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Laureata in Fashion Design presso l’Istituto Marangoni di Milano, scrive di arte, moda e costume con uno sguardo curioso e contemporaneo. Indaga i linguaggi estetici e culturali del presente, muovendosi tra ricerca visiva, stile e immaginario collettivo.
Per anni la clean girl aesthetic ha dettato le regole del beauty: pelle luminosa dall’effetto naturale, labbra nude, sopracciglia pettinate, capelli sempre impeccabili. Un’estetica che si presentava come spontanea e senza sforzo, ma che in realtà richiedeva rigore, stratificazioni di prodotti e una cura costante dell’immagine. Celebrità come Hailey Bieber e Sofia Richie ne sono diventate il volto simbolo, consolidando un immaginario fatto di ordine, controllo e standard estetici rigidamente codificati.
Hailey Bieber, estetica clean
Nel 2025 il modello ha raggiunto il suo apice, ma anche il suo limite. Come è successo al clean eating, tendenza alimentare che predilige cibi “puri” e non processati, anche la clean beauty ha iniziato a mostrare le proprie contraddizioni: una terminologia ambigua, una diffidenza spesso immotivata verso gli ingredienti sintetici e un’ossessione per una perfezione tanto desiderata quanto irraggiungibile.
In un contesto in cui le tendenze si susseguono a una velocità senza precedenti, cresce una vera e propria trend fatigue: non si cerca più ciò che è “nuovo”, ma ciò che è autentico e sostenibile a livello emotivo. La bellezza “pulita” non scompare, ma perde la sua funzione normativa, ovvero quella di stabilire standard universali. La pelle non deve apparire impeccabile, ma viva, autentica, reale. E il trucco? Non è più un manuale di istruzioni da seguire, ma un linguaggio personale: uno strumento per esprimere chi siamo, raccontare la nostra identità e dare forma al nostro stile.
Il 2026 consacra il ritorno del messy makeup, un’estetica volutamente imperfetta che rifiuta l’ossessione per il finish perfetto. È uno sguardo sbavato, un blush portato troppo in alto, un rossetto che non segue i contorni. È un trucco che sembra vissuto, non appena applicato.
Jenna Ortega, Getty Images
Personalità come Jenna Ortega o Charli XCX e l’immaginario visivo di Euphoria (Serie americana prodotta da HBO) guidano questa svolta, insieme a una cultura pop che celebra il caos come forma di autenticità. L’eyeliner cola, gli ombretti si sovrappongono senza sfumature pulite, le labbra si scuriscono o si macchiano come dopo una lunga notte di divertimento. Il riferimento principale è il grunge anni ’90, ma filtrato da una nuova consapevolezza: non più protesta politica, bensì stanchezza estetica.
Come sottolinea la make-up artist Lisa Eldridge, il ritorno di questi look è una risposta diretta all’iper-perfezione degli ultimi anni. Il nuovo grunge non è trasandatezza casuale, ma una trascuratezza studiata, decadente, emotiva. Anche le unghie seguono questa logica: colori diversi, sfumature irregolari, nail art che sembra incompleta. Il trucco diventa, quindi, un linguaggio emotivo e non solo decorativo.
Makeup sfilata Ujoh Primavera/Estate 2026, foto di Launchmetrics
Accanto al caos creativo, si afferma la mannequin skin: un incarnato ultra-luminoso e scolpito, definito anche “pelle di porcellana”. A differenza della glass skin coreana, che punta a una luminosità uniforme e diffusa, la mannequin skin lavora per sottrazione e precisione, concentrando la luce in punti strategici del viso: zigomi, punta del naso, arco di Cupido e centro della fronte. Il risultato è una pelle elegante, scolpita e tridimensionale, che valorizza i lineamenti senza annullarli.
Per ottenere questo effetto, diventano centrali i prodotti ibridi tra skincare e make-up, capaci di trattare la pelle mentre la perfezionano. La base si costruisce con fondotinta fluidi e modulabili, applicati in strati sottili solo dove necessario, lasciando intravedere la texture naturale dell’incarnato. Gli illuminanti liquidi o in crema vengono dosati con precisione millimetrica, mentre ciprie impalpabili fissano la base senza spegnerne la lucentezza, mantenendo la pelle fresca e vitale.
L’intensità dell'illuminante è regolabile e adattabile al contesto: discreta e sofisticata di giorno, più marcata e scultorea di sera, quando il volto diventa quasi una superficie riflettente. Grazie a questa estetica, la pelle smette di essere qualcosa da correggere o coprire e diventa una superficie espressiva.
