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Si è appena concluso il mese di ottobre, il mese mondialmente dedicato alla lotta contro il cancro al seno, e tra le iniziative che si sono promosse e sviluppate in questo periodo quella più toccante e d’impatto è stata sicuramente la mostra fotografica “The SCAR project”, svoltasi a Houston, Texas, tra il 17 e il 28 ottobre.

David Jay, il fotografo ideatore e realizzatore della mostra, solitamente ritrae modelle e star, glamour e lustrini, in questo progetto invece, il secondo di questo stampo, chiede ad alcune donne sopravvissute all’inferno del tumore di mettersi a nudo e farsi fotografare.

Il risultato è sconvolgente, non solo dal punto di vista artistico, è toccante, commovente e spaventoso allo stesso tempo: donne mutilate nel corpo che mostrano “le ferite di guerra”, fiere della vittoria, della battaglia, perchè la ferita è la testimonianza di avere combattuto, la testimonianza di aver avuto il coraggio di affrontare la malattia.

In questo contesto la fotografia assume un significato tutto diverso, il fotografo coglie l’essenza di una femminilità ritrovata, di uno sguardo provato ma non stanco, orgoglioso e commosso: “Per queste giovani donne avere il loro ritratto rappresenta una vittoria personale su questa terrificante malattia. Le aiuta a reclamare la loro femminilità, - racconta il fotografo David Jay - la loro sessualità, identità e potere dopo averne perso una parte così importante. Attraverso queste semplici foto, sembrano raggiungere l’accettazione di ciò che gli è accaduto e la forza di andare avanti con orgoglio.”

Guardate queste foto, coglietene l’essenza, andate oltre l’impressionabilità, la sensibilità, la paura e siate grate a queste eroine.

 

Forma era il punto di riferimento della fotografia a Milano. Un centro espositivo importante, di respiro internazionale, in cui trovavano spazio anche gli uffici e lo spazio formativo, per corsi e workshop. Dal 2005 sono state più di 80 le mostre allestite: Richard Avedon, Henri Cartier-Bresson, Robert Mapplethorpe, Robert Doisneau, tanto per citarne alcune.
Purtroppo, notizia di qualche giorno fa, lo spazio Forma traslocherà altrove, in via Piranesi 10. Nell'area dei Frigoriferi Milanesi non ci sarà uno spazio espositivo, ma troveranno spazio l'archivio, gli uffici amministrativi e una libreria.
In pratica Forma non potrà più contare su uno spazio permanente. Cosa significa? In pratica che non tutte le mostre saranno allestite in città. Dei 6 progetti in cantiere per il 2014, solo uno ha una casa milanese, si tratta di un focus su Sebastiao Salgado ospitato a Palazzo Reale in occasione di Bookcity, mentre gli altri verranno allestiti a Roma, Verona e Venezia.
Una perdita importante per la cultura a Milano. Roberto Koch, padre di Forma e già fondatore dell'agenzia fotografica Contrasto, ha voluto esprimere in primis il suo disappunto verso Atm, proprietaria dell'edificio in cui lo spazio è nato e cresciuto. Un mancato accordo sulla modalità di utilizzo dell'edificio di piazza Lucrezio Caio. Dito puntato anche sulla giunta Pisapia, colpevoli a parere di Koch di non avere riconosciuto «il giusto valore strategico al progetto Forma»:
<blockquote>Sappiamo bene che le casse del Comune non sono in condizione di poter spendere, ma quello che abbiamo sempre chiesto era essenzialmente un riconoscimento pubblico della importanza del progetto e una diversa modalità di utilizzazione del palazzo (in comodato e non in affitto come è sempre stato) di proprietà dell’ATM e quindi del Comune, su cui abbiamo realizzato una grande rivalutazione patrimoniale, dandogli una nuova vita e un nuovo senso.
</blockquote>
Non si è fatta mancare la replica stizzita di Palazzo Marino: «le scelte di un soggetto privato, che ha peraltro sempre rivendicato orgogliosamente la propria autonomia progettuale e gestionale, non possono in alcun modo essere imputate a supposti mancati interventi da parte del Comune». Si è interessato (almeno verbalmente) anche il Ministro alla Cultura Massimo Bray che in un tweet ha espresso solidarietà al progetto Forma: «Sono molto colpito dalla chiusura della sede storica della Fondazione Forma e cercherò di capire cosa sia possibile fare».
Rimpalli, accuse e illazioni che in un paese normale non ci sarebbero neanche. La cultura è importante, fonte di ricchezza materiale e non. Compito delle istituzioni è supportare le iniziative strategiche, anche private. Nello specifico è vero che ATM è di proprietà comunale e il Comune avrebbe potuto intercedere. Nel frattempo giacciono ancora nel cassetto i progetti dell'Ex Ansaldo, l'OCA che fu, anch'esso progetto di belle speranze naufragato nel limbo della burocrazia. Stare a vedere.
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Un luogo per l'arte è un luogo popolato da suggestioni, le stesse che lo hanno animato negli anni. Le suggestioni che hanno animato i Superstudio sono tante. A torto i milanesi lo associano al Salone del Mobile e pochi altri eventi. In realtà il Superstudiopiù è un'istituzione della cultura milanese, in particolare della fotografia, il luogo degli scatti d’autore della moda, il primo e più famoso complesso di studi fotografici d'Italia.

