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Arriva il week end e Toilet Club, il locale più folle di Milano, vi aspetta con due imperdibili serate.
Venerdì scatenatevi in pista a COOL KIDS CAN’T DIE, l’unico “Queer Party” di Milano che da ormai 9 anni infiamma . Il dj show di Japi & LaEmi non è solo un set ma un vero e proprio spettacolo in 4D, dove la musica, il travestimento e l’interazione con il pubblico ne hanno decretato il successo. Il pubblico di CKCD si ritrova come una grande famiglia e si scatena in pista e nella testa con pezzi Pop, Electro, Trash, Punk Rock, col tempo fusi con sonorità che vanno dagli anni ‘60 ad oggi, dando vita a mix inconfondibili e ad atmosfere uniche.
Sabato va in scena TOILETTE, una serata spensierata, divertente, accattivante e a volte sconsiderata. Sorrisi eccessivi, balli proibiti, drink stellari e baci alcolici. Ad allietare la vostra serata facendo ballare fino al mattino Erik Deep & Lo Zelmo, i resident dj del sabato sera, con il loro inconfondibile (quanto inetichettabile) sound dance-pop, contaminato da elettronica, anni90, affiancati per questo weekend da Damian, dj insieme a della serata Rockette, in esclusiva per una sola notte al Toilet Club.
COOL KIDS CAN'T DIE - Cioè
Venerdì 25 ottobre
DjShow&Love JAPI e LaEMI
** ENTRO LE 00:30 COCKTAIL A 5.00€ **
TOILETTE - Mi scappa di sabato
Sabato 26 ottobre
Erik Deep & LoZelmo Dj Set
Guest: DJ DAMIAN
** ENTRO LE 00:30 COCKTAIL A 5.00€ **
TOILET CLUB via Lodovico il Moro 171, Milano Aperto dalle 23 alle 4
INGRESSO GRATUITO con tessera ARCI, ARCIGAY, ARCILESBICA, UISP NON HAI ANCORA LA TESSERA ARCI? Richiedila almeno 24h prima di venire al Toilet compilando il form all’indirizzo www.circolotoilet.it/tessera
Info: www.circolotoilet.it Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
29 ottobre, Mediolanum Forum di Assago (MI).
Per tutti gli amanti della Rock Band canadese che ha spazzato via ogni record, una data da salvare assolutamente sul calendario.
I Nickelback tornano in Italia per un’unica data a quasi 10 anni di distanza dal loro ultimo concerto, portando il loro The Hits Tour on stage a Milano, dopo l’enorme successo dell’ album “Here and Now”.
Nati in Canada nel 1995, i Nickelback arrivano al successo negli Stati Uniti con il loro primo album THE STATE i a marzo del 2000. La band è composta dal cantante e chitarrista Chad Kroeger , autore di tutti i testi, dal chitarrista e seconda voce Ryan Peake, dal bassista Mike Kroeger e dal batterista Ryan Vikedal. THE STATE ottiene un buon successo piazzando tre singoli nelle classifiche e dopo un tour di 200 date i Nickelback entrano in studio con il produttore Rick Pharashar (Pearl Jam, Temple Of The Dog) e in sole cinque settimane registra il secondo album SILVER SIDE UP, mixato da Randy Staub (Metallica, U2) e pubblicato alla fine del 2001, trainato dal singolo “How you remind me”. Nel 2003 e nel 2005 escono rispettivamente THE LONG ROAD e ALL THE RIGHT REASONS, che però falliscono nell’obiettivo di portare al gruppo l’attenzione del disco che li ha preceduti. Nel dicembre si rifanno del 2006 i Nickelback vincono tre Billboard Music Awards.
Con i loro 50 milioni di dischi venduti in tutto il mondo rimangono uno dei gruppi canadesi di maggior successo della storia, aggiudicandosi il secondo posto nella classifica degli artisti stranierI che hanno venduto più dischi negli USA del 21 secolo.
Un concerto che i fans aspettavano da tanto tempo, una scarica di energia pronta ad invadere Milano, trascinata dalla voce potente di Chad, recentemente convolato a nozze con un’altra canadese famosa, l’ex skater-girl Avril Lavigne. La scaletta comprenderà i grandi singoli 'How You Remind Me', 'Photograph', 'Burn It To The Ground' e 'Rockstar', oltre ai brani più recenti, 'When We Stand Together', 'Bottoms Up', 'Lullaby' e 'Trying Not To Love You', per uno spettacolo da non perdere che coprirà una decade di strepitosi successi. Famosi in tutto il mondo per le loro incredibili hit e la loro forza sul palco, i Nickelback offriranno uno spettacolo degno di nota, e la lunga attesa dei fan italiani sarà decisamente appagata.
