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Laureata in Fashion Design presso l’Istituto Marangoni di Milano, scrive di arte, moda e costume con uno sguardo curioso e contemporaneo. Indaga i linguaggi estetici e culturali del presente, muovendosi tra ricerca visiva, stile e immaginario collettivo.
C’è un luogo, a Milano, in cui colazione, gelato e caffè smettono di avere confini netti. In Corso Genova, Milanesi Gelaterie Artigianali riscrive il linguaggio del gusto con una testardaggine tutta milanese: fare le cose bene, senza compromessi.
Qui lo “sgarro” non è una deviazione dalla regola, ma una regola nuova. È un’abitudine che si concede spazio tra una brioche e un iced coffee, tra una stracciatella e un affogato fatto come si deve. E soprattutto tra una Milano che corre e una Milano che, ogni tanto, si ferma.
Dopo Porta Romana e Primaticcio, Milanesi approda in zona Navigli con un locale che è insieme gelateria, caffetteria e piccolo osservatorio sulle nuove ritualità urbane. Dentro, luce naturale, legno chiaro, pareti verdi e bianche: 110 metri quadrati pensati per fermarsi, lavorare, chiacchierare o semplicemente prendersi una pausa senza sentirsi fuori posto. Aperto dalle 8.30 alle 23, sette giorni su sette, è uno di quei posti che finiscono per diventare parte della routine quotidiana senza accorgersene.
Il cuore, però, resta lui: il gelato. E in particolare la stracciatella, che nel tempo è diventata un elemento identitario del brand. Non più un gusto unico, ma una famiglia intera: Straccia Oro, Straccia Amarena, Straccia Lampo, Straccia Pista, Straccia Tutto. Varianti che lavorano su cioccolato, frutta secca, pistacchio, mandorla, nocciola e diverse consistenze. Tre o quattro stracciatelle sempre al banco, come una presenza costante.
C’è dentro anche un’idea precisa di materia prima: qualità alta, niente additivi, lavorazioni curate, cioccolato lavorato internamente. La crema “Vecchia Milano” – con otto tuorli per litro di latte – è un’altra di quelle creazioni che non cercano effetti speciali ma artigianalità, ricerca e sostanza.
Sempre attento alle tendenze e ai gusti contemporanei Milanesi offre anche una selezione di gelati vegani realizzati con diversi tipi di latti vegetali.

Accanto al gelato, però, si apre un secondo racconto: quello della colazione all’italiana che non conosce orari. Cornetti, veneziane, pangoccioli, pane burro e marmellata, yogurt. Un piccolo archivio di comfort food che richiama l’infanzia senza diventare nostalgia sterile. Alcuni prodotti arrivano da un laboratorio di fiducia, creati su misura: tradizione sì, ma con una filiera cucita addosso.
Poi c’è il caffè, che qui smette di essere solo accompagnamento. Gli iced coffee sono la risposta diretta all’estate urbana: pistacchio, caramello salato, cioccolato fondente, frutti di bosco... Ma il salto vero sono gli specialty coffee monorigine, in rotazione stagionale, pensati sia per la tazzina “pura” sia per l’incontro con il gelato. L’abbinamento con la stracciatella classica è quasi un esercizio di equilibrio: dolcezza, acidità, cremosità che si rincorrono senza sovrastarsi.
È qui che Milanesi prova a fare un passo in più rispetto alle gelaterie tradizionali. Non solo dessert, ma esperienza completa: colazione, merenda, smart working e dopocena. Un all-day breakfast che non è moda, ma adattamento a una città internazionale che vive a orari spezzati.
Dietro c’è una visione precisa di Gianluca Colaiocco, che ha lasciato l’informatica per il gelato e oggi parla di comunità, quartieri e presenza territoriale più che di semplici aperture. “Vogliamo crescere con Milano”, è il mantra, insieme all’idea di restare riconoscibili senza diventare prevedibili.
Infatti questo nuovo locale sembra muoversi proprio lì, sul filo sottile tra familiarità e sorpresa. Da una parte la colazione “di sempre”, dall’altra il caffè monorigine e il gelato che si reinventa. In mezzo, una clientela trasversale: chi lavora al pc, chi passa per un cono veloce, chi si concede una pausa lunga senza un motivo apparente.
Alla fine, Milanesi Corso Genova sembra un piccolo esperimento urbano per capire se tradizione e contemporaneità possono davvero convivere sullo stesso cucchiaio. E la risposta, almeno per ora, è positiva. Soprattutto se nel mezzo ci metti una stracciatella fatta bene e un caffè che non si accontenta di essere solo caffè.
Informazioni utili
Indirizzo: Corso Genova, 26, 20123 Milano MI
Telefono: 02 4945 4095
Sito: milanesigelaterie.it
A Milano, tra aperture che si rincorrono senza sosta, esistono ancora spazi che scelgono il silenzio invece del rumore. Pa.Lato, inaugurato lo scorso settembre in Via Imperia 3 sul Naviglio Pavese, è uno di questi: un luogo che sembra sottrarsi alla logica della velocità per restituire un tempo diverso, più lento, più umano.
Non soltanto un ristorante con cocktail bar, ma una parentesi sospesa. Fuori restano il traffico, la frenesia e una città che non si ferma mai; dentro si apre un ambiente ampio e luminoso, circondato dal verde e attraversato da una calma quasi irreale per questa zona dei Navigli. L’ex opificio industriale che ospita il locale conserva la sua natura originaria, reinterpretata attraverso materiali caldi, dettagli vintage e opere artistiche che ne definiscono l’identità senza eccessi. È proprio in questo equilibrio tra memoria industriale, ricerca estetica e senso di accoglienza che Pa.Lato trova la sua voce più autentica: quella di un luogo pensato per essere vissuto e condiviso.
Il progetto nasce dall’incontro tra Gezim Gjinali e Michaela Liso, coppia nella vita e nel lavoro. Lui, originario di Durazzo, vive a Milano da oltre vent’anni e nella ristorazione ha costruito il proprio percorso professionale, prima con Officina del Pesce in Largo La Foppa e oggi con una nuova apertura che consolida la sua personale idea di ospitalità. Lei, interior designer di origini pugliesi, si occupa di allestimenti ed eventi, portando negli ambienti una sensibilità estetica capace di trasformare gli spazi in esperienze.

