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Nella seconda metà dell’Ottocento, in Francia nasce l’en plain air. Gli impressionisti escono dagli atelier, pieni di stantia aria accademica, e iniziano a dipingere all’aria aperta! Cento anni dopo Richard Avedon fa lo stesso, armato di obiettivo prende le più celebri donne della storia, le porta fuori dallo studio e comincia a scattare loro foto en plain air per la prima volta nella storia della Fashion Photography, fino ad allora troppo strutturata e priva di movimento. Il fotografo più patinato della storia nasce da una famiglia ebrea di origini russe, nelle sue giovanissime mani la Kodak Brownie regalatagli dal padre immortala il loro vicino di casa, l’allora “sconosciuto” pianista Rachmaninov, primo di una lunghissima lista di nomi che hanno fatto la storia del mondo. Inizia gli studi di filosofia, abbandonandoli per girare il mondo nella marina mercantile. La svolta della sua vita comincia nel 1944 quando conosce il suo pigmalione Alexey Brodovitch, art director della celeberrima rivista di moda Harper’s Bazaar (per la quale lavorava anche Diana Vreeland regina della moda predecessore di Anna Wintour) . Dopo l’Harper’s Bazaar è il successo; collabora per i suoi libri con critici del calibro di Truman Capote, il successo sempre crescente delle sue foto lo portano da Bazaar a Vogue. Sebbene Avedon nasca come un fotografo di moda, le sue foto della maturità raggiungono anche il sociale e il politico come nei suoi scatti di vagabondi del West americano, o come le foto fatte durante la caduta del muro nel 1989. Questo poliedrico artista diviene però una eccelsa icona della fotografia grazie ai suoi ritratti. Se si pensa ad una qualsiasi star nell’intervallo della vita artistica di Avedon cioè dal 1944 al 1997, lui l’ha ritratta; Marilyn, Audrey, Sophia, Twiggy, Tilda, Barbra, Barack, Maria Callas posano per lui (per citare alcune di una lunghissima lista di gente che noi, i nostri genitori e i nostri nonni conosciamo) riesce a ritrarre con uno stile unico, intenso e penetrante i volti delle donne e degli uomini che hanno creato la Pop art, che hanno stravolto generazioni, impressionando attraverso capolavori bicolore assolutamente originali (vd. Dovima with elephants - 1955), alcuni perfino onirici e fantastici come nel ritratto in serie di Audrey Hepburn che lui realizza nel 1967. Cogliendo un’impressione, semplicemente, nell’istante giusto.
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In una decade dove tutto sembra essere più definito ed efficiente, un’epoca dove le foto sono più nitide e fedeli, senza difetti, ecco che torna la nostalgia.

Se avete facebook vi sarete resi conto che le foto che adesso vanno di moda sono le foto vintage. Per vintage non intendo il vecchio e patinato glam in bianco e nero, dobbiamo pensare alle foto che troviamo nei cassetti dei comodini di casa.

Quelle foto dal colore leggermente seppiato, rigate e con un po’ di polvere, sfocate quanto basta da renderle lontane da noi nel tempo e nello spazio.

Questo genere di foto è divenuto ormai inflazionato, il troppo stroppia e alla fine siamo stati sommersi da foto decontrastate di tazze di té, libri, Londra e a ciò che andava di moda negli anni della Beat Generation.

C’è però chi, in mezzo a queste foto fatte con il copia e incolla, riesce ad esprimersi con una creatività ed un gusto unici, tanto da essere il punto di riferimento per questa nuova moda: Théo Gosselin.

Il bello e giovane fotografo francese è conosciuto un po’ da tutti grazie ad i suoi blog quali

http://theo-gosselin.blogspot.it/

oppure

http://www.flickr.com/photos/46799990@N04/

 

Le sue foto sono pastose, calme, naturali, sono senza pretese. Sembrano quasi delle foto scattate da un gruppo di amici in un giorno qualsiasi di qualche anno fa.

La bellezza candida dei suoi modelli, le luci nei posti giusti e al momento giusto, i colori più belli di quelli reali le rendono uniche nel loro genere, così belle da essere degne di essere imitate.

Giacomo Leopardi sosteneva l’importanza di ciò che era lasciato all’immaginazione del lettore attraverso “l’indefinito poetico”. La stessa logica c’è nelle foto di Gosselin: un tempo sospeso, un’atmosfera eterea, uno scatto ottenuto con la stessa semplicità con cui si apre una porta o con cui ci si tocca, ma con quel quid che ci apre l’immaginazione.

Nostalgiche e non patetiche sono le sue foto, in lui la tecnica non è la prima cosa che balza all’occhio; ciò che risalta è l’assoluta nonchalance con cui scatta.

E lui fotografa in analogico, voi vi chiederete perché usare il costoso ed obsoleto analogico negli anni dei 18 megapixel e dei nuovi sensori di colore? Perché nessuna fotocamera digitale potrà restituire il calore e i naturali errori che può dare una pellicola, ed ora ciò che rende diverse le foto di Gosselin dalle altre sono proprio questi errori.

Personalmente sono un accanito sostenitore del glam e del B&W ma fotografi del genere meritano assolutamente, aldilà dei gusti personali.

 

 

Dopo il grande successo dell'anno passato, quest'anno sarà il Museo Minguzzi di Milano ad ospitare la ormai conosciutissima mostra fotografica Wildlife photographer of the year 2013.

 

Grandi fotografi, chi più noto chi meno, ci raccontano attraverso lo sguardo della loro macchina fotografica le meraviglie della natura.

Lo spettatore viene completamente immerso e reso piccolo intruso di spazi incontaminati e spettacolari, gli viene data la possibilità di sentirsi parte, anche solo per un istante, di un attimo privato di un mondo a lui sconosciuto.

Il tutto realizzato e reso ancora più coinvolgente dall'artisticità degli autori, dalle loro competenze, dalla loro passione per la natura, dalla loro pazienza (infinita) e sopratutto dalla loro sensibilità.