INFO BIGLIETTI
http://www.ticketone.it/nickelback-biglietti.html?affiliate=ITT&doc=artistPages/tickets&fun=artist&action=tickets&kuid=461984
Recensione Massimo Volume – Aspettando i Barbari (La Tempesta, 2013)
I Massimo Volume sono tornati e non possiamo negarlo; dopo Cattive Abitudini del 2010, che rappresenta la volontà di riprovarci e di crescere ancora, di prendere il gruppo e di renderlo un tutt'uno con quello che è stato, progetti laterali di Emidio Clementi compresi, ora è la volta di Aspettando i Barbari.
Questo nuovo lavoro discografico passa in rassegna tutta la storia della band, dai testi migliori di Lungo i Bordi (anno 1995) e Da Qui (il mio preferito, anno 1997), alle prove di un canto leggermente accennato in Club Privè (non il mio preferito, anno 1999) fino ad arrivare all'esperienza più elettronica, e si stente, di Emidio detto Mimì con gli El Muniria (sentitevi anche gli inserti di 'Il nemico avanza'). Hanno preso il meglio, e musicalmente Aspettando i Barbari non ha davvero rivali: i Massimo Volume ce l'hanno fatta e nello scriverlo mi sembra quasi di essere tornato negli anni '90 quando nell'alt-rock italiano loro erano lassù, in cima. Una bella sensazione insomma. La produzione questa volta è affidata, oltre che ai MV stessi, a Marco Caldera che si mette anche ai synth e ai sampler, mentre i toni e le sensazioni sono più cupi e duri rispetto al precedente Cattive Abitudini.
'Dio delle Zecche' è stata scelta per aprire l'album e sono le parole di Danilo Dolci a raccontare, perfettamente, la loro scalata: “vince chi resiste / alle tentazioni / chi cerca di non smarrire / il senso / la direzione / vince chi non si illude”. Tantissime sono le ispirazioni e i riferimenti che spuntano come fiori nel campo di queste dieci canzoni, da John Cage a Mao Tse Tung, da Steinbeck a Buckminster Fuller. Nel momento esatto in cui senti declamare “Se penso a te / ti vedo in via dei tigli” ('La Cena') vieni gettato nel film e nelle perfette immagini che questa canzone crea tra synth, chitarre e bordoni, con un finale sonoro leggermente noise (genere che si ripresenta anche in 'Compound').
La title track è una classica canzone dei Massimo Volume, con un testo perfetto, mentre 'Vic Chesnutt' stranamente è un po' fuori fase, oltre a essere l'unica traccia che non mi convince pienamente. 'Dymaxion Song' è un brivido unico, con Clementi che va oltre alla semplice declamazione, andando verso Johnny Rotten. 'La Notte' ci riporta in qualche modo ad 'Alessandro' (Stanze vuote, anno1993), con quel suo elenco di persone e di fatti. 'Silvia Camagni' è tesa e febbrile, liricamente potrebbe essere reinserita in Da Qui e tutto si fa più cupo quando Mimì dice: / “qualcuno mi ha detto / che vivi a Berlino / che esci la sera / che abiti sola / io ti sogno / ogni tanto / che attraversi / la strada / ti giri e / mi gridi / fai presto, / poi di colpo / scompari”.
'Da Dove sono stato' è un mantra apocalittico, una dichiarazione sincera piena di verità che chiude tutto quanto: “per tutte le strofe / uscite male / e le frasi sbagliate / che nessuno / potrà più cancellare / io vi saluto / e mi inchino / io vi saluto / e pieno di rispetto / vi dico addio”. Io però non dirò addio alle chitarre di Egle Sommacal e Stefano Pilia, nemmeno alla batteria di Vittoria Burattini e alla potenza tutta di Emidio Clementi, ma felice di un sesto album con questo livello qualitativo posso dire: prendo atto, vi ascolto e continuerò a seguirvi. Bravi.
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Andrea Facchinetti
Questa volta, nella rete serica delle interviste marchiate Nerospinto, è caduto Cristian, alias “Il Principe dei Mostri” o “Der Prinz”, tatuatore di Freak Show.