Ombretto bianco, foto di julianaisabel0, Pinterest
Il cuore del beauty 2026 è il colore, inteso come strumento di gioco, sperimentazione e affermazione personale. Dopo anni di nude e minimalismo, il makeup torna visibile, dichiarato, persino eccessivo: blush accesi, labbra bicolore o sfumate, eyeliner grafici, ombretti verdi, lilla e bianchi lattiginosi. In questo contesto, il colore Pantone 2026, Cloud Dancer, gioca un ruolo chiave nell’influenzare le tendenze makeup. Come accade ogni anno, la scelta cromatica di Pantone si riflette anche nel beauty, e questa volta lo fa attraverso un bianco etereo e sospeso, incredibilmente contemporaneo. Cloud Dancer ispira incarnati luminosi, quasi glaciali, palette fredde, riflessi perlati e basi viso soft che dialogano perfettamente con l’estetica della mannequin skin. È il colore che racconta il desiderio di una bellezza più calma, silenziosa, ma non per questo meno espressiva.
Il makeup 2026 ama anche i finish metallici e riflettenti. Lo smokey eye cambia pelle: meno nero compatto, più trasparenze, profondità modulabili e giochi di luce.
Makeup colorato, foto di bee_adey, Pinterest
Sul fronte colore, il ritorno è deciso e senza mezze misure. Passerelle e social media anticipano una palette energica e massimalista: rosso acceso, blu intenso, rosa confetto, verde oliva, senape... Accanto agli accenti pop resistono i toni caldi e bronzei, perfetti per valorizzare l’abbronzatura. Il rosa, in particolare, diventa onnipresente: applicato su gote, palpebre e labbra in look monocromatici che oscillano tra romanticismo e modernità, confermando la blush blindness, ovvero l’uso intenzionalmente generoso del fard come dichiarazione di stile. Ciglia e sopracciglia si trasformano in nuove superfici espressive: illuminate, colorate, arricchite da glitter o micro-riflessi. Anche lo smalto segue la stessa logica di libertà creativa, tra gradienti, texture irregolari e finiture innovative.
Tutto questo rientra nel concetto di Play Power, teorizzato dalla piattaforma di trend forecasting WGSN: truccarsi come atto ludico, sperimentale e identitario. Una libertà visiva che richiama il 2016, l’era dell’esplorazione estetica sui social, ma con una consapevolezza nuova. Oggi, come allora, il trucco è completo, luminoso, talvolta soft-matte, ma non cerca approvazione: parla per chi lo indossa.
Il 2026 segna la fine definitiva della clean girl aesthetic come modello unico di riferimento. La bellezza non è più sinonimo di ordine, discrezione o perfezione: è contaminazione, scelta, libertà.
Che si tratti di uno sguardo grunge con eyeliner sbavato, di una pelle ultra-glow da mannequin skin o di un makeup pop e colorato da Play Power, il messaggio è chiaro: non esiste un modo giusto di truccarsi. Esiste solo quello che racconta chi sei.
Ogni anno Pantone svela il suo Color of the Year: una tonalità che va oltre la pura estetica e diventa una lente attraverso cui leggere il presente e intuire il futuro. Per il 2026 la scelta è ricaduta su PANTONE 11-4201 Cloud Dancer, un bianco morbido, caldo, etereo e arioso. Una nuance sospesa, quasi impalpabile, pensata per rispondere a un’esigenza sempre più urgente del nostro tempo: rallentare, fare silenzio, creare spazio e ricominciare a respirare.
Il Pantone Color of the Year nasce all’interno del Pantone Color Institute, un osservatorio internazionale che ogni anno analizza i cambiamenti culturali, sociali ed estetici del nostro tempo. La scelta non premia l’estetica fine a sé stessa, ma individua la tonalità che meglio interpreta lo spirito del presente, influenzando settori chiave come quello della moda, del design, del beauty, della comunicazione e del retail.
Colori Pantone dal 2023 al 2025
Negli ultimi anni, le scelte di Pantone hanno dato voce a bisogni profondi e collettivi. Viva Magenta (2023) parlava di energia, coraggio e vitalità ritrovate nel periodo post-Covid; Peach Fuzz (2024) evocava delicatezza, empatia e il desiderio di contatto umano; mentre Mocha Mousse (2025) raccontava il bisogno di comfort, stabilità e radicamento.
Con Cloud Dancer, il messaggio cambia direzione: dopo il calore, arriva la luce. Una luce morbida e diffusa che invita a rallentare e respirare, a ritrovare chiarezza e leggerezza. È un richiamo alla sottrazione e all’essenziale, in risposta a un mondo sempre più saturo di stimoli.
Pantone, palette abbinata al colore Cloud Dancer
Definito come un bianco neutro e sublime, Cloud Dancer trasmette una sensazione immediata di calma e serenità. Lattiginoso e impalpabile, si comporta come una tela vuota, pronta ad accogliere nuove visioni e possibilità creative. Secondo Laurie Pressman, vicepresidente del Pantone Color Institute, questa tonalità incarna il desiderio collettivo di un nuovo inizio, favorendo concentrazione, creatività e benessere.
In un contesto dominato da un flusso continuo di stimoli e informazioni, Cloud Dancer si afferma come una dichiarazione consapevole di semplificazione. La sua presenza attenua il rumore di fondo, aiutandoci a ritrovare chiarezza mentale e a riconnetterci con la nostra voce interiore, riducendo l’impatto delle influenze esterne.