La mostra è articolata su quattro piani, consentendo così allo spettatore di intraprendere un vero e proprio viaggio in un ambiente ignoto, sconosciuto e, forse, anche inimmaginato.

La mostra è stata organizzata da Roberto Di Leo, presidente dell'Associazione culturale Radicediunopercento, il quale ha scelto Museo Minguzzi per accoglierla: uno spazio suggestivo all'altezza di ospitare le cento fotografie premiate di quest'anno.

 

Il concorso è indetto dal Natural History Museum di Londra con il Bbc Wildlife Magazine: il tema del concorso è la fotografia naturalistica.

Il Wildlife photographer of the year si tiene dal 1964, e, ad oggi, conta 98 paesi partecipanti e più di 48.000 concorrenti.

Gli scatti son giunti fin qui grazie all'esclusiva concessa dal Museo londinese alla PAS EVENTS di Torino.

 

Oltre alle immagini bidimensionali della mostra sarà possibile ammirare le affascinanti sculture di animali di Michele Vitaloni, scultore iperrealista di livello internazionale, nonché rappresentante di spicco della Wildlife Art.

 

L'esposizione ha inaugurato il  7 dicembre alle 19, dove il giornalista e scrittore Viviano Domicini ha accolto il pubblico con una breve conferenza sul tema 'animali trascinati in tribunale'.

La mostra resterà aperta fino al 22 dicembre 2013 e dall' 8 al 24 gennaio 2014, in via Palermo 11, al Museo Minguzzi.

 

Per ulteriori informazioni potete:

visitare il sito : http://www.wpymilano.it

chiamare al numero : 02. 36 56 54 40

oppure scrivere a : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Il biglietto intero costa 6,00 € - ridotto 4,00 €

Nerospinto questa volta vi accompagna in un breve ma significativo viaggio tra le opere di uno dei fotografi più famosi ed interessanti del secolo scorso, protagonista del Dadaismo e del Surrealismo.

Alla Fondazione Marconi a Milano, è infatti possibile ammirare alcune fotografie di Man Ray, si tratta di quelle che ritraggono le sue modelle e le sue muse, le donne più belle di cui era circondato e dalle quali veniva tanto affascinato che decideva di renderle protagoniste delle sue creazioni.

La riproduzione di quest'album fotografico originale del noto artista, in mostra fino all'11 gennaio, mostra 83 fotografie vintage scattate tra il 1920 ed il 1940. Ma chi è Man Ray? E quale valore da al mezzo fotografico ed al suo prodotto? Come affronta l'arte e che cosa ne pensa?!

Appena si entra, salendo una scalinata spoglia, su una parete bianca, asettica, ci accoglie una scritta, sulla parete. Sono le parole di Man Ray. Il suo pensiero.

"La fotografia è un'arte. Non si dovrebbe porre questa domanda. L'arte è superata. Ci vuole qualcos'altro. Dobbiamo guardar lavorare la luce. Ė la luce che crea. Io mi siedo dinanzi al mio foglio di carta sensibile e penso" (Man Ray, 1928)

Pittore, fabbricante di oggetti e regista di film d'avanguardia, egli è conosciuto soprattutto come fotografo surrealista. Nel 1922 Man Ray produce i suoi primi fotogrammi, che chiama 'rayographs'. Una rayografia è una immagine fotografica ottenuta poggiando oggetti direttamente sulla carta sensibile, procedimento apparentemente semplice, ma che seppe usare per immagini altamente suggestive. In verità il movimento Surrealista nasce ufficialmente nel 1924, egli ne è un anticipatore ed uno tra i primi esponenti.

Ed è infatti il rituale ciò che conta per questo artista e fotografo fuori dal comune, che tra i primi riconobbe le novità della psicoanalisi e le mise in relazione al linguaggio artistico, che rifiutava il sistema della comunicazione elitaria dell'arte, dell'immagine e della contemplazione, che seppe costruire un discorso rivoluzionario a livello linguistico e che credette che solo con la propria macchina fotografica potesse costruire un mondo. Attraverso il processo con cui si realizzava una fotografia veniva a crearsi l'opera stessa. Non era tanto un discorso sul soggetto ma sul processo di realizzazione, ciò che interessava sul serio Man Ray.

Freud pubblicava"l'Interpretazione dei sogni" nel 1899, e da allora la psicoanalisi cambiava molto la concezione del mondo, dell'uomo, dell'arte. La lettura psicoanalitica porta ad un nuovo modo di affrontare la realtà. Come le altre Avanguardie anche Man Ray si sente parte del rifiuto della cultura borghese e come gli amici protagonisti del Dadaismo Newyorkese Duchamp e Picabia, rifiuta le estetiche positiviste ed idealiste. Egli scopre una possibilità espressiva precisa, nuova, della fotografia. Questo avviene con le varie tecniche che decide via via di sperimentare come le inversioni luci-ombre, la "solarizzazione", altro processo fotografico che inventa, insieme ai Rayogrammes, in polemica con il modello realistico della fotografia, attraverso una doppia esposizione: sole e calcificazione, inverte i valori tonali ed accentua i contorni, e questo non per dare l'aspetto decorativo e gli elementi tipici di un'illustrazione o di un disegno, ma per ribaltare il contenuto realistico della fotografia stessa.

Il modo di costruire gli oggetti è un riflesso dell'analisi freudiana, ed è vero che i suoi soggetti sono anche alchemici oltre che psicoanalitici, si concentra sul processo e non sul prodotto, inoltre nelle sue opere ritroviamo un linguaggio che spesso manipola il lavoro onirico proveniente dall'Interpretazione dei sogni freudiana.