Pa.Lato è il punto di convergenza delle loro visioni: ospitalità, estetica, convivialità e ricerca. Gli interni riflettono questo incontro attraverso un linguaggio materico fatto di arredi selezionati con gusto, materiali naturali e installazioni floreali curate personalmente da Michaela, che definiscono il carattere del locale e ne accompagnano l’identità visiva.
Anche l'arte entra naturalmente nel racconto. Nella prima sala trovano spazio le opere astratte di Angela Menchise, in arte Angela Rock: acrilici che costruiscono un percorso visivo fatto di luce, paesaggi metropolitani e contrasti in bianco e nero.
Le fotografie firmate da Federico Laudicina aggiungono invece una dimensione poetica agli ambienti. Vicino all'ingresso, uno dei suoi scatti più evocativi raffigura piccole barchette di carta adagiate su uno specchio d'acqua, un'immagine che richiama le installazioni urbane visibili talvolta tra le vie di Brera, vicine all’ex locale di Gezim.
Ogni elemento contribuisce a costruire un'identità precisa, mai eccessiva ma immediatamente riconoscibile.
La cucina è il cuore pulsante del progetto. La brigata lavora su una proposta che mette al centro la qualità degli ingredienti, con particolare attenzione al pesce selezionato direttamente al Mercato Ittico. Il menù accompagna i diversi momenti della giornata, dal business lunch alla cena, passando per l'aperitivo, mantenendo una linea riconoscibile fatta di piatti curati ma dai prezzi accessibili.

La carta alterna crudi, antipasti e primi che uniscono Mediterraneo e contemporaneità: dal carpaccio di capesante con mela verde, lime e bottarga alla tartare di gamberi con crema di pane, pomodorini confit e stracciatella, fino ai ravioli di pesce con salsa di lemongrass. Tra i secondi spiccano il calamaro alla piastra con crema di piselli, limone, zenzero e scaglie di bonito e il trancio di ricciola alla marchigiana con patate e friggitelli.
Con i suoi due piani, il giardino esterno e l’area cocktail bar, Pa.Lato è pensato come spazio fluido, aperto alla trasformazione. Ha già ospitato serate jazz e dj set, anticipando una stagione estiva che sarà scandita da eventi all’insegna della cucina, della musica e della socialità.
Non è soltanto un ristorante, ma un luogo da abitare in tempi diversi: un pranzo di lavoro, un aperitivo che si allunga, una cena che scorre tra conversazioni, luci soffuse e la quiete del giardino.
In una Milano segnata da aperture rapide e spesso transitorie, Pa.Lato sceglie una direzione alternativa. Più silenziosa, più misurata, forse più difficile. Ma proprio per questo, più memorabile.
Informazioni Utili
Indirizzo: Via Imperia, 3 || Alzaia Naviglio Pavese, 78/3 20142 – Milano ( MI )
Telefono: +39 39 391 934 24
Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Per maggiori informazioni: palatomilano.com
Nel panorama sempre più uniforme del beverage contemporaneo, MoleCola continua a seguire una traiettoria tutta sua. Il brand torinese ha infatti costruito negli anni un linguaggio profondamente italiano, capace di mescolare design, cultura pop e ricerca visiva in modo immediatamente riconoscibile. Non semplicemente una cola, ma un progetto creativo che trasforma il packaging in racconto.
Con la nuova collezione Bella Fuori, presentata a Milano da Degustazione Ristoro Dispensa e prossimamente protagonista a TuttoFood 2026, l’iconica bottiglia 90.60.90 evolve ancora: non più soltanto contenitore, ma oggetto tattile e collezionabile, ispirato al mondo della moda e della manifattura italiana. Un progetto che conferma la volontà di MoleCola di portare il design dentro l’esperienza quotidiana del bere.
Le cinque nuove bottiglie, sviluppate insieme all'agenzia creativa torinese Curve Creative Studio, prendono ispirazione dalla sartorialità italiana. Texture, rilievi e pattern trasformano il vetro in una materia viva, quasi tessile.
Ogni variante racconta una personalità diversa: Vita richiama il tweed chevron con il suo motivo a zig-zag, dinamico e irregolare; Orizzonti gioca con linee orizzontali pulite ed essenziali; Hypnosis cattura lo sguardo attraverso una texture a pois vibrante; Sogno segue linee morbide e ondulate, mentre Harmonia si ispira alla geometria di una struttura a nido d’ape, creando un effetto tridimensionale elegante e contemporaneo.
Il risultato è una bottiglia che non si limita più a contenere una bevanda, ma si trasforma in un vero oggetto di design.
Non a caso la celebre forma 90.60.90, ideata proprio da Curve Creative Studio e premiata nel 2017 con l’International Design Award di Los Angeles, continua a essere uno degli elementi più iconici e riconoscibili dell’universo MoleCola.
Bella Fuori sembra progettata per vivere anche dopo il consumo. Le bottiglie della collezione diventano oggetti da conservare e riutilizzare, piccoli pezzi di design accessibile che entrano negli spazi domestici con naturalezza, trasformando il packaging in presenza quotidiana.
In questa direzione si inserisce anche la collaborazione con Re-Plant, realtà milanese dedicata al recupero del verde e al riuso creativo. Durante l’evento, alcune bottiglie MoleCola sono state reinterpretate come piccoli contenitori per talee e piante, dando vita a micro-ecosistemi domestici che ne prolungano la funzione.
Un approccio che si inserisce in una visione più ampia che il marchio porta avanti da anni, anche attraverso il sostegno a Renken, associazione italiana con sede a Torino impegnata in progetti di cooperazione internazionale in Senegal. L’organizzazione lavora su programmi legati all’educazione, allo sviluppo locale e alla sicurezza alimentare nelle comunità del Paese, in particolare nel sud e nell’area di Dakar, anche attraverso iniziative agricole e filiere sostenibili.
In entrambi i casi, il filo conduttore resta la sostenibilità intesa come responsabilità concreta: ridurre l’impatto, valorizzare le risorse e dare agli oggetti — e ai progetti — una continuità che va oltre il loro utilizzo immediato.
Dietro l'estetica di MoleCola resta una filiera costruita attorno all’identità italiana. La ricetta nasce a Torino, gli aromi vengono selezionati in Toscana, l’acqua proviene dalle Alpi Marittime piemontesi e lo zucchero è fornito da Italia Zuccheri, cooperativa della filiera agricola nazionale.
Sul fronte ambientale, dal 2019 MoleCola ha eliminato la plastica dai multipack, sostituendola con cartone riciclabile: una scelta che ha permesso di ridurre in modo significativo l’impatto legato al packaging, evitando l’immissione di milioni di bottiglie di plastica.
Accanto alla collezione Bella Fuori, il brand ha introdotto anche una nuova lattina senza caffeina e con il 50% di zuccheri in meno, pensata per ampliare il pubblico e rispondere a consumi più attenti, mantenendo però riconoscibile il profilo gustativo della bevanda.
In un mercato dominato da estetiche globali e comunicazioni sempre più standardizzate, MoleCola continua così a distinguersi con una visione coerente e riconoscibile, capace di trasformare ogni collaborazione in un racconto credibile e originale.
Perché oggi, forse, anche una cola può diventare un oggetto da vivere oltre che da bere.
Potrete scoprire, in anteprima, Bella Fuori Collection e la nuova lattina allo stand MoleCola a TuttoFood Milano, in programma dall’11 al 14 maggio 2026, Padiglione 6 – Stand F31. La box in cartone con le 5 bottiglie sarà disponibile su molecolaitalia.it a partire da giugno.
Al settimo piano del Casinò di Campione d’Italia, il Riviera Restaurant apre una nuova fase e diventa ufficialmente “Riviera Restaurant by Sadler”. Il progetto porta la firma dello chef stellato Claudio Sadler e introduce una proposta di alta ristorazione in una delle cornici più suggestive affacciate sul Lago di Lugano, dove il panorama si integra nell’esperienza gastronomica.
Completamente rinnovato negli spazi e nel concept, il ristorante si presenta con un’identità contemporanea che coniuga eleganza, essenzialità e solidità di visione. L’obiettivo è quello di posizionarsi come nuovo riferimento nel panorama del fine dining internazionale, attraverso un dialogo continuo tra cucina, design e paesaggio.
Chef Sadler e Chef Busnelli
La filosofia di Sadler si muove in una direzione precisa: riportare l’alta cucina a una dimensione più autentica e leggibile, senza rinunciare alla profondità. Niente virtuosismi fini a sé stessi, ma una costruzione del piatto che mette al centro la materia prima, valorizzata dalla maestria tecnica.
Il risultato è una cucina che rassicura e sorprende allo stesso tempo, fortemente legata alla stagionalità e alla tradizione del Nord Italia, soprattutto della Lombardia, reinterpretata con sensibilità contemporanea.
A garantire la continuità e la qualità dell’esperienza gastronomica, lo Chef Resident Fabio Busnelli, che guiderà la brigata in cucina. La carta dei vini è, invece, firmata dalla Sommelier Pamela Pettinari. Il ristorante sarà aperto esclusivamente a cena e il menù sarà disponibile da oggi, segnando ufficialmente l’inizio di questo nuovo corso.
Il cuore dell’esperienza è il menù degustazione da 120 euro per 5 portate, un percorso costruito per esprimere in modo coerente la visione dello chef. Abbiamo avuto modo di provare alcune portate in anteprima, insieme a una selezione di vini perfettamente abbinati, capaci di creare un connubio armonico e avvolgente tra piatti e calici.
Tra gli assaggi interessanti spicca il filetto di bue irlandese in casseruola con caponata, capperi lacrimella e salsa al lime. Un piatto giocato sull’equilibrio: la carne risulta tenera e succosa, valorizzata da una materia prima di altissima qualità. La caponata aggiunge una nota agrodolce ben calibrata, i capperi apportano sapidità, mentre la salsa al lime dona freschezza, completando la portata con eleganza.