La scelta è storica, difatti è la prima volta che viene eletto un bianco come Pantone Color of the Year. Un segnale potente, che ribalta il concetto di assenza di colore trasformandolo in simbolo di rinascita, equilibrio e apertura verso nuove possibilità creative.
Il bianco ha sempre occupato un ruolo centrale nella storia della moda: dalla camicia architettonica di Gianfranco Ferré allo chic essenziale di Gabrielle Chanel, dal cashmere etereo di Laura Biagiotti ai rasi plissé di Madeleine Vionnet.
Il bianco nelle sfilate autunno-inverno 25/26: a sinistra Victoria Beckham, a destra Chanel
Nel 2026, però, il bianco smette di essere espressione di minimalismo e si afferma come vera e propria attitudine. Sulle passerelle e nello street style prende forma attraverso superfici materiche e costruzioni stratificate: maglieria tricot, pullover a trecce, cappotti teddy, piumini candidi, eco-pellicce, denim chiaro e velluto a coste. La forza di Cloud Dancer risiede, infatti, nella sua capacità di valorizzare texture e materiali senza ricorrere a decorazioni superflue: vive di luce, volumi e dettagli.
Il total white diventa così una dichiarazione di stile sofisticata e contemporanea, adatta tanto ai look invernali quanto alle interpretazioni quotidiane: dai knit dress alle camicie over, dai pantaloni morbidi ai jeans chiari.
White Drama di Comme des Garçons primavera-estate 2012
Un riferimento iconico nell’uso del total white nel fashion design è la collezione “White Drama” di Comme des Garçons primavera-estate 2012. In questa sfilata, Rei Kawakubo, fondatrice e direttrice creativa del brand, elevò il bianco a protagonista assoluto, sovvertendo tanto la tradizione estetica giapponese quanto il linguaggio consolidato della sua stessa maison, storicamente fondata su una palette ridotta e dominata dal nero. Tra volumi estremi, stratificazioni e trasparenze, gli abiti evocavano vesti nuziali occidentali, mentre cappelli, veli e acconciature si caricavano di un forte valore simbolico, diventando metafore della complessità dell’identità femminile. Il bianco si faceva così linguaggio poetico e strumento di critica sociale, trasformando la passerella in una riflessione potente sul ruolo della donna e sulle costrizioni imposte dalla società.
Negli ultimi anni, il total white è stato reinterpretato da maison come Alaïa, Dolce & Gabbana, Bottega Veneta, Victoria Beckham, Ralph Lauren e Chanel. Sulle passerelle autunno-inverno 2025-2026, il bianco si è confermato una tendenza forte e preponderante, con maison come Chloé e Chanel che lo hanno interpretato in look total white, stratificati, tattili e profondamente contemporanei.
Gli abbinamenti cromatici suggeriti da Pantone per Cloud Dancer comprendono toni pastello e neutri, capaci di generare variazioni tonali sfumate, armoniose e discrete, fino a contrasti più audaci con colori più intensi, in grado di valorizzarne luminosità e leggerezza.
Villa Savoye, Le Corbusier
Nel design d’interni, il bianco è simbolo di purezza, calma e ordine. Espande gli spazi, diventa sfondo neutro e mette in risalto materiali, texture e accenti cromatici. Architetti come Le Corbusier, Mies van der Rohe e Tadao Ando lo hanno scelto per valorizzare le forme delle loro strutture e creare ambienti armoniosi, rilassanti e senza tempo.
Nell’interior contemporaneo, il bianco si abbina a legno naturale, metalli e superfici tattili, trasformandosi da semplice elemento estetico a vero strumento creativo. I progetti di microliving dimostrano come il total white possa far sembrare più ampi spazi compatti, integrando arredi multifunzionali senza sacrificare stile e comfort.
In questo modo, il bianco diventa un linguaggio espressivo, capace di trasmettere armonia, serenità e modernità, trasformando ogni ambiente in un’oasi di luce e leggerezza.
Cloud Dancer non è solo il colore Pantone 2026: è un manifesto. Un invito a rallentare, respirare e ritrovare equilibrio in un mondo sempre più frenetico. Nella moda come nel design, incarna leggerezza, armonia e autenticità.
Scegliere il bianco significa accogliere semplicità e chiarezza, liberarsi dal superfluo e scovare uno spazio interiore dove concentrarsi su ciò che conta davvero. Pantone non ci indica soltanto cosa indossare o quali palette seguire: ci suggerisce come vogliamo sentirci. E nel 2026, la risposta è chiara: più leggeri, più presenti, più essenziali, facendo della sobrietà un’arte e della luce un’alleata quotidiana.
Fino al 1° febbraio 2026, la Galleria di 10 Corso Como, a Milano, ospita “Bernhard Schobinger. Democracy of Materials”, rassegna che ripercorre i materiali, le tensioni e le collisioni poetiche dell’opera dell’artista svizzero, tra scultura e gioiello contemporaneo.
