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Una grande mostra fotografica inaugurerà sabato 12 aprile alle 18 al Museo di Fotografia Contemporanea: Storie dal Sud dell’Italia, dalle collezioni del Museo di Fotografia Contemporanea.

 

La mostra curata da Arianna Bianchi e Roberta Valtorta è organizzata in occasione dei 10 anni di attività del Museo di Fotografia Contemporanea. Il museo espone le opere della sua collezione intraprendendo un viaggio nel Sud dell’Italia e nella storia della fotografia italiana.

 

La mostra comprende 120 fotografie di Calabria, Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna organizzate in 15 nuclei tematici. Gli autori rappresentati sono Letizia Battaglia, Antonio Biasiucci, Carmelo Bongiorno, Mario Cattaneo, Mario Cresci, Luciano D’Alessandro, Mimmo Jodice, Uliano Lucas, Lello Mazzacane, Carmelo Nicosia, Federico Patellani, Tino Petrelli, Francesco Radino, Marialba Russo, Ferdinando Scianna.

 

Le immagini presenti ripercorrono un arco storico di cinquant’anni, dal secondo dopoguerra ai primi anni Novanta, e toccano questioni profondamente legate all’identità economica e culturale delle aree meridionali.

La vita rurale, una di queste questioni, è descritta nel rapporto con la terra e con gli animali. Altri temi sono: la tradizione religiosa, la antica ritualità del culto dei morti, il Carnevale, l’emarginazione sociale e il degrado urbano, il lavoro in miniera, il problema della disoccupazione e le lotte per combatterla, le figure dei bambini, vere icone del Sud, i sapienti oggetti della cultura popolare, il tema della mafia, doloroso e offensivo per queste genti, il paesaggio del mare e quello della campagna, richiami alla bellezza di terre straordinarie e a lungo sfortunate.

La mostra si presenta intensa e ricca di spunti non solo sul piano informativo ma anche su quello emotivo, composta di immagini di forte impatto sociale e alto valore estetico, che restituisce un problematico spaccato dell’ambiente sociale ed etno-antropologico di una parte importante dell’Italia.

Un gruppo di fotografie in bianco e nero si contrappone a immagini a colori scelte dal fondo Grazia Neri che illustrano l’immaginario turistico del Meridione: spiagge, barche, piatti di cibi tipici, frutti, fiori, artigianato, costumi tradizionali, luoghi di vacanza, natura rigogliosa, le meravigliose cartoline quasi pop che ci fanno amare il Sud.

 

Il tema è stato pensato anche in relazione alla città di Cinisello Balsamo che da più di 10 anni ospita il Museo di Fotografia Contemporanea. Infatti come è noto, la città dell’hinterland milanese, fortemente investita dal grande processo di industrializzazione durante il “boom” economico, è una città di immigrazione: a sua popolazione, che contava soli 15 mila abitanti nei primi anni Cinquanta, arriva a più di 80 mila negli anni Settanta per l’arrivo massiccio di immigrati che, provenienti soprattutto dalle regioni meridionali, diventano i lavoratori delle grandi fabbriche del nord Milano, dunque gli attori fondamentali dell’economia di questa vasta area, e dell’economia italiana stessa.

 

La mostra non è solo composta da fotografia, ad accompagnarle una serie di video-interviste ai cittadini di Cinisello Balsamo, che ricordano ed esprimono pensieri, saperi raccontando le loro radici, i loro sogni e la loro attuale vita nel territorio totalmente diverso da quello in cui sono nati.

 

Un viaggio nei territori caldi del Sud Italia, un viaggio nella memoria di chi ha dovuto lasciare quelle terre, un viaggio attraverso fotografie di grandi artisti: è la mostra che vi aspetta dal 12 Aprile al 12 Ottobre al Museo della Fotografia Contemporanea.