Sul fronte dessert, il budino di cassata con gel al limone, salsa al cacao e meringa di pistacchio convince per precisione tecnica e bilanciamento. La presentazione è curata e contemporanea, ma è soprattutto il gioco di consistenze a colpire: la cremosità del budino si intreccia con il gusto del gel al limone e la profondità della salsa al cacao. La meringa di pistacchio, asciutta e croccante, aggiunge una componente strutturale fondamentale, contribuendo a un finale armonioso e mai eccessivamente dolce.
Accanto al menù degustazione, la carta propone piatti singoli con prezzi compresi tra 23 e 35 euro, esclusi i dolci che vanno dai 10 ai 15 euro, una fascia che rende l’esperienza accessibile in relazione al contesto e al livello della proposta gastronomica.
Tra le anticipazioni provate anche il risotto ai fiori di zucca e zafferano, piatto stagionale eseguito con grande attenzione: perfettamente mantecato e cremoso, capace di esprimere comfort e precisione tecnica in un'unica portata.

Come sottolinea il Presidente del Casinò di Campione, Roberto Maria Guarini, il Riviera Restaurant by Sadler si inserisce nel più ampio percorso di rilancio del Casinò e del territorio, con l’obiettivo di consolidare la destinazione come punto di riferimento per intrattenimento, architettura e alta cucina.
Un’apertura che rafforza il posizionamento di Campione d’Italia come luogo in cui paesaggio, cultura ed eccellenza gastronomica convivono naturalmente, rivolgendosi a un pubblico internazionale sempre più attento alla qualità dell’esperienza.
Informazioni utili
Il ristorante sarà aperto 364 giorni all’anno (ad eccezione del 24 dicembre), esclusivamente a cena:
lunedì–giovedì e domenica: 19.00 – 22.30
venerdì e sabato: 19.00 – 23.00
Sito: https://rivierarestaurant.it/
E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Negli ultimi anni la Milano Design Week ha conosciuto una crescita esponenziale: un calendario sempre più fitto di eventi, installazioni e appuntamenti che trasformano la città in un palinsesto continuo. In questo scenario la sensazione di dover vedere tutto - la cosiddetta FOMO (fear of missing out) - è diventata parte integrante dell’esperienza.
Eppure, proprio dentro questo flusso incessante, esistono ancora luoghi capaci di sottrarsi alla logica dell’impatto immediato. Spazi che invitano a rallentare, osservare e vivere il design in modo più intimo e consapevole.
Tra questi, l’Orto Botanico di Brera si conferma un rifugio inatteso nel cuore di Milano. Qui, durante la Design Week 2026, prendono forma due installazioni che dialogano tra loro pur mantenendo identità autonome.
Da un lato Garden of the Esperides, firmato da Annabel Karim Kassar per Rubner Haus e ABS Group, dall’altro L’armonia è qui, progetto di Irritec e Davision Creative Design Team, realizzate per INTERNI MATERIAE.
Il primo trasforma il mito greco delle Esperidi in un percorso fisico e percettivo. Il secondo interpreta invece il paesaggio come sistema vivo, in cui tecnologia e natura possono coesistere in un equilibrio discreto.
Garden of the Esperides, ideato dalla fondatrice di AKK Architects, non cerca di imporsi nello spazio, ma di dissolversi in esso. La ricerca dell’artista, da sempre sospesa tra architettura, scenografia e narrazione, si traduce qui in un dispositivo immersivo che non illustra il mito, ma lo rende esperienza percettiva.
L’ispirazione arriva dalle Esperidi, ninfe custodi di un giardino ai confini del mondo, dove crescono i pomi d’oro dell’immortalità: dono di Gea a Era e simbolo di desiderio e conoscenza. Un luogo protetto e inaccessibile, soglia estrema della tradizione greca. Da questa immagine prende forma l’intera opera, che trasforma il mito in percorso e attraversamento.

