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Laureata in Fashion Design presso l’Istituto Marangoni di Milano, scrive di arte, moda e costume con uno sguardo curioso e contemporaneo. Indaga i linguaggi estetici e culturali del presente, muovendosi tra ricerca visiva, stile e immaginario collettivo.
Dal 29 gennaio al 17 maggio 2026, Milano accoglie nelle sale di Palazzo Reale una delle retrospettive più attese degli ultimi anni: “Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio”. Curata da Denis Curti, la mostra propone una selezione ampia e in parte inedita delle opere del fotografo statunitense, riunendo alcuni dei suoi scatti più iconici, potenti e audaci. Il percorso espositivo offre uno sguardo completo sull’opera di Mapplethorpe, artista che ha segnato profondamente la fotografia del Novecento, unendo rigore formale e radicale libertà espressiva. Inserita nel programma dell’Olimpiade Culturale di Milano-Cortina 2026, che affianca ai valori dello sport una riflessione più ampia sulla cultura contemporanea, la mostra rappresenta il secondo capitolo di una trilogia dedicata a Mapplethorpe, inaugurata a Venezia e destinata a proseguire a Roma.
Robert Mapplethorpe, Self Portrait (1980) © Robert Mapplethorpe Foundation
Nato a New York nel 1946, Robert Mapplethorpe cresce in un contesto suburbano distante dai fermenti culturali della città, ma fin dall’adolescenza manifesta un’intensa passione per l’arte e la fotografia. Dopo una formazione iniziale in pittura e disegno, approda alla fotografia come strumento privilegiato per indagare il corpo, la luce e l’equilibrio della composizione. La sua carriera, breve ma intensa, si interrompe prematuramente nel 1989, a soli 42 anni, lasciando un corpus di opere ampio e sorprendentemente articolato: ritratti, nudi, fiori, nature morte e immagini che affrontano in modo diretto i temi della sessualità, del desiderio e della forma.
Robert Mapplethorpe, Thomas (1986) © Robert Mapplethorpe Foundation
Lontano dall’essere un semplice autore provocatorio, Mapplethorpe è un rigoroso costruttore di immagini, ossessionato dalla perfezione formale e dal controllo della luce. I suoi nudi, spesso ispirati alla scultura classica, mostrano corpi tesi e muscolosi come statue greche, catturati con una perfezione formale che sfiora l’astrazione. In queste immagini, il corpo diventa mezzo di ricerca, simbolo della tensione tra sensualità e idealizzazione, tra effimero e eterno.
Allestimento della mostra Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio presso Palazzo Reale. Foto © Andrea Avezzu
Uno degli aspetti centrali dell’opera di Mapplethorpe è la costante tensione verso la perfezione formale che attraversa l’intera mostra. Ogni fotografia rivela un controllo rigoroso dell’inquadratura, della composizione e della luce, elementi che definiscono un linguaggio visivo preciso e riconoscibile. La luce, in particolare, agisce come strumento plastico: modella i corpi, ne accentua i volumi, mette in risalto la tensione dei muscoli e trasforma il dettaglio in elemento strutturale dell’immagine. Nei nudi maschili, tra i nuclei più significativi dell’esposizione, i corpi appaiono scolpiti dai contrasti, spesso disposti in pose che rimandano alla statuaria greca e all’ideale olimpico, incarnando una sottile dialettica tra bellezza ideale e desiderio sensuale.
Thomas, 1987 © Robert Mapplethorpe Foundation
Per Mapplethorpe il corpo umano non è mai semplice soggetto, ma uno strumento di indagine estetica: attraverso di esso l’artista esplora un’idea di bellezza assoluta, rigorosa e insieme profondamente carnale. In questo dialogo continuo tra fotografia e scultura, tra classicità e libertà contemporanea, la sua arte si configura come una riflessione sulla forma, sulla luce e sul rapporto tra materia e idea, sospesa tra l’effimero del corpo e l’aspirazione all’eterno.
Allestimento della mostra Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio presso Palazzo Reale. Foto © Andrea Avezzu
La retrospettiva si inserisce in un progetto più ampio dedicato a Mapplethorpe, articolato in un percorso triennale che ha già fatto tappa a Venezia, alle Stanze della Fotografia, e che proseguirà a Roma. A Milano il pubblico è chiamato a confrontarsi con la forza visiva di oltre 200 opere, occasione per riflettere sul ruolo dell’artista come interprete della modernità, capace di unire rigore formale, provocazione e una raffinata sensibilità estetica. All’interno del percorso espositivo, il contrasto tra il color carta da zucchero dei supporti e la potenza delle immagini genera una dissonanza visiva misurata, quasi poetica, che orienta lo sguardo e valorizza le fotografie.
Allestimento della mostra Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio presso Palazzo Reale. Foto © Andrea Avezzu
A completare l’esperienza contribuiscono il catalogo edito da Marsilio Arte, che analizza in modo approfondito l’intera produzione di Mapplethorpe, e il podcast Mapplethorpe Unframed, disponibile sulle principali piattaforme, pensato come guida all’ascolto dei temi, delle opere e dell’evoluzione stilistica del fotografo.
© Robert Mapplethorpe Foundation
La mostra “Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio” è un’occasione unica per comprendere la complessità di un artista che ha trasformato la fotografia in linguaggio assoluto, capace di unire provocazione, perfezione formale e profondità estetica. Milano diventa così il palcoscenico ideale per celebrare il corpo, la luce e il desiderio, e per esplorare il confine sottile tra arte e vita.
Informazioni utili
Mostra: Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio
Location: Palazzo Reale, Milano
Date: Dal 19/01/2026 al 17/05/2026
Info e Prenotazioni: Palazzo Reale Milano
Audioguida inclusa nel biglietto.
Alcune opere contengono nudi espliciti, si consiglia di tenerne conto prima della visita.
C’è un momento, in montagna, in cui tutto diventa bianco. Il cielo si confonde con la neve, l’orizzonte scompare, i riferimenti si annullano. È il whiteout: una condizione estrema, affascinante e pericolosa, in cui orientarsi diventa una questione di sopravvivenza.
Da questa immagine nasce “White Out. The Future of Winter Sports”, la mostra che Triennale Milano dedica agli sport invernali in occasione dei Giochi Olimpici e Paralimpici Milano Cortina 2026.
Con circa 200 oggetti progettati tra il 1938 e il 2026, la mostra, curata da Konstantin Grcic e Marco Sammicheli, attraversa oltre ottant’anni di evoluzione degli sport invernali, tra attrezzature, abbigliamento tecnico, dispositivi di sicurezza e infrastrutture alpine.
Visitabile gratuitamente fino al 15 marzo 2026 negli spazi della nuova Design Platform, “White Out” intreccia sport, design e tecnologia per riflettere sul futuro della montagna: un territorio fragile, in trasformazione, oggi più che mai messo alla prova dal cambiamento climatico.
L'atleta ghanese Akwasi Frimpong con il suo skeleton, 2024. Foto Nate Athay, courtesy l'atleta
“White Out” mette in luce come il design abbia da sempre accompagnato il corpo dell’atleta, contribuendo a potenziarne prestazioni, sicurezza e comfort. Sci, snowboard, scarponi, tute tecniche e dispositivi di protezione non sono semplici strumenti, ma il risultato di una ricerca continua che intreccia ingegneria, materiali avanzati e sperimentazione formale. In questo dialogo costante, il design diventa una vera estensione del corpo: lo sostiene, lo protegge e ne amplifica le capacità anche nelle condizioni ambientali più estreme.
Nel percorso espositivo convivono figure storiche del design come Charlotte Perriand, Pierre Jeanneret e Carlo Mollino, accanto a progettisti contemporanei come Nicolas Ghesquière, Axel Rezab e Julien De Smedt. Oggetti e progetti raccontano come gli sport invernali siano, da sempre, un laboratorio privilegiato per l’innovazione, in cui funzionalità ed estetica evolvono in modo inseparabile.
White Out, Triennale Milano
La mostra si articola in nove sezioni tematiche che esplorano diversi aspetti della progettazione: dai materiali tecnici più avanzati alle infrastrutture alpine, dalle piste da bob agli scenari futuri. In molte aree, i materiali possono essere toccati, osservati da vicino, esplorati: un invito a comprendere quanta precisione e ricerca si nascondano dietro ogni dettaglio.
Grande attenzione è dedicata al tema della sicurezza, con esempi emblematici come l’airbag D-Air di Dainese, oggi obbligatorio nelle competizioni di Coppa del Mondo di discesa libera e Super G. Un oggetto che racconta come tecnologia e design possano diventare strumenti fondamentali di tutela e prevenzione.
Al centro di White Out c’è anche una domanda urgente: che futuro hanno gli sport invernali in un mondo segnato dai cambiamenti climatici?
La riduzione dell’innevamento naturale, la variabilità delle stagioni e la fragilità degli ecosistemi montani impongono nuove soluzioni progettuali. La mostra affronta queste sfide attraverso materiali rigenerativi, sistemi di innevamento artificiale e infrastrutture ripensate per dialogare con l’ambiente, suggerendo come il design possa contribuire a immaginare un futuro possibile per la montagna.
Art poster e torcia olimpica, Triennale Milano
Al termine del percorso, la visita prosegue con Triennale × Milano Cortina 2026, una mostra complementare che mette in dialogo sport e arte contemporanea. In esposizione la torcia olimpica e paralimpica insieme agli Art Poster realizzati da dieci artisti italiani under 40: le opere originali, da cui derivano i manifesti, restituiscono la vitalità della scena artistica attuale e lo spirito dinamico dei Giochi.
Iconic Poster Milano Cortina 2026
A completare l’esposizione ci sono gli Iconic Poster ufficiali di Milano Cortina 2026, firmati da Olimpia Zagnoli per l’Olimpico e da Carolina Altavilla per il Paralimpico. Con linguaggi visivi contemporanei, i manifesti raccontano l’identità dei Giochi, celebrando sport, territorio e comunità: pop e ironico lo sguardo di Zagnoli, inclusivo e intenso quello di Altavilla. Torce e poster diventano così icone culturali, capaci di attraversare generazioni e di costruire un immaginario condiviso.
White Out non celebra il passato con nostalgia. Piuttosto, invita a guardare avanti. Tra memoria, sperimentazione e visione, la mostra racconta un futuro in cui innovazione, sicurezza e sostenibilità non possono più essere pensate separatamente.
Un’esperienza immersiva e tattile, che ci ricorda come, anche quando tutto sembra diventare bianco, il design possa ancora indicarci la direzione.
Informazioni utili
Location: Triennale Milano, Viale Alemagna 6
Date: Fino al 15 marzo 2026
Orari: Martedì–domenica, 10.30–20.00 (ultimo ingresso 19.00)
Curatori White Out: Konstantin Grcic e Marco Sammicheli
Curatore Art & Iconic Poster: Damiano Gullì
Ingresso gratuito
A Milano l’amore ha quattro zampe e indossa una maschera. Domenica 15 febbraio, negli spazi suggestivi di Cascina Nascosta, all’interno di Parco Sempione, torna “Only For Pet Lovers – Love & Masquerade”, la seconda edizione dell’evento gratuito che unisce San Valentino e Carnevale in un unico, romantico racconto dedicato al legame speciale tra pet e umani.
Dalle 12 alle 17, cani di tutte le razze e taglie, rigorosamente invitati a partecipare in costume insieme ai loro padroni, saranno i veri protagonisti di un pomeriggio di festa fatto di giochi, sfilate, balli, set fotografici e tante sorprese. Un appuntamento firmato Only For Pet Lovers, la prima agenzia milanese specializzata in eventi per animali, fondata da Vanessa Ricci, che da anni celebra l’amore tra persone e amici a quattro zampe.
“Love & Masquerade” è molto più di un semplice evento: è un’esperienza in cui Carnevale e San Valentino si fondono in un’atmosfera magica. Tra i momenti più attesi c’è The Grand Masquerade Ball, il ballo più scenografico della giornata, in cui si danza con il proprio cucciolo, come un vero duo. Nessuna performance da giudicare, solo complicità, affetto e il piacere di ballare insieme.
Non mancheranno poi la Sfilata in maschera con l’elezione del Re e della Regina “Love & Masquerade”, che premierà la coppia pet & human più originale e affiatata, e il divertentissimo Quizzettone, con domande dedicate ai cani vip del cinema e della TV.
Tra le chicche più romantiche del format c’è anche “The Love Duo”, un momento speciale dedicato alle storie d’amore tra pet e padroni. Per partecipare, nei giorni precedenti all’evento è sufficiente condividere sui propri social, in poche righe e con qualche immagine, il racconto di come è nato o di come viene vissuto ogni giorno questo legame, taggando i canali ufficiali di Only For Pet Lovers (su IG @onlyfor_pet_lovers o su FB @onlyforpetloversmilano).