 

 

Museo di Fotografia Contemporanea

Villa Ghirlanda, via Frova 10 ,  Cinisello Balsamo – Milano

T +39 02 6605661+39 02 6605661

www.mufoco.org

Orari: mercoledì-venerdì 15-19; sabato e domenica 11-19

Ingresso libero

 

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Non sono una fanatica di cinema; non saprei descrivere le mirabolanti bellezze registiche di film ora sotto l’opinione pubblica, spesso i film culto m’infastidiscono. Mi bastano belle storie e immagini che vibrino, quasi di vita propria viventi.

Per questo intervistare il regista Cosimo Alemà m’ha da subito incuriosita: mi piace vedere ciò che si nasconde sotto un prodotto finito.

Non avendo la possibilità di chiacchierare di persona, lo incontro su Skype: siede comodamente davanti al computer, spesso sorride, ma con discrezione, la voce è sicura e calda.

Di primo acchito, mi sembra una persona che sa ciò che vuole, che punta dritto alla sostanza delle cose. Cominciamo.

 

 

Partiamo dalla più classica delle domande: quando hai maturato l’idea di voler percorrere la strada del cinema? Con che mentalità hai affrontato questo percorso, a quando i primi successi e le prime sconfitte?

 

Cominciai con la musica,: seguendo questo percorso approcciai l’idea del cinema mediante i video musicali, ti parlo di più di vent’anni fa; lavorai per un regista appunto di questo settore, migliorando le mie conoscenze e facendomi, in un certo senso, le ossa.

 Oltre ai video musicali avevo una forte passione per la fotografia, ereditata da mio padre. A diciannove anni mi trovai già con molta voglia di fare, delle esperienze e una discreta attrezzatura fotografica; nel ’92 feci il mio primo set: fu un evento importante, sebbene lavorassi nell’ambiente degli effetti speciali, assieme a Sergio Stivaletti. Mi occupai della produzione di Fantaghirò, non so se hai presente. (eccome, eccome se ho presente. La mia infanzia! N.d.R.).

 Dopo i video musicali lavorai come aiuto in film e pubblicità, sempre portando avanti miei esperimenti in campo registico, dunque, per darti qualche riferimento cronologico direi dal 97/98, ho iniziato a fare il regista full time.

I videoclip musicali sono una categoria registica particolare e complessa: bisogna avere la capacità di raccontare storie o trasmettere sensazioni in un tempo relativamente breve. Qual è la tua poetica a riguardo? E quanto affidi, nelle scelte estetiche e concettuali, al committente? Quanto si estende il tuo margine d’inventiva?

 

In realtà il margine è piuttosto alto: conta che siamo in Italia, un paese dove l’industria musicale è così allo sbando che vi sono delle tematiche che altrove non sarebbero nemmeno prese in considerazione. Già quindici anni fa tuttavia, quando cominciai a realizzare i miei primi lavori, c’era un atteggiamento, da parte dei discografici, molto più attento e simile al mondo pubblicitario.

Il limite sostanziale più grande e gravoso, è quello di dover aver sempre come protagonisti gli artisti, con le quali presenze limitano l’inventiva e la creatività. Del resto l’Italia, in campo musicale, è davvero un paese pavido. Non esiste una poetica unica: mi piace applicarmi in idee e tentare sviluppi sempre nuovi. In 500 video che ho fatto, approcciandomi sempre con una mentalità quasi artigianale, sono riuscito a introdurre una sorta di narrazione cinematografica. Posso vantarmi di essere in un certo senso l’inventore di un certo tipo di regia, nei video: spesso introduco, come testa, coda o intermezzo, dei pezzi di vera e propria fiction, con dialoghi ed effetti sonori.

Hai registi ai quali t’ispiri per le tue scelte stilistiche e sceniche? Hai influenze, preferenze o avversioni?

 

Devo fare un discorso molto separato: essere regista pubblicitario e regista invece di film; tra questi due aspetti v’è una certa attinenza, ma molto labile. Per quanto riguarda i video musicali, mi sono formato con la scuola britannica anni ’90, per intenderci. Un approccio molto english in un paese del terzo mondo qual è l’Italia.