Il fulcro dell’installazione è un lungo porticato ligneo celeste che attraversa il viale principale dell’orto. Non una semplice struttura, ma una direzione precisa: un gesto architettonico che orienta il movimento, guida lo sguardo e modifica la percezione del tempo. Camminandovi all’interno, il visitatore entra in una sequenza quasi rituale che conduce verso una meridiana, dove il tempo smette di essere astratto per diventare presenza concreta.
Il ritmo del passo, la luce filtrata tra gli elementi in legno e le pause naturali lungo il percorso costruiscono una dimensione eterea, lontana dalla frenesia della Design Week.
Attorno al porticato, le Esperidi emergono come presenze silenziose: figure dipinte a mano, custodite in teche d’acciaio e disposte secondo geometrie circolari che richiamano i giardini classici. Il loro apparire non è mai didascalico, ma discreto, quasi allusivo.
Il dialogo con la vegetazione dell’Orto Botanico definisce l’equilibrio più autentico dell’installazione, in una relazione priva di gerarchie tra artificio e natura. Il mito non viene mai dichiarato apertamente. Si costruisce per stratificazione, attraverso distanze e prospettive. La teatralità lascia così spazio a un’esperienza libera, affidata allo sguardo di chi la vive.
Anche la dimensione costruttiva riflette questa coerenza. Il porticato, realizzato da Rubner Haus, è modulare e completamente reversibile: progettato per essere smontato e riutilizzato, evitando così il carattere temporaneo e spesso dispersivo di molte installazioni. La pedana continua, accessibile e priva di interruzioni, garantisce inoltre un’esperienza inclusiva.

Accanto a Garden of the Esperides, L’armonia è qui di Irritec e Davision Creative Design Team riflette sul rapporto tra tecnologia e paesaggio attraverso il tema dell’irrigazione come gesto estetico e consapevole.
L’installazione propone un giardino fiabesco in cui i materiali si inseriscono con discrezione nel verde, mostrando come l’efficienza possa convivere con la bellezza. L’obiettivo è un’innovazione responsabile che riduca l’impatto visivo e rispetti l’ambiente anche sul piano estetico.
Il progetto utilizza tubazioni in polietilene con brevetto Irritec e texture Camo®, pensate per integrarsi cromaticamente nel paesaggio. La linea Armonia unisce funzionalità e discrezione, applicandosi a giardini, spazi pubblici e contesti domestici.
Elementi come steli color bambù, petali in tessuto riciclato e superfici riflettenti amplificano la percezione del verde, trasformando l’irrigazione in un sistema quasi invisibile ma poetico.

All’interno dell’Orto Botanico di Brera, le due opere costruiscono così un racconto coerente. Il risultato è un equilibrio sottile in cui design, natura e sostenibilità.
In una settimana dominata dalla sovraesposizione visiva, queste opere scelgono una traiettoria diversa: più silenziosa, più lenta, ma proprio per questo più incisiva. Spostano l’attenzione dalla forma all’esperienza, dall’impatto immediato alla durata del tempo nello spazio, restituendo al visitatore una dimensione sospesa, in cui il progetto non si limita a essere osservato, ma si attraversa.
In questo equilibrio fragile tra mito e materia, tra natura e artificio, entrambi i progetti si sottraggono alla logica dell’evento per diventare pausa, interruzione, possibilità di attenzione. Il consiglio, allora, è semplice: attraversarli senza fretta, fino in fondo, lasciandosi andare al ritmo del percorso, godendosi l’esperienza senza pensare — anche se per poco — alla vita reale, al lavoro e ai problemi quotidiani, perdendosi nell’attimo presente.
Informazioni utili
Luogo: Orto Botanico di Brera, via Fiori Oscuri 4 - via Brera 28
Date: 20 - 30 Aprile
A pochi passi da Venezia, il ritmo cambia davvero. Il rumore si abbassa, il tempo si dilata, e torna una domanda essenziale: cosa significa vivere un’esperienza oggi?
La risposta prende forma il 19 aprile a Dolo, negli spazi della Locanda Confini, che prosegue il ciclo delle Domeniche Culturali evocando un immaginario potente, quasi ancestrale: quello delle fiabe venete al femminile.
Niente principesse da salvare, ma donne che scelgono. Figure intelligenti, a tratti scomode. Donne che attraversano il folklore, lo abitano e, soprattutto, lo riscrivono.
A guidare questo viaggio è Valentina Zocca, storyteller con base a Venezia, che dopo esperienze tra India e Nepal torna alle radici con uno sguardo nuovo. Le sue non sono semplici narrazioni: sono esperienze immersive, quasi rituali, dove chi ascolta smette di essere spettatore e diventa parte del racconto.
E mentre le parole prendono forma, succede qualcosa di raro: il cibo entra in scena come un linguaggio parallelo.