A rendere ancora più suggestiva la giornata saranno i membri dell’associazione Le Feste Galanti, gruppo specializzato in rievocazioni storiche in abiti d’epoca tra Settecento e primo Novecento. Per l’occasione, porteranno in scena una performance ispirata alle atmosfere “Bridgerton”, abbinando gli eleganti costumi storici agli amici a quattro zampe, per un effetto scenografico davvero unico.

Durante l’evento sarà possibile visitare diversi corner di brand selezionati dedicati al mondo pet: dai gioielli personalizzati in oro e argento di Your Pet Jewels, realizzati artigianalmente partendo da una semplice foto del proprio cucciolo, alle collezioni in filati pregiati di Barkhaus Milano, passando per gli accessori in pelle personalizzabili di KiTho Pet e i capi tecnici di Bullfit Fashion, pensati per bulldog inglesi e francesi con l’innovativa membrana B-Cool, in grado di mantenere la loro temperatura corporea nei valori fisiologici.
A completare l’esperienza, set fotografici a tema per scatti social, chiacchiere e tortelli per umani e pet, oltre a tanti omaggi per tutti i partecipanti. Il tutto sarà condotto e moderato da Davide Cavalieri, fondatore di Radio Bau & Co, la prima web radio interamente dedicata al mondo degli animali.
“Only For Pet Lovers – Love & Masquerade” è un evento gratuito ma a numero chiuso: l’accesso è consentito solo previa iscrizione, per tutelare l’equilibrio e l’atmosfera della location. In caso di pioggia, l’evento verrà rimandato alla settimana successiva.
Location: Cascina Nascosta, Parco Sempione – Milano
Data: Domenica 15 febbraio, dalle 12 alle 17
Ingresso gratuito con iscrizione obbligatoria
Info e iscrizioni: www.onlyforpetlovers.it/love-and-masquerade
A Milano, quest’anno, San Valentino si festeggia in maschera. E l’amore, ancora una volta, ha il muso felice e la coda scodinzolante.
In occasione dei XXV Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026, il Castello Sforzesco ospita fino al 22 marzo 2026 la mostra “L’Italia sulla neve. Gli italiani e gli sport invernali nei periodici illustrati e nella grafica pubblicitaria dalla Raccolta Bertarelli”. Inserito nel programma dell’Olimpiade Culturale, il progetto propone un percorso espositivo che intreccia storia dello sport, costume, moda e comunicazione visiva, raccontando come neve e montagna siano entrate nell’immaginario collettivo italiano tra Ottocento e Novecento.
Curata da Alessia Alberti, Simona Maniello e Francesca Mariano, la mostra attinge a oltre cento materiali grafici della Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli, tra cui riviste illustrate, manifesti, dépliant ed ephemera (materiali stampati di uso quotidiano destinati a una breve durata), per ricostruire, attraverso la grafica e la stampa, la nascita del turismo alpino e la diffusione degli sport invernali in Italia.