 

nato da un'intuizione dei giornalisti-editori Flavio Lucchini e Gisella Borioli, è diventato nel tempo un luogo iconico, che ha dato un contributo importantissimo alla crescita del mondo dell’immagine. Un altro merito, ben più pragmatico, è quello di aver individuato un quartiere pieno di potenzialità e di averlo fatto diventare un polo creativo, la oggi famosa zona Tortona.

 

Il prossimo week-end di dicembre il Superstudio sarà aperto al pubblico per ricordare con i protagonisti di allora e i fotografi e i creativi delle nuove generazioni i 30 anni che hanno visto "la moda e il gusto italiani affermarsi nel mondo". Un percorso all’interno degli studi fotografici per raccontare come eravamo e come siamo attraverso video e installazioni. Per la serata di inaugurazione è possibile registrarsi sul sito di Superstudiopiù ( www.superstudiogroup.com)

 

Le esposizioni

 

-Oliviero Toscani “O.T. ’80 e dintorni” – Giovanni Gastel “Multigastel”. Foto, videoinstallazioni e videoproiezioni dei due grandi fotografi italiani di fama internazionale che con le testate dirette da Borioli e Lucchini e al Superstudio hanno mosso i primi passi verso il successo.

 

-Clic Flash Zoom. Scatti dai set di Superstudio 13.

 

-Instant Shooting Toscani & Gastel 2.0. Ritratto istant degli ospiti. Scattano due giovani e già affermati figli d’arte: Rocco Toscani, erede del celeberrimo Oliviero, e Matteo Gastel, nipote dell’altrettanto famoso Giovanni Gastel.

 

-Chiacchiere con Maria Rosa Ballo e Oliviero Toscani.

 

-Wall of fame, un grande murale di 14 m x 2 all’interno degli spazi, racconta per immagini la storia e i protagonisti di questa avventura: un manifesto a cura di Flavio Lucchini che rimarrà visibile per un anno.

 

-Photorama, 100 metri di fotografi italiani, murales esterno by AFIP.

 

-12 Grandi Maestri & Martina Colombari, mostra fotografica e vendita di photobox a favore della ricostruzione di San Felice sul Panaro, con la partecipazione straordinaria di Martina Colombari

 

Inaugurazione giovedì 12 dicembre, dalle ore 18.00 su invito

13, 14, 15 dicembre 2013

dalle ore 12.00 alle ore 18.00

 

“Ha insegnato Leonardo Sciascia che la Sicilia non è una. Ne esistono molteplici, forse infinite, che al continentale, forse al Siciliano stesso, si offrono e poi si nascondono in un giuoco di specchi”.

