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Laureata in Fashion Design presso l’Istituto Marangoni di Milano, scrive di arte, moda e costume con uno sguardo curioso e contemporaneo. Indaga i linguaggi estetici e culturali del presente, muovendosi tra ricerca visiva, stile e immaginario collettivo.
C'erano persone in piedi, altre ancora fuori dal teatro in attesa di entrare. Quando Dario Argento sale sul palco del Piccolo Teatro Strehler per la masterclass organizzata dal Milano Film Fest, la prima cosa che nota non è il pubblico che lo applaude, ma quello rimasto fuori dalla sala.
“Mi dispiace per chi non è riuscito a entrare”, dice. “Con il mio cuore sono con loro”
Basterebbe questa immagine per raccontare lo status che il regista romano continua ad avere nell'immaginario collettivo. A oltre cinquant'anni dall'esordio, Dario Argento non è soltanto un autore: è un pezzo di storia del cinema che continua a riempire teatri e festival.
Accanto a lui, sul palco, Marina Pierri, giornalista e autrice, Claudio Santamaria, attore e direttore artistico del Milano Film Fest, e Marco Peano, scrittore ed editor di narrativa italiana per Einaudi. Sullo schermo scorrono invece frammenti di Profondo Rosso, Il Cartaio, L'uccello dalle piume di cristallo e altri titoli che hanno definito il suo percorso artistico. Ne nasce una conversazione che alterna ricordi, confessioni, risate e aneddoti talmente assurdi da sembrare usciti da uno dei suoi film.
Inevitabilmente il cuore dell'incontro è Profondo Rosso.
Argento racconta di non aver mai immaginato il successo che il film avrebbe avuto nel tempo. Quando lo scriveva, semplicemente si stava divertendo. Oggi continua a vederlo proiettato in tutto il mondo, da Cannes a Los Angeles, insieme a pochi altri titoli della sua filmografia che sembrano non conoscere il passare degli anni.
Profondo Rosso, 1975
Il racconto più divertente riguarda però il titolo.
Prima di diventare Profondo Rosso, il film si chiamava infatti La tigre dai denti a sciabola. Un nome volutamente assurdo, inventato da Argento per prendere in giro produttori e finanziatori. Quando arrivò il momento dell'uscita, il regista annunciò che quello era soltanto uno scherzo e che il titolo vero sarebbe stato Profondo Rosso.
“Ma che vuol dire Profondo Rosso?”, gli chiesero.
“Chi vedrà il film lo capirà” rispose il regista e così fu.
Marco Peano ha anche ricordato il particolare rapporto tra il film e Torino, sottolineando come la geografia dell'opera mescoli luoghi reali provenienti da diverse città per costruire una sorta di "topografia dell'inconscio". Un legame talmente forte che, secondo l'aneddoto raccontato durante l'incontro, alcuni tassisti torinesi continuano ancora oggi a riferirsi a Piazza CLN come alla "piazza Profondo Rosso".
Tra le clip proiettate c'è anche Il Cartaio, titolo meno celebrato rispetto ai grandi classici del regista ma protagonista di uno dei passaggi più interessanti della serata.
Argento ha raccontato che l'idea nacque dopo aver osservato le sale giochi durante un viaggio: da lì l'intuizione di un assassino capace di trasformare la morte in una partita e le vittime in pedine di una sfida contro la polizia.
Rivisto oggi, Il Cartaio colpisce per la sua capacità di intercettare temi che sarebbero diventati centrali negli anni successivi: internet, il gioco online e la spettacolarizzazione della violenza attraverso uno schermo. Non a caso Argento ha confessato di essere ancora molto legato a questo film, ricordando le riprese con Claudio Santamaria e alcune sequenze che, a distanza di oltre vent'anni, continuano a tornargli alla mente.
Elda Luxardo - May Britt anni 1950/1960 | Friday Auction / Asta a tempo | Finarte, casa d'aste
Se si vuole capire da dove nasce il cinema di Dario Argento, forse bisogna partire dallo studio fotografico della madre, Elda Luxardo. Da ragazzo trascorreva lì interi pomeriggi: mentre fingeva di fare i compiti osservava modelle e attrici davanti all'obiettivo, studiando soprattutto la luce, il modo in cui trasformava i volti e costruiva un'immagine.
Un'esperienza che, come ha raccontato durante l'incontro, ha segnato profondamente il suo immaginario. Non solo per l'attenzione quasi maniacale alla composizione e alla fotografia, ma anche per la centralità delle figure femminili che attraversano gran parte della sua filmografia.
Tra i momenti più emozionanti della masterclass c'è il ricordo del padre Salvatore Argento.
Locandina L'uccello dalle piume di cristallo
Dopo il successo de L'uccello dalle piume di cristallo, racconta il regista, il loro rapporto cambiò profondamente. Non era più soltanto suo padre.
Era diventato il suo migliore amico.
Andavano al cinema insieme, viaggiavano insieme, trascorrevano le serate discutendo di film. Un rapporto che Argento racconta con evidente affetto e che rappresenta una delle pagine più intime emerse durante l'incontro.
Phenomena, 1985
Se esistesse una classifica degli aneddoti più incredibili della storia del cinema italiano, quello raccontato da Argento su Phenomena meriterebbe un posto d'onore.
Per realizzare le celebri sequenze con gli insetti, la produzione allestì un vero allevamento di mosche all'interno di un teatro di posa romano.
Per mesi furono fatte crescere migliaia di larve sotto la supervisione di un entomologo. Il risultato fu un capannone letteralmente invaso dagli insetti.
“Bisognava entrare con la maschera”, racconta il regista.
Una volta terminato il film, la troupe aprì le finestre per liberare le mosche. Poco dopo il bar vicino agli studi venne letteralmente colonizzato dagli insetti, con il proprietario convinto che fosse impazzito il clima o forse il mondo intero.
Quando gli chiedono quali siano gli autori che continua ad amare, Argento non ha esitazioni.
Alfred Hitchcock resta il suo maestro assoluto.