L’esposizione si inserisce nel percorso di ricerca avviato dalla galleria sul gioiello come medium espressivo. Dopo “Pietro Consagra. Ornamenti” e “Andrea Branzi. Civilizations without jewels have never existed”, la mostra conclude una trilogia dedicata al significato e al valore dell’ornamento in dialogo tra arti visive, architettura e design.
Realizzata in collaborazione con la galleria Martina Simeti, la rassegna riunisce sculture e opere-gioiello dalla seconda metà degli anni Settanta a oggi, organizzate in un percorso scandito da isole tematiche. Linee curve e spezzate, contrasti e assonanze accompagnano il visitatore in una sorta di psicogeografia espositiva: un itinerario non lineare, costruito per libere associazioni, che privilegia l’esperienza percettiva e mentale rispetto a una lettura cronologica. Il riferimento è ai viaggi narrati da W. G. Sebald in Anelli di Saturno, un libro in cui paesaggio, memoria e riflessione storica si intrecciano in un flusso continuo, influenzando profondamente l’immaginario e la poetica di Schobinger.
Under Water Car Collection (2023), Bernhard Schobinger
Nato a Zurigo nel 1946, Bernhard Schobinger si forma alla Scuola di Arti Applicate e completa un apprendistato come orafo, aprendo nel 1968 il proprio studio-galleria a Richterswil. Fin dagli esordi mette in crisi le categorie tradizionali dell’oreficeria: il gioiello non è più solo ornamento o simbolo di lusso, ma diventa oggetto di pensiero, entità autonoma e dalla funzione ambigua. Nelle sue opere convivono il rigore formale della Concrete Art svizzera, l’eredità modernista e le istanze anarchiche e punk degli anni Settanta e Ottanta, oltre a una costante tensione verso la rottura dei codici formali e dei valori materiali. La sua estetica si fonda su contrasti radicali: metalli nobili e pietre preziose dialogano con oggetti comuni, come frammenti di vetro, forbici, ami da pesca e spille da balia, in una pratica che richiama la cultura dell’objet trouvé e ne amplifica la valenza etica e politica. Questa dialettica tra alto e basso, prezioso e ordinario, non è mai decorativa: scardina le gerarchie materiali e restituisce agli oggetti una memoria fatta di uso, consumo e abbandono. In mostra, opere come Under Water Car Collection (2023), collier composto da piccole automobili recuperate dal fondo del lago di Zurigo, o Ballet of Snails (2020), collana realizzata con conchiglie di Okinawa e lacci per scarpe, mostrano come bellezza, precarietà e poesia convivano in ogni oggetto ritrovato e trasformato dalla mano dell’artista.
Bernhard Schobinger. Democracy of Materials - 10 Corso Como
Curata da Alessio de’ Navasques, l’esposizione si configura come un percorso non lineare attraverso la produzione di Schobinger. Il titolo Democracy of Materials esprime una visione in cui ogni materiale possiede pari dignità narrativa, indipendentemente dal suo valore economico o simbolico.
Il gioiello diventa così un campo di sperimentazione in cui il confine con l’opera d’arte si dissolve. La poetica di Schobinger si fonda sulla decostruzione: frammenti, torsioni, tagli e innesti inattesi animano un lavoro guidato da un procedere dichiaratamente “contro il metodo”.
Lo spettatore si trova faccia a faccia con opere che mettono in crisi la presunta coerenza tra costruzione e funzione: pezzi indossabili convivono con oggetti che, pur richiamando il gioiello, rifiutano il corpo. È il caso di Mermaid’s Wedding (2020), collana composta da ami e attrezzi da pesca, o di Untitled (2025), collana realizzata con forbici unite tra loro, dove il gesto potenzialmente pericoloso si trasforma in simbolo.
Per Schobinger, il valore non risiede nella lucentezza o nella rarità, ma nella capacità dell’opera di evocare significati, memorie e interrogativi: un’energia intrinseca che trascende la materia e ne sovverte l’uso.
Bernhard Schobinger. Democracy of Materials - 10 Corso Como
Nel percorso espositivo emerge una tensione costante tra memoria e rinnovamento. Materiali industriali, oggetti ritrovati e pietre preziose dialogano con la storia personale dell’artista e con la Zurigo dagli anni Settanta in poi, segnata da trasformazioni culturali, politiche e sociali.
La poetica di Schobinger non è mai neutra: è il riflesso di un pensiero critico sul consumo, sulle gerarchie del valore e sulla funzione stessa dell’arte, che qui si configura come laboratorio aperto di sperimentazione continua. La mostra non si limita a presentare un corpus di opere, ma invita a ripensare il modo in cui guardiamo e attribuiamo valore agli oggetti della nostra quotidianità.