Nel corso dell’Ottocento la montagna cambia progressivamente volto: da territorio di esplorazione alpinistica diventa luogo di villeggiatura, benessere e svago. Grazie allo sviluppo della comunicazione turistica, le località alpine vengono promosse presso un pubblico sempre più ampio e la vacanza in montagna diventa una moda, inizialmente estiva, poi anche invernale. Con il Novecento nasce il turismo sulla neve in senso moderno: sci e pattinaggio sul ghiaccio si diffondono rapidamente, seguiti da slitta, curling e hockey, raggiungendo l’apice tra gli anni Venti e Trenta, grazie alla costruzione di alberghi e impianti sempre più avanzati.
In questo contesto, l’iconografia della montagna si afferma come linguaggio privilegiato della grafica pubblicitaria. Nei primi decenni del Novecento, il paesaggio alpino diventa un potente dispositivo visivo per promuovere i prodotti più diversi, dall’antigelo ai dolciumi, dai liquori agli elettrodomestici, caricandoli di valori simbolici come purezza, energia e modernità. I manifesti di Metlicovitz, Dudovich, Hohenstein e Bazzi mostrano come la neve possa assumere anche toni ironici o stranianti, mentre esempi emblematici come il Cordial Campari, associato al paesaggio alpino e alla figura del cane San Bernardo, contribuiscono a fissare un immaginario in cui la montagna diventa un luogo mentale, capace di evocare desideri ed emozioni attraverso l’immagine.

Nel percorso espositivo spicca la Carta Marina di Olao Magno, monumentale mappa del Nord Europa pubblicata nel 1539 e qui presentata nella versione edita da Antonio Lafrery nel 1572. Tra città, creature fantastiche e scene di vita quotidiana compaiono alcune delle più antiche raffigurazioni di sciatori nella storia della cartografia.
Minuscole figure che scivolano sulla neve testimoniano l’uso dello sci come mezzo di caccia e di spostamento, radicato nella cultura dei popoli scandinavi molto prima della nascita degli sport invernali.
La mostra si sofferma anche sulle Olimpiadi storiche del Novecento, raccontate attraverso materiali grafici di grande valore documentario e visivo. Dal dépliant delle prime Olimpiadi Invernali di Chamonix 1924 al materiale propagandistico dei Giochi di Berlino 1936, fino ai manifesti di Messico 1968, Monaco 1972 e Montréal 1976, emerge con chiarezza il ruolo centrale della grafica nella costruzione dell’immaginario olimpico.

Firmati da artisti come Michael C. Gross, Jan Lenica e Robin Mackenzie, questi lavori trasformano lo sport in linguaggio visivo: oltre a essere terreno di sperimentazione artistica, diventano anche strumento di comunicazione politica, culturale e sociale. Ogni manifesto racconta non solo la competizione, ma anche valori, aspirazioni e ideologie del tempo, mentre materiali più effimeri, i cosiddetti ephemera, menù, tessere associative, bolli chiudilettera e figurine Liebig, restituiscono una dimensione quotidiana e intima della cultura della neve, mostrando come l’immaginario alpino si riflettesse nella vita privata e nelle pratiche del consumo oltre lo sport.

Tra gli aspetti più suggestivi della mostra emerge il rapporto tra sport invernali e moda, con particolare attenzione a quella femminile. Le copertine delle principali riviste milanesi: Il Secolo XX, Varietas, Ars et Labor e La Lettura, raccontano una profonda rivoluzione nella rappresentazione della donna, che passa da una visione statica e decorativa a una concezione attiva e autonoma. Dai primi anni del Novecento, segnati da gonne lunghe e cappotti pesanti, si giunge rapidamente a un abbigliamento più funzionale: negli anni Venti i pantaloni compaiono sulle copertine disegnate da Piero Bernardini ed Enrico Sacchetti, segnando una svolta non solo stilistica ma anche culturale, in cui il corpo femminile diventa protagonista e la moda da montagna un laboratorio di emancipazione.

Questo processo trova piena espressione nei manifesti e nei cataloghi dei grandi magazzini milanesi, in particolare La Rinascente, che fin dalla fondazione dedica grande attenzione allo sport e al tempo libero con il reparto Gymnasium. Negli anni Venti e Trenta, i cataloghi riservati agli sport invernali offrono non solo abbigliamento e accessori, ma anche consigli pratici per il dilettante, dalla scelta degli sci all’equipaggiamento più adatto. Le iconiche copertine con l’arciere del frontone di Egina, simbolo grafico tratto dalla famosa scultura greca che rappresenta un giovane arciere in tensione muscolare, testimoniano la volontà di costruire un’immagine moderna dello sportivo, fondata su efficienza, eleganza e accessibilità.

L’esposizione dedica infine uno sguardo specifico a Milano, non solo punto di partenza del turismo montano, ma anche città in cui gli sport invernali trovano spazio e diffusione. Le illustrazioni di Achille Beltrame per La Domenica del Corriere raccontano una metropoli capace di accogliere la neve: dall’Arena ghiacciata alle esercitazioni dello Sci Club nel Parco Sempione, fino a feste e manifestazioni invernali che animavano la vita cittadina.