Ricorda le proiezioni alla Cinémathèque di Parigi e la lezione fondamentale ricevuta osservando il modo in cui il regista britannico muoveva la macchina da presa.
Accanto a lui cita gli autori della Nouvelle Vague francese, da François Truffaut a Jean-Luc Godard, figure che contribuirono a formare il suo immaginario prima ancora che diventasse regista.
Inferno 1980
L'ultima domanda della serata riguarda una delle sequenze più celebri di Inferno: la stanza sommersa.
Da dove nasce un'idea del genere?
Argento ci pensa qualche secondo e poi risponde con sorprendente sincerità: non lo sa. Ricorda però perfettamente le difficoltà del casting: serviva un'attrice capace di muoversi sott'acqua con naturalezza e di sostenere lunghe immersioni, come se appartenesse davvero a quel mondo.
Una risposta che, forse involontariamente, riassume perfettamente lo spirito dell'intera serata. Più che spiegare i misteri dei suoi film, Dario Argento ha mostrato come il suo cinema continui a vivere in una zona sospesa tra intuizione, immaginazione e memoria. Ed è probabilmente proprio lì che risiede ancora oggi il suo fascino.
MILANO – Il cinema non vive soltanto di regia, sceneggiatura e interpretazione. A costruirne la forza narrativa contribuiscono anche immagini, colori, oggetti e ambienti, elementi capaci di comunicare significati tanto quanto i dialoghi. Da questa consapevolezza è nato Il bello del cinema! Tra Moda, Arte e Design. La narrazione attraverso le immagini, il talk promosso dal Milano Film Fest al CAM Garibaldi in collaborazione con IED Cinema.
A guidare il pubblico in questo viaggio tra estetica e significato è stato Giovanni Ottonello, art director IED, che ha trasformato l'incontro in un'appassionante esplorazione del linguaggio cinematografico.
L'evento è stato anche l'occasione per presentare l'ampliamento dell'offerta formativa di IED Cinema, nata recentemente e già pronta a lanciare due nuovi master dedicati rispettivamente al costume cinematografico e alla scenografia cinematografica, professioni spesso invisibili agli occhi dello spettatore ma fondamentali nella costruzione dell'universo narrativo di un film.
“Voi vedete quello che sapete!” ha affermato Ottonello in apertura, sintetizzando il concetto centrale del suo intervento: ogni immagine è composta da simboli che possono essere decifrati e interpretati a seconda della sensibilità e della cultura di ognuno.
Nel cinema nulla è realmente casuale. Un cappello, un impermeabile, una scala o una scarpa possono diventare strumenti narrativi capaci di raccontare il carattere di un personaggio, il suo stato emotivo o il contesto in cui vive.
Humphrey Bogart in Casablanca
L'esempio dell'ispettore con trench e cappello, entrato nell'immaginario collettivo dopo il successo di Casablanca, dimostra come il cinema abbia influenzato profondamente la moda e la costruzione di archetipi visivi che ancora oggi riconosciamo immediatamente.
Cast Away
Uno dei temi più interessanti affrontati durante il talk è stato il ruolo degli oggetti nella costruzione del racconto.
Lungi dall'essere semplici accessori scenici, gli oggetti incarnano desideri, ricordi, appartenenza sociale e identità. In questo senso, diventano estensioni dei personaggi stessi.
Emblematico il caso di Wilson in Cast Away, che da semplice pallone perde la propria funzione originaria per diventare compagno, interlocutore e simbolo della solitudine del protagonista.
Particolarmente interessante anche la riflessione sulla scarpa, elemento ricorrente nella storia del cinema. Da Cenerentola a Il mago di Oz, fino a Grease e Il diavolo veste Prada, questo oggetto diventa metafora di trasformazione, emancipazione e affermazione personale.
Joker di Todd Phillips
Il percorso proposto dal docente ha mostrato come elementi apparentemente ordinari possano assumere significati profondi.
In Parasite, ad esempio, le scale rappresentano la mobilità sociale e la distanza tra classi economiche. In Joker di Todd Phillips, invece, accompagnano l'evoluzione psicologica del protagonista: la salita esprime il peso dell'emarginazione, mentre la celebre discesa segna l'abbandono definitivo della sua identità precedente.
Anche il colore svolge una funzione narrativa precisa. Nel caso di Joker, il bianco richiama l'innocenza perduta, il rosso la violenza e la passione, l'arancione la follia. Una costruzione visiva che permette allo spettatore di cogliere sfumature del personaggio senza bisogno di dialoghi.
Da Metropolis di Fritz Lang a Via col vento, passando per Matrix e Star Wars, il cinema ha sempre utilizzato cromie e scenografie come strumenti di racconto capaci di agire anche a livello inconscio.
Tra i simboli analizzati durante l'incontro lo specchio occupa una posizione privilegiata.
Definito da Ottonello una vera e propria “soglia narrativa” rappresenta il confronto con sé stessi, il desiderio di trasformazione, il doppio e la memoria.
Da Il cigno nero a Shining, fino alle opere di Bertolucci e Visconti, questo elemento è stato spesso utilizzato per dare forma ai conflitti interiori dei personaggi, mettendone in scena fragilità, ossessioni e mutamenti.
Più che un semplice oggetto scenografico, lo specchio diventa così uno strumento capace di amplificare il significato delle immagini.
Il rapporto tra la settima arte, la moda e il design è emerso attraverso una serie di esempi che hanno attraversato epoche e generi differenti.
Joan Crawford in "Letty Lynton", costume di Adrian
Che si tratti della poltrona Barcelona di Mies van der Rohe, del cappotto color cammello reso iconico da Ultimo tango a Parigi e American Gigolò, dei costumi creati da Adrian per Joan Crawford o delle atmosfere di Blade Runner, 007 e A Single Man, ogni scelta visiva contribuisce a costruire un immaginario che continua a vivere ben oltre lo schermo, sedimentandosi nella cultura e nell’estetica contemporanee.
Per Ottonello il design non serve soltanto a rendere più suggestivo un ambiente, ma partecipa attivamente alla costruzione del racconto, dialogando con regia, fotografia e sceneggiatura.