Vorrei iniziare questo articolo cosi, con una citazione di Paolo Isotta, giornalista campano, per introdurre all’incontro con un giovane, ma già pluripremiato, fotografo siciliano.

La Sicilia non solo come espressione geografica e burocratica, terra racchiusa tra quattro punti cardinali, ma una Sicilia che è una e trina, o forse di più. Un modo di essere, uno stato d’animo, un profumo, una voce, un ricordo, un luogo, un sapore.

Non è un caso che i siciliani siano tra gli italiani più legati alla loro terra, quasi vi fosse un filo invisibile che parte dal cuore e che si dipana mano a mano che i chilometri aumentano, mano a mano che la terra natia si allontana, fino a diventare un’Itaca al di là delle nuvole.

È proprio da qui che sono voluta partire nel mio incontro con Giuseppe La Spada, fotografo, regista, poeta e ambientalista.

Lo raggiungo nel suo studio nel centro di Milano, un luogo incastonato tra antichi palazzi e chiese, un rifugio dai colori del mare, elemento predominante dell’opera di La Spada e sua musa ispiratrice.

Sei nato a Palermo e cresciuto a Milazzo. Ho conosciuto molti siciliani nella mia vita e tutti mi hanno confessato di sentire un legame indissolubile  con la loro terra. Nonostante la delusione e la rabbia contro un sistema che, inevitabilmente,li costringe ad emigrare, essi sentono dentro un orgoglio, un amore per le proprie radici che raramente ho riscontrato altrove.

Noi Siciliani abbiamo un legame viscerale con la nostra terra. La Sicilia è la culla della civiltà mediterranea, in cui fondamentale è stato il contatto con le culture che, nel corso dei secoli, vi ci sono avvicendate. Questa ricchezza  fa si che , a volte, vi sia una sorta di chiusura mentale, una presunzione che tutto sia li. Credo invece che sia vitale il continuo confronto con genti, culture e pensiero diversi

Quanto ha influito sul tuo lavoro, il tuo essere cresciuto a Milazzo, cittadina incastonata tra due golfi, affacciata sulle Isole Eolie e sul  Mediterraneo?

Innanzitutto direi la palette dei colori che utilizzo nei miei lavori: il turchese del mare, la luce, il verde, il giallo dei campi riarsi d’estate. I profumi, che hanno la capacità di trasportarti in un tempo e un luogo lontani ma vivi nella memoria e i valori, quelli della famiglia, del rispetto, del sacrificio.

Come vivi il tuo essere siciliano?

Manlio Sgalambro (scrittore e filosofo, collaboratore di Franco Battiato ndr), ha espresso benissimo, nei suoi testi, il legame viscerale che ci lega alla nostra terra. Chi nasce in un’isola avverte sempre la paura di inabissarsi. Il continuo aleggiare della morte, si tramuta in una sorta di incombenza a fare qualcosa, a darsi da fare, a mettere in atto le cose.

La Sicilia la vivo anche attraverso il mio lavoro fotografico direi che mi sento quasi un esportatore della mia terra: l’acqua, la figura femminile, il concetto dell’amore. In questo modo riesco a colmare la mancanza di casa, la nostalgia che, inevitabilmente, mi coglie.

L’acqua è l’elemento primario delle tue foto. Molte delle tue opere ritraggono figure femminili in acqua con il viso celato. Veri e propri quadri viventi cesellati dalla luce che trafigge il tutto, dando forma e movimento.

L’acqua è una delle protagoniste delle mie foto, assieme al soggetto o ai soggetti interessati. Le foto sott’acqua consentono una sospensione della realtà: la percezione del reale cambia, si acuiscono i sensi e, contemporaneamente, si ha la sensazione di essere trasportati in un’altra dimensione.

Inoltre l’acqua del mare non è sempre la stessa, ma cambia a seconda del luogo, della luce e dei momenti della giornata.

Le mie modelle vogliono rappresentare una donna che non esiste nella realtà, una figura direi Ottocentesca. Una delle mie fonti d’ispirazione è sicuramente la pittura dei Preraffaelliti, con le sue eteree giovani dai capelli rossi e dalla pelle d’alabastro , le sue cromie e la saturazione dei colori.  Nella mia fotografia ricerco anche la figura della donna siciliana, che dà la vita e la morte, forte e fragile allo stesso tempo, contemporanea nel suo essere eterna.