Emblema di questa dimensione urbana è il Palazzo del Ghiaccio di Porta Vittoria, inaugurato nel 1923: all’epoca la più grande pista coperta d’Europa, luogo di svago popolare e sede di eventi internazionali come i campionati mondiali di hockey del 1934. Oggi, pur non ospitando più il pattinaggio, l’edificio resta uno spazio polifunzionale per eventi culturali, mantenendo vivo il legame con la storia sportiva della città.
L’Italia sulla neve non è solo una mostra sugli sport invernali, ma un’indagine sull’immaginario che li ha accompagnati. La montagna diventa stile, esperienza, consumo e identità. In vista delle Olimpiadi 2026, il percorso invita a riflettere su come sport e comunicazione continuino a plasmare il rapporto con il corpo, il paesaggio e il tempo libero.
Informazioni utili
Mostra: "L’Italia sulla neve. Gli italiani e gli sport invernali nei periodici illustrati e nella grafica pubblicitaria dalla Raccolta Bertarelli"
Location: Castello Sforzesco, Salette della Grafica
Date: Dal 19/12/2025 al 22/03/2026
Orari: Da martedì a domenica dalle 10:00 alle 17:30 (ultimo ingresso alle 17:00)
Ingresso libero
Per anni la clean girl aesthetic ha dettato le regole del beauty: pelle luminosa dall’effetto naturale, labbra nude, sopracciglia pettinate, capelli sempre impeccabili. Un’estetica che si presentava come spontanea e senza sforzo, ma che in realtà richiedeva rigore, stratificazioni di prodotti e una cura costante dell’immagine. Celebrità come Hailey Bieber e Sofia Richie ne sono diventate il volto simbolo, consolidando un immaginario fatto di ordine, controllo e standard estetici rigidamente codificati.
Hailey Bieber, estetica clean
Nel 2025 il modello ha raggiunto il suo apice, ma anche il suo limite. Come è successo al clean eating, tendenza alimentare che predilige cibi “puri” e non processati, anche la clean beauty ha iniziato a mostrare le proprie contraddizioni: una terminologia ambigua, una diffidenza spesso immotivata verso gli ingredienti sintetici e un’ossessione per una perfezione tanto desiderata quanto irraggiungibile.
In un contesto in cui le tendenze si susseguono a una velocità senza precedenti, cresce una vera e propria trend fatigue: non si cerca più ciò che è “nuovo”, ma ciò che è autentico e sostenibile a livello emotivo. La bellezza “pulita” non scompare, ma perde la sua funzione normativa, ovvero quella di stabilire standard universali. La pelle non deve apparire impeccabile, ma viva, autentica, reale. E il trucco? Non è più un manuale di istruzioni da seguire, ma un linguaggio personale: uno strumento per esprimere chi siamo, raccontare la nostra identità e dare forma al nostro stile.
Il 2026 consacra il ritorno del messy makeup, un’estetica volutamente imperfetta che rifiuta l’ossessione per il finish perfetto. È uno sguardo sbavato, un blush portato troppo in alto, un rossetto che non segue i contorni. È un trucco che sembra vissuto, non appena applicato.
Jenna Ortega, Getty Images
Personalità come Jenna Ortega o Charli XCX e l’immaginario visivo di Euphoria (Serie americana prodotta da HBO) guidano questa svolta, insieme a una cultura pop che celebra il caos come forma di autenticità. L’eyeliner cola, gli ombretti si sovrappongono senza sfumature pulite, le labbra si scuriscono o si macchiano come dopo una lunga notte di divertimento. Il riferimento principale è il grunge anni ’90, ma filtrato da una nuova consapevolezza: non più protesta politica, bensì stanchezza estetica.
Come sottolinea la make-up artist Lisa Eldridge, il ritorno di questi look è una risposta diretta all’iper-perfezione degli ultimi anni. Il nuovo grunge non è trasandatezza casuale, ma una trascuratezza studiata, decadente, emotiva. Anche le unghie seguono questa logica: colori diversi, sfumature irregolari, nail art che sembra incompleta. Il trucco diventa, quindi, un linguaggio emotivo e non solo decorativo.
Makeup sfilata Ujoh Primavera/Estate 2026, foto di Launchmetrics
Accanto al caos creativo, si afferma la mannequin skin: un incarnato ultra-luminoso e scolpito, definito anche “pelle di porcellana”. A differenza della glass skin coreana, che punta a una luminosità uniforme e diffusa, la mannequin skin lavora per sottrazione e precisione, concentrando la luce in punti strategici del viso: zigomi, punta del naso, arco di Cupido e centro della fronte. Il risultato è una pelle elegante, scolpita e tridimensionale, che valorizza i lineamenti senza annullarli.
Per ottenere questo effetto, diventano centrali i prodotti ibridi tra skincare e make-up, capaci di trattare la pelle mentre la perfezionano. La base si costruisce con fondotinta fluidi e modulabili, applicati in strati sottili solo dove necessario, lasciando intravedere la texture naturale dell’incarnato. Gli illuminanti liquidi o in crema vengono dosati con precisione millimetrica, mentre ciprie impalpabili fissano la base senza spegnerne la lucentezza, mantenendo la pelle fresca e vitale.
L’intensità dell'illuminante è regolabile e adattabile al contesto: discreta e sofisticata di giorno, più marcata e scultorea di sera, quando il volto diventa quasi una superficie riflettente. Grazie a questa estetica, la pelle smette di essere qualcosa da correggere o coprire e diventa una superficie espressiva.
Ombretto bianco, foto di julianaisabel0, Pinterest
Il cuore del beauty 2026 è il colore, inteso come strumento di gioco, sperimentazione e affermazione personale. Dopo anni di nude e minimalismo, il makeup torna visibile, dichiarato, persino eccessivo: blush accesi, labbra bicolore o sfumate, eyeliner grafici, ombretti verdi, lilla e bianchi lattiginosi. In questo contesto, il colore Pantone 2026, Cloud Dancer, gioca un ruolo chiave nell’influenzare le tendenze makeup. Come accade ogni anno, la scelta cromatica di Pantone si riflette anche nel beauty, e questa volta lo fa attraverso un bianco etereo e sospeso, incredibilmente contemporaneo. Cloud Dancer ispira incarnati luminosi, quasi glaciali, palette fredde, riflessi perlati e basi viso soft che dialogano perfettamente con l’estetica della mannequin skin. È il colore che racconta il desiderio di una bellezza più calma, silenziosa, ma non per questo meno espressiva.
Il makeup 2026 ama anche i finish metallici e riflettenti. Lo smokey eye cambia pelle: meno nero compatto, più trasparenze, profondità modulabili e giochi di luce.
Makeup colorato, foto di bee_adey, Pinterest
Sul fronte colore, il ritorno è deciso e senza mezze misure. Passerelle e social media anticipano una palette energica e massimalista: rosso acceso, blu intenso, rosa confetto, verde oliva, senape... Accanto agli accenti pop resistono i toni caldi e bronzei, perfetti per valorizzare l’abbronzatura. Il rosa, in particolare, diventa onnipresente: applicato su gote, palpebre e labbra in look monocromatici che oscillano tra romanticismo e modernità, confermando la blush blindness, ovvero l’uso intenzionalmente generoso del fard come dichiarazione di stile. Ciglia e sopracciglia si trasformano in nuove superfici espressive: illuminate, colorate, arricchite da glitter o micro-riflessi. Anche lo smalto segue la stessa logica di libertà creativa, tra gradienti, texture irregolari e finiture innovative.
Tutto questo rientra nel concetto di Play Power, teorizzato dalla piattaforma di trend forecasting WGSN: truccarsi come atto ludico, sperimentale e identitario. Una libertà visiva che richiama il 2016, l’era dell’esplorazione estetica sui social, ma con una consapevolezza nuova. Oggi, come allora, il trucco è completo, luminoso, talvolta soft-matte, ma non cerca approvazione: parla per chi lo indossa.
Il 2026 segna la fine definitiva della clean girl aesthetic come modello unico di riferimento. La bellezza non è più sinonimo di ordine, discrezione o perfezione: è contaminazione, scelta, libertà.
Che si tratti di uno sguardo grunge con eyeliner sbavato, di una pelle ultra-glow da mannequin skin o di un makeup pop e colorato da Play Power, il messaggio è chiaro: non esiste un modo giusto di truccarsi. Esiste solo quello che racconta chi sei.
Ogni anno Pantone svela il suo Color of the Year: una tonalità che va oltre la pura estetica e diventa una lente attraverso cui leggere il presente e intuire il futuro. Per il 2026 la scelta è ricaduta su PANTONE 11-4201 Cloud Dancer, un bianco morbido, caldo, etereo e arioso. Una nuance sospesa, quasi impalpabile, pensata per rispondere a un’esigenza sempre più urgente del nostro tempo: rallentare, fare silenzio, creare spazio e ricominciare a respirare.
Il Pantone Color of the Year nasce all’interno del Pantone Color Institute, un osservatorio internazionale che ogni anno analizza i cambiamenti culturali, sociali ed estetici del nostro tempo. La scelta non premia l’estetica fine a sé stessa, ma individua la tonalità che meglio interpreta lo spirito del presente, influenzando settori chiave come quello della moda, del design, del beauty, della comunicazione e del retail.
Colori Pantone dal 2023 al 2025
Negli ultimi anni, le scelte di Pantone hanno dato voce a bisogni profondi e collettivi. Viva Magenta (2023) parlava di energia, coraggio e vitalità ritrovate nel periodo post-Covid; Peach Fuzz (2024) evocava delicatezza, empatia e il desiderio di contatto umano; mentre Mocha Mousse (2025) raccontava il bisogno di comfort, stabilità e radicamento.
Con Cloud Dancer, il messaggio cambia direzione: dopo il calore, arriva la luce. Una luce morbida e diffusa che invita a rallentare e respirare, a ritrovare chiarezza e leggerezza. È un richiamo alla sottrazione e all’essenziale, in risposta a un mondo sempre più saturo di stimoli.
Pantone, palette abbinata al colore Cloud Dancer
Definito come un bianco neutro e sublime, Cloud Dancer trasmette una sensazione immediata di calma e serenità. Lattiginoso e impalpabile, si comporta come una tela vuota, pronta ad accogliere nuove visioni e possibilità creative. Secondo Laurie Pressman, vicepresidente del Pantone Color Institute, questa tonalità incarna il desiderio collettivo di un nuovo inizio, favorendo concentrazione, creatività e benessere.
In un contesto dominato da un flusso continuo di stimoli e informazioni, Cloud Dancer si afferma come una dichiarazione consapevole di semplificazione. La sua presenza attenua il rumore di fondo, aiutandoci a ritrovare chiarezza mentale e a riconnetterci con la nostra voce interiore, riducendo l’impatto delle influenze esterne.
La scelta è storica, difatti è la prima volta che viene eletto un bianco come Pantone Color of the Year. Un segnale potente, che ribalta il concetto di assenza di colore trasformandolo in simbolo di rinascita, equilibrio e apertura verso nuove possibilità creative.
Il bianco ha sempre occupato un ruolo centrale nella storia della moda: dalla camicia architettonica di Gianfranco Ferré allo chic essenziale di Gabrielle Chanel, dal cashmere etereo di Laura Biagiotti ai rasi plissé di Madeleine Vionnet.
Il bianco nelle sfilate autunno-inverno 25/26: a sinistra Victoria Beckham, a destra Chanel
Nel 2026, però, il bianco smette di essere espressione di minimalismo e si afferma come vera e propria attitudine. Sulle passerelle e nello street style prende forma attraverso superfici materiche e costruzioni stratificate: maglieria tricot, pullover a trecce, cappotti teddy, piumini candidi, eco-pellicce, denim chiaro e velluto a coste. La forza di Cloud Dancer risiede, infatti, nella sua capacità di valorizzare texture e materiali senza ricorrere a decorazioni superflue: vive di luce, volumi e dettagli.
Il total white diventa così una dichiarazione di stile sofisticata e contemporanea, adatta tanto ai look invernali quanto alle interpretazioni quotidiane: dai knit dress alle camicie over, dai pantaloni morbidi ai jeans chiari.
White Drama di Comme des Garçons primavera-estate 2012
Un riferimento iconico nell’uso del total white nel fashion design è la collezione “White Drama” di Comme des Garçons primavera-estate 2012. In questa sfilata, Rei Kawakubo, fondatrice e direttrice creativa del brand, elevò il bianco a protagonista assoluto, sovvertendo tanto la tradizione estetica giapponese quanto il linguaggio consolidato della sua stessa maison, storicamente fondata su una palette ridotta e dominata dal nero. Tra volumi estremi, stratificazioni e trasparenze, gli abiti evocavano vesti nuziali occidentali, mentre cappelli, veli e acconciature si caricavano di un forte valore simbolico, diventando metafore della complessità dell’identità femminile. Il bianco si faceva così linguaggio poetico e strumento di critica sociale, trasformando la passerella in una riflessione potente sul ruolo della donna e sulle costrizioni imposte dalla società.
Negli ultimi anni, il total white è stato reinterpretato da maison come Alaïa, Dolce & Gabbana, Bottega Veneta, Victoria Beckham, Ralph Lauren e Chanel. Sulle passerelle autunno-inverno 2025-2026, il bianco si è confermato una tendenza forte e preponderante, con maison come Chloé e Chanel che lo hanno interpretato in look total white, stratificati, tattili e profondamente contemporanei.
Gli abbinamenti cromatici suggeriti da Pantone per Cloud Dancer comprendono toni pastello e neutri, capaci di generare variazioni tonali sfumate, armoniose e discrete, fino a contrasti più audaci con colori più intensi, in grado di valorizzarne luminosità e leggerezza.
Villa Savoye, Le Corbusier
Nel design d’interni, il bianco è simbolo di purezza, calma e ordine. Espande gli spazi, diventa sfondo neutro e mette in risalto materiali, texture e accenti cromatici. Architetti come Le Corbusier, Mies van der Rohe e Tadao Ando lo hanno scelto per valorizzare le forme delle loro strutture e creare ambienti armoniosi, rilassanti e senza tempo.
Nell’interior contemporaneo, il bianco si abbina a legno naturale, metalli e superfici tattili, trasformandosi da semplice elemento estetico a vero strumento creativo. I progetti di microliving dimostrano come il total white possa far sembrare più ampi spazi compatti, integrando arredi multifunzionali senza sacrificare stile e comfort.
In questo modo, il bianco diventa un linguaggio espressivo, capace di trasmettere armonia, serenità e modernità, trasformando ogni ambiente in un’oasi di luce e leggerezza.
Cloud Dancer non è solo il colore Pantone 2026: è un manifesto. Un invito a rallentare, respirare e ritrovare equilibrio in un mondo sempre più frenetico. Nella moda come nel design, incarna leggerezza, armonia e autenticità.
Scegliere il bianco significa accogliere semplicità e chiarezza, liberarsi dal superfluo e scovare uno spazio interiore dove concentrarsi su ciò che conta davvero. Pantone non ci indica soltanto cosa indossare o quali palette seguire: ci suggerisce come vogliamo sentirci. E nel 2026, la risposta è chiara: più leggeri, più presenti, più essenziali, facendo della sobrietà un’arte e della luce un’alleata quotidiana.
Fino al 1° febbraio 2026, la Galleria di 10 Corso Como, a Milano, ospita “Bernhard Schobinger. Democracy of Materials”, rassegna che ripercorre i materiali, le tensioni e le collisioni poetiche dell’opera dell’artista svizzero, tra scultura e gioiello contemporaneo.
L’esposizione si inserisce nel percorso di ricerca avviato dalla galleria sul gioiello come medium espressivo. Dopo “Pietro Consagra. Ornamenti” e “Andrea Branzi. Civilizations without jewels have never existed”, la mostra conclude una trilogia dedicata al significato e al valore dell’ornamento in dialogo tra arti visive, architettura e design.
Realizzata in collaborazione con la galleria Martina Simeti, la rassegna riunisce sculture e opere-gioiello dalla seconda metà degli anni Settanta a oggi, organizzate in un percorso scandito da isole tematiche. Linee curve e spezzate, contrasti e assonanze accompagnano il visitatore in una sorta di psicogeografia espositiva: un itinerario non lineare, costruito per libere associazioni, che privilegia l’esperienza percettiva e mentale rispetto a una lettura cronologica. Il riferimento è ai viaggi narrati da W. G. Sebald in Anelli di Saturno, un libro in cui paesaggio, memoria e riflessione storica si intrecciano in un flusso continuo, influenzando profondamente l’immaginario e la poetica di Schobinger.
Under Water Car Collection (2023), Bernhard Schobinger
Nato a Zurigo nel 1946, Bernhard Schobinger si forma alla Scuola di Arti Applicate e completa un apprendistato come orafo, aprendo nel 1968 il proprio studio-galleria a Richterswil. Fin dagli esordi mette in crisi le categorie tradizionali dell’oreficeria: il gioiello non è più solo ornamento o simbolo di lusso, ma diventa oggetto di pensiero, entità autonoma e dalla funzione ambigua. Nelle sue opere convivono il rigore formale della Concrete Art svizzera, l’eredità modernista e le istanze anarchiche e punk degli anni Settanta e Ottanta, oltre a una costante tensione verso la rottura dei codici formali e dei valori materiali. La sua estetica si fonda su contrasti radicali: metalli nobili e pietre preziose dialogano con oggetti comuni, come frammenti di vetro, forbici, ami da pesca e spille da balia, in una pratica che richiama la cultura dell’objet trouvé e ne amplifica la valenza etica e politica. Questa dialettica tra alto e basso, prezioso e ordinario, non è mai decorativa: scardina le gerarchie materiali e restituisce agli oggetti una memoria fatta di uso, consumo e abbandono. In mostra, opere come Under Water Car Collection (2023), collier composto da piccole automobili recuperate dal fondo del lago di Zurigo, o Ballet of Snails (2020), collana realizzata con conchiglie di Okinawa e lacci per scarpe, mostrano come bellezza, precarietà e poesia convivano in ogni oggetto ritrovato e trasformato dalla mano dell’artista.
Bernhard Schobinger. Democracy of Materials - 10 Corso Como
Curata da Alessio de’ Navasques, l’esposizione si configura come un percorso non lineare attraverso la produzione di Schobinger. Il titolo Democracy of Materials esprime una visione in cui ogni materiale possiede pari dignità narrativa, indipendentemente dal suo valore economico o simbolico.
Il gioiello diventa così un campo di sperimentazione in cui il confine con l’opera d’arte si dissolve. La poetica di Schobinger si fonda sulla decostruzione: frammenti, torsioni, tagli e innesti inattesi animano un lavoro guidato da un procedere dichiaratamente “contro il metodo”.
Lo spettatore si trova faccia a faccia con opere che mettono in crisi la presunta coerenza tra costruzione e funzione: pezzi indossabili convivono con oggetti che, pur richiamando il gioiello, rifiutano il corpo. È il caso di Mermaid’s Wedding (2020), collana composta da ami e attrezzi da pesca, o di Untitled (2025), collana realizzata con forbici unite tra loro, dove il gesto potenzialmente pericoloso si trasforma in simbolo.
Per Schobinger, il valore non risiede nella lucentezza o nella rarità, ma nella capacità dell’opera di evocare significati, memorie e interrogativi: un’energia intrinseca che trascende la materia e ne sovverte l’uso.
Bernhard Schobinger. Democracy of Materials - 10 Corso Como
Nel percorso espositivo emerge una tensione costante tra memoria e rinnovamento. Materiali industriali, oggetti ritrovati e pietre preziose dialogano con la storia personale dell’artista e con la Zurigo dagli anni Settanta in poi, segnata da trasformazioni culturali, politiche e sociali.
La poetica di Schobinger non è mai neutra: è il riflesso di un pensiero critico sul consumo, sulle gerarchie del valore e sulla funzione stessa dell’arte, che qui si configura come laboratorio aperto di sperimentazione continua. La mostra non si limita a presentare un corpus di opere, ma invita a ripensare il modo in cui guardiamo e attribuiamo valore agli oggetti della nostra quotidianità.
L’esposizione si rivela, nonostante la sua brevità, intensa e suggestiva. All’uscita, vale la pena soffermarsi nello store della galleria per sfogliare una curata selezione di riviste di moda, design e arte, oppure concedersi una pausa al caffè, immersi nell’architettura iconica di 10 Corso Como, dove la natura disegna un’oasi di quiete lontana dalla frenesia urbana. Da qui, una passeggiata tra le geometrie moderne di piazza Gae Aulenti o una deviazione tra i profumi e i colori di Chinatown, con mochi e bubble tea in mano, completano l’esperienza, aggiungendo una nota di gusto e leggerezza.
Informazioni utili
Mostra: Bernhard Schobinger. Democracy of Materials
Sede: Galleria 10 Corso Como, Milano
Date: 12 dicembre 2025 – 1 febbraio 2026
Orari: Tutti i giorni dalle 10.30 alle 19.30
Ingresso libero
A cura di Anna Olivo
Milano, capitale dell’eleganza contemporanea, ospita negli spazi di Armani/Silos la mostra “Giorgio Armani Privé 2005-2025. Vent’anni di Alta Moda”, un’esposizione monumentale, curata personalmente da Giorgio Armani, che ripercorre due decenni di Haute Couture attraverso un racconto immersivo, coerente e profondamente sensoriale. Dopo vent’anni di sfilate parigine, le creazioni Giorgio Armani Privé arrivano a Milano e trovano spazio all’interno di Armani/Silos, offrendo al pubblico la possibilità di osservarle da vicino, fuori dal contesto della passerella, nella loro dimensione più concreta e artigianale. Un’occasione rara per avvicinarsi a un universo solitamente riservato a pochi, in cui l’abito si rivela nella sua costruzione, nei materiali e nella precisione del gesto sartoriale.
Presentata per la prima volta nel 2005 a Parigi, capitale della Haute Couture, la collezione Giorgio Armani Privé nasce come espressione di una moderna creatività; una linea complementare e alternativa al prêt-à-porter, accomunata dalla ricerca di una sigla stilistica lineare ed elegante. L’Haute Couture, letteralmente “alta sartoria”, incarna il vertice dell’eccellenza artigianale: creazioni uniche, realizzate su misura con materiali preziosi e lavorazioni interamente manuali, destinate a una clientela esclusiva e sottoposte alle rigorose regole della tradizione parigina. Ogni capo è il risultato di centinaia di ore di lavoro, tra ricami minuziosi, applicazioni complesse e tessuti di lusso. In questo contesto, Armani sperimenta senza mai perdere il controllo della forma, ampliando l’orizzonte creativo e declinando la propria idea di eleganza in una dimensione più libera e visionaria. Linee pure, volumi calibrati e materiali nobili definiscono un’estetica riconoscibile e senza tempo, in cui rigore e poesia visiva convivono in perfetto equilibrio. Ricami gioiello, perline, paillettes, pietre preziose, tessuti cangianti e organze impalpabili danno vita a capi che evocano atmosfere lontane, suggestioni orientali e il fascino magnetico delle notti hollywoodiane.