Finger food che giocano tra acidità e dolcezza, un Carnaroli al fieno con burro di nocciola e limone fermentato che sembra parlare di terra e trasformazione, un rombo alla brace che porta con sé tutta la profondità del mare. E poi il finale: mascarpone, mandorle e fiori di sambuco, una chiusura che ha qualcosa di primaverile, ma anche di simbolico.
Il prezzo è 65 euro, ma la sensazione è quella di acquistare tempo. Tempo lento, condiviso, quasi sospeso.
Dietro questo progetto c’è la visione di Cristian Minchio e di una brigata giovane, affamata nel senso giusto: di idee, prima ancora che di risultati. La Locanda Confini è uno di quei luoghi che non hanno bisogno di alzare la voce per farsi notare: convince per coerenza, per identità e per una cura del dettaglio che attraversa ogni elemento, dalla materia prima alla mise en place.
Qui l’ospitalità smette di essere semplice servizio e diventa parte integrante del racconto, un gesto naturale che accompagna l’esperienza dall’inizio alla fine.
Il progetto nasce insieme a Marta Contiero e alla sua Bottega dei Libri Selvatici, una realtà che ripensa il libro come esperienza viva, condivisa, lontana da ogni forma di distacco o contemplazione sterile.
Le Domeniche Culturali sono questo: un punto d’incontro tra chi cerca qualcosa di diverso e chi ha deciso di costruirlo.
Perché è vicino a Venezia, ma lontano anni luce dalle sue dinamiche più turistiche.
Perché unisce cibo e cultura senza risultare didascalico.
Perché è uno di quegli eventi da vivere davvero.
E soprattutto, perché ti ricorda una cosa semplice: rallentare non è perdere tempo. È scegliere come usarlo.
Il 19 aprile, a Dolo, le fiabe tornano a essere quello che erano all’inizio: strumenti per capire il mondo. Solo che questa volta, puoi anche assaggiarle.
Dove: Locanda Confini, Riviera Martiri della Libertà 27, Dolo (VE)
Per prenotazioni e informazioni: 041 528 9449
C’è una differenza sottile, ma decisiva, tra vedere e guardare.
Dal 7 marzo al 28 giugno 2026, il MUDEC – Museo delle Culture di Milano ospita “100 fotografie per ereditare il mondo”, una mostra che non si limita a raccontare la storia della fotografia, ma mette in discussione il nostro modo di osservare.
Curata da Denis Curti insieme ad Alessio Fusi e Alessandro Curti, e prodotta da 24 ORE Cultura con il sostegno di Zurich e Turisanda1924 – Alpitour World, l’esposizione attraversa oltre due secoli di immagini. Non come un archivio ordinato, ma come un flusso continuo fatto di memoria, identità e trasformazioni dello sguardo.
100 fotografie per ereditare il mondo, MUDEC, Milano. Foto © Jule Hering
L’inizio è quasi spiazzante. Riporta a un tempo in cui le immagini non erano ovunque, ma accadimenti rari, densi di significato. Prima della fotografia, lo sguardo sul mondo passava ancora dalla mano: dipinti, incisioni, strumenti ottici che traducevano la realtà prima di restituirla allo spettatore.
Poi arriva la svolta. Nell’Ottocento, con gli esperimenti di Joseph Nicéphore Niépce e di Louis Daguerre, si apre una strada nuova: il reale smette di essere interpretato e inizia a imprimersi direttamente attraverso la luce. Nasce così il dagherrotipo, una tecnica in grado di fissare le immagini su lastre metalliche lucidate come specchi. È un passaggio silenzioso ma irreversibile. Per la prima volta, ciò che esiste non viene solo osservato, ma lascia una traccia stabile, indelebile e concreta.
Dalí Atomicus di Philippe Halsman
Nel secolo successivo, lo sguardo si libera dalle sole finalità documentarie e diventa strumento creativo.
Le immagini non si limitano più a mostrare: suggeriscono, provocano e talvolta destabilizzano. Le prospettive si moltiplicano, gli equilibri si modificano e la fotografia inizia a costruire visioni diverse.
Con Man Ray la realtà si incrina e si apre al sogno, mentre Alexander Rodčenko la ribalta con tagli e punti di vista impossibili. André Kertész porta in scena una sottile ironia quotidiana, capace di trasformare anche il dettaglio più minimo in racconto.
Henri Cartier-Bresson con il suo “momento decisivo” insegna a riconoscere quell’istante in cui tutto si allinea, un attimo che sembra casuale, ma che è frutto di uno sguardo assolutamente consapevole.
Con Philippe Halsman, invece, la fotografia diventa performance, come nel celebre scatto “Dalí Atomicus” con Salvador Dalí, dove il reale si frantuma e ricompone davanti all’obiettivo.
Carol Guzy, Berlin Wall (1989), © Carol Guzy / The Washington Post / Getty Images
A un certo punto, la mostra ci mette davanti a fotografie che non hanno bisogno di presentazioni. Non perché siano semplicemente familiari, ma perché fanno parte della nostra memoria collettiva.
Dalla Grande Depressione — con la “Migrant Mother” di Dorothea Lange — allo sbarco sulla Luna, dalla caduta del Muro di Berlino all’11 settembre, sono immagini che abbiamo interiorizzato al punto da dimenticarne quasi l’origine. Eppure restano lì, fissate in uno scatto.
In questo passaggio si comprende qualcosa di essenziale: la fotografia non si limita a documentare la storia. Ne costruisce il ricordo.
Untitled (I am in training, don't kiss me) di Claude Cahun, 1927
Dalla dimensione pubblica si passa a quella più intima, dove il corpo diventa linguaggio e territorio da esplorare.
Con Claude Cahun le identità si moltiplicano, Pierre Molinier indaga metamorfosi e desiderio, mentre Robert Mapplethorpe (protagonista di una mostra personale al Palazzo Reale di Milano) costruisce un’estetica rigorosa, sospesa tra equilibrio formale e tensione emotiva.
Le foto si fanno così più personali, talvolta perturbanti. Non descrivono, ma interrogano, aprendo uno spazio di riflessione in cui riconoscersi o smarrirsi, come pagine di un diario visivo.
Proprio quando sembra di aver trovato un punto fermo, il percorso introduce un dubbio. Alcune fotografie appaiono come prove, documenti oggettivi, ma lo sono davvero?
Artisti come Joan Fontcuberta presentano scatti come prove scientifiche, ma sono solo costruzioni immaginarie.
Qui emerge una consapevolezza decisiva: ogni immagine è il risultato di una scelta. Inquadratura, momento, intenzione; anche ciò che sembra più “reale” è, in parte, costruito. Non un inganno, ma una chiave di lettura che cambia il modo di osservare tutto il resto.
Lake Undecided di Ebrahim Noroozi, 2016
L’ultima parte riporta all’oggi. Nel presente la fotografia è ovunque e proprio per questo ha cambiato significato. Non è più solo testimonianza. È emozione, traccia, memoria personale e collettiva insieme. Non mostra solo ciò che accade. Mostra ciò che resta.
Fotografi come Ebrahim Noroozi o Carlos Ayesta raccontano le ferite del mondo: crisi ambientali, territori vuoti, trasformazioni irreversibili. Altri, come Alba Zari o Carlos Idun-Tawiah, si muovono nella dimensione più intima della perdita, dell’identità, dei legami.
“100 fotografie per ereditare il mondo” è, in fondo, un invito semplice e al tempo stesso radicale: fermarsi. In un tempo in cui le immagini scorrono senza lasciare traccia, la mostra restituisce peso allo sguardo e lo riporta al centro. Non chiede competenze né interpretazioni forzate, ma solo attenzione. Proprio per questo funziona: perché lascia spazio, rallenta, mette in discussione. Uscendo, non si ha la sensazione di aver imparato qualcosa, ma di vedere in modo diverso. Perché alla fine non si tratta solo di fotografia, ma di ciò che scegliamo di guardare davvero e di ciò che decidiamo di portare con noi.
Informazioni Utili
Mostra: 100 fotografie per ereditare il mondo
Location: MUDEC - Museo delle Culture
Date: Dal 07/03/2026 al 28/06/2026
Info e Prenotazioni: sito ufficiale MUDEC
Audioguida inclusa nel biglietto
Ci sono giornate che scorrono senza lasciare traccia e altre che si imprimono nella memoria. Il pane appena sfornato, il brusio discreto delle voci, il sapore di un piatto che evoca ricordi lontani: sono attimi in cui il tempo si dilata, lasciando spazio alla meraviglia, alla condivisione e alla scoperta dei piccoli piaceri.
A pochi passi da Venezia, a Dolo, esiste un luogo in cui tutto questo prende forma. Domenica 15 marzo, la Locanda Confini ha inaugurato le sue Domeniche Culturali, un progetto che unisce cucina, cultura e convivialità in un’esperienza unica.
Il locale, guidato da Cristian Minchio, propone una cucina contemporanea radicata nel territorio e nella stagionalità. Grande attenzione è dedicata ai dettagli: dagli ambienti caldi e curati, alla selezione musicale, fino all’accoglienza. Nel retro, un piccolo orto fornisce erbe e ortaggi, mentre il lievito madre, seguito da oltre quindici anni dallo chef Alessio Coraggio, dà vita a un pane fragrante.
Le Domeniche Culturali nascono dalla collaborazione con La Bottega dei Libri Selvatici di Marta Contiero per mettere in dialogo gastronomia, letteratura e cultura del benessere. Il piacere della tavola si fonde con un percorso di approfondimento, dando vita a un’esperienza che unisce sapori e conoscenza.
La giornata si apre con un aperitivo dal sapore intimo, quasi da salotto letterario. Cristian Minchio, Marta Contiero e Roberta Schembri introducono gli ospiti all’esperienza, tra finger food e suggestioni sensoriali.
Un tris di bocconcini stimola i sensi: battuta di rana pescatrice con barbabietola e timo limonato, prosciutto d’anatra affumicato su polenta croccante con caviale di miele allo zafferano, uovo di quaglia cremoso con asparagi e oli essenziali di menta.