Mi incuriosisce il fatto che le tue modelle abbiano il viso celato. Cosa vuoi trasmettere attraverso questa precisa scelta stilistica?

Ho voluto soffermarmi sull’estetica dell’atto: non visualizzare il viso permette di potersi concentrare su altri aspetti e sui gesti che raccontano più delle parole. Cogliere l’attimo, che è uno dei concept alla base della fotografia.

Vi è poi l’amore, altro concetto che ritorna sempre nei miei lavori: permettimi di citare il regista francese Jean Vigot, il quale disse “È necessario mettere sott’acqua il viso per incontrare l’amore”.

Nel 2007 hai vinto il Webby Awards per la creazione del sito web “Mono No Aware” (Il sentimento delle cose ndr), a supporto del progetto “Stop Rokkasho”, creato dal musicista Ryuichi Sakamoto, il cui scopo è evidenziare i pericoli ambientali legati all’attività nucleare in Giappone. Cosa puoi raccontarci di quella esperienza?

Ho contattato il Maestro Sakamoto tramite mail nel 2006: ai tempi ero già  fan della sua musica e mi aveva incuriosito il fatto che un artista di quel calibro avesse dato vita ad un progetto cosi importante.

Sono infatti dell’idea che ogni artista debba essere un sismografo del suo tempo e che debba, in un certo senso, sfruttare la sua fama per divulgare argomenti di cui si parla poco o per niente.

Il progetto Rokkasho ha coinvolto artisti con ambiti e background diversi e davvero permesso di informare la popolazione non solo giapponese, ma mondiale, circa i pericoli derivanti dal riprocessamento nucleare.

Ho avuto l’onore di collaborare con il Maestro Sakamoto e Fennesz ad una tournée, “Cendre” (Cenere) che si è conclusa con un concerto a Ground Zero, un luogo colmo di energia negativa ma allo stesso tempo di speranza per poter costruire un futuro diverso.

Lavorare con il Maestro Sakamoto è stato per me emozionante, grazie anche alla sua estrema disponibilità e all’amore e impegno che mette in ogni iniziativa che intraprende.

L’attenzione all’ambiente e l’amore per l’ecologia ritornano nel live show “Afleur” del 2009 con il musicista Con-cetta, poi divenuto un libro. Cosa puoi dirci a proposito?

Si tratta di un progetto che mi sta molto a cuore: il libro prodotto con alghe provenienti dalla laguna di Venezia, con carta priva di cloro e altre carte giunte appositamente dal Giappone. Perché l’alga? Perché penso che rappresenti benissimo la fragilità dell’amore come lo conosciamo noi oggi, un sentimento difficile da incontrare e da vivere, che può essere trovato solo in apnea, immergendosi. Non a caso il libro si compone di brevi riflessioni, scritte da me, con tema l’amore, il mare e la nostra ricerca interiore e da foto, ritraenti le già citate figure femminili  immerse nel mare dinanzi Milazzo.

La necessità di sensibilizzare i cittadini, Milanesi in questo caso, circa il problema dell’inquinamento , ti ha portato, nel 2011, a collocare un grande albero in Piazza Duomo, in una sorta di performance collettiva. Raccontaci di più

Si, si è trattato di un esperimento di “architettura ecologica”, commissionatomi da un cliente che lavora nel settore dell’architettura e molto sensibile alle problematiche dell’ambiente. Ho immaginato un albero costruito con borse di colore verde e marrone, che sono state distribuite ai passanti e a tutti coloro che hanno preso parte alla performance.

Oggi, oltre che artista , sei anche docente presso l’Istituto Europeo di Design di Milano e l’Accademia di Brera. Cosa puoi raccontarci della tua esperienza da professore?