Più che una conferenza, l'incontro si è rivelato un invito a osservare il cinema con occhi diversi. Dietro ogni costume, oggetto o scelta cromatica si cela infatti una precisa intenzione narrativa.
Un approccio che riflette perfettamente la filosofia di IED Cinema e dei nuovi percorsi dedicati a scenografia e costume: formare professionisti capaci non soltanto di creare immagini, ma di attribuire loro un senso.
Perché il cinema è soprattutto questo: un linguaggio fatto di segni che aspettano soltanto di essere interpretati.
Milano accende i riflettori sul cinema. Oggi, 4 giugno, prende ufficialmente il via la seconda edizione del Milano Film Fest, la manifestazione diretta da Claudio Santamaria che fino al 9 giugno trasformerà la città in un grande palcoscenico dedicato alle immagini, al cinema, alle serie tv e alle arti visive.
La cerimonia inaugurale si svolgerà al Piccolo Teatro Strehler, con il tradizionale red carpet sul sagrato di Largo Greppi a partire dalle 18.30, accompagnato dalla musica di Le Cannibale. Alle 19.30 sarà il momento della presentazione delle giurie che assegneranno i premi ai concorsi ufficiali del festival.
A presiedere la giuria dei lungometraggi sarà Valeria Bruni Tedeschi, affiancata da Federico Cesari, Silvia D'Amico, Anna Ferzetti e Vinicio Marchioni. La sezione cortometraggi sarà invece guidata da Margherita Vicario insieme a Milena Mancini, Ludovica Rampoldi, Eduardo Scarpetta e Ludovica Nasti. Una squadra di attori, registi e autori che riflette l'anima contemporanea e multidisciplinare del festival.
Ad aprire il programma cinematografico sarà, alle 21.45 all'Anteo Palazzo del Cinema, la prima italiana del documentario Vittorio De Sica – La vita in scena di Francesco Zippel, presentato al Festival di Cannes e dedicato a uno dei più grandi maestri della storia del cinema italiano. Nella stessa serata spazio anche a Smart Working, nuova commedia di Svevo Moltrasio con Maccio Capatonda.
Il festival, però, guarda oltre il grande schermo. Al Piccolo Teatro, alle 21.30, Vinicio Capossela sarà protagonista dell'incontro-spettacolo Sotto il bosco di latte – il cinema al buio di Dylan Thomas, un viaggio tra musica, parole e immaginazione ispirato al celebre testo dello scrittore gallese.
Con oltre 120 film in programma, masterclass, incontri, proiezioni diffuse nei quartieri e iniziative dedicate ai giovani talenti attraverso la sezione Academy, il Milano Film Fest conferma la sua vocazione a essere un evento aperto alla città, capace di portare il cinema fuori dalle sale e nei luoghi della vita quotidiana.
Molti appuntamenti, tra cui la cerimonia di apertura, numerose proiezioni e incontri, sono a ingresso libero fino a esaurimento posti, mentre altri eventi sono prenotabili attraverso la piattaforma DICE. Per consultare il programma completo e le modalità di partecipazione è possibile visitare il sito ufficiale del Milano Film Fest.
Per sei giorni Milano diventa così un laboratorio culturale a cielo aperto, dove il racconto audiovisivo incontra il territorio e le sue comunità.
C’è un luogo, a Milano, in cui colazione, gelato e caffè smettono di avere confini netti. In Corso Genova, Milanesi Gelaterie Artigianali riscrive il linguaggio del gusto con una testardaggine tutta milanese: fare le cose bene, senza compromessi.
Qui lo “sgarro” non è una deviazione dalla regola, ma una regola nuova. È un’abitudine che si concede spazio tra una brioche e un iced coffee, tra una stracciatella e un affogato fatto come si deve. E soprattutto tra una Milano che corre e una Milano che, ogni tanto, si ferma.
Dopo Porta Romana e Primaticcio, Milanesi approda in zona Navigli con un locale che è insieme gelateria, caffetteria e piccolo osservatorio sulle nuove ritualità urbane. Dentro, luce naturale, legno chiaro, pareti verdi e bianche: 110 metri quadrati pensati per fermarsi, lavorare, chiacchierare o semplicemente prendersi una pausa senza sentirsi fuori posto. Aperto dalle 8.30 alle 23, sette giorni su sette, è uno di quei posti che finiscono per diventare parte della routine quotidiana senza accorgersene.
Il cuore, però, resta lui: il gelato. E in particolare la stracciatella, che nel tempo è diventata un elemento identitario del brand. Non più un gusto unico, ma una famiglia intera: Straccia Oro, Straccia Amarena, Straccia Lampo, Straccia Pista, Straccia Tutto. Varianti che lavorano su cioccolato, frutta secca, pistacchio, mandorla, nocciola e diverse consistenze. Tre o quattro stracciatelle sempre al banco, come una presenza costante.
C’è dentro anche un’idea precisa di materia prima: qualità alta, niente additivi, lavorazioni curate, cioccolato lavorato internamente. La crema “Vecchia Milano” – con otto tuorli per litro di latte – è un’altra di quelle creazioni che non cercano effetti speciali ma artigianalità, ricerca e sostanza.
Sempre attento alle tendenze e ai gusti contemporanei Milanesi offre anche una selezione di gelati vegani realizzati con diversi tipi di latti vegetali.

Accanto al gelato, però, si apre un secondo racconto: quello della colazione all’italiana che non conosce orari. Cornetti, veneziane, pangoccioli, pane burro e marmellata, yogurt. Un piccolo archivio di comfort food che richiama l’infanzia senza diventare nostalgia sterile. Alcuni prodotti arrivano da un laboratorio di fiducia, creati su misura: tradizione sì, ma con una filiera cucita addosso.
Poi c’è il caffè, che qui smette di essere solo accompagnamento. Gli iced coffee sono la risposta diretta all’estate urbana: pistacchio, caramello salato, cioccolato fondente, frutti di bosco... Ma il salto vero sono gli specialty coffee monorigine, in rotazione stagionale, pensati sia per la tazzina “pura” sia per l’incontro con il gelato. L’abbinamento con la stracciatella classica è quasi un esercizio di equilibrio: dolcezza, acidità, cremosità che si rincorrono senza sovrastarsi.