Le Avanguardie sono tutte caratterizzate dal rifiuto del sistema, dalla volontà anti borghese, ed in che senso la sua opera, come quelle dell'Espressionismo, del Dadaismo, del Costruttivismo, sarebbe parte di queste tendenze? Sicuramente Man Ray è un anticipatore e un rivoluzionario, capace di cogliere le nuove inclinazioni del linguaggio artistico influenzato dalla psicoanalisi, dalla grammatica del sogno, dall'alchimia determinata dal processo meccanico della moderna arte fotografica, dall'antirealismo.

Le prime pagine del libro ci parlano del corpo e del volto di queste donne osservate da Man Ray, la modella sconosciuta che apre l'album è una rappresentante di tutte le altre modelle. Trasferitosi da New York, l'artista segue a quel tempo dei corsi serali di nudo in un centro sociale di Parigi. Vediamo il ritratto di Natasha, modella ed assistente vicina all'artista, affascinante nella solarizzazione da cui viene derivata l'immagine.  Per deviare dai principi classici della fotografia egli spesso sceglie di lavorare nell'oscurità, sull'astrazione geometrica, trattando i corpi quasi come fossero statue. E poi riprende la fotografa Lee, una donna di talento e coraggio. L'irriverente ed originale pittrice Meret, e ancora la moglie del poeta Paul Ėluard, Maria Benz detta Nusch.

Ed è affascinato dalla bellezza selvaggia, esotica; a Parigi come in Africa le modelle sono di colore, si vedono danzatrici esotiche in Montparnasse, danzatrici anonime con nomi di vegetali e corpi commestibili, una bellezza lontana, generata dal mescolarsi di oriente ed occidente in quei corpi ed in quei volti bianchi e neri che vediamo alternarsi nelle immagini. A seguire  una bellezza irresistibile com'è quella di Kiki (Alice Prin) cantante francese considerata all'epoca la regina di Montparnasse, di cui Man ray si è innamorato.

Un'altra citazione del pensiero di Man Ray chiude l'esposizione, scritta su un'altra parete.

"La luce può fare tutto. Le ombre lavorano per me. Io faccio le ombre. Io faccio la luce. Io posso creare tutto con la mia macchina fotografica”.

Una curiosità: al centro della sala è possibile osservare anche un vecchio modello di macchina fotografica firmato dall'artista. Si ha anche modo di sfogliare sulla scrivania all'ingresso  una vera e propria riproduzione del libro fotografico, pronta per la consultazione.

L'esposizione non è grande ma è estremamente interessante e l'ingresso è gratuito, per cui, è possibile dare facilmente un'occhiata alle opere di uno dei fotografi che hanno fatto la storia dell'arte, e lasciarsi sedurre ed affascinare dalle immagini delle sue donne. Le foto di inizio novecento hanno inoltre tutto il sapore del passato che è stato catturato in uno scatto in bianco e nero, e la forza di attrazione di un momento, uno sguardo, un gesto, un corpo, che è stato fermato per sempre, attraverso la luce, e l'ombra. Ritroviamo la percezione di un frammento di autenticità, l'impressione della distanza e l'illusione di un sogno.

 

Man Ray. MODELS 1920-1940

Riproduzione anastatica di un Album fotografico di Man Ray con un volume a cura di Janus, edizione Carlo Cambi Editore e Fondazione Marconi.

Dal 15 novembre 2013 all'11 gennaio 2014

 

FONDAZIONE MARCONI ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA, Via Tadino 15  - 20124, Milano

INGRESSO GRATUITO

 Dal Martedì  al sabato 10-13, 15-19 (chiuso dal 22 dicembre 2013 al 7 gennaio 2014)

PER INFORMAZIONI:

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.fondazionemarconi.org

 

Giovanna Canonico

La natura, le foreste di Takeshi Shikama trasmettono qualcosa di aulico, eterno e armonico che non si ritrova in tutte le fotografie di paesaggio.

Una serie in bianco e nero che ricordano un sapore antico, magico, potente: un inno alla grandezza di Madre Natura, ispiratrice di questi scatti e complice della realizzazione personale dell'autore,della riscoperta delle sue origini in foreste centenarie.

 

La galleria RBcontemporary dal 7 novembre al prossimo 6 dicembre ospita la prima personale in Italia dell'artista Takeshi Shikama, autore giapponese che dedica la sua intera produzione alla natura, alla sua potenza e maestosità.

 

L'intento è quello di farle un omaggio, nella speranza che queste fotografie non possano mai diventare un suo requiem. Nelle ore immerso nelle foreste si ritrova testimone della sua forza ed eleganza e attraverso la sua macchina fotografica immortala tale potenza in un'immagine, che diviene a tutti gli effetti un ritratto.

 

Le foreste in questione sono moltissime e in luoghi ben distanti tra loro, inizialmente i boschi di conifere giapponesi, le zone acquatiche di Okkaido e successivamente si è spostato verso l'America e l'Europa, dove ha ritrovato altrettanti ritratti da fermare, come la serie fatta a Yosemite National Park, al Central Park di New York, ai Jardin du Luxemburg a Parigi e in Scozia all'isola di Skye.

 

La tecnica utilizzata per queste stampe è molto interessante: Takeshi Shikama è rimasto uno dei pochi fotografi che stampa personalmente le proprie foto con la tecnica ottocentesca del platino, un processo in grado di restituire all'immagine la più ampia gamma di tonalità cromatica in bianco e nero.

Tutto questo attraverso avviene tramite la stesura del platino sulla carta, che, con il suo graduale depositarsi sulla carta che a sua volta l'assorbe, conferisce un tono più opaco all'immagine. La carta utilizzata è, anch'essa, unica nel suo genere: si chiama Gampi, è di origine giapponese e viene realizzata a mano. E' una carta priva di acido, molto sottile e ricca di trasparenze.

 

 

L'esposizione è stata inaugurata il 7 novembre presso la galleria RBcontemporary a Milano e sarà visibile fino al prossimo 6 dicembre, l'ingresso è gratuito.