Una settimana in cui Brera si trasforma in una mostra d’arte contemporanea diffusa, dove gli stand sono le gallerie d’arte, le showroom, i palazzi storici e le fondazioni che diventano spazi espositivi inconsueti con oltre 400 artisti. Così oltre alle istituzioni storiche, dall’Accademia alla Pinacoteca, la zona si anima con molte iniziative dedicate alla scena contemporanea.
Da oggi, 23 ottobre al 27 si susseguiranno presentazioni di libri e cataloghi, inaugurazioni, con artisti e visite agli atelier, un fitto calendario che culminerà sabato 26 ottobre con la ”Notte bianca dell’arte” (ore 20-24).
Filo conduttore di questa prima edizione sono gli anni ’60 con la mostra digitale “Il mito degli anni Sessanta. Il respiro innovativo delle gallerie d’arte”, a cura di Claudio Cerritelli, un focus “virtuale” sull’arte che vede l’adesione di gallerie attive in quell’epoca, o specializzate negli artisti del periodo, come la Fondazione Giorgio Marconi, le gallerie Milano, Lorenzelli, Cortina e A arte Studio Invernizzi.
Alle Gallerie d’Italia, (Piazza della Scala 6) da visitare l’esposizione in corso “1963 e dintorni”, a cura di Francesco Tedeschi, che mette a fuoco un anno particolarmente denso di eventi. Mentre la Fondazione d’Ars (Umanitaria, via San Barnaba 48) presenta al pubblico la sua ricca collezione di opere degli stessi anni.
Tra gli eventi imperdibili la grande mostra ”Fault Lines” di Allora&Calzadilla, allestita dalla Fondazione Trussardi a Palazzo Cusani (fino al 24 novembre, ing. gratuito, dalle 10 alle 20). La prima personale in un'istituzione pubblica del duo che invade le sale barocche della dimora di Via Brera con opere sperimentali che combinano elementi e linguaggi diversi: cultura, fotografia, performance, musica, suoni e video. Per Jennifer e Guillermo (questi i loro nomi di battesimo), ritenuti tra gli autori contemporanei più impegnati, l'Arte è un pretesto per indagare concetti come l'identità nazionale e la democrazia.
Per luoghi e orari consultare il programma su brerart.com.
Milano e il design da indossare…
La location Spazio Asti 17 di Milano, sede di importanti eventi moda e design, accoglie la seconda edizione di DESIGN DA INDOSSARE. Dal 25 al 27 ottobre, la creatività di donne artigiane made in Italy è la vera protagonista! Pezzi unici, limited edition, sperimentazioni artistiche, handmade e artigianalità saranno i protagonisti di un Temporary Fashion Store… Design da indossare si conferma un importante appuntamento per chi ama uno “shopping diverso”, una nuova shopping experience nella creatività di designer ed artiste.
Idee, tessuti, materiali, forme e colori provenienti dal mondo del re-cycling e dell’ecosostenibilità raccontano la storia, la professionalità e la creatività delle designer presenti allo Spazio Asti 17.
Dall’ abbigliamento ai bijoux e gioielli, dagli accessori alle collezioni di design e “sculture da indossare”. Ogni prodotto è un unicum, irripetibile. Attenzione ai dettagli, ricerca, sperimentazione, artigianalità e sartorialità sono elementi base di ogni creazione. Design da indossare è sinonimo di “slow fashion”! Le artiste amano creazioni a “misura umana”. Prodotti nati da una lunga ricerca sia nelle forme che nei materiali utilizzati…Un percorso nella creatività di arte, design e fashion.
Per informazioni: www.spazioasti17.it
Sara Biondi
La The Don Gallery di Milano ospita, dall’8 al 10 novembre, un temporary show “HENNESSY 4 STREET ART powered by THE DON GALLERY” dove sarà presentata un’opera inedita ispirata al famoso Cognac Hennessy realizzata dai quattro artisti italiani Bo130, Microbo, 2501 e Giacomo Spazio. Il rinomato Cognac, famoso in tutto il mondo per la sua qualità e raffinatezza, viene interpretato dai differenti linguaggi e codici di quattro affermati artisti. “Ci siamo ispirati alle innumerevoli sfumature di sapore che si provano in un sorso di Hennessy. Abbiamo puntato a rappresentare concetti come mescolanza, diversità e armonia.” Nasce così un'opera d'arte singolare!