È qui che Milanesi prova a fare un passo in più rispetto alle gelaterie tradizionali. Non solo dessert, ma esperienza completa: colazione, merenda, smart working e dopocena. Un all-day breakfast che non è moda, ma adattamento a una città internazionale che vive a orari spezzati.
Dietro c’è una visione precisa di Gianluca Colaiocco, che ha lasciato l’informatica per il gelato e oggi parla di comunità, quartieri e presenza territoriale più che di semplici aperture. “Vogliamo crescere con Milano”, è il mantra, insieme all’idea di restare riconoscibili senza diventare prevedibili.
Infatti questo nuovo locale sembra muoversi proprio lì, sul filo sottile tra familiarità e sorpresa. Da una parte la colazione “di sempre”, dall’altra il caffè monorigine e il gelato che si reinventa. In mezzo, una clientela trasversale: chi lavora al pc, chi passa per un cono veloce, chi si concede una pausa lunga senza un motivo apparente.
Alla fine, Milanesi Corso Genova sembra un piccolo esperimento urbano per capire se tradizione e contemporaneità possono davvero convivere sullo stesso cucchiaio. E la risposta, almeno per ora, è positiva. Soprattutto se nel mezzo ci metti una stracciatella fatta bene e un caffè che non si accontenta di essere solo caffè.
Informazioni utili
Indirizzo: Corso Genova, 26, 20123 Milano MI
Telefono: 02 4945 4095
Sito: milanesigelaterie.it
A Milano, tra aperture che si rincorrono senza sosta, esistono ancora spazi che scelgono il silenzio invece del rumore. Pa.Lato, inaugurato lo scorso settembre in Via Imperia 3 sul Naviglio Pavese, è uno di questi: un luogo che sembra sottrarsi alla logica della velocità per restituire un tempo diverso, più lento, più umano.
Non soltanto un ristorante con cocktail bar, ma una parentesi sospesa. Fuori restano il traffico, la frenesia e una città che non si ferma mai; dentro si apre un ambiente ampio e luminoso, circondato dal verde e attraversato da una calma quasi irreale per questa zona dei Navigli. L’ex opificio industriale che ospita il locale conserva la sua natura originaria, reinterpretata attraverso materiali caldi, dettagli vintage e opere artistiche che ne definiscono l’identità senza eccessi. È proprio in questo equilibrio tra memoria industriale, ricerca estetica e senso di accoglienza che Pa.Lato trova la sua voce più autentica: quella di un luogo pensato per essere vissuto e condiviso.
Il progetto nasce dall’incontro tra Gezim Gjinali e Michaela Liso, coppia nella vita e nel lavoro. Lui, originario di Durazzo, vive a Milano da oltre vent’anni e nella ristorazione ha costruito il proprio percorso professionale, prima con Officina del Pesce in Largo La Foppa e oggi con una nuova apertura che consolida la sua personale idea di ospitalità. Lei, interior designer di origini pugliesi, si occupa di allestimenti ed eventi, portando negli ambienti una sensibilità estetica capace di trasformare gli spazi in esperienze.

Pa.Lato è il punto di convergenza delle loro visioni: ospitalità, estetica, convivialità e ricerca. Gli interni riflettono questo incontro attraverso un linguaggio materico fatto di arredi selezionati con gusto, materiali naturali e installazioni floreali curate personalmente da Michaela, che definiscono il carattere del locale e ne accompagnano l’identità visiva.
Anche l'arte entra naturalmente nel racconto. Nella prima sala trovano spazio le opere astratte di Angela Menchise, in arte Angela Rock: acrilici che costruiscono un percorso visivo fatto di luce, paesaggi metropolitani e contrasti in bianco e nero.
Le fotografie firmate da Federico Laudicina aggiungono invece una dimensione poetica agli ambienti. Vicino all'ingresso, uno dei suoi scatti più evocativi raffigura piccole barchette di carta adagiate su uno specchio d'acqua, un'immagine che richiama le installazioni urbane visibili talvolta tra le vie di Brera, vicine all’ex locale di Gezim.
Ogni elemento contribuisce a costruire un'identità precisa, mai eccessiva ma immediatamente riconoscibile.
La cucina è il cuore pulsante del progetto. La brigata lavora su una proposta che mette al centro la qualità degli ingredienti, con particolare attenzione al pesce selezionato direttamente al Mercato Ittico. Il menù accompagna i diversi momenti della giornata, dal business lunch alla cena, passando per l'aperitivo, mantenendo una linea riconoscibile fatta di piatti curati ma dai prezzi accessibili.

La carta alterna crudi, antipasti e primi che uniscono Mediterraneo e contemporaneità: dal carpaccio di capesante con mela verde, lime e bottarga alla tartare di gamberi con crema di pane, pomodorini confit e stracciatella, fino ai ravioli di pesce con salsa di lemongrass. Tra i secondi spiccano il calamaro alla piastra con crema di piselli, limone, zenzero e scaglie di bonito e il trancio di ricciola alla marchigiana con patate e friggitelli.
Con i suoi due piani, il giardino esterno e l’area cocktail bar, Pa.Lato è pensato come spazio fluido, aperto alla trasformazione. Ha già ospitato serate jazz e dj set, anticipando una stagione estiva che sarà scandita da eventi all’insegna della cucina, della musica e della socialità.
Non è soltanto un ristorante, ma un luogo da abitare in tempi diversi: un pranzo di lavoro, un aperitivo che si allunga, una cena che scorre tra conversazioni, luci soffuse e la quiete del giardino.
In una Milano segnata da aperture rapide e spesso transitorie, Pa.Lato sceglie una direzione alternativa. Più silenziosa, più misurata, forse più difficile. Ma proprio per questo, più memorabile.