La galleria si trova in Via Foro Bonaparte 46, Milano

ed è possibile visitarla dal lunedì al venerdì

orari:10-12.30   14-18

 

Per ulteriori informazioni potete consultare il sito http://contemporary.rbfineart.it

 

oppure chiamare il numero 02 87 57 85

 

Francesca

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Magena Yama, modella e performer di shibari, accetta di farsi intervistare da noi di Nerospinto; siamo entrambi pieni di curiosità, conoscere dal vivo quest’artista eclettica e sui generis.

Ci accoglie con un gran sorriso sulle labbra, in una casa grande e piena di luce.

Facciamo la conoscenza dei suoi gatti e, dopo esserci accomodati su un divano, sorseggiando un tè da lei preparato, ci apprestiamo a cominciare.

 

N: Chi è Magena Yama? Presentati.

 

Magena Yama è una ragazza normalissima, sempre stata appassionata di fotografia, che a 19 anni ha avuto in testa l’idea di provare.

Fatalità, tutto è stato fatalità: ho conosciuto un fotografo che era anche performer di shibari, Hikari Kesho, ai tempi organizzavo serate dark/gothic.  Mancava la modella, così mi offersi io, mi piacque tantissimo. (http://vimeo.com/33671579 Hikari Kesho and Magena Yama performing The Cage, N.d.R.)

È stata un’esperienza intensissima.

Dallo shibari poi mi sono specializzata, sono stata all’estero, ho trovato fortunatamente una visibilità, ed ora forse rappresento un po’ questa nicchia all’interno della fotografia.

Magena Yama non è qualcosa di preciso: inizialmente proponevo un immaginario più fetish, ed ancora mi piace. Ora punto maggiormente sulla mia femminilità e sul mio aspetto, più avulsa dal contesto. Sono diventata più naturale, comunicativa.

Per me è sempre stato importante esprimere la mia idea di erotismo, sotto ogni aspetto, lato e forma. Cerco di evitare il sexy fine a sé stesso, c’è una sovrabbondanza di immagini e altre cose sexy, mentre l’erotismo sta morendo sempre di più. È molto facile scadere nel trash.

Magena è anche fotografa: mi piace ritrarre uomini, proporre un erotismo maschile dagli occhi di una donna.

Vivo l’eros come una missione e, senza esagerare, una dimensione anche spirituale: sono molto legata ancestralmente al dionisiaco, al primordiale. Forse a livello, sia conscio sia inconscio, cerco di proporre, in maniera attuale e moderna l’approccio delle baccanti alla sessualità e al loro essere donna.

Se dovessimo fare una metafora un po’ deistica delle varie espressioni, sarei Dioniso, Shiva e Kali, Ishtar, Artemide ed Ecate. Quello è l’immaginario, un qualcosa di pagano, eros come fonte di vita.

                                                                                                             

N: Potresti descrivere il rapporto fotografo-modella? È qualcosa di prettamente lavorativo, o c’è anche una sorta di comunione artistica?

 

Sicuramente c’è anche una questione di comunione artistica, insomma, c’è un rapporto.

L’ho capito anche mettendomi dietro all’obiettivo, non davanti. È un rapporto molto complesso, e il distacco che magari qualche fotografo ha nei miei confronti, poi ne risente sulla potenza dell’immagine. Ci dev’essere empatia e comunicazione, secondo me.

Ci deve anche essere tensione erotica, una trazione dell’anima e del corpo verso la realizzazione di un fine ultimo, sia nella fotografia di nudo che ritrattistica.

Una modella è anche Musa.

Alle volte poi, si crea questo stato di grazia nel quale si è sopraelevati dal concetto di fotografia, e diventa Emozione.

 

N: Com’è nata e come si è svolta la collaborazione con Cattelan?

 

(Ride forte, sorpresa e lusingata. N.d.R.)

È stata una cosa molto immediata e molto semplice: abitavo ancora a Gallarate, ed a gennaio andai a Le Dictateur, una galleria fotografica molto interessante, in Via Nino Bixio 47.

Ogni mese fanno un evento: esposizione o concerto.

Questa galleria nasce da un progetto di Pier Paolo Ferrari, il fotografo che collabora con Cattelan, e Federico Pepe.

Cattelan non c’era, sono andata da Pier Paolo, ho chiesto se avessero bisogno di progetti, lui mi disse di dargli subito il mio contatto e di inviare portfolio et cetera.

Lo feci aspettare due o tre giorni, poi gli inviai tutto, mi rispose entusiasta e m’invitò ad andare al suo studio, perché aveva un lavoro da propormi.

Io ero emozionata, andai, mi disse che stavano preparando un libro per un collezionista, Dakis. (http://visionfield.blogspot.it/2013/04/maurizio-cattelan-pierpaolo-ferrari.html  N.d.R.).

Accettai immediatamente! Volai in Grecia, ad Atene, pagata, ero incredula. Sai, mi stupisco sempre: non sono una modella convenzionale, non sono affiliata a nessuna agenzia e non ho agenti. Quando riesco in qualcosa, è una vera soddisfazione.

Qui a Milano per il tipo di lavoro che faccio vengo derisa, snobbata, invece a Parigi è tutta un’altra storia.

 

N: Per quali fotografi vorresti posare, in futuro?

 

In realtà non ho una vera e propria “wish list”, ci sono dei personaggi con i quali vorrei collaborare, ma preferisco accettare ciò che mi accade con spontaneità ed entusiasmo.

Quando vedo una persona che mi piace, la contatto subito. Con un po’ di faccia tosta, certo, ma con molta semplicità mi propongo, e vedo che poi gli artisti, non tutti, sono di una disponibilità estrema.

 

N: Citaci dei fotografi bondage, italiani o stranieri, che ti piacciono.

 

Come riferimento italiano e internazionale, assolutamente Hikari Kesho.