Marta presenta volumi edonistici ed esoterici della sua libreria, accompagnati da tarocchi, pietre e oracoli. Proprio da un oracolo prende avvio l’incontro: gli ospiti sono invitati a pescare una carta e leggere la frase scelta per loro, un piccolo rituale per rompere il ghiaccio e creare connessioni tra i presenti.

Roberta Schembri, farmacista, omeopata e ideatrice del progetto online Erboristeria Narrativa, accompagna il gruppo alla scoperta delle erbe con rigore scientifico e rispetto per la tradizione: le piante non sono semplici ingredienti, ma custodi di storie antiche, portatrici di significati profondi e proprietà tramandate da generazioni.

Terminando l’aperitivo, gli ospiti vengono accompagnati nel percorso gastronomico da uno Chardonnay DOC di Mulin di Mezzo, capace di sostenere con eleganza il tema del pranzo, ossia le erbe.
Accomodati a tavola per la prima portata lo staff presenta un risotto con vialone nano, mantecato con maggiorana, alloro, timo e rosmarino, arricchito dal crudo di gambero rosso di Mazara del Vallo. Roberta lo definisce “poesia nel piatto”, un equilibrio delicato tra sapori freschi e profumi intensi.
Oltre al gusto, maggiorana, rosmarino e alloro offrono effetti vivificanti, stimolanti e antidepressivi. Ogni erba porta con sé una storia: la maggiorana, nella tradizione popolare, era legata alla sfera femminile. Coltivata sui balconi, veniva “salutata” quando passava uno spasimante: un cenno indicava che la giovane donna era pronta a ricevere attenzioni, trasformando la maggiorana in un simbolo discreto di corteggiamento. Insieme a rosmarino e ruta, era inoltre considerata un portafortuna per chi affrontava lunghi viaggi.
L’alloro affonda invece le radici nella mitologia: consacrato ad Apollo, dio della medicina, della poesia e della musica, evoca la storia della ninfa Dafne, trasformata in albero per sfuggire all’amore del dio. Da allora simboleggia gloria, conoscenza e traguardi raggiunti, un richiamo alla luce e alla creatività.
Ogni elemento del piatto diventa così un livello di lettura, trasformando l’esperienza culinaria in un racconto stratificato.

La seconda portata celebra la primavera nella sua essenza: branzino alla brace accompagnato da un jus di pesce alla maggiorana, crema di carota dolce e agretti fermentati.
Gli agretti, disponibili solo in questo periodo, sono un concentrato di magnesio, potassio e silicio, prezioso per tendini, cartilagini, ossa e vasi sanguigni, oltre che per la salute di pelle, capelli e unghie. Secondo Roberta sostengono l’organismo durante i cambi di stagione e in caso di stress.
La carota, con il suo ciclo nascosto sotto terra, simboleggia pazienza e resilienza: solo dopo un lungo periodo emerge verso la luce, ricordandoci che ogni fase di oscurità prepara a una nuova fioritura.
Tra un assaggio e l’altro, Roberta racconta la fiaba di Rinkrank dei Fratelli Grimm, la storia di principessa imprigionata da uno gnomo in un regno sotterraneo, che ritrova consapevolezza di sé e riconquista la propria libertà, seguendo un percorso che richiama il ciclo di trasformazione della terra e dell’anima: discesa, metamorfosi e ritorno alla luce, secondo il ritmo delle stagioni e della vita stessa.