Il percorso espositivo si dispiega lungo l’intera superficie di Armani/Silos come un’antologia visiva delle collezioni couture della maison. Gli abiti, selezionati dallo stesso Armani, sono disposti in una sequenza che evidenzia un linguaggio in continua evoluzione, ma sempre fedele ai principi fondativi del brand. La luce assume un ruolo centrale nella narrazione: una luminosità perlacea e quasi lunare avvolge le creazioni, accarezza le superfici, enfatizza i dettagli rendendo la materia protagonista assoluta. Manichini neri, essenziali e neutri, si fanno presenze quasi invisibili, capaci di scomparire per lasciar emergere colori, texture e volumi, fulcro visivo dell’allestimento.
Accanto agli abiti emergono accessori concepiti come vere e proprie sculture: borse gioiello, orecchini simili a minuscole costellazioni e copricapi di raffinata complessità, che ampliano e arricchiscono il racconto couture. Alcuni capi sono collocati su pedane girevoli, che ne consentono una visione a 360 gradi, permettendo di apprezzarne pienamente la tridimensionalità, la fluidità dei tessuti e il dialogo costante con la luce, restituendo così una percezione dinamica, prossima a quella della passerella. Altri sono inseriti in scenografie più intime, piccoli teatri silenziosi che mettono in evidenza la straordinaria maestria degli atelier Armani.