L’esposizione si rivela, nonostante la sua brevità, intensa e suggestiva. All’uscita, vale la pena soffermarsi nello store della galleria per sfogliare una curata selezione di riviste di moda, design e arte, oppure concedersi una pausa al caffè, immersi nell’architettura iconica di 10 Corso Como, dove la natura disegna un’oasi di quiete lontana dalla frenesia urbana. Da qui, una passeggiata tra le geometrie moderne di piazza Gae Aulenti o una deviazione tra i profumi e i colori di Chinatown, con mochi e bubble tea in mano, completano l’esperienza, aggiungendo una nota di gusto e leggerezza.
Informazioni utili
Mostra: Bernhard Schobinger. Democracy of Materials
Sede: Galleria 10 Corso Como, Milano
Date: 12 dicembre 2025 – 1 febbraio 2026
Orari: Tutti i giorni dalle 10.30 alle 19.30
Ingresso libero
A cura di Anna Olivo
Milano, capitale dell’eleganza contemporanea, ospita negli spazi di Armani/Silos la mostra “Giorgio Armani Privé 2005-2025. Vent’anni di Alta Moda”, un’esposizione monumentale, curata personalmente da Giorgio Armani, che ripercorre due decenni di Haute Couture attraverso un racconto immersivo, coerente e profondamente sensoriale. Dopo vent’anni di sfilate parigine, le creazioni Giorgio Armani Privé arrivano a Milano e trovano spazio all’interno di Armani/Silos, offrendo al pubblico la possibilità di osservarle da vicino, fuori dal contesto della passerella, nella loro dimensione più concreta e artigianale. Un’occasione rara per avvicinarsi a un universo solitamente riservato a pochi, in cui l’abito si rivela nella sua costruzione, nei materiali e nella precisione del gesto sartoriale.
Presentata per la prima volta nel 2005 a Parigi, capitale della Haute Couture, la collezione Giorgio Armani Privé nasce come espressione di una moderna creatività; una linea complementare e alternativa al prêt-à-porter, accomunata dalla ricerca di una sigla stilistica lineare ed elegante. L’Haute Couture, letteralmente “alta sartoria”, incarna il vertice dell’eccellenza artigianale: creazioni uniche, realizzate su misura con materiali preziosi e lavorazioni interamente manuali, destinate a una clientela esclusiva e sottoposte alle rigorose regole della tradizione parigina. Ogni capo è il risultato di centinaia di ore di lavoro, tra ricami minuziosi, applicazioni complesse e tessuti di lusso. In questo contesto, Armani sperimenta senza mai perdere il controllo della forma, ampliando l’orizzonte creativo e declinando la propria idea di eleganza in una dimensione più libera e visionaria. Linee pure, volumi calibrati e materiali nobili definiscono un’estetica riconoscibile e senza tempo, in cui rigore e poesia visiva convivono in perfetto equilibrio. Ricami gioiello, perline, paillettes, pietre preziose, tessuti cangianti e organze impalpabili danno vita a capi che evocano atmosfere lontane, suggestioni orientali e il fascino magnetico delle notti hollywoodiane.

Il percorso espositivo si dispiega lungo l’intera superficie di Armani/Silos come un’antologia visiva delle collezioni couture della maison. Gli abiti, selezionati dallo stesso Armani, sono disposti in una sequenza che evidenzia un linguaggio in continua evoluzione, ma sempre fedele ai principi fondativi del brand. La luce assume un ruolo centrale nella narrazione: una luminosità perlacea e quasi lunare avvolge le creazioni, accarezza le superfici, enfatizza i dettagli rendendo la materia protagonista assoluta. Manichini neri, essenziali e neutri, si fanno presenze quasi invisibili, capaci di scomparire per lasciar emergere colori, texture e volumi, fulcro visivo dell’allestimento.
Accanto agli abiti emergono accessori concepiti come vere e proprie sculture: borse gioiello, orecchini simili a minuscole costellazioni e copricapi di raffinata complessità, che ampliano e arricchiscono il racconto couture. Alcuni capi sono collocati su pedane girevoli, che ne consentono una visione a 360 gradi, permettendo di apprezzarne pienamente la tridimensionalità, la fluidità dei tessuti e il dialogo costante con la luce, restituendo così una percezione dinamica, prossima a quella della passerella. Altri sono inseriti in scenografie più intime, piccoli teatri silenziosi che mettono in evidenza la straordinaria maestria degli atelier Armani.

L’esperienza è amplificata da una cura attenta dei dettagli sensoriali. Lo spazio è avvolto dalla fragranza Bois d’Encens, emblema della collezione ARMANI/PRIVÉ Haute Couture Fragrances, mentre una colonna sonora originale firmata da L’Antidote accompagna il visitatore lungo l’intero percorso, rafforzando l’atmosfera sospesa e contemplativa della mostra. Nelle collezioni di Alta Moda, Giorgio Armani esprime la sua visione più libera dello stile e dell’eleganza attraverso l’arte dell’artigianalità e del savoir-faire, un territorio creativo senza limiti in cui grazia e rigore, fantasia e concretezza convivono in equilibrio. “Giorgio Armani Privé 2005-2025. Vent’anni di Alta Moda” è un’occasione preziosa per esplorare da vicino uno dei capitoli più raffinati della moda contemporanea e per comprendere come l’Alta Moda non appartenga a un’epoca, ma a una dimensione culturale ed estetica senza tempo.