Un sorbetto alla zucca e santoreggia apre la fase conclusiva del pranzo, preparando delicatamente il palato al dolce. Siamo entrati in quella che Roberta definisce “cucina per adulti”: un mondo in cui sapori e aromi parlano direttamente alle emozioni. La zucca, con le sue virtù afrodisiache e stimolanti, evoca desideri profondi e vitalità, mentre la santoreggia favorisce la digestione.
Il dessert, una panna cotta al rosmarino con cioccolato bianco e crumble di mandorla, è un’armonia di profumi e consistenze: la morbidezza del cioccolato, la freschezza delle erbe e la croccantezza delle mandorle completano un’esperienza che nutre corpo e mente.
Cristian Minchio e il suo team accolgono gli ospiti con una cura che trasforma ogni pasto in esperienza. Durante le Domeniche Culturali, il tempo rallenta, i sapori dialogano con le storie e ogni incontro diventa un momento di connessione profonda, dove il cibo si trasforma in ponte tra passato e presente, tra tradizione e cultura.
Questo non è che l’inizio: nuovi menù, temi stagionali e suggestioni attendono chi desidera lasciarsi sorprendere, trasformando ogni domenica in un’esperienza sensoriale intensa e memorabile. Ogni piatto si distingue per gusto e creatività, ogni incontro lascia un’impressione duratura, rendendo la Locanda Confini un luogo dove autenticità e piacere convivono in perfetta sintonia.
Informazioni Utili
Locanda Confini
Indirizzo: Riviera Martiri della Libertà, 27, 30031 Dolo VE
Tel: 041 528 9449
Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Sito: www.locandaconfini.com
La Milano Fashion Week si è conclusa da poco e mentre tutti hanno spostato lo sguardo verso Parigi, vale la pena fermarsi un momento e guardare indietro.
Perché Milano è diventata la capitale della moda italiana?
È sempre stato così, oppure è il risultato di una conquista lenta e strategica?
Oggi Milano è una delle “Big Four” insieme a New York, Londra e Parigi. Una delle pochissime città capaci di orientare davvero il sistema moda globale. Eppure, fino alla fine degli anni Sessanta, una capitale unica della moda italiana non esisteva: il settore era un mosaico di poli e distretti specializzati che contribuivano, ciascuno a modo proprio, alla creazione del Made in Italy.
First Italian High Fashion Show, 1951
Negli anni Cinquanta il centro della moda italiana non era Milano, ma Firenze.
È qui che nel 1951 l’imprenditore Giovanni Battista Giorgini organizza il First Italian High Fashion Show nella suggestiva Villa Torrigiani. L’Italia è appena uscita dalla guerra e quell’evento rappresenta molto più di una sfilata: è un’operazione calcolata per rilanciare l’immagine del Paese sulla scena internazionale.
La scelta del momento è tutt’altro che casuale. Le presentazioni vengono programmate subito dopo le sfilate di Parigi, intercettando giornalisti e buyer già presenti in Europa. In passerella compaiono nomi destinati a diventare icone dello stile italiano, come Emilio Pucci, Salvatore Ferragamo e le Sorelle Fontana. Firenze diventa così il primo vero palcoscenico internazionale del Made in Italy, grazie a una lunga tradizione artigianale nella lavorazione della pelle, del cuoio e nelle manifatture di alta qualità.
La Dolce Vita
In seguito, il baricentro creativo della moda italiana si sposta verso Roma, che fino alla fine degli anni Sessanta si afferma come capitale dell’haute couture nazionale, grazie al fascino di Cinecittà. Qui moda e cinema si incontrano in un sodalizio unico: star americane e membri del jet set affollano gli atelier alla ricerca di abiti su misura. La moda rimane un universo esclusivo e sartoriale, simbolo di lusso raffinato, aristocratico e senza tempo.
Nel frattempo, il Paese si organizza per competenze: Biella diventa il polo dei filati, Napoli quello della sartoria maschile, Firenze quello della pelletteria.
Un’Italia frammentata, ma viva di mestieri, in cui ogni regione è custode di un’eccellenza distinta.
Milano non diventa capitale della moda per vocazione estetica, ma per struttura economica e organizzazione produttiva.
Già nel 1958 nel capoluogo lombardo nasce la Camera Nazionale della Moda Italiana, primo segnale di un cambiamento destinato a trasformare il fashion system italiano. Pochi anni dopo, nel 1962, arriva Vogue Italia, portando la moda oltre la manifattura, rendendola linguaggio culturale e strumento mediatico.
Il vero punto di svolta, però, è il passaggio dall’alta moda al prêt-à-porter. Negli anni Settanta l’abito non è più soltanto su misura, ma diventa replicabile, distribuibile e prodotto su larga scala. È una trasformazione profonda che richiede infrastrutture, logistica e una rete produttiva solida, condizioni che in Italia si trovano soprattutto a Milano e in Lombardia, l’area più industrializzata del Paese.
Walter Albini
In questo scenario emerge la figura di Walter Albini, stilista tra i primi a intuire le potenzialità del prêt-à-porter italiano. Con la crescente industrializzazione del settore, diventa sempre più evidente che la moda non può più restare separata dal sistema produttivo che la sostiene. Per questo, nel 1975, Walter Albini decide di spostare la sua sfilata da Firenze a Milano, una scelta pragmatica legata al fatto che gran parte delle aziende che producono i suoi capi ha ormai sede in Lombardia. Portare le sfilate a Milano significa quindi riconoscere una trasformazione già in atto. La moda italiana non è più soltanto atelier e artigianato d’élite, ma un sistema in cui creatività, industria e distribuzione operano nello stesso contesto.
Da lì il movimento diventa progressivamente collettivo. Sempre più stilisti scelgono Milano come base operativa e creativa: da Giorgio Armani a Gianni Versace, da Krizia a Franco Moschino. Le loro case di moda trovano qui non solo visibilità, ma anche l’intera filiera necessaria per trasformare un’idea in prodotto.
Milano Fashion Week
Non a caso, sempre nel 1975, prende forma anche la prima edizione ufficiale della Settimana della Moda milanese. Da quel momento Milano consolida progressivamente il proprio ruolo grazie a un ecosistema fatto di fabbriche, showroom, uffici stampa e reti di distribuzione internazionale. Più che un semplice palcoscenico creativo, la città si afferma come il centro operativo della moda italiana, il luogo in cui l’idea stilistica incontra l’industria e si trasforma in prodotto.
Negli anni Ottanta e Novanta la città smette di essere solo una piattaforma industriale e diventa laboratorio estetico globale.
Ugly Chic Prada 1996
Armani ridefinisce l’eleganza contemporanea e conquista Hollywood con le sue giacche destrutturate. Versace trasforma la passerella in spettacolo, anticipando la cultura pop delle supermodelle. Miuccia Prada introduce l’ugly chic, sovvertendo i codici del bello e dimostrando che anche il minimalismo intellettuale può diventare desiderabile.
Milano costruisce così un’identità precisa: rigorosa, produttiva, meno teatrale di Parigi ma più concreta, meno nostalgica di Roma ma più proiettata nel futuro.
Diesel F/W 2026 MFW
La recente Fall/Winter 2026 della Milano Fashion Week ha confermato quanto la moda sia un sistema in continua evoluzione. Le passerelle milanesi sono sempre più il luogo in cui osservare debutti e cambi di direzione creativa, con designer che si spostano tra le maison come in un vero e proprio “calciomercato” del lusso.
In questo contesto, Milano non è solo il luogo dove si produce moda, ma un palcoscenico mediatico globale. Durante la Settimana della Moda la città si riempie di buyer, giornalisti e professionisti del settore, trasformandosi in un hub internazionale che genera un forte indotto economico e culturale.
Se Firenze ha acceso la scintilla e Roma ha incarnato il sogno dell’alta moda, Milano ha costruito l’infrastruttura che ha reso possibile il successo del Made in Italy.
La città è diventata capitale per una combinazione concreta di fattori: fabbriche, editoria, associazioni di categoria e una solida rete industriale capace di sostenere la produzione e la diffusione del prêt-à-porter. Milano ha saputo trasformare l’artigianato in sistema, la creatività in impresa e lo stile in un linguaggio esportabile nel mondo.
Più che una proclamazione romantica, la sua ascesa è stata il risultato di un’evoluzione economica e culturale iniziata negli anni Settanta. Da allora Milano è rimasta il cuore operativo della moda italiana: una capitale nata nelle fabbriche, cresciuta con il prêt-à-porter e consacrata dall’immaginario globale. Ancora oggi, tra passerelle, strategie industriali e nuovi linguaggi creativi, continua a essere il centro nevralgico di un sistema che non smette di reinventarsi.
Giovedì 26 febbraio, da 142 Restaurant, il terzo appuntamento del ciclo dedicato alle Cantine d’Italia ha celebrato il territorio Piemontese. “La Voce della Terra” non è stata solo una cena degustazione, ma un percorso costruito partendo dal calice per arrivare al piatto.
Protagonista della serata è stata la cantina Isolabella della Croce, cuore pulsante dell’Alta Langa, con vigneti che sfiorano l’80% di pendenza e dove la viticoltura è scelta quotidiana e coraggiosa.