Altri degni di nota: Frederic Fontenoy ( http://www.fredericfontenoy.com/Site/Fontenoy.html  N.d.R.), il quale usa spesso il bondage nei suoi scatti. In Italia sono pochi quelli bravi.

Altri personaggi, non mi sentirei di consigliarti, più che altro perché non ricordo i nomi, sono pessima in questo. (Ridacchia. N.d.R.)

 

 

N :Spesso il corpo passa in primo piano, gettando ombra sul concetto che si desidererebbe esprimere: la tua ricerca all’interno dell’arte kinbaku è prettamente estetica, o desideri andare oltre?

 

La componente estetica c’è, ma esibendomi dal vivo si mescola l’emozionalità.

È una commistione di tratti ed emozioni, per farti un esempio: una legatrice con la quale lavoro spesso, Beatrice alias RedLily ( http://www.redlily.it/ ), porta l’amore nello shibari e focalizza l’idea di corda come prolungamento del cuore, d’amore. Altri, come Kirigami , con il quale però non ho mai lavorato, anche se potrebbe essere interessante(http://www.abbraccidicorde.com/ ), trasmettono la passione ferina e la violenza, il dolore come catarsi.

Il discorso estetico è comunque a priori di tutto, ma c’è tanto: fiducia, responsabilità. La bellezza è molto, cerco di lavorare con persone che sappiano trasmettere queste cose.

Il legatore e la persona legata sono come due danzatori, due meditanti che condividono un’esperienza unica.

Sono tante le emozioni che si mescolano nello shibari: in Germania vi sono persino persone che uniscono shibari a yoga.

Lo shibari inoltre stimola i punti dello shatzu, e le parti del corpo legate sono comunque legate a quella che è la medicina cinese, quindi i meridiani, i chakra. È complesso.

Se ci pensate, alla fine, i giapponesi impacchettano ciò a cui tengono: non è una cosa negativa, anzi.

Quindi: la formula indispensabile per poter creare dell’Arte o delle immagini con un potere espressivo è il legame tra chi fa e chi si presta, tra l’artista e la sua tela.

 

N: Hai un rigger (legatore) preferito? Se sì, quale?

 

Non posso non citare Hikari Kesho: mi ha introdotto lui, sia al bondage che alla fotografia, è stato il mio tramite.

Devo citare anche MaestroBD (http://www.maestrobd.it/ ), insegnante di RedLily, e RedLily stessa, perché è peculiare sia una donna. Bisogna bypassare il concetto di legatura come pura violenza sulla donna.

 

N: Come ti prepari (se ti prepari) per le legature?

 

Assolutamente stretching: la flessibilità è fondamentale. Più flessibile sei, più comoda sei.

Cerco di fare respirazione e meditazione: nella performance bisogna lasciarsi andare, ma si sta facendo uno show. Anche se si è inerti all’apparenza, si può dare tantissima espressione alle corde. Quando poi c’è dolore bisogna scarica il peso... insomma... non bisogna sembrare un sacco di patate appeso, bisogna dare grazia.

Le sospensioni sono comunque cosa complessa, è importante che il corpo sia completamente a suo agio. Le endorfine lavorano, all’inizio è paura, ma quando ci si rilassa è una sensazione di completo abbandono. È magnifico, come essere abbracciati.

 

N: Ci sono libri interessanti da leggere per informarsi un po’ sul bondage e BDSM?

 

Assolutamente sì: c’è un manuale, “l’arte italiana di legare”, scritto da Davide La Greca (Maestro BD) e RedLily. Altro libro interessantissimo è di una bondager americana che ha fatto la storia, il libro si chiama “Bondage Giapponese”.

Ci sono anche svariati corsi: è importante imparare in sicurezza e con competenza. Trovo sia anche molto importante andare a vedere delle performances, per farsi un’idea di come si lavori, di cosa si debba e non si debba fare.

Bisogna assolutamente diffidare della gente di false promesse: fare attenzione, tanta attenzione.

 

 

N: Definisci, secondo una tua personale visione, il BDSM e le pratiche ad esso connesse.

 

BDSM è un acronimo: B/D, bondage e disciplina, D/S, dominazione e sottomissione, S/M sadismo e masochismo.

BDSM è un vero e proprio codice deontologico, ci sono delle regole fondamentali: Safe, Sane and Consensual (Sicuro, Sano e Consensuale N.d.R.)sono le prime da doversi rispettare.

È un mondo molto vario: non c’è solo il bondage, ma anche come ho detto prima i rapporti D/S, regolamentati da una certa condotta, i vari feticismi come la pelle, il latex, poi il whipping, che ho provato anche io.

La base è l’estro degli amanti, il piacere del piacere, di divertirsi superando ogni tabù.

Consiglierei un libro: “BDSM” di Ayzad, ed anche il Vocabolario del BDSM. Se sì è interessati a conoscere questo mondo multiforme, questo è l’ideale.

 

N: Come reputi la scena BDSM italiana? E quella estera?

 

La mia impressione è che all’estero vi sia una maggiore libertà, il BDSM è davvero molto più sdoganato. In Italia non sarebbe possibile fare una cosa del genere, la sessualità alternativa in Italia è poco accettata, è vista come peccato, non come puro ludibrio.

Il Sadomaso è sì un’esperienza forte, ma è anche divertimento, tanto divertimento. Non bisogna trattarlo con leggerezza, ma con naturalezza.

 

N: Ritieni i siti d’incontro fetish (come FetLife et similia) e/o le serate per introdurre le persone vanilla (estranee al sesso estremo, N.d.R.) alla realtà BDSM, utili ed efficienti, o hai qualche critica?

 

Trovo FetLife molto utile, anche se, come tutti gli ambienti che hanno a che fare con internet, c’è sempre un margine di rischio.

Gli admins di FetLife cercano di dare una grandissima tutela: lo staff di quel sito aiuta a moderare le foto, si possono segnalare comportamenti scorretti, insomma, è una comunità buona e piuttosto sicura. Io sono iscritta, perché essendo un personaggio dell’ambiente, è un tantino un dovere che io presenzi.