Mostra: Giorgio Armani Privé 2005-2025. Vent’anni di Alta Moda
Location: Armani/Silos, Milano
Date: Dal 21 maggio 2025 al 3 maggio 2026
Per maggiori informazioni visitare il sito: www.armanisilos.com
Crediti fotografici: Delfino Sisto Legnani
Esiste un colore che oggi percepiamo come innocuo e frivolo, simbolo di tutto ciò che è tenero e delicato. Nell’immaginario contemporaneo il rosa rimanda subito a Barbie, alle camerette delle bambine, ai fiocchi di nascita e a un intero repertorio di stereotipi. Questa visione, però, tradisce una storia molto più ricca. Per secoli il rosa è stato un colore forte, energico, persino impetuoso, lontanissimo dall’immagine addomesticata che gli attribuiamo oggi. La storia dei colori, che spesso consideriamo ovvia, è invece un viaggio affascinante tra simboli, marketing e rivoluzioni culturali.
Dal Rinascimento fino all’Ottocento, il rosa era considerato una sfumatura più delicata del rosso. Derivava infatti dagli stessi pigmenti: le costose lacche di cocciniglia e kermes e per questo conservava un alto valore economico e simbolico. Oltre a esprimere ricchezza, il rosa ereditava dal rosso i significati di energia, vitalità e slancio. Queste qualità, associate al mondo maschile, lo rendevano poco adatto a rappresentare l’idea di femminilità dell’epoca, affidata invece al blu. Quest’ultimo evocava calma, purezza e spiritualità: non sorprende quindi che, nell’iconografia cristiana, il velo della Madonna sia quasi sempre blu, simbolo della sua devozione e integrità.

“The Woolaston White Children”, George Romney, ca. 1780
Vale la pena ricordare che queste associazioni riguardavano soprattutto gli adulti. Nell’infanzia, infatti, il colore non aveva ancora un ruolo simbolico: bambine e bambini indossavano abiti bianchi o tinte pastello, prediletti perché più facili da smacchiare.
Le cromie parlavano più della condizione economica delle famiglie che dell’identità personale. Solo più tardi le nuance avrebbero iniziato a comunicare qualcosa sulle aspettative rivolte ai piccoli, contribuendo gradualmente alla costruzione dei significati che conosciamo oggi.
L’inversione rosa–blu matura tra Ottocento e Novecento. Come ricorda Stefania Lorenzini nel saggio “Il colore rosa. Potere e problemi di un simbolo del femminile”, è proprio nel XIX secolo che iniziano le prime attribuzioni culturali dei colori al genere; solo nel secondo dopoguerra, però, avviene la vera svolta.
Negli anni Cinquanta il mercato esplode: il modo di vivere americano diventa modello globale, i consumi domestici crescono e il baby boom crea un esercito di nuovi clienti. In questo contesto il marketing fiuta un’occasione d’oro: se bambini e bambine vengono percepiti come diversi, allora potranno, e dovranno, desiderare prodotti diversi. Il colore diventa lo strumento più immediato per separarli, segmentare il mercato e moltiplicare le vendite. Dopo un’attenta analisi dei gusti dei consumatori, il rosa viene associato alle bambine e il blu ai bambini, facilitando la distinzione visiva dei prodotti e permettendo alle aziende di creare due linee separate invece di una sola, costruendo fin dalla nascita una vera e propria identità cromatica.
Quando Barbie debutta nel 1959, trova già un immaginario pronto ad accoglierla. Non è lei a creare il rosa “da femmina”, piuttosto ne potenzia la forza simbolica diffondendolo. In poco tempo, il rosa smette di essere una semplice tinta e diventa un vero e proprio segno di appartenenza, un’estetica riconoscibile e onnipresente.
A partire da questo momento il rosa diventa un codice, un segno politico, culturale e sociale. Compare ovunque: nei percorsi ospedalieri dedicati alle donne vittime di violenza, nella letteratura rosa degli anni Settanta, nelle cosiddette “quote rosa”, che spesso appaiono più come concessioni simboliche che come reali strumenti di parità. È un colore carico di significati, stratificato e controverso, capace di rappresentare tanto l’imposizione quanto la rivolta.
Women’s March contro Trump, 2017
Negli ultimi anni questa cromia ha trovato nuove strade: dai cappelli delle manifestanti della Women’s March contro Trump nel 2017 ai cortei globali dell’8 marzo, si è trasformato in uno strumento di visibilità e resistenza. Non è più solo un colore che incasella o limita, ma una vera e propria bandiera di rivendicazione, capace di sfidare stereotipi radicati e di affermare con forza la presenza delle donne nella società. In questo modo il rosa diventa un linguaggio visivo, un mezzo per raccontare storie di emancipazione, lotta e riappropriazione, dimostrando che un colore può farsi portavoce di cambiamento.