Informazioni Utili
Indirizzo: Via Imperia, 3 || Alzaia Naviglio Pavese, 78/3 20142 – Milano ( MI )
Telefono: +39 39 391 934 24
Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Per maggiori informazioni: palatomilano.com
Nel panorama sempre più uniforme del beverage contemporaneo, MoleCola continua a seguire una traiettoria tutta sua. Il brand torinese ha infatti costruito negli anni un linguaggio profondamente italiano, capace di mescolare design, cultura pop e ricerca visiva in modo immediatamente riconoscibile. Non semplicemente una cola, ma un progetto creativo che trasforma il packaging in racconto.
Con la nuova collezione Bella Fuori, presentata a Milano da Degustazione Ristoro Dispensa e prossimamente protagonista a TuttoFood 2026, l’iconica bottiglia 90.60.90 evolve ancora: non più soltanto contenitore, ma oggetto tattile e collezionabile, ispirato al mondo della moda e della manifattura italiana. Un progetto che conferma la volontà di MoleCola di portare il design dentro l’esperienza quotidiana del bere.
Le cinque nuove bottiglie, sviluppate insieme all'agenzia creativa torinese Curve Creative Studio, prendono ispirazione dalla sartorialità italiana. Texture, rilievi e pattern trasformano il vetro in una materia viva, quasi tessile.
Ogni variante racconta una personalità diversa: Vita richiama il tweed chevron con il suo motivo a zig-zag, dinamico e irregolare; Orizzonti gioca con linee orizzontali pulite ed essenziali; Hypnosis cattura lo sguardo attraverso una texture a pois vibrante; Sogno segue linee morbide e ondulate, mentre Harmonia si ispira alla geometria di una struttura a nido d’ape, creando un effetto tridimensionale elegante e contemporaneo.
Il risultato è una bottiglia che non si limita più a contenere una bevanda, ma si trasforma in un vero oggetto di design.
Non a caso la celebre forma 90.60.90, ideata proprio da Curve Creative Studio e premiata nel 2017 con l’International Design Award di Los Angeles, continua a essere uno degli elementi più iconici e riconoscibili dell’universo MoleCola.
Bella Fuori sembra progettata per vivere anche dopo il consumo. Le bottiglie della collezione diventano oggetti da conservare e riutilizzare, piccoli pezzi di design accessibile che entrano negli spazi domestici con naturalezza, trasformando il packaging in presenza quotidiana.
In questa direzione si inserisce anche la collaborazione con Re-Plant, realtà milanese dedicata al recupero del verde e al riuso creativo. Durante l’evento, alcune bottiglie MoleCola sono state reinterpretate come piccoli contenitori per talee e piante, dando vita a micro-ecosistemi domestici che ne prolungano la funzione.
Un approccio che si inserisce in una visione più ampia che il marchio porta avanti da anni, anche attraverso il sostegno a Renken, associazione italiana con sede a Torino impegnata in progetti di cooperazione internazionale in Senegal. L’organizzazione lavora su programmi legati all’educazione, allo sviluppo locale e alla sicurezza alimentare nelle comunità del Paese, in particolare nel sud e nell’area di Dakar, anche attraverso iniziative agricole e filiere sostenibili.
In entrambi i casi, il filo conduttore resta la sostenibilità intesa come responsabilità concreta: ridurre l’impatto, valorizzare le risorse e dare agli oggetti — e ai progetti — una continuità che va oltre il loro utilizzo immediato.
Dietro l'estetica di MoleCola resta una filiera costruita attorno all’identità italiana. La ricetta nasce a Torino, gli aromi vengono selezionati in Toscana, l’acqua proviene dalle Alpi Marittime piemontesi e lo zucchero è fornito da Italia Zuccheri, cooperativa della filiera agricola nazionale.
Sul fronte ambientale, dal 2019 MoleCola ha eliminato la plastica dai multipack, sostituendola con cartone riciclabile: una scelta che ha permesso di ridurre in modo significativo l’impatto legato al packaging, evitando l’immissione di milioni di bottiglie di plastica.
Accanto alla collezione Bella Fuori, il brand ha introdotto anche una nuova lattina senza caffeina e con il 50% di zuccheri in meno, pensata per ampliare il pubblico e rispondere a consumi più attenti, mantenendo però riconoscibile il profilo gustativo della bevanda.
In un mercato dominato da estetiche globali e comunicazioni sempre più standardizzate, MoleCola continua così a distinguersi con una visione coerente e riconoscibile, capace di trasformare ogni collaborazione in un racconto credibile e originale.
Perché oggi, forse, anche una cola può diventare un oggetto da vivere oltre che da bere.
Potrete scoprire, in anteprima, Bella Fuori Collection e la nuova lattina allo stand MoleCola a TuttoFood Milano, in programma dall’11 al 14 maggio 2026, Padiglione 6 – Stand F31. La box in cartone con le 5 bottiglie sarà disponibile su molecolaitalia.it a partire da giugno.
Al settimo piano del Casinò di Campione d’Italia, il Riviera Restaurant apre una nuova fase e diventa ufficialmente “Riviera Restaurant by Sadler”. Il progetto porta la firma dello chef stellato Claudio Sadler e introduce una proposta di alta ristorazione in una delle cornici più suggestive affacciate sul Lago di Lugano, dove il panorama si integra nell’esperienza gastronomica.
Completamente rinnovato negli spazi e nel concept, il ristorante si presenta con un’identità contemporanea che coniuga eleganza, essenzialità e solidità di visione. L’obiettivo è quello di posizionarsi come nuovo riferimento nel panorama del fine dining internazionale, attraverso un dialogo continuo tra cucina, design e paesaggio.
Chef Sadler e Chef Busnelli
La filosofia di Sadler si muove in una direzione precisa: riportare l’alta cucina a una dimensione più autentica e leggibile, senza rinunciare alla profondità. Niente virtuosismi fini a sé stessi, ma una costruzione del piatto che mette al centro la materia prima, valorizzata dalla maestria tecnica.
Il risultato è una cucina che rassicura e sorprende allo stesso tempo, fortemente legata alla stagionalità e alla tradizione del Nord Italia, soprattutto della Lombardia, reinterpretata con sensibilità contemporanea.