Per quanto riguarda le serate... dipende dal contesto. Le persone autorevoli nell’ambiente organizzano serate secondo certi principi, e può essere una buona idea parteciparvi: conoscere le persone dal vivo è tutta un’altra cosa, ed è necessario rispettare le stesse regole che rispetteresti nel privato. A Roma, ad esempio, vi sono tantissime serate, gestite da persone davvero capaci.

Andarci in sicurezza, ecco.

 

N: Come ti rapporti con il dolore fisico?

 

Per me il dolore, sempre entro certi limiti, può essere più o meno intenso.

Quello nel bondage a terra è quasi nullo mentre in sospensione c’è sicuramente, è molto soggettivo e comunque non crea alcun danno. Essere sospesa a delle corde può certamente crearti dolore, è vero ma spesso nel BDSM il dolore è un veicolo, non deve essere distruttivo ma controllato, si può spiegare a livello scientifico e chimico e alla fine si tramuta in estremo piacere.

Il dolore noi cerchiamo di evitarlo in tutti i modi ma quel tipo di sofferenza può aiutarti a conoscerti meglio, a conoscere meglio alcune sensazioni e a riconoscere il piacere.

Anche l’orgasmo in sé ha una componente dolorosa, non esiste mai una sensazione standard o neutra, ecco: è un veicolo per conoscersi; per esempio i fachiri utilizzano il dolore per trascendere e provare esperienze oltremondane.

 

N: Come ti rapporti con la tua fisicità? La veneri, la disistimi o ti collochi in una posizione mediana?

 

Vivo un rapporto molto tranquillo con il mio corpo, la nudità è qualcosa di naturale: siamo nati nudi, quindi non è trasgressione ma espressione della natura, dell’amore di dio. Non mi spoglio per far vedere quanto io sia figa, se risulto bella quella è una conseguenza.

Personalmente vivo il naturismo che per me è terapeutico; è sempre stato così, per me è stato scontato posare nuda, immaginavo le foto che avrei voluto realizzare, pensavo ai pittori pre raffaelliti nel nudo.

Essere svestiti completamente è sincerità totale: nella società attuale il corpo è sessualizzato, invece il nudo è nudo, non è sesso. Mi preme molto chiarire questo concetto, dal momento che in Italia è evidente: un seno è sesso, invece no, un seno è un seno. Non c’è niente di male nel sesso ma l’ipersessualizzazione è malata. Ci sta che un corpo nudo sia erotico, siamo nudi quando facciamo l’amore. Il sesso è un modo per applicare l’erotismo, l’eros è qualcosa che c’è e si manifesta dal momento in cui c’è la vita.

 

N: Quanto e che tipo di valore dai al tuo corpo?

 

Per me il corpo è davvero sacro, è il tempio in cui, in questa vita, io agisco nel mondo, gli do un valore e un rispetto totale; anche per quanto riguarda il dolore.

Non che io voglia far male al mio corpo ma voglio stimolarlo, farlo vibrare.

 

N: Quale parte del tuo corpo preferisci? Questa preferenza collima poi con la parte del corpo che favorisci come soggetto delle fotografie?

 

Mi trovo sempre in difficoltà a dire cosa mi piaccia, valuto l’estetica totale. Certo, ho un bel fondoschiena e in foto lo propongo; ho una fisicità contrastante, sono minuta, ho il seno piccolo ma ho i fianchi generosi.

Cerco inoltre di puntare certo sul viso, ma non riuscirei comunque a puntare su una cosa sola, non ho un viso convenzionale ma credo di avere una buona espressività. Mi piacerebbe molto essere androgina, sarebbe perfetto equilibrare la mia parte maschile con quella femminile.

 

N: Quanto tempo spendi per la cura del tuo fisico e del tuo viso?

 

Pochissimo. Sono molto hippy: a parte la depilazione, punto molto sull’alimentazione, lo yoga che è perfetto per mantenere il fisico e l’elasticità del corpo. Mi dedico poco al corpo ma quotidianamente, anche usando dei buoni prodotti, ma sono davvero libera, in questo senso, forse da piccola mi truccavo leggermente di più.

 

N: Quali lavori ritieni ti abbiano fatto emergere?

 

Mi ha fatto emergere, anche se in un ambiente di nicchia, lavorare nello shibari.

Sono perfino andata da Magalli a Piazza Grande (programma di Rai 2 N.d.R.) per parlare dell’ambiente, in seguito alla morte di una ragazza a Roma. Bisognerebbe chiedere anche agli altri, a coloro che mi vedono, ma citerei come esperienza importante anche aver lavorato per Settimio Benedusi, che lavorava per Max (http://www.benedusi.it/blog/max-casting-ed-autoritratti/ N.d.R.), facendo degli autoscatti per lui e per il suo progetto. Su Storie Maledette (programma di Rai 3 N.d.R.) è andato in onda un video di una mia performance con il MaestroBD.

 

N: Il tuo personaggio pubblico corrisponde o si attiene alla la persona che sei in realtà?

 

Conta molto la percezione che ha il singolo di me, generalmente pensano che me la tiri ma invece sono una persona tranquillissima; chi ha lavorato con me lo sa e a parte qualche screzio sono tutti contenti nello lavorare con me. È una cosa molto soggettiva e incontrollabile, comunque in realtà sono abbastanza fedele: quello che rappresento è fedele alla mia persona e cerco di farlo seguendo la mia visione dell’erotismo e del mio essere donna. Ci sono in giro delle voci di ogni tipo e, se mi accorgerò di avere molta visibilità, cercherò di sfruttarla a mio favore.

 

N: Quali sono i vantaggi della “popolarità” e quali gli svantaggi?