L’eccellenza di Hennessy si esprime attraverso l'abilità centenaria dei custodi del marchio di saper creare un mix perfetto di sapori. Da qui, il trait d'union di Hennessy con gli artisti contempoeanei che maggiormente rappresentano la sua identità. Hennessy, sin dal lontano 1975, è stato uno di primi brand premium a legarsi al movimento della street art, intuendone il valore e la creatività e scegliendola come forma d’arte elettiva per la trasmissione del proprio savoir faire. I primi artisti che hanno messo a disposizione il loro talento per Hennessy sono stati Kesh e Burrows. Nel 2011 è stata la volta di Kaws e nel 2013 di Futura. Collaborazioni internazionali con affermati artisti contemporanei. In Italia, Hennesy diventa mecenate culturale attraverso il Temporary Show “HENNESSY 4 STREET ART powered by THE DON GALLERY”.
Hennesy mostra così i propri valori di creatività, innovazione ed apertura al mondo e a ogni forma d’arte.
Per informazioni: www.thedongallery.com.
In questi lunghi pomeriggi mi ritrovo sempre più spesso a collassare sul divano senza preoccuparmi particolarmente delle scadenze, dei doveri e degli impegni presi. Verso le tre migro dalla scrivania al divano, una birra in mano e una sigaretta nell'altra. Allungo le gambe e con i piedi su una sedia mi dedico all'ozio, che mi piacerebbe fosse otium letterario, ma a conti fatti mi limito a procrastinare.
L'unico aspetto positivo di quest'attività è il poter ascoltare buona musica da un ottimo impianto con la cassa dei bassi più grande dello schermo del mio computer. E' in uno di questi pomeriggio che ho scoperto i Gentleman's Dub Club. Guardando il cielo grigio fuori dalla finestra cercavo giustificazioni per il mio pessimo comportamento e i GDC si spandevano nell'appartamento col loro sound prettamente inglese e un poco mi è sembrato di essere a Londra, in periferia, o a Edimburgo, in un appartamento per studenti accanto al Royal Mile, vista sul castello e malinconia a catinelle.
Oggi però sacrificherò il mio ozio per parlarvi proprio del gruppo che mi ha tanto contagiato nell'ultimo periodo. Non sono reggae, non sono dub, non sono ska, sono tutto questo e molto di più. I Gentleman's Dub Club: un club di gentiluomini dediti a nient'altro che la musica, la loro musica.
Sono in nove i protagonisti di questo viaggio, nove ragazzi di Leeds che hanno conquistato il pubblico di mezzo mondo con il loro sound variegato e profondamente radicato nella più pura tradizione Dub inglese.
Il 12 ottobre hanno suonato a Milano, al Leoncavallo, e il 18 è uscito il loro primo album, preceduto solo da 2 Ep. Ne abbiamo approfittato e, grazie agli amici di Low Fi Promotion, organizzatori dell'evento, ci siamo procurati un'intervista che vi proponiamo senza censure! W: Com'è possibile gestire un gruppo di 9 membri? Non è difficile prendere delle decisioni e trovare il sound giusto che vada bene a tutti? GDC: Si, può essere difficile, sebbene condividiamo tutti una passione per la dub e la musica reggae, per questo tiriamo avanti da sette anni. Sappiamo cosa va bene per i GDB e cosa no. In passato abbiamo sperimentato diversi modi per scrivere e registrare la nostra musica, ma alla fine ci limitiamo a suonare qualsiasi cosa funzioni al meglio Live e che faccia uscire di testa il pubblico!
W: Come descrivereste il vostro sound?
GDC: Ci ispiriamo alla dub, alla dubby-dubstep, roots, levers e allo ska. Non vogliamo limitarci a un genere, semplicemente suoniamo la musica che ci favenire voglia di ballare!
W: Chi sono gli artisti che vi hanno influenzato di più?
GDC: Tutti, da King Tubby a Mala, dai Iration Steppas a J DIlla, dai Madness ai Beach Boys, dai Channel One a Capleton. E tutto quello che ci sta in mezzo. SIamo in 9 e abbiamo background musicali molto diversi, le nostre influenze sono tantissime.