L’esperienza è amplificata da una cura attenta dei dettagli sensoriali. Lo spazio è avvolto dalla fragranza Bois d’Encens, emblema della collezione ARMANI/PRIVÉ Haute Couture Fragrances, mentre una colonna sonora originale firmata da L’Antidote accompagna il visitatore lungo l’intero percorso, rafforzando l’atmosfera sospesa e contemplativa della mostra. Nelle collezioni di Alta Moda, Giorgio Armani esprime la sua visione più libera dello stile e dell’eleganza attraverso l’arte dell’artigianalità e del savoir-faire, un territorio creativo senza limiti in cui grazia e rigore, fantasia e concretezza convivono in equilibrio. “Giorgio Armani Privé 2005-2025. Vent’anni di Alta Moda” è un’occasione preziosa per esplorare da vicino uno dei capitoli più raffinati della moda contemporanea e per comprendere come l’Alta Moda non appartenga a un’epoca, ma a una dimensione culturale ed estetica senza tempo.
Mostra: Giorgio Armani Privé 2005-2025. Vent’anni di Alta Moda
Location: Armani/Silos, Milano
Date: Dal 21 maggio 2025 al 3 maggio 2026
Per maggiori informazioni visitare il sito: www.armanisilos.com
Crediti fotografici: Delfino Sisto Legnani
Esiste un colore che oggi percepiamo come innocuo e frivolo, simbolo di tutto ciò che è tenero e delicato. Nell’immaginario contemporaneo il rosa rimanda subito a Barbie, alle camerette delle bambine, ai fiocchi di nascita e a un intero repertorio di stereotipi. Questa visione, però, tradisce una storia molto più ricca. Per secoli il rosa è stato un colore forte, energico, persino impetuoso, lontanissimo dall’immagine addomesticata che gli attribuiamo oggi. La storia dei colori, che spesso consideriamo ovvia, è invece un viaggio affascinante tra simboli, marketing e rivoluzioni culturali.
Dal Rinascimento fino all’Ottocento, il rosa era considerato una sfumatura più delicata del rosso. Derivava infatti dagli stessi pigmenti: le costose lacche di cocciniglia e kermes e per questo conservava un alto valore economico e simbolico. Oltre a esprimere ricchezza, il rosa ereditava dal rosso i significati di energia, vitalità e slancio. Queste qualità, associate al mondo maschile, lo rendevano poco adatto a rappresentare l’idea di femminilità dell’epoca, affidata invece al blu. Quest’ultimo evocava calma, purezza e spiritualità: non sorprende quindi che, nell’iconografia cristiana, il velo della Madonna sia quasi sempre blu, simbolo della sua devozione e integrità.