 

Lo svantaggio c’è dal momento in cui sei esposta, quindi vai incontro a critiche e malevoci, però se te ne interessi ti deprimi per la cattiveria delle persone, ma dicono anche cose assurde che fanno davvero ridere. Il vantaggio è poter comunicare ed entrare in contatto con tantissime persone di tutto il mondo, basta contattarli e mandare i tuoi lavori che sei già a buon punto per poter collaborare. Puoi scambiare anche solo idee e confrontarti; personalmente anche solo una fotografia mi può ispirare tantissimo.

 

N: Hai mai desiderato studiare seriamente recitazione o qualche altra espressione artistica?

 

Mi piacerebbe tanto fare recitazione e potrei lavorare molto bene, forse anche meglio che in foto perchè fotografarmi non è semplice. In video mi piaccio e voglio sperimentare, come interprete e attrice di qualsiasi genere. Poi voglio fotografare: è interessante l’autoscatto perché non ha intermediari, ma se fossi dietro la macchina fare ritratti e principalmente di uomini, anche fotografia erotica di uomini perchè penso che manchi in Italia. Certo vorrei farlo anche con le donne ma per ora la mia urgenza è cercare modelli e protagonisti maschili.

 

N: Se volessi abbinare una tipologia di musica ad ogni tua espressione artistica (fotografia/shibari/workshop)?

 

Ah, è veramente difficile. Alla fotografia è facile associare una musica, se in quei momenti è presente o suona in sottofondo. Dovrei guardare bene le fotografie per dirtelo. Lo shibari potrebbe essere classica o ambient, musica giapponese tradizionale, se poi sono più aggressive magari anche del noise. Qualcosa di funky devo ammetterlo ancora non l’ho fatto, e adoro il funky. Cavolo, anche il groove!

 

N: Concludendo: vogliamo chiedere a Magena di consigliarci un film, un libro e un disco/gruppo che l'hanno segnata?

 

Per i film direi sicuramente Ken Park di Larry Clark, poi Dracula di Bram Stoker e Jane Eyre perchè adoro l’attrice. Per i libri, da piccola mi piacevano quelli sui vampiri come L’intervista col vampiro di Ann Rice. Oggi leggo libri di sociologia, filosofia e religione, vario molto: Il Tao della Fisica di Fritjof Capra, che è molto bello, parla di fisica moderna confrontandola con le dottrine orientali e per ultimo Essere o Avere di Erich Fromm. Per la musica passo dal metal estremo al funky (ride N.d.R). È difficile ma ne dirò alcuni: James Brown è incredibile,  i Depeche Mode, da piccola ascoltavo i Cradle of Filth e i classici Metallica, poi cavolo i Tool li adoro, stiamo scherzando? Racchiudono tutto loro: musica, esoterismo, performance.

 

 

Andrea Facchinetti, Eleonora Casale

 

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Si è soliti dire che talvolta un’immagine o un gesto o un’espressione valgono come o più di mille parole: la vox populi è portatrice di verità difficili da confutare e anche in questo caso si può tranquillamente affermare che le fotografie di Lewis Hine racchiudono le storie di un’intera epoca attraverso sguardi, vestiti sporchi e sudore.

Sono i primi anni del ‘900, gli Stati Uniti sono in una profonda crisi economica e la forza lavoro deve essere sfruttata ad ogni livello: uomini, donne, persino i bambini vengono coinvolti nel lavoro in fabbrica, nei campi, nei cantieri.

Una nazione che cerca di emergere, di diventare grande, meta di tanti disperati che sbarcano a Ellis Island, con una valigia di cartone e tante, tantissime speranze di una vita migliore.

Il lavoro non manca e la fame è un buon pretesto per rimboccarsi le maniche: lo fanno tutti, ognuno da il suo contributo, i mattoni vengono pazientemente messi uno sull’altro per costruire quella che sarà la New York che conosciamo oggi.

In questo formicaio si muove Lewis Hine, sociologo e fotografo professionista: attraverso la macchina fotografica riesce a carpire meglio le dinamiche umane sottese al momento storico.

I bambini che urlano per vendere un giornale, che stanno su uno sgabellino per essere abbastanza alti per cucire con le macchine industriali, uomini senza imbrago che consumano un pasto su una trave sospesa.

E così Lewis Hine unendo le sue conoscenze di sociologia ad una spiccata sensibilità artistica realizza l’affresco di una società in divenire, con le sue gioie, le sue contraddizioni e la sua crudezza.

Tra campi di cotone e fumose sale attrezzi si consuma il dramma umano, lo spettacolo del sopravvivere, e Hine è sempre pronto ad immortalare l’attimo emblematico, un vero tesoro che rende giustizia ad un’epoca di depressione e sofferenza, a cui l’uomo strenuamente non si arrende.

 

Per la prima volta Lewis Hine approda a Milano, al Centro Culturale di Milano dal 20 novembre al 2 febbraio 2014. Provenienti dalla Collezione Rosenblum di New York, i sessanta vintage firmati da Lewis Hine (1874-1940) offrono al pubblico l’occasione di cogliere un grande affresco dell’America d’inizio Novecento. Dai celebri operai dell’Empire State Building agli immigrati di Ellis Island, dal reportage di Pittsbourgh al lavoro minorile in Pennsylvania, North Carolina e Virginia.

L’evento espositivo, ideato e fortemente voluto dal direttore del CMC Camillo Fornasieri, è curato da Admira. Kyle R. Scott, Console Generale degli Stati Uniti, interverrà il giorno dell’inaugurazione.

La mostra è aperta dal 21 novembre al 2 febbraio con i seguenti orari: lun.-ven. ore 10-13 e 15-18; sab. e dom. ore 16-20.