Valentino fall/winter 2022
Il rosa non riflette solo il genere, ma racconta anche i momenti storici. La sua presenza nelle tendenze di moda, nelle scelte Pantone e nelle palette delle collezioni dei grandi brand non è mai casuale. Nei periodi di incertezza o di profonde trasformazioni socio-culturali, il rosa ritorna con forza, come se volesse illuminare il contesto circostante. Non si limita a essere un elemento decorativo: diventa un autentico antidoto al grigiore dei tempi, capace di evocare rinascita, speranza e vitalità. La sua capacità di attraversare le crisi senza venirne sopraffatto, di adattarsi e al tempo stesso di riflettere le tensioni sociali, lo rende un vero e proprio indicatore dello zeitgeist. In ogni sfumatura, il rosa racconta cambiamenti culturali, dinamiche di potere, desideri e paure collettive: un colore che, più di molti altri, sa leggere e interpretare la società in continua evoluzione.
Oggi le nuove generazioni stanno progressivamente superando i tradizionali schemi di genere, concepiti come binari rigidi e immutabili. Il rosa non è più automaticamente femminile, né il blu esclusivamente maschile: sempre più spesso emergono scelte cromatiche personali, combinazioni inedite e un crescente interesse per tonalità considerate “neutre”, come il verde o il giallo. Questo cambiamento riflette la diffusione di nuovi strumenti culturali, un accesso più ampio a informazioni e rappresentazioni capaci di mettere in discussione le norme consolidate, oltre a una maggiore attenzione all’autodeterminazione e all’espressione individuale, mostrando che l’identità non può essere incasellata in codici cromatici rigidi.
Proprio per questo diventa evidente la necessità di liberare i colori dai ruoli di genere che la società ha loro imposto. La dolcezza non è rosa, così come la virilità non è blu. Emozioni, attitudini e competenze appartengono alle persone e non possono essere ridotte a una tinta. La tradizionale divisione tra rosa e blu, consolidata per decenni dalle convenzioni sociali e dal marketing, perde progressivamente rilevanza, lasciando spazio a una visione più fluida e inclusiva, in cui i colori diventano strumenti di espressione e creatività personale, capaci di raccontare identità senza stereotipi né imposizioni. In questo senso, il rosa continua a raccontare storie di emancipazione, ma lo fa non come limite imposto, bensì come scelta libera e consapevole, aprendo la strada a un mondo in cui i colori parlano delle persone e non dei ruoli.

Nel 2024 il colore dell'anno scelto da Pantone è stato proprio una tonalità di rosa: il Peach Fuzz
Il rosa continua a sorprendere: contraddittorio, simbolico, amato e odiato allo stesso tempo. È un colore che ci invita a guardarlo con occhi sempre nuovi. Dietro ogni scelta cromatica, nella moda, nel design e soprattutto nel marketing, si nasconde una decisione consapevole, un messaggio implicito. Rosa e blu sono forse i colori più stigmatizzati, segnati da decenni di stereotipi. Ma, in realtà, nessun colore è neutro: ognuno porta con sé un peso, una storia, un’eco culturale.
Non è una questione di giocattoli o tendenze; è il riflesso della cultura che costruiamo ogni giorno, dei codici che accettiamo, sfidiamo e riscriviamo. Forse il vero potere dei colori sta proprio qui: nella libertà di sceglierli, mescolarli e reinventarli, trasformando un semplice pigmento in un linguaggio capace di raccontare chi siamo, a modo nostro.
Nel 2025 il gotico non è più un retaggio underground né un revival nostalgico: è il linguaggio emotivo del presente. In un mondo instabile, veloce e caotico, cresce la necessità di ritrovare spazi interiori dove rallentare, respirare e dare forma al disagio crescente. L’oscurità, da sempre rifugio nei momenti difficili, smette di essere una minaccia e diventa un luogo dove la bellezza assume densità nuove e i contrasti rivelano ciò che la luce spesso nasconde. Oggi il ritorno del goth - o dark, come viene chiamato in Italia - attraversa moda, cinema, musica e lifestyle con una naturalezza sorprendente.
Nato a Londra verso la fine degli anni ’70, lo stile gotico fonde l’urgenza punk con la teatralità del glam rock, ereditando dal primo il DIY e l’erotismo e dal secondo il gusto per una bellezza sovrannaturale e drammatica. I goth del tempo possono essere considerati gli ultimi romantici del Novecento: i loro riferimenti culturali erano la cupezza vittoriana, l’arte gotica e neogotica, il culto della morte del Romanticismo e le vamp hollywoodiane come Theda Bara, prima icona dell’oscurità sul grande schermo. Da questo mix nasce un linguaggio visivo immediatamente riconoscibile: gonne ampie e corsetti in pelle o PVC, ruches e volant ereditati dal New Romantic, croci e catene, contrasti cromatici taglienti con il nero come dichiarazione identitaria; incarnati diafani, trucco drammatico, combat boots e capelli neri come il carbone. Un immaginario potente, in grado di attraversare decenni senza perdere intensità.