“The Woolaston White Children”, George Romney, ca. 1780
Vale la pena ricordare che queste associazioni riguardavano soprattutto gli adulti. Nell’infanzia, infatti, il colore non aveva ancora un ruolo simbolico: bambine e bambini indossavano abiti bianchi o tinte pastello, prediletti perché più facili da smacchiare.
Le cromie parlavano più della condizione economica delle famiglie che dell’identità personale. Solo più tardi le nuance avrebbero iniziato a comunicare qualcosa sulle aspettative rivolte ai piccoli, contribuendo gradualmente alla costruzione dei significati che conosciamo oggi.
L’inversione rosa–blu matura tra Ottocento e Novecento. Come ricorda Stefania Lorenzini nel saggio “Il colore rosa. Potere e problemi di un simbolo del femminile”, è proprio nel XIX secolo che iniziano le prime attribuzioni culturali dei colori al genere; solo nel secondo dopoguerra, però, avviene la vera svolta.
Negli anni Cinquanta il mercato esplode: il modo di vivere americano diventa modello globale, i consumi domestici crescono e il baby boom crea un esercito di nuovi clienti. In questo contesto il marketing fiuta un’occasione d’oro: se bambini e bambine vengono percepiti come diversi, allora potranno, e dovranno, desiderare prodotti diversi. Il colore diventa lo strumento più immediato per separarli, segmentare il mercato e moltiplicare le vendite. Dopo un’attenta analisi dei gusti dei consumatori, il rosa viene associato alle bambine e il blu ai bambini, facilitando la distinzione visiva dei prodotti e permettendo alle aziende di creare due linee separate invece di una sola, costruendo fin dalla nascita una vera e propria identità cromatica.
Quando Barbie debutta nel 1959, trova già un immaginario pronto ad accoglierla. Non è lei a creare il rosa “da femmina”, piuttosto ne potenzia la forza simbolica diffondendolo. In poco tempo, il rosa smette di essere una semplice tinta e diventa un vero e proprio segno di appartenenza, un’estetica riconoscibile e onnipresente.
A partire da questo momento il rosa diventa un codice, un segno politico, culturale e sociale. Compare ovunque: nei percorsi ospedalieri dedicati alle donne vittime di violenza, nella letteratura rosa degli anni Settanta, nelle cosiddette “quote rosa”, che spesso appaiono più come concessioni simboliche che come reali strumenti di parità. È un colore carico di significati, stratificato e controverso, capace di rappresentare tanto l’imposizione quanto la rivolta.
Women’s March contro Trump, 2017
Negli ultimi anni questa cromia ha trovato nuove strade: dai cappelli delle manifestanti della Women’s March contro Trump nel 2017 ai cortei globali dell’8 marzo, si è trasformato in uno strumento di visibilità e resistenza. Non è più solo un colore che incasella o limita, ma una vera e propria bandiera di rivendicazione, capace di sfidare stereotipi radicati e di affermare con forza la presenza delle donne nella società. In questo modo il rosa diventa un linguaggio visivo, un mezzo per raccontare storie di emancipazione, lotta e riappropriazione, dimostrando che un colore può farsi portavoce di cambiamento.
Valentino fall/winter 2022
Il rosa non riflette solo il genere, ma racconta anche i momenti storici. La sua presenza nelle tendenze di moda, nelle scelte Pantone e nelle palette delle collezioni dei grandi brand non è mai casuale. Nei periodi di incertezza o di profonde trasformazioni socio-culturali, il rosa ritorna con forza, come se volesse illuminare il contesto circostante. Non si limita a essere un elemento decorativo: diventa un autentico antidoto al grigiore dei tempi, capace di evocare rinascita, speranza e vitalità. La sua capacità di attraversare le crisi senza venirne sopraffatto, di adattarsi e al tempo stesso di riflettere le tensioni sociali, lo rende un vero e proprio indicatore dello zeitgeist. In ogni sfumatura, il rosa racconta cambiamenti culturali, dinamiche di potere, desideri e paure collettive: un colore che, più di molti altri, sa leggere e interpretare la società in continua evoluzione.
Oggi le nuove generazioni stanno progressivamente superando i tradizionali schemi di genere, concepiti come binari rigidi e immutabili. Il rosa non è più automaticamente femminile, né il blu esclusivamente maschile: sempre più spesso emergono scelte cromatiche personali, combinazioni inedite e un crescente interesse per tonalità considerate “neutre”, come il verde o il giallo. Questo cambiamento riflette la diffusione di nuovi strumenti culturali, un accesso più ampio a informazioni e rappresentazioni capaci di mettere in discussione le norme consolidate, oltre a una maggiore attenzione all’autodeterminazione e all’espressione individuale, mostrando che l’identità non può essere incasellata in codici cromatici rigidi.
Proprio per questo diventa evidente la necessità di liberare i colori dai ruoli di genere che la società ha loro imposto. La dolcezza non è rosa, così come la virilità non è blu. Emozioni, attitudini e competenze appartengono alle persone e non possono essere ridotte a una tinta. La tradizionale divisione tra rosa e blu, consolidata per decenni dalle convenzioni sociali e dal marketing, perde progressivamente rilevanza, lasciando spazio a una visione più fluida e inclusiva, in cui i colori diventano strumenti di espressione e creatività personale, capaci di raccontare identità senza stereotipi né imposizioni. In questo senso, il rosa continua a raccontare storie di emancipazione, ma lo fa non come limite imposto, bensì come scelta libera e consapevole, aprendo la strada a un mondo in cui i colori parlano delle persone e non dei ruoli.