Mercoledì 27 novembre (ore 21, Palazzo dell’Informazione) sarà proiettato il film “L’America di Lewis Hine (60’ USA 1984)”. Il film è in versione originale con sottotitoli in italiano. Ingresso gratuito (occorre prenotarsi sul sito www.centroculturaledimilano.it o tel. 02.86.45.51.62)

 

"La fotografia non potrà mai crescere fino a quando imiterà le altre arti visive. Deve camminare da sola, deve essere se stessa". Questo ha affermato Berenice Abbott, una delle più influenti fotografe del XX secolo. E Milano le rende omaggio. Fino al 6 Gennaio 2014, la Galleria Carla Sozzani ospita una mostra interamente dedicata all'artista di Springfield.

Appartenente al movimento della straight photography, che sottolineava l'importanza di avere fotografie non manipolate né rispetto al soggetto né rispetto al processo di sviluppo, la Abbott era anche contro i pittorialisti come Alfred Stieglitz e racconta la realtà con piglio giornalistico, come un reporter che non ha paura di stremare il soggetto con innumerevoli domane sotto forma di scatto.

Un'occasione unica per imparare ad osservare il reale, per scoprire cosa significa costruire una fotografia a partire dalle fondamenta.

Galleria Carla Sozzani corso Como 10, Milano

Lunedì 15,3'0 - 19,30 Martedì, venerdì, sabato, domenica 10,30 - 19,30 Mercoledì, giovedì 10,30 - 21,00

La notizia del cambio sede della Fondazione Forma è già stata confermata e discussa, ma, prima che venga messa superficialmente nel dimenticatoio, tornateci almeno una volta.

La Fondazione è ancora aperta e fino al 12 gennaio 2014 propone una curatissima e meravigliosa selezione di fotografie che son già state esposte sui suoi muri, hanno infatti fatto parte del programma espositivo della fondazione dal 2005 a oggi.

 

Una passione fotografica, questo il titolo dell'ultima mostra, inaugurata giovedì 17 ottobre, che porta l'obiettivo di ripercorrere questi otto anni di arte, di grandi autori, di azzardi e di grande e costante impegno.

 

Tutto per la passione che la fotografia movimenta e scatena, per le sue potenzialità, per la sua forza; per identificarla come un'arte, come un mezzo di comunicazione fondamentale per il mondo in cui viviamo.

 

Un linguaggio in grado di esprimere tutto: idee, concetti, stile; un linguaggio in grado di dire tutto anche rimanendo in silenzio, un linguaggio in grado di avvicinarsi a ognuno di noi senza alcun tipo di distinzione, un linguaggio in grado di mostrare, indicare, convincere, sensibilizzare, affermare; un linguaggio che sa voltare pagina.

 

 

Tra le opere esposte sarà possibile rivederne alcune firmate di Richard Avedon, Elliot Erwitt, Maurizio Galimberti, Nino Migliori, Robert Capa, Piergiorgio Branzi, Gianni Berengo Gardin, Stefano Cerio, Lorenzo Cicconi Massi, Mario Giacomelli, Mimmo Jodice, William Klein, Wendy Sue Lamm, Andrew Zuckerman, Massimo  Siragusa, Martin Parr, Erwin Olaf, Phil Stern e altri ancora.

 

 

La mostra sarà aperta con i seguenti orari:

da martedì a domenica,  10 - 20,

giovedì 10 - 22.

 

Ha un costo si soli 4 €: per otto anni di mostre, direi che è il minimo.

 

Per ulteriori informazioni potete chiamare ai numeri

02.58118067

02.89075419

Martedì 5 novembre alle ore 18.30 alla Galleria Gomiero di Milano ci sarà l’inaugurazione della mostra dedicata all'ultima produzione fotografica del quarantaquattrenne fotografo brasiliano Renato Pasmanik.

 

Visibile fino al 17 novembre, la prima personale italiana del fotografo,espressamente realizzata in collaborazione con la Galerie Jef di Parigi, porterà il titolo Un Regard Silencieux: una selezione di stampe digitali su carta Hahnemühle  costituiscono il corpus principale di questa serie dedicata alla fotografia di paesaggio, nella quale emerge la sensibilità di Pasmanik nel cogliere alcune delle più affascinanti trame terrestri.

 

Sin dal 1998, Pasmanik ha lavorato per arrivare a costruire immagini di forte impatto poetico, dove si mischiano sogno e realtà, aspirazione e fantasia. Il lavoro di Pasmanik si muove agile al di sotto della nozione del tempo e le sue fotografie sono una testimonianza disarmante dell'immensità della natura che ci sovrasta.

 

Per la prima volta a Milano, Renato Pasmanik ha girato il mondo, fotografando alcuni dei luoghi più affascinanti e impervi della terra: dall'Antartico al Lençois Maranhenses, una regione remota e desertica del Brasile, al Pantanal, una delle zone più umide della terra, fino al continente africano, al quale si è dedicato recentemente.

 

Con l’animo del del viaggiatore istancabile, dell'uomo curioso che affronta, da anni, le difficoltà del territorio solo per ritagliare e catturare scenari mirabili e perdersi in compagnia del suo occhio digitale, il fotografo chiama l'osservatore a una contemplazione costruttiva, piuttosto che meravigliata, come se gli occhi di coloro che guardano le sue fotografie stessero cercando una sorta di purezza originaria, di indagare,  oltre che la sostanza, il "senso" di cui è fatta la nostra terra.

 

Tra gli impegni espositivi recenti dell'artista si segnalano la mostra personale allo spazio 12 Drouot di Parigi dello scorso febbraio, e sempre con la galleria JEF, la partecipazione a Fotofever (Bruxelles, 4/6 ottobre 2013).

 

 

Un Regard Silencieux

Fotografie di Renato Pasmanik

 

Inaugurazione:

05 Novembre 2013, ore 18.30

 

durata della mostra:

06.11 / 17.11. 2013

 

orari:

da lunedì a venerdì: 15.30-19.30

in altri orari su appuntamento

 

sede:

Galleria Gomiero

via Rosolino Pilo, 11

20129 Milano

 

Per informazioni:

Galleria Gomiero

tel. 02.20520250

cell. 345.2803426

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