All’inizio, essendo molto giovane, ho avvertito un certo imbarazzo nel confrontarmi con alunni quasi miei coetanei. Sono dell’idea che si debba mantenere un rapporto umano con gli studenti, pur pretendendone il dovuto rispetto.

Insegnare è una missione, i docenti devono trasferire agli studenti l’esperienza, il rigore, i valori reali e soprattutto far capire che ogni mestiere creativo, richiede passione e sacrificio.

Ritengo che il docente abbia un dovere sociale, ossia accompagnare i ragazzi lungo il percorso della vita, infondendo loro l’amore per la bellezza, dando loro i riferimenti culturali che stanno dietro essa e che oggi,inevitabilmente, molti tendono ad ignorare.

Oltre che fotografo, sei anche regista di un video musicale da più di 18 milioni di visualizzazioni (L’Essenziale di Marco Mengoni). Nel video ritorna l’elemento dell’acqua: vediamo un giovane camminare per Milano e, ad un tratto, cadere in acqua, circondato da una musicista e da spartiti. Cosa hai voluto significare con questa scena?

Si dice che ogni uomo aneli ad un ritorno alla vita intrauterina e che insegua le immagini impresse nella sua memoria prima della nascita.

L’acqua simboleggia una dicotomia: il momento di crisi che ti attanaglia, durante il quale inciampi in qualcosa che ti permette di conoscere te stesso, attraverso un percorso verticale. Inoltre essa fa pensare ad un viaggio spirituale, di riscoperta di ciò che è più importante nella nostra vita, di ciò che è essenziale.

Come ti vedi nel futuro? Pensi anche tu di emigrare, come fanno molti, all’estero?

Per ora escludo la possibilità di trasferirmi all’estero, non che l’attuale situazione italiana non invogli a farlo. Credo tuttavia che la crisi faccia venir fuori ciò che noi siamo, in un certo senso ci sproni a metterci in gioco, a produrre un qualcosa che possa arricchire la società, che dia un valore al nostro passaggio su questa terra.

In futuro, quando il lavoro e le circostanze me lo permetteranno, spero di tornare in Sicilia, per ricongiungermi con le mie radici più profonde. Questo si, sarebbe l’ideale.

 

http://www.giuseppelaspada.com/

http://www.mono-no-aware.org

 

A Villa Manin (Passariano, Udine) saranno esposte dal 20 ottobre 2013 al 19 gennaio 2014, 180 fotografie del celebre fotografo Robert Capa, una retrospettiva europea organizzata per il centenario della sua nascita.

Endre Ernő Friedmann, questo il suo vero nome, nasce a Budapest nel 1913, ma a causa delle proteste contro un governo di estrema destra è costretto, in età adolescenziale, a migrare verso la Germania. Spostatosi a Berlino con l’intento di divenire un grande scrittore si appassiona invece alla fotografia. A causa delle leggi razziali che si iniziano a diffondere negli anni ’30, Endre è nuovamente obbligato a fuggire dalla Germania essendo di origini ebree. Si trasferisce in Francia dove la sua carriera di fotografo stenta a decollare: cambia nome in Robert Capa e fonda insieme ad altri freelance l’agenzia Magnum Photos.

Grazie al sostegno del gruppo di artisti del quale fa parte si reca in Spagna per documentare l’orrore del regime franchista e della guerra civile: è la svolta decisiva nella sua carriera di fotografo. Nel 1936 a Cordova ritrae un soldato ucciso, questa fotografia diventa famosa in tutto il mondo e, nonostante diatribe circa l’autenticità di questa immagine, diventa simbolo della guerra civile.

Durante la seconda guerra mondiale Capa è in Nord Africa, successivamente viene paracadutato in Sicilia dove scatta moltissime fotografie al seguito di un piccolo esercito americano. A Palermo presenta le sue immagini a Life e continua la sua documentazione delle battaglie interne all'isola: "Era la prima volta che seguivo un attacco dall'inizio alla fine ma fu anche l'occasione per scattare ottime foto. Erano immagini molto semplici. Mostravano quanto noiosa e poco spettacolare fosse in verità la guerra. Il piccolo, bel paesetto di montagna, era completamente in rovina. I tedeschi che lo avevano difeso si erano ritirati durante la notte abbandonando alle loro spalle molti civili italiani, feriti o morti. Ci eravamo distesi per terra nella piccola piazza del paese, di fronte alla chiesa, stanchi e disgustati. Pensavo che non avesse alcun senso questo combattere, morire e fare foto (...)”.