W: Quali sono i punti forti della vostra carriera? GDC: Abbiamo rilasciato 2 EP negli ultimi anni, ma ad ottobre abbiamo rilasciato "FourtyFour", il nostro album di debutto e siamo molto eccitati per questo. Sono sette anni che lo prepariamo e adesso abbiamo aspettato fin troppo...! Questo è un importante passo per la band. Siamo stati abbastanza fortunati da poter suonare in alcuni locali e festival impressionanti negli anni. I più famosi sono l'Outlook Festival in Croazia (n.d.r. Il più grande festival di Bass music d'Europa), il Glastonbury Festival e il Bestival.
W: Cosa c'è dietro al nuovo album? GDC: In passato non abbiamo rilasciato molto materiale e la ragione è che volevamo intrappolare l'energia di un Live anche nelle produzioni. Tuttavia la soluzione è arrivata dal nostro bassista Toby Davi, che ha prodotto le registrazioni ed è responsabile della gestione di ricreare l'energia dei live nel disco. Questo è stato un grosso passo avanti per noi nella produzione dell'album, ma volevamo anche mostrare gli altri lati della band, infatti in "44" abbiamo inserito dub, ska, lovers e digi-dub.
W: Ho sentito la preview dell'album su ITunes e sembra avere molte più influenze electro delle altre produzioni, ho sentito bene? GDC:Certo. Negli ultimi anni la band è stato più che influenzata dall'EDM di tutti i tipi e abbiamo assorbito le influenze riportandole nei nostri show live e nelle produzioni. E' qualcosa che penso esploreremo ancora di più in futuro.
W: Perchè si chiama "44"?
GDC:Ottima domanda! Abbiamo cominciato a suonare a Leeds e ci riunivamo nel seminterrato di Niall e Toby, che è al 44 di Otley Road... Abbiamo voluto lasciare una traccia di come abbiamo cominciato e delle idee originali dietro il progetto, così "44" sembrò un ottimo titolo.
W: Qual'è la storia della canzone e del video dietro il singolo dell'album, Riot? GDC: ovviamente, la canzone Riot stata influenzata da quello che è successo a Londra 2 anni fa. Tutti nella band vivono a Londra e sono stati coinvolti in quello che è successo. La traccia (e il video) non sono una dichiarazione politica, ma solo una riflessione su quello che è successo.
W: Quanto è influenzata la vostra musica dalla politica e dalla lotta sociale?
GDC: Non scriviamo niente di apertamente politico, tantomeno le nostre lyrics. Sentiamo che il fatto stesso di suonare musica sia abbastanza un atto politico e una protesta.
W: Se foste le ultime persone sulla terra, cosa fareste? GDC: Ci faremmo una birra e una Jam! E proveremmo a trovare qualche ragazza...
Buon ozio con i Gentleman's Dub Club!
Ancora pochi giorni a disposizione per assistere al nuovo spettacolo di Ennio Fantastichini, il pluripremiato attore di cinema e teatro, che porta al Franco Parenti un capolavoro di humor e serietà. "Beniamino" è un vero e proprio cult londinese, dove Fantastichini interpreta un professore che combina l’eloquenza shakespeariana all’amore per il rock di Mick Jagger, che è costretto a vivere in una piccola comunità cittadina alla quale deve nascondere il suo amore per un allievo. Fantastichini affronta la tematica dell’omofobia con grande sensibilità e profondità, dove humor e dramma arrivano ad intrecciarsi dando la possibilità allo spettatore di riflettere divertendosi, lasciando una risata e uno spunto di riflessione a tutti coloro che lasciano il teatro. Comicità e serietà si intrecciano in un monologo che non pare neanche tale, dato che, grazie all’incredibile arte istrionica dell’attore, la scena rimane popolata da molti personaggi evocati magistralmente da Fantastichini. Potrebbe sembrare un divertissement omosessuale che ironizza su se stesso, ma in realtà racconta la tragedia di una fortissima incomunicabilità, di una libertà d’espressione frustrata, ove non si può nemmeno esprimere se stessi per paura che a qualcun altro non piaccia come siamo. E’ uno spettacolo contro l’omofobia, a favore dell’amore.
