e nel decennio successivo che dilagarono. Come i bambini che vogliono utilizzare subito un nuovo giocattolo e smaniano di ostentarlo, così molti produttori cominciarono a giocare con le barrique (faceva molto francese), senza saperle usare. E come si fa a ostentarne l’utilizzo?… facendo in modo che dal vino si senta. Per cui negli anni  80 alcuni vini cominciarono a sapere di legno, e ciò, quando non erano smaccatamente legnosi, veniva considerato un pregio. Qualcuno parlò di gusto internazionale. Oggi che in Italia la barrique non è più di moda (in Francia si usa come sempre, non essendo mai stato un giocattolo) il sapore di legno è ritornato a piacere solo ai tarli. Chi utilizza le barrique non lo fa più per gioco né le ostenta. Per capirci, la barrique è come la cipolla nel risotto, deve cioè completare il bouquet del vino, senza però farsi sentire.

 Testo a cura di Fabiano Guatteri 

Capodanno con chi vuoi, dove vuoi, e con l’abito che vuoi? Non è così semplice:  se una donna ogni sabato sera ‘’non ha niente da mettere’’, scegliere cosa indossare per una serata così speciale potrebbe risultarle un vero problema. Che si svolga tranquillamente a casa in famiglia o in discoteca con gli amici, la notte di San Silvestro offre la possibilità di osare e, per un certo senso, trasformarsi. Glitter, paillettes, mise sfavillanti, scollature e trasparenze strategiche: tutto è lecito, purché faccia risplendere.

Scegliere il proprio outfit a seconda dell’occasione e della location è d’obbligo. Per una cena coi parenti, privilegiate un abitino bon-ton, magari di velluto o con romantici dettagli in pizzo, e decolté scure. Se in programma c’è invece una lunga nottata con gli amici, magari in discoteca, si può puntare su un top sparkling silver, leggins scuri e dettagli lucenti, come pendenti preziosi. E anche nel caso in cui vogliate stupire con una mise manlike, con pants di pelle affusolati e blazer nero: tacchi, tacchi e solo tacchi, dieci, dodici, quattordicimila. Per voi che passerete Capodanno sulle vette, accantonate le tute da sci e mostrate la vostra parte più femminile: come alternativa rock al semplice maglione, si può indossare una pelliccia (ecologica), must have assoluto dell’anno, camicetta, bikers e pochette abbinata.

I colori sono quelli che rispecchiano chi siamo ma anche chi vorremmo essere nel 2014: rosso, per chi la festa ce l’ha nel sangue; argento, per ottenere un’eleganza scintillante; oro, per chi non vuole essere una semplice invitata, ma la protagonista dell’evento; nero, perché la classe non passa inosservata. Ma anche il raffinato blu elettrico, il bianco e i contrasti, come il versatile e femminile black&red.

Le possibilità e gli abbinamenti sono tanti, non abbiamo che l’imbarazzo della scelta. Capodanno non è che l’ennesima occasione per far festa e stare con chi si ama, divertirsi e mostrare la nostra femminilità nel modo in cui vogliamo. Eppure la domanda è sempre la stessa tutti gli anni: «cosa mi metto?». Forse, è anche l’ennesima scusa per fare shopping.

 

La notizia non ha lasciato indifferenti le bene informate: il dado è stato tratto, la scelta è stata confermata.

Christian Grey aka Mr 50 sfumature avrà presto un volto (e un corpo): a dare infatti concretezza alle fantasie erotiche di milioni di lettrici (e lettori) sarà Jamie Dornan, attore e musicista irlandese classe 1982.

Le cinefile conosceranno di certo il suo volto: il suo ruolo più noto a livello internazionale è stato quello del Conte di Fersen in Marie Antoniette di Sofia Coppola (2006).

Il suo sguardo seducente e l’intrigo di pizzi e merletti hanno fatto breccia nel cuore di tantissime spettatrici, che hanno fatto il tifo per la storia d’amore impossibile tra Madame Deficit e il bel Conte svedese, costretto a partire per la Guerra dei Sette Anni lasciando, cosi dicono i maligni bene informati, un bebè alla Regina.

Il bel Jamie è apparso anche come modello sulle covers di numerosi magazine di moda come GQ, Vogue e Attitude e ha prestato i pettorali alla campagna CK Underwear a/i 2008-2009 assieme ad Eva Mendes.

Ha inoltre recitato come guest star nella serie Once Upon a Time, interpretando il bel cacciatore.

Per quanto riguarda la vita privata, Mr Grey sembra essere molto più tranquillo e posato del suo alter ego letterario: dopo una relazione di due anni con la bella e brava Keira Knightley, Jamie si è accasato con Amelia Warner, la quale gli ha recentemente dato una bambina.

Eccoci dunque al titolo di questo articolo: il sexy e selvaggio Dornan ha dichiarato di voler essere un padre modello per la sua creatura ed è preso in un vortice di pappe e pannolini. Attenzione però! L’attore si è calato perfettamente nella parte del maschio eroticamente creativo e la sua performance cinematografica promette scintille, aimè, per noi solo di celluloide.

 

 

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