Ann Demeulemeester F/W 25-26
Negli anni ’90 la sottocultura si ramifica: i cyber goth guardano al futuro tra rave e fantascienza, mentre i gothabilly celebrano le pin-up degli anni ’50 in chiave dark e ironica.
Anche quando l’interesse pubblico sembra diminuire, il goth non scompare, ma continua a vivere come codice sotterraneo, attitudine e fonte di ispirazione per la moda più colta. Basti pensare alle forme cupe e disciplinate di Alexander McQueen, al nero strutturale di Yohji Yamamoto, al romanticismo tagliente di Ann Demeulemeester o alle visioni radicali di Rick Owens e John Galliano. Non estetiche “a tema”, ma poetiche: dimostrazioni che il dark è un linguaggio espressivo, non una moda passeggera.
Il goth contemporaneo si declina anche nella “dark academia”, estetica molto amata sui social: un mix di romanticismo decadente e stile preppy intellettuale, che romanticizza la malinconia trasformando l’oscurità in cultura, ricerca ed estetica.
Il dark è tornato a far parlare di sé perché è in grado di comprendere e manifestare le nostre inquietudini. Il cinema ne amplifica il ritorno, dal Nosferatu di Robert Eggers al Frankenstein di Guillermo del Toro, fino al nuovo Dracula di Luc Besson; ma è soprattutto il pubblico a ristabilire un legame con l’ombra. Le nuove icone non nascono in club nascosti, ma sui red carpet e sui social: Jenna Ortega, Billie Eilish, Mariacarla Boscono, sono figure che oscillano tra vulnerabilità e potenza, tra introspezione e presenza scenica, incarnando perfettamente gli archetipi goth.
Nel film di Besson il vampiro torna ad essere un aristocratico tragico, simbolo del dolore e del desiderio eterno. Dracula – L’amore perduto mette in scena un romanticismo barocco, dove il vampiro non è un mostro ma un’icona della perdita e dell’ossessione. I costumi firmati da Corinne Bruand trasformano il personaggio in un dandy decadente: velluti lucidi, corsetti scolpiti, pizzi neri e dettagli rosso sangue. Qui le tenebre diventano teatro e la seduzione un linguaggio visivo.

Eggers reinterpreta Nosferatu affidandosi ai costumi di Linda Muir, che trasformano la decadenza in pura poesia. Niente glamour, niente lucentezza: solo lane ruvide, pelli invecchiate, pellicce consunte e tonalità che assorbono la luce. Orlok non indossa abiti, ma la sua stessa decomposizione; ogni piega diventa racconto, ogni toppa un frammento di tempo. Il film porta il gotico alle radici: non serve a sedurre, ma a inquietare.

Del Toro reinventa il gotico dirigendolo verso la fragilità e facendone un linguaggio di empatia. La Creatura interpretata da Jacob Elordi diventa simbolo della vulnerabilità contemporanea: un corpo imperfetto, cucito, dissonante, che che rivela la bellezza nascosta dell’errore umano. La moda avant-garde, da anni, ha fatto propria questa estetica: silhouette disarmoniche, volumi deformati, materiali irregolari, trucco cadaverico. Frankenstein porta in scena un gotico empatico che commuove invece di terrorizzare.

Il dialogo tra cinema e moda è ormai consolidato. Le collezioni Autunno/Inverno 2025-26 mostrano cappotti-mantello, corsetti strutturati, silhouette allungate e materiali sensoriali. Da Alexander McQueen a Simone Rocha, fino all’eleganza decostruita di Ann Demeulemeester e Rick Owens, l’oscurità è tornata mainstream.
Definire “cos’è” gotico nel 2025 è quasi impossibile: gli anni delle sottoculture rigidamente codificate sono finiti. Il gotico moderno celebra l’intensità, non parla di mostri, ma di esseri umani.
È il linguaggio scelto da moda e cinema per raccontare un mondo stanco di superficialità; oggi il dark è una sensibilità, un’attitude, una lente con cui guardare il mondo. È un abito nero che diventa dichiarazione emotiva, un trucco che accentua l’ombra invece di nasconderla, una scelta estetica che abbraccia stranezza, malinconia e profondità.
Il goth è la sposa spettrale in passerella, la purezza diafana di un look total black, le silhouette scolpite nel buio, i richiami all’occulto e al mito. Celebra l’oscurità non come fuga, ma come riconoscimento di tutto ciò che è fragile, intenso, segreto. Nel 2025, l’ombra non è più semplicemente un rifugio: è uno spazio dove l’anima si rivela nelle sue sfumature più profonde, delicate e inaspettate.
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