BENIAMINO di Steve J. Spears con Ennio Fantastichini voce al telefono Pino Tufillaro regia Giancarlo Sepe produzione Marioletta Bideri per Bis Tremila
Al Teatro Franco Parenti dal 24 ottobre al 3 novembre 2013 mart - giov - ven - sab h.20.30; merc h.19.45; dom h.15.45
Teatro Franco Parenti via Pier Lombardo 14, Milano Biglietteria 02 59995206
PER INFORMAZIONI www.teatrofrancoparenti.it
Nerospinto vi racconta l'Autunno Americano del Comune di Milano attraverso un viaggio inconsueto alla scoperta della mostra di Andy Wharol a Palazzo Reale. Gli ultimi anni hanno visto un generoso proliferare di mostre riservate al re della Pop Art in un rinnovato interesse generale. Fino a poco tempo fa ad esempio era possibile visitare gratuitamente una piccola esposizione dedicata all'artista presso il Museo del 900. Da ricordare anche "The Andy Wharol Show" del 2004-2005 con cui la Triennale celebrava l'eclettismo dell'artista attraverso un approccio multimediale.
Cosa distingue allora questa nuova esposizione dalle precedenti e cosa le attribuisce fascino ed interesse?
La prima risposta che mi viene in mente è di sicuro il taglio personale e fortemente biografico che è stato dato al percorso espositivo. Le opere fanno parte della collezione di Peter Brant, amico di Wharol e curatore stesso della mostra, si tratta di 160 tra le più significative creazioni dell'artista Pop per eccellenza. L'esposizione è caratterizzata per l'evidente tentativo di una maggiore vicinanza all'uomo rispetto al personaggio.
Wharol; all'epoca Andrew Warhola Jr, figlio di immigrati di umili origini, nato a Pittsburgh in Pennsylvania, il 6 agosto del 1928, dove trascorre un'infanzia in condizioni economiche drammatiche, divenuto il celebre artista noto al pubblico che tutti conosciamo, crede in un'arte che sia "Pop" e cioè "Popular" - Adatta a tutti.
A riprova della concretizzazione delle teorie estetiche del filosofo W. Benjamin sull' "Opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica" del 1936, per Wharol non vi è più un'arte aulica, da contemplare, un'artista che sia demiurgo e creatore, ma nel mondo nuovo dell'America degli anni 60, nella Società dei Consumi di massa, l'artista deve essere soprattutto un comunicatore; deve cioè saper rendere semplice ciò che altrimenti potrebbe risultare complicato, abbassare il concetto di aura ed unicità dell'opera d'arte fino al punto da sottometterlo all'ideale della fruizione di massa. Ė la democrazia dei consumi: un ricco ed un povero si trovano ormai ad acquistare gli stessi prodotti; una lattina di Coca Cola è sempre la stessa, così come la famosa Zuppa Campbell's (1962) riprodotta in serie dall'artista.
Influenzato dal New Dada e con poca simpatia per Pollock e l'espressionismo astratto degli Irascibili, per i quali l'arte viene generata da un'esplosione emotiva; l'arte è per Wharol produzione controllata, fredda tecnica e meccanica della riproducibilità, capacità di fare business. E il business per Wharol è tanto importante da portarlo a fare del lavoro artistico una specie di produzione in "fabbrica"; The Factory era il nome dello studio originario di Andy Wharol a New York City tra il 1962 e il 1968, e con lo stesso nome sono conosciuti anche i suoi studi successivi. Nello studio i collaboratori di Warhol producono serigrafie e litografie. Nei giorni in cui diviene famoso Warhol lavora giorno e notte ai suoi dipinti. L'uso di serigrafie è finalizzato a produrre immagini in massa, allo stesso modo in cui le industrie capitalistiche producono in massa prodotti per i consumatori.
"Don't worry there's nothing about art that a person can't understand" Rassicura Wharol.
"Niente di complicato e difficile nell'arte, che l'uomo moderno, l'uomo qualunque, non possa arrivare a comprendere". Una straordinaria democratizzazione del concetto di fruizione artistica, figlio della società industriale, in cui la produzione avviene in modo meccanico - in serie - così, per Wharol, nell'arte come nella vita, l'accessibilità prevale sull'esclusività. Da qui, i modelli della sua arte; la pubblicità, il fumetto, quei divi del cinema e quelle celebrities riprodotte a ripetizione che sarebbero divenute delle icone.
In esposizione troviamo Liz Taylor, le sue celebri Marilyn, ed ancora, del 1963 "Trenta sono meglio di una" che ha come soggetto la Monna Lisa, che si ripete in maniera sequenziale in stile foto-tessera. Ed inoltre la riproduzione di foto segnaletiche di ricercati e criminali. Wharol gioca e si diverte a ricordarci la sua naturale propensione per un artista-macchina, che non inventa ma riproduce, che non interpreta ma ripete all'infinito.