A garantire la continuità e la qualità dell’esperienza gastronomica, lo Chef Resident Fabio Busnelli, che guiderà la brigata in cucina. La carta dei vini è, invece, firmata dalla Sommelier Pamela Pettinari. Il ristorante sarà aperto esclusivamente a cena e il menù sarà disponibile da oggi, segnando ufficialmente l’inizio di questo nuovo corso.
Il cuore dell’esperienza è il menù degustazione da 120 euro per 5 portate, un percorso costruito per esprimere in modo coerente la visione dello chef. Abbiamo avuto modo di provare alcune portate in anteprima, insieme a una selezione di vini perfettamente abbinati, capaci di creare un connubio armonico e avvolgente tra piatti e calici.
Tra gli assaggi interessanti spicca il filetto di bue irlandese in casseruola con caponata, capperi lacrimella e salsa al lime. Un piatto giocato sull’equilibrio: la carne risulta tenera e succosa, valorizzata da una materia prima di altissima qualità. La caponata aggiunge una nota agrodolce ben calibrata, i capperi apportano sapidità, mentre la salsa al lime dona freschezza, completando la portata con eleganza.

Sul fronte dessert, il budino di cassata con gel al limone, salsa al cacao e meringa di pistacchio convince per precisione tecnica e bilanciamento. La presentazione è curata e contemporanea, ma è soprattutto il gioco di consistenze a colpire: la cremosità del budino si intreccia con il gusto del gel al limone e la profondità della salsa al cacao. La meringa di pistacchio, asciutta e croccante, aggiunge una componente strutturale fondamentale, contribuendo a un finale armonioso e mai eccessivamente dolce.
Accanto al menù degustazione, la carta propone piatti singoli con prezzi compresi tra 23 e 35 euro, esclusi i dolci che vanno dai 10 ai 15 euro, una fascia che rende l’esperienza accessibile in relazione al contesto e al livello della proposta gastronomica.
Tra le anticipazioni provate anche il risotto ai fiori di zucca e zafferano, piatto stagionale eseguito con grande attenzione: perfettamente mantecato e cremoso, capace di esprimere comfort e precisione tecnica in un'unica portata.

Come sottolinea il Presidente del Casinò di Campione, Roberto Maria Guarini, il Riviera Restaurant by Sadler si inserisce nel più ampio percorso di rilancio del Casinò e del territorio, con l’obiettivo di consolidare la destinazione come punto di riferimento per intrattenimento, architettura e alta cucina.
Un’apertura che rafforza il posizionamento di Campione d’Italia come luogo in cui paesaggio, cultura ed eccellenza gastronomica convivono naturalmente, rivolgendosi a un pubblico internazionale sempre più attento alla qualità dell’esperienza.
Informazioni utili
Il ristorante sarà aperto 364 giorni all’anno (ad eccezione del 24 dicembre), esclusivamente a cena:
lunedì–giovedì e domenica: 19.00 – 22.30
venerdì e sabato: 19.00 – 23.00
Sito: https://rivierarestaurant.it/
E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Negli ultimi anni la Milano Design Week ha conosciuto una crescita esponenziale: un calendario sempre più fitto di eventi, installazioni e appuntamenti che trasformano la città in un palinsesto continuo. In questo scenario la sensazione di dover vedere tutto - la cosiddetta FOMO (fear of missing out) - è diventata parte integrante dell’esperienza.
Eppure, proprio dentro questo flusso incessante, esistono ancora luoghi capaci di sottrarsi alla logica dell’impatto immediato. Spazi che invitano a rallentare, osservare e vivere il design in modo più intimo e consapevole.
Tra questi, l’Orto Botanico di Brera si conferma un rifugio inatteso nel cuore di Milano. Qui, durante la Design Week 2026, prendono forma due installazioni che dialogano tra loro pur mantenendo identità autonome.
Da un lato Garden of the Esperides, firmato da Annabel Karim Kassar per Rubner Haus e ABS Group, dall’altro L’armonia è qui, progetto di Irritec e Davision Creative Design Team, realizzate per INTERNI MATERIAE.
Il primo trasforma il mito greco delle Esperidi in un percorso fisico e percettivo. Il secondo interpreta invece il paesaggio come sistema vivo, in cui tecnologia e natura possono coesistere in un equilibrio discreto.
Garden of the Esperides, ideato dalla fondatrice di AKK Architects, non cerca di imporsi nello spazio, ma di dissolversi in esso. La ricerca dell’artista, da sempre sospesa tra architettura, scenografia e narrazione, si traduce qui in un dispositivo immersivo che non illustra il mito, ma lo rende esperienza percettiva.
L’ispirazione arriva dalle Esperidi, ninfe custodi di un giardino ai confini del mondo, dove crescono i pomi d’oro dell’immortalità: dono di Gea a Era e simbolo di desiderio e conoscenza. Un luogo protetto e inaccessibile, soglia estrema della tradizione greca. Da questa immagine prende forma l’intera opera, che trasforma il mito in percorso e attraversamento.

Il fulcro dell’installazione è un lungo porticato ligneo celeste che attraversa il viale principale dell’orto. Non una semplice struttura, ma una direzione precisa: un gesto architettonico che orienta il movimento, guida lo sguardo e modifica la percezione del tempo. Camminandovi all’interno, il visitatore entra in una sequenza quasi rituale che conduce verso una meridiana, dove il tempo smette di essere astratto per diventare presenza concreta.
Il ritmo del passo, la luce filtrata tra gli elementi in legno e le pause naturali lungo il percorso costruiscono una dimensione eterea, lontana dalla frenesia della Design Week.
Attorno al porticato, le Esperidi emergono come presenze silenziose: figure dipinte a mano, custodite in teche d’acciaio e disposte secondo geometrie circolari che richiamano i giardini classici. Il loro apparire non è mai didascalico, ma discreto, quasi allusivo.