Dopo la Sicilia, Capa si reca in Normandia e documentando lo sbarco rimane terribilmente scosso, fa continue riflessioni sulla guerra e l’inferno “che gli uomini si sono creati da soli”. Il reportage sul D-day lo incorona fotografo di guerra ma sancisce anche un lungo momento di profondo turbamento emotivo.

Terminata la guerra, nel 1947, fonda insieme a Hernri Cartier Bresson e altri fotografi di calibro mondiale l’agenzia Magnum che diverrà una delle più celebri del mondo.

Passionale e innamorato della vita, non riesce a rimanere sordo al richiamo di ripartire per documentare un altro massacro e nel 1954 parte per l’Indocina con le truppe francesi ma nel tentativo di scattare una foto metterà il piede su una mina e l’esplosione sarà letale.

Oltre alle meravigliose fotografie sarà proiettata la pellicola “The journey”, documentario dedicato ai sopravvissuti dell’Olocausto che testimonia le capacità di cineasta dell'artista. Una carriera, quella cinematografica, che rimase sempre in secondo piano rispetto a quella di fotografo.

Indira Fassioni

 

La moda detta le sue regole. Giuste o sbagliate sono comunque regole. E quando il corpo della donna viene sempre più usato come un manichino senz’anima c’è chi prende il coraggio a due mani e ritrae tutto: bellezze e orrori, manie e ossessioni. Nel lavoro di Miles Aldridge è percepibile una profonda cura preparatoria, un minuzioso lavoro di studio e organizzazione del set, un perfezionismo patinato talvolta scanzonatorio ma intimamente veritiero. Figlio d’arte, suo padre, Alan Aldridge, era illustratore e art director, curatore dell’immagine di band come Beatles e Rolling Stones, fin da molto giovane riesce ad essere in contatto con il mondo della moda grazie alle sorelle, tutte aspiranti modelle. Poi la carriera travolgente presso Vogue, che lo assunse dopo aver visto un book fotografico fatto alla Aldridge girl del momento. Le più grandi testate di moda maschile e femminile lo cercano e iniziano le collaborazioni con GQ, The Face, Numero e le campagne con grandi marche come Longchamp, Sergio Rossi, Cartier, Mercedes: è l’inizio di una lunga, lunghissima e molto intensa carriera da fotografo professionista, guidato da una poetica creativa irriverente e spiazzante. Negli scatti di Aldridge è presente uno strano mix di discipline artistiche, cinema, pittura e scultura si fondono per dare un effetto shock: le donne, gli spazi e i colori creano effetti psichedelici sorprendenti, scatenando un’energia che si cristallizza negli occhi delle modelle ed esplode scardinando certezze e illusioni. I suoi maestri sono il padre Alan, Federico Fellini, Richard Avedon e David Lynch. Dietro la patina glamour e perfetta dei soggetti si cela un mondo drammatico e decandente, dove l’apparenza cede il passo alla sostanza, e dove la denuncia verso le contraddizioni viene urlata attraverso le statuarie figure femminili, spesso raffigurate con accanto del cibo e cosmetici. Contro ogni possibile credenza Aldridge è un tradizionalista: scatta ancora su pellicola e non su digitale. Impossibile sbagliare quindi. Un’analisi profonda del mondo della moda, senza moralismi o ipocrisie, semplicemente scatti, semplicemente verità. Aldridge promosso a pieni voti.

A volte i numeri contano e nel caso del fotografo Spencer Tunick è proprio così. Fotografo dal 1988, newyorkese DOC, Spencer Tunick ha sempre avuto un’ossessione: i nudi, in massa!