Sono del 1964 "Le 12 sedie elettriche" che fanno di uno strumento di morte un motivo decorativo, così come "Mao", che ripreso in serie nel 1973 sembra più un soggetto da carta da parati che un leader politico.
E le opere dedicate ai dollari, già dal 1962, a dimostrare che un artista non deve temere di produrre business ma anzi deve esser fiero dei propri risultati economici. Facile leggervi il riscatto personale da un'infanzia in povertà.
"Making money is art and working is art and good business is the best art" ricorda.
Del 1964 il "Self-Portrait" - autoritratto di un uomo che ci tiene ad essere "la cosa giusta nel posto sbagliato o la cosa sbagliata nel posto giusto" in modo che qualche cosa di straordinario e inaspettato accada. L'autore ha un'indubbia fascinazione per ciò che è artificiale (il travestimento in alcuni autoritratti con occhiali e parrucche), ama definirsi superficiale; egli sviluppa un'estetica della rappresentazione grazie a tecniche quali la serigrafia che rimpiazzino l'idea di stile con quella di copia ad alta diffusione e riproducibilità. L'amore per i soggetti comuni, banali, diffusi, viene celebrata in riferimento al fumetto con "Dick Tracy" poliziotto leale con i buoni ma duro con i criminali ed eroe della cultura popolare americana. La passione per il cinema si mostra con "Il Bacio (Bela Lugosi)" scena tratta dal film Dracula del 1931. L'interesse per le celebrities - feticcio di quelle stampate sulle figurine e collezionate dal Wharol bambino, è ripresa tra gli altri in "Elvis rosso"(1962).
Sebbene si definisse "superficiale" c'è un lato nell'artista che non pare esserlo affatto; lo ritroviamo ad esempio nei suoi "Flowers Large Flowers" del 1964, in cui la bellezza del fiore si accompagna alla consapevolezza della tragedia della sua morte.
Tra le ultime opere esposte in ordine cronologico sono di particolare bellezza il ritratto di "Jean Michel Basquiat" del 1982, le grandi tavole decorative che riprendono, giocando sulla simmetria, le famose macchie dello psichiatra Rorschach, e "l'ultima cena" del 1986, esposta a Milano nel 1987, che segna la chiusura della carriera dell'artista poco prima della sua morte. "L'ultima cena" e "La Monna Lisa" sono per Wharol un'ulteriore tappa alla ricerca delle celebrities, quali celebrità nel campo della storia dell'arte che riprodotte divengono patrimonio alla portata di tutti. D'altronde la fama stessa è alla portata di tutti secondo Wharol: "Ciascuno avrà i suoi 15 minuti di celebrità".
Wharol pare interpretare perfettamente le tendenze estetiche del suo tempo, comprende la bellezza e l'eccezionalità, ma anche la tragedia sottesa, di ciò che si ripete nella vita quotidiana, sempre uguale ma pure diverso, si interessa al valore e all'attrazione generata dall'oggetto di uso comune, dal bene di consumo, dalle immagini pubblicitarie, guardando il mondo con quella "ingenuity" che è sì genialità ma è anche purezza di sguardo, curiosità, capacità di stupirsi, ingenuità simile a quella di un bambino di fronte alle cose del mondo. Questa è la forza di Wharol, la sua vicinanza, la potenza della sua opera. Egli ha saputo vedere la bellezza anche in una scatola di zuppa, o in una sedia elettrica, ora, è forse nella loro edulcorazione che Wharol restituisce agli oggetti ed ai personaggi che ritrae quella forza e quel valore che furono il cuore della cultura del suo tempo e, per certi versi, anche del nostro, in un contesto in cui i mezzi di comunicazione si accavallano, i differenti linguaggi si sovrappongono e siamo bombardati da immagini che ripetono se stesse; fino a portarci ad osservare la copia, di una copia, di una copia, in una costante sensazione di déjà vu.
WHAROL. Dalla collezione di Peter Brant: dal 24 ottobre 2013 al 9 marzo 2014
Palazzo Reale, Piazza del Duomo 12, Milano.
Lunedì: 14.30 - 19.30. Da martedì a domenica: 9.30 - 19.30. Giovedì e sabato: 9.30 - 22.30.
Biglietto: intero 11€/ ridotto: 9,50€
Informazioni: www.warholmilano.it #wharol
Giovanna Canonico
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