Il dialogo con la vegetazione dell’Orto Botanico definisce l’equilibrio più autentico dell’installazione, in una relazione priva di gerarchie tra artificio e natura. Il mito non viene mai dichiarato apertamente. Si costruisce per stratificazione, attraverso distanze e prospettive. La teatralità lascia così spazio a un’esperienza libera, affidata allo sguardo di chi la vive.
Anche la dimensione costruttiva riflette questa coerenza. Il porticato, realizzato da Rubner Haus, è modulare e completamente reversibile: progettato per essere smontato e riutilizzato, evitando così il carattere temporaneo e spesso dispersivo di molte installazioni. La pedana continua, accessibile e priva di interruzioni, garantisce inoltre un’esperienza inclusiva.

Accanto a Garden of the Esperides, L’armonia è qui di Irritec e Davision Creative Design Team riflette sul rapporto tra tecnologia e paesaggio attraverso il tema dell’irrigazione come gesto estetico e consapevole.
L’installazione propone un giardino fiabesco in cui i materiali si inseriscono con discrezione nel verde, mostrando come l’efficienza possa convivere con la bellezza. L’obiettivo è un’innovazione responsabile che riduca l’impatto visivo e rispetti l’ambiente anche sul piano estetico.
Il progetto utilizza tubazioni in polietilene con brevetto Irritec e texture Camo®, pensate per integrarsi cromaticamente nel paesaggio. La linea Armonia unisce funzionalità e discrezione, applicandosi a giardini, spazi pubblici e contesti domestici.
Elementi come steli color bambù, petali in tessuto riciclato e superfici riflettenti amplificano la percezione del verde, trasformando l’irrigazione in un sistema quasi invisibile ma poetico.

All’interno dell’Orto Botanico di Brera, le due opere costruiscono così un racconto coerente. Il risultato è un equilibrio sottile in cui design, natura e sostenibilità.
In una settimana dominata dalla sovraesposizione visiva, queste opere scelgono una traiettoria diversa: più silenziosa, più lenta, ma proprio per questo più incisiva. Spostano l’attenzione dalla forma all’esperienza, dall’impatto immediato alla durata del tempo nello spazio, restituendo al visitatore una dimensione sospesa, in cui il progetto non si limita a essere osservato, ma si attraversa.
In questo equilibrio fragile tra mito e materia, tra natura e artificio, entrambi i progetti si sottraggono alla logica dell’evento per diventare pausa, interruzione, possibilità di attenzione. Il consiglio, allora, è semplice: attraversarli senza fretta, fino in fondo, lasciandosi andare al ritmo del percorso, godendosi l’esperienza senza pensare — anche se per poco — alla vita reale, al lavoro e ai problemi quotidiani, perdendosi nell’attimo presente.
Informazioni utili
Luogo: Orto Botanico di Brera, via Fiori Oscuri 4 - via Brera 28
Date: 20 - 30 Aprile
A pochi passi da Venezia, il ritmo cambia davvero. Il rumore si abbassa, il tempo si dilata, e torna una domanda essenziale: cosa significa vivere un’esperienza oggi?
La risposta prende forma il 19 aprile a Dolo, negli spazi della Locanda Confini, che prosegue il ciclo delle Domeniche Culturali evocando un immaginario potente, quasi ancestrale: quello delle fiabe venete al femminile.
Niente principesse da salvare, ma donne che scelgono. Figure intelligenti, a tratti scomode. Donne che attraversano il folklore, lo abitano e, soprattutto, lo riscrivono.
A guidare questo viaggio è Valentina Zocca, storyteller con base a Venezia, che dopo esperienze tra India e Nepal torna alle radici con uno sguardo nuovo. Le sue non sono semplici narrazioni: sono esperienze immersive, quasi rituali, dove chi ascolta smette di essere spettatore e diventa parte del racconto.
E mentre le parole prendono forma, succede qualcosa di raro: il cibo entra in scena come un linguaggio parallelo.

Finger food che giocano tra acidità e dolcezza, un Carnaroli al fieno con burro di nocciola e limone fermentato che sembra parlare di terra e trasformazione, un rombo alla brace che porta con sé tutta la profondità del mare. E poi il finale: mascarpone, mandorle e fiori di sambuco, una chiusura che ha qualcosa di primaverile, ma anche di simbolico.
Il prezzo è 65 euro, ma la sensazione è quella di acquistare tempo. Tempo lento, condiviso, quasi sospeso.
Dietro questo progetto c’è la visione di Cristian Minchio e di una brigata giovane, affamata nel senso giusto: di idee, prima ancora che di risultati. La Locanda Confini è uno di quei luoghi che non hanno bisogno di alzare la voce per farsi notare: convince per coerenza, per identità e per una cura del dettaglio che attraversa ogni elemento, dalla materia prima alla mise en place.
Qui l’ospitalità smette di essere semplice servizio e diventa parte integrante del racconto, un gesto naturale che accompagna l’esperienza dall’inizio alla fine.
Il progetto nasce insieme a Marta Contiero e alla sua Bottega dei Libri Selvatici, una realtà che ripensa il libro come esperienza viva, condivisa, lontana da ogni forma di distacco o contemplazione sterile.
Le Domeniche Culturali sono questo: un punto d’incontro tra chi cerca qualcosa di diverso e chi ha deciso di costruirlo.
Perché è vicino a Venezia, ma lontano anni luce dalle sue dinamiche più turistiche.
Perché unisce cibo e cultura senza risultare didascalico.
Perché è uno di quegli eventi da vivere davvero.
E soprattutto, perché ti ricorda una cosa semplice: rallentare non è perdere tempo. È scegliere come usarlo.
Il 19 aprile, a Dolo, le fiabe tornano a essere quello che erano all’inizio: strumenti per capire il mondo. Solo che questa volta, puoi anche assaggiarle.
Dove: Locanda Confini, Riviera Martiri della Libertà 27, Dolo (VE)
Per prenotazioni e informazioni: 041 528 9449
C’è una differenza sottile, ma decisiva, tra vedere e guardare.
Dal 7 marzo al 28 giugno 2026, il MUDEC – Museo delle Culture di Milano ospita “100 fotografie per ereditare il mondo”, una mostra che non si limita a raccontare la storia della fotografia, ma mette in discussione il nostro modo di osservare.