Lontano dai soliti schemi, estraneo ai luoghi comuni, decisamente sopra le righe ritrae il corpo, o meglio, molti corpi, nel modo più semplice e naturale, senza veli!

Collettività e nudità sono i punti cardine dell’attività ventennale di Tunick che attraverso le sue opere compie delle vere e proprie “manifestazioni sociali”.

I suoi “esperimenti visivi” sono il concretizzarsi di una precisa concezione circa l’essere umano, il corpo e la società.

Vero è che ritrarre migliaia di volontari nudi non solo è un’impresa colossale ma anche l’occasione di poter osservare dinamiche antropologiche ormai in disuso: “Spogliarsi è un’azione livellatrice che permette di comprendere l’omogeneita’ umana, tramite una visione democratica del nudo, che, totalmente privato di umanita’ e sensualita’, ci riporta ad uno stato di uguaglianza non ottenibile in nessun contesto odierno”

L’ultima sua performance risale a circa due anni fa (settembre 2011), quando realizzò il “Mar Nudo”, ossia il ritratto di un migliaio di giovani israeliani nelle acque del Mar Morto.

Questo fenomeno di arte contemporanea ha toccato molti luoghi della Terra, Londra, Lione, Melbourne, Montreal, Caracas, Santiago, Sao Paulo, Buenos Aires, Sydney, Newcastle, Roma e Vienna, nonchè i “Naked States”, ossia gli Stati Uniti ma il record personale di Spencer Tunick è stato infranto a Città del Messico, quando immortalò circa 18 mila persone, tutti volontari.

Disposti in formazione, a coppie o semplicemente ammassati l’uno all’altro i corpi di Tunick sono curiosi e disinvolti, genuini e trasparenti, manifesto di un ritorno alle origini e alla spontaneità che si sta perdendo.

“Boston – Como.  More than an art Exchange”. Como accoglie, fino al 18 agosto, una mostra collettiva ed itinerante che prende vita in sei sedi storiche della città. Un progetto dal respiro internazionale che è un’analisi ed una ricerca sul rapporto tra l’UOMO e la CITTA’ nell’Arte occidentale. Un gemellaggio artistico-culturale itinerante che lega gli Usa al Lago di Como attraverso due città: Boston e Como. La mostra coinvolge 35 artisti comaschi e americani fra diverse Arti: pittura, scultura, fotografia, video e performance. Un dialogo importante tra artisti ed arti. Le opere degli artisti sono esposte in sei sedi nel cuore della città comasca: il Broletto, l’ex chiesa di San Pietro in Atrio e lo Spazio Natta, due gallerie private e la Camera di Commercio di Como. Un percorso che si snoda nel centro di Como… La mostra “Boston-Como” è curata da Carolina Lio, critico d’arte e curatore indipendente che vive tra Berlino e Hong Kong ed è responsabile della sezione di video-arte del museo di Lucca e James Hull, artista, critico e curatore d’arte indipendente, che dirige tre spazi espositivi a Boston. L’ideazione di tale mostra collettiva itinerante ha preso il via con l’artista comasco Fabrizio Bellanca.

Fabrizio Bellanca, con le sue opere che parlano di città e di metropoli, proprio nel 2011 ha esposto con una personale alla Laconia Gallery di Boston.  Da questa forte ed emozionante esperienza oltreoceano Bellanca ha deciso di realizzare una collettiva che riunisse a Como artisti comaschi e americani in un forte scambio artistico. La collettiva “Boston-Como” è un gemellaggio che proseguirà nel 2014 anno in cui gli artisti comaschi saranno ospiti a Boston dai colleghi americani. A corollario della mostra si svolgeranno una serie di eventi tra cui dieci concerti e performance nelle vie del centro cittadino.

Un’Estate 2013 a stelle e strisce per la città di Como con 1 progetto,  1 ideatore, 2 curatori, 4 settimane, 6 sedi e 35 artisti!

Per informazioni: http://www.boston-como.com/

La fotografia come arte, ispirazione, passione e talvolta come provocazione, strumento per suscitare riflessioni su temi sociali importanti, assolutamente contemporanei e condivisi dalla maggior parte delle persone.