La rassegna nasce dal desiderio di trasformare la carta dei vini di 142 Restaurant in una geografia emotiva. Per Sandra Ciciriello, proprietaria del locale, ogni etichetta è fiducia coltivata negli anni e dialogo diretto con i produttori. Qui le bottiglie custodiscono una storia che parte dalla vigna e arriva alla tavola.
Sandra, “pescivendola nel cuore” dopo gli anni al mercato ittico milanese, ha creato 142 come luogo dove sala e cucina parlano la stessa lingua, unendo produttori, cuochi e ospiti in un unico dialogo.
Isolabella della Croce ha sede a Loazzolo, in Piemonte, tra i 500 e i 550 metri di altitudine, dove i vigneti si arrampicano su pendenze vertiginose e il paesaggio naturale toglie il fiato. Qui notti fresche, escursioni termiche e suoli calcareo-marnosi danno vita a vini tesi, verticali e sapidi.

La storia dell’azienda affonda le radici nell’Ottocento con Egidio Isolabella, appassionato di Vermouth, che a Milano apre un laboratorio nel quale crea una delle prime formule di Vermouth Bianco, l’High Life, diventando fornitore della Real Casa d’Italia. Distrutto durante i bombardamenti del 1943, lo stabilimento rinasce nel 2001 a Borgo Isolabella, a Loazzolo, unendo memoria storica e viticoltura. Oggi Luigi Isolabella porta avanti questo doppio patrimonio.
La regia della serata è chiara fin dal primo assaggio: il vino indica il passo, la cucina ascolta e risponde. Lo chef Federico Zappalà, classe 2000, propone piatti nati dall’ascolto degli ingredienti e dal dialogo con i produttori. I finger food iniziali, come tartelletta di lenticchie e raviolini di barbabietola, si armonizzano perfettamente con lo spumante Alta Langa DOCG Ginevra, esaltandone la bolla.

La tartare di Fassona, con nocciole tostate, maionese all’olio di nocciola, chips di topinambur ed erbe spontanee, esprime con naturalezza il sapore del Piemonte. Nel calice, lo Chardonnay Solum 2019 e 2021 mostra tensione, finezza e pienezza, rivelando sfumature diverse ma la stessa chiara impronta territoriale di Loazzolo.
Dal Pinot Nero alla Barbera, il racconto si muove tra audacia e identità, attraversando due interpretazioni complementari del Piemonte più autentico.
Il primo piatto, un risotto al Casera, cotto nel brodo dello stesso formaggio e rifinito da una riduzione di miele e aceto, incontra il Bricco del Falco 2017 e 2021 in un dialogo fatto di profondità ed eleganza.

La faraona al latte e miele, anteprima del nuovo menù di Federico Zappalà, nasce dalla collaborazione con un allevatore che nutre gli animali con latte e miele, senza antibiotici, un metodo naturale che ne rafforza la salute. Il piatto riflette perfettamente questa filosofia con una carne morbida, dolce e saporita.
Abbinati a questo secondo, i vini Barbera Nizza DOCG Augusta 2016 e 2018, strutturati ma armonici, esprimono morbidezza e intensità, incarnando le parole di Sandra: “La Barbera è poesia, è avvolgenza e soprattutto è femmina”.

La chiusura è un ritorno alle origini di Isolabella della Croce nel segno del Vermouth. Come ha spiegato Luigi Isolabella, questo vino nasce con una vocazione quasi medicinale. L’elemento fondante è l’assenzio romano che dona la caratteristica nota amaricante. Accanto a questo, oltre venti botaniche concorrono a definirne il profilo; al naso emerge con forza la galanga, radice dalle proprietà officinali già utilizzata nell’Ottocento. Il risultato è un equilibrio tra amaro, dolce, balsamico ed erbaceo, dove l’alcol lascia spazio alla profondità aromatica. Il dessert al cioccolato, zucca e mandarino accompagna sia il Bianco che il Rosso, amplificandone le sfumature e terminando il percorso con coerenza e carattere.
“La Voce della Terra” diventa così un’esperienza che va oltre la degustazione. È il racconto di Loazzolo e dell’Alta Langa, della visione della famiglia Isolabella e dell’idea di accoglienza che anima 142 Restaurant. Il vino diventa gesto agricolo, scelta etica e memoria liquida. Quando calice e cucina si muovono all’unisono, il territorio non si limita a essere raccontato: prende parola.

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