Curata da Denis Curti insieme ad Alessio Fusi e Alessandro Curti, e prodotta da 24 ORE Cultura con il sostegno di Zurich e Turisanda1924 – Alpitour World, l’esposizione attraversa oltre due secoli di immagini. Non come un archivio ordinato, ma come un flusso continuo fatto di memoria, identità e trasformazioni dello sguardo.
100 fotografie per ereditare il mondo, MUDEC, Milano. Foto © Jule Hering
L’inizio è quasi spiazzante. Riporta a un tempo in cui le immagini non erano ovunque, ma accadimenti rari, densi di significato. Prima della fotografia, lo sguardo sul mondo passava ancora dalla mano: dipinti, incisioni, strumenti ottici che traducevano la realtà prima di restituirla allo spettatore.
Poi arriva la svolta. Nell’Ottocento, con gli esperimenti di Joseph Nicéphore Niépce e di Louis Daguerre, si apre una strada nuova: il reale smette di essere interpretato e inizia a imprimersi direttamente attraverso la luce. Nasce così il dagherrotipo, una tecnica in grado di fissare le immagini su lastre metalliche lucidate come specchi. È un passaggio silenzioso ma irreversibile. Per la prima volta, ciò che esiste non viene solo osservato, ma lascia una traccia stabile, indelebile e concreta.
Dalí Atomicus di Philippe Halsman
Nel secolo successivo, lo sguardo si libera dalle sole finalità documentarie e diventa strumento creativo.
Le immagini non si limitano più a mostrare: suggeriscono, provocano e talvolta destabilizzano. Le prospettive si moltiplicano, gli equilibri si modificano e la fotografia inizia a costruire visioni diverse.
Con Man Ray la realtà si incrina e si apre al sogno, mentre Alexander Rodčenko la ribalta con tagli e punti di vista impossibili. André Kertész porta in scena una sottile ironia quotidiana, capace di trasformare anche il dettaglio più minimo in racconto.
Henri Cartier-Bresson con il suo “momento decisivo” insegna a riconoscere quell’istante in cui tutto si allinea, un attimo che sembra casuale, ma che è frutto di uno sguardo assolutamente consapevole.
Con Philippe Halsman, invece, la fotografia diventa performance, come nel celebre scatto “Dalí Atomicus” con Salvador Dalí, dove il reale si frantuma e ricompone davanti all’obiettivo.
Carol Guzy, Berlin Wall (1989), © Carol Guzy / The Washington Post / Getty Images
A un certo punto, la mostra ci mette davanti a fotografie che non hanno bisogno di presentazioni. Non perché siano semplicemente familiari, ma perché fanno parte della nostra memoria collettiva.
Dalla Grande Depressione — con la “Migrant Mother” di Dorothea Lange — allo sbarco sulla Luna, dalla caduta del Muro di Berlino all’11 settembre, sono immagini che abbiamo interiorizzato al punto da dimenticarne quasi l’origine. Eppure restano lì, fissate in uno scatto.
In questo passaggio si comprende qualcosa di essenziale: la fotografia non si limita a documentare la storia. Ne costruisce il ricordo.
Untitled (I am in training, don't kiss me) di Claude Cahun, 1927
Dalla dimensione pubblica si passa a quella più intima, dove il corpo diventa linguaggio e territorio da esplorare.
Con Claude Cahun le identità si moltiplicano, Pierre Molinier indaga metamorfosi e desiderio, mentre Robert Mapplethorpe (protagonista di una mostra personale al Palazzo Reale di Milano) costruisce un’estetica rigorosa, sospesa tra equilibrio formale e tensione emotiva.
Le foto si fanno così più personali, talvolta perturbanti. Non descrivono, ma interrogano, aprendo uno spazio di riflessione in cui riconoscersi o smarrirsi, come pagine di un diario visivo.
Proprio quando sembra di aver trovato un punto fermo, il percorso introduce un dubbio. Alcune fotografie appaiono come prove, documenti oggettivi, ma lo sono davvero?
Artisti come Joan Fontcuberta presentano scatti come prove scientifiche, ma sono solo costruzioni immaginarie.
Qui emerge una consapevolezza decisiva: ogni immagine è il risultato di una scelta. Inquadratura, momento, intenzione; anche ciò che sembra più “reale” è, in parte, costruito. Non un inganno, ma una chiave di lettura che cambia il modo di osservare tutto il resto.
Lake Undecided di Ebrahim Noroozi, 2016
L’ultima parte riporta all’oggi. Nel presente la fotografia è ovunque e proprio per questo ha cambiato significato. Non è più solo testimonianza. È emozione, traccia, memoria personale e collettiva insieme. Non mostra solo ciò che accade. Mostra ciò che resta.
Fotografi come Ebrahim Noroozi o Carlos Ayesta raccontano le ferite del mondo: crisi ambientali, territori vuoti, trasformazioni irreversibili. Altri, come Alba Zari o Carlos Idun-Tawiah, si muovono nella dimensione più intima della perdita, dell’identità, dei legami.
“100 fotografie per ereditare il mondo” è, in fondo, un invito semplice e al tempo stesso radicale: fermarsi. In un tempo in cui le immagini scorrono senza lasciare traccia, la mostra restituisce peso allo sguardo e lo riporta al centro. Non chiede competenze né interpretazioni forzate, ma solo attenzione. Proprio per questo funziona: perché lascia spazio, rallenta, mette in discussione. Uscendo, non si ha la sensazione di aver imparato qualcosa, ma di vedere in modo diverso. Perché alla fine non si tratta solo di fotografia, ma di ciò che scegliamo di guardare davvero e di ciò che decidiamo di portare con noi.
Informazioni Utili
Mostra: 100 fotografie per ereditare il mondo
Location: MUDEC - Museo delle Culture
Date: Dal 07/03/2026 al 28/06/2026
Info e Prenotazioni: sito ufficiale MUDEC
Audioguida inclusa nel biglietto
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