Nel 2024 il colore dell'anno scelto da Pantone è stato proprio una tonalità di rosa: il Peach Fuzz
Il rosa continua a sorprendere: contraddittorio, simbolico, amato e odiato allo stesso tempo. È un colore che ci invita a guardarlo con occhi sempre nuovi. Dietro ogni scelta cromatica, nella moda, nel design e soprattutto nel marketing, si nasconde una decisione consapevole, un messaggio implicito. Rosa e blu sono forse i colori più stigmatizzati, segnati da decenni di stereotipi. Ma, in realtà, nessun colore è neutro: ognuno porta con sé un peso, una storia, un’eco culturale.
Non è una questione di giocattoli o tendenze; è il riflesso della cultura che costruiamo ogni giorno, dei codici che accettiamo, sfidiamo e riscriviamo. Forse il vero potere dei colori sta proprio qui: nella libertà di sceglierli, mescolarli e reinventarli, trasformando un semplice pigmento in un linguaggio capace di raccontare chi siamo, a modo nostro.
Nel 2025 il gotico non è più un retaggio underground né un revival nostalgico: è il linguaggio emotivo del presente. In un mondo instabile, veloce e caotico, cresce la necessità di ritrovare spazi interiori dove rallentare, respirare e dare forma al disagio crescente. L’oscurità, da sempre rifugio nei momenti difficili, smette di essere una minaccia e diventa un luogo dove la bellezza assume densità nuove e i contrasti rivelano ciò che la luce spesso nasconde. Oggi il ritorno del goth - o dark, come viene chiamato in Italia - attraversa moda, cinema, musica e lifestyle con una naturalezza sorprendente.
Nato a Londra verso la fine degli anni ’70, lo stile gotico fonde l’urgenza punk con la teatralità del glam rock, ereditando dal primo il DIY e l’erotismo e dal secondo il gusto per una bellezza sovrannaturale e drammatica. I goth del tempo possono essere considerati gli ultimi romantici del Novecento: i loro riferimenti culturali erano la cupezza vittoriana, l’arte gotica e neogotica, il culto della morte del Romanticismo e le vamp hollywoodiane come Theda Bara, prima icona dell’oscurità sul grande schermo. Da questo mix nasce un linguaggio visivo immediatamente riconoscibile: gonne ampie e corsetti in pelle o PVC, ruches e volant ereditati dal New Romantic, croci e catene, contrasti cromatici taglienti con il nero come dichiarazione identitaria; incarnati diafani, trucco drammatico, combat boots e capelli neri come il carbone. Un immaginario potente, in grado di attraversare decenni senza perdere intensità.
Ann Demeulemeester F/W 25-26
Negli anni ’90 la sottocultura si ramifica: i cyber goth guardano al futuro tra rave e fantascienza, mentre i gothabilly celebrano le pin-up degli anni ’50 in chiave dark e ironica.
Anche quando l’interesse pubblico sembra diminuire, il goth non scompare, ma continua a vivere come codice sotterraneo, attitudine e fonte di ispirazione per la moda più colta. Basti pensare alle forme cupe e disciplinate di Alexander McQueen, al nero strutturale di Yohji Yamamoto, al romanticismo tagliente di Ann Demeulemeester o alle visioni radicali di Rick Owens e John Galliano. Non estetiche “a tema”, ma poetiche: dimostrazioni che il dark è un linguaggio espressivo, non una moda passeggera.
Il goth contemporaneo si declina anche nella “dark academia”, estetica molto amata sui social: un mix di romanticismo decadente e stile preppy intellettuale, che romanticizza la malinconia trasformando l’oscurità in cultura, ricerca ed estetica.
Il dark è tornato a far parlare di sé perché è in grado di comprendere e manifestare le nostre inquietudini. Il cinema ne amplifica il ritorno, dal Nosferatu di Robert Eggers al Frankenstein di Guillermo del Toro, fino al nuovo Dracula di Luc Besson; ma è soprattutto il pubblico a ristabilire un legame con l’ombra. Le nuove icone non nascono in club nascosti, ma sui red carpet e sui social: Jenna Ortega, Billie Eilish, Mariacarla Boscono, sono figure che oscillano tra vulnerabilità e potenza, tra introspezione e presenza scenica, incarnando perfettamente gli archetipi goth.
Nel film di Besson il vampiro torna ad essere un aristocratico tragico, simbolo del dolore e del desiderio eterno. Dracula – L’amore perduto mette in scena un romanticismo barocco, dove il vampiro non è un mostro ma un’icona della perdita e dell’ossessione. I costumi firmati da Corinne Bruand trasformano il personaggio in un dandy decadente: velluti lucidi, corsetti scolpiti, pizzi neri e dettagli rosso sangue. Qui le tenebre diventano teatro e la seduzione un linguaggio visivo.

Eggers reinterpreta Nosferatu affidandosi ai costumi di Linda Muir, che trasformano la decadenza in pura poesia. Niente glamour, niente lucentezza: solo lane ruvide, pelli invecchiate, pellicce consunte e tonalità che assorbono la luce. Orlok non indossa abiti, ma la sua stessa decomposizione; ogni piega diventa racconto, ogni toppa un frammento di tempo. Il film porta il gotico alle radici: non serve a sedurre, ma a inquietare.

Del Toro reinventa il gotico dirigendolo verso la fragilità e facendone un linguaggio di empatia. La Creatura interpretata da Jacob Elordi diventa simbolo della vulnerabilità contemporanea: un corpo imperfetto, cucito, dissonante, che che rivela la bellezza nascosta dell’errore umano. La moda avant-garde, da anni, ha fatto propria questa estetica: silhouette disarmoniche, volumi deformati, materiali irregolari, trucco cadaverico. Frankenstein porta in scena un gotico empatico che commuove invece di terrorizzare.

Il dialogo tra cinema e moda è ormai consolidato. Le collezioni Autunno/Inverno 2025-26 mostrano cappotti-mantello, corsetti strutturati, silhouette allungate e materiali sensoriali. Da Alexander McQueen a Simone Rocha, fino all’eleganza decostruita di Ann Demeulemeester e Rick Owens, l’oscurità è tornata mainstream.
Definire “cos’è” gotico nel 2025 è quasi impossibile: gli anni delle sottoculture rigidamente codificate sono finiti. Il gotico moderno celebra l’intensità, non parla di mostri, ma di esseri umani.
È il linguaggio scelto da moda e cinema per raccontare un mondo stanco di superficialità; oggi il dark è una sensibilità, un’attitude, una lente con cui guardare il mondo. È un abito nero che diventa dichiarazione emotiva, un trucco che accentua l’ombra invece di nasconderla, una scelta estetica che abbraccia stranezza, malinconia e profondità.
Il goth è la sposa spettrale in passerella, la purezza diafana di un look total black, le silhouette scolpite nel buio, i richiami all’occulto e al mito. Celebra l’oscurità non come fuga, ma come riconoscimento di tutto ciò che è fragile, intenso, segreto. Nel 2025, l’ombra non è più semplicemente un rifugio: è uno spazio dove l’anima si rivela nelle sue sfumature più profonde, delicate e inaspettate.
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