Perchè lo scopo del fotografo non è sempre creare un’immagine “bella”, perfetta nelle proporzioni, luci e colori, a volte è necessario uno scossone, un terremoto che crei una foto dissonante, fuori dal coro, che si avvicini ad un’estetica del brutto che, come è noto, lascia un segno più profondo e lacerante.

Di estetica del brutto non è possibile parlare in questo caso, ma sicuramente le fotografie della serie “The men under the influence” non sono immagini che passano inosservate, proprio per la loro natura provocatoria.

Firmate da Jon Uriarte, fotografo spagnolo nato nel 1980 e residente a Barcellona, le immagini di questa raccolta hanno lo scopo artistico di suscitare “una sensazione di perdita” nel fruitore e nei modelli che sono immortalati.

Le immagini ritraggono singolarmente gli amici di Uriarte che si sono prestati a questo esperimento antropologico-sociale, vestiti con gli abiti, accessori e trucco delle loro compagne di vita, fidanzate, mogli, amiche.

Nello spazio delle loro abitazioni hanno indossato outfit femminili per portare agli occhi di tutti la visione del fotografo: “Io”, dichiara Uriarte, “non sono nè un antropologo, nè uno scienziato, questo è un modo per esprimere la mia visione”, visione appunto sui ruoli di uomo e donna all’interno delle coppie eterosessuali e più  nello specifico sul ruolo della “coppia”, omosessuale o eterosessuale che sia, nella società odierna.

La peculiarità di questi scatti è carpire in ogni singola immagine l’intimità e la delicatezza con cui ci si avvicina all’altro, vestire fisicamente i panni della persona che si ama, che condivide con te spazi, letto, idee.

La timidezza di molti dei modelli è stata percepita dallo stesso fotografo che spiega la difficoltà di realizzare questa serie: dalle fotografie si può pensare che i volti dei ragazzi siano sereni ma così non è, alcuni hanno pianto, alcuni si sono accigliati, altri ancora si sentivano completamente a disagio.

Il disorientamento e la sorpresa derivano da un avvicinarsi in maniera molto particolare alla sessualità e intimità della coppia, diventando l’altro, vestendo i suoi panni.

Un lavoro davvero profondo e sul quale ognuno dovrebbe provare a riflettere.

 

 

L’elemento che più apprezzo dei grandi fotografi è che ho sempre costantemente l’impressione che riescano ad aggiungere qualcosa alla realtà: guardo una fotografia di una modella e la trovo diversa da come vedo la stessa modella davanti ai miei occhi.

Niente questioni di make up o fotoritocchi, credo fermamente che il fotografo con la F maiuscola, sia colui che trasmette una potente emozione, poichè la sua grande dote è quella di trasformare il reale in straordinario ogniqualvolta prema il pulsante della sua macchina fotografica.

Andrè Brito, portoghese di Oporto classe 1972, è uno di questi.

Apprezzato a livello mondiale, Brito è il nuovo maestro del nudo, erede a mio avviso del grande Helmut Newton.

Sofisticatezza ed eleganza sono le parole d’ordine che contraddistinguono la sua arte: un amore profondo e radicato per la figura del corpo umano, preferibilmente femminile, nobilitato da un gioco di luci ed ombre che ne esalta la perfezione. “Il corpo femminile è la cosa più bella che la natura abbia mai creato” ha dichiarato in più occasioni l’affermato fotografo, il fascino che carpisce con i suoi scatti rende le immagini uniche e circondate da un alone di mistero.

Nell’epoca della manipolazione digitale Brito sostiene che sia fondamentale sfruttare questa tecnica: “I fotografi hanno sempre modificato le proprie creazioni anche nei giorni dell’analogico e della camera oscura. Ora è tutto molto più semplice, modificando una foto, non si cambia la realtà, la si esalta!”.

Un nudo sofisticato, appassionato che celebra le forme femminili con un amore e rispetto profondi.

"No Shame. Shape on you" è uno dei suoi libri più famosi, assolutamente da avere.

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