 Parlare di estetica nei video è difficile, non ho mai avuto particolare fascinazione per i registi di spot e video più originali, come Michel Gondry, mi sono formato con un gusto e sapore più cupo e british, con un riferimento al cinema piuttosto forte.

Dal punto di vista cinematografico ho vari cineasti che stimo e seguo moltissimo: sono un patito di Roman Polanski, soprattutto fino alla fine degli anni ’80. Apprezzo Walter Hill, e sempre tra gli americani si confà al mio gusto anche un certo genere di cinema commerciale, sempre negli anni ’80. Qualche esempio? Non solo Spielberg, per dirci.

Sono sempre stato molto attento all’Europa, mentre invece, per quanto riguarda i registi giovani extraeuropei, apprezzo il canadese Reitman, che attua una sorta di commistione tra commedia e dramma, chiamata per questo dramedy, molto interessante e originale.

 Apprezzo anche i film che affrontano tematiche importanti, di politica o di attualità, come Zero Dark Thirty.

Pochi sono i film capaci di essere veramente moderni, sia a livello di tematiche che d’estetica: questo è importante per me, questo sarà il mio leit motiv per i miei prossimi film.

 

 

Vorrei che tu mi parlassi di The Mob: di come sia nato il progetto e di quali difficoltà si siano presentate durante la sua crescita. È faticoso far crescere e prosperare questo genere d’iniziative, in Italia?

 

 

 Dietro a The Mob si nasconde un concetto ben poco romantico: a un certo punto della propria carriera, ciascun regista sente il bisogno di non essere più strapazzato tra cento case di produzione, così abbiamo fatto noi, decidendo di creare una piccola casa di produzione.

Questo discorso procede dal 2001; abbiamo creato una piccola realtà romana dove eravamo capaci di gestirci autonomamente. Lì ho prodotto molti spot e videoclip, ma anche altri registi ne hanno usufruito: penso a Daniele Persica, Romana Maggiolaro e Paolo Marchione.

Nel 2009 abbiamo curato la produzione esecutiva del mio primo film, e da lì le cose sono cambiate.

The Mob continua a esistere, ma con i miei soci abbiamo un'altra casa di produzione, chiamata 99.9 Film.

 

 

Come ti sei approcciato, invece, all’horror? E di questo genere, quali sono le caratteristiche che t’incuriosiscono?

 

 

Non sono un grande fan degli horror, né lo sono mai stato: è stata un’esigenza comune, un film con un cast internazionale, in inglese, da esportare in tutto il mondo. Ci siamo detti: “magari a qualche ragazzetto brufoloso dell’Oklahoma potrebbe interessare questo film.” E così è stato.

Abbiamo deciso di realizzarlo dunque quasi più per motivi produttivi che per altro: è stata una grande soddisfazione, sebbene questo fosse un film indipendente, vederlo uscire nelle sale di quasi quaranta paesi. Da un punto di vista più personale, questa è stata una sfida: non mi sento molto portato per la commedia, nemmeno nei miei skills di regista pubblicitario, prediligendo atmosfere più cupe.

Il film in se stesso, At The End Of The Day, è una commistione di istanze americane, ma girato come un qualsiasi film europeo.

Un horror alla luce del sole, questa è l’idea che fa da colonna portante al tutto.

 

 

Potresti riassumermi, in poche parole, l’ambiente del cinema italiano?

 

Guarda, è meno disarmante di quanto io abbia pensato fino a poco fa, qualche film buono esce ancora: ben poca cosa, ma vedo una serie di registi interessanti, sia giovani che meno. Ogni anno mi ritrovo a stilare un elenco di film che ho avuto modo di apprezzare; ad esempio recentemente ho visto “Viva la libertà”, per non parlare poi di Virzì, nutro anche grandi aspettative per la nuova serie televisiva “Gomorra”, di Sollima.

Mi sembra che qualcosa si stia muovendo.

Chiaramente sono molte le cose che mi fanno incazzare: detesto la maggior parte dei film e dell’approccio non solo registico, ma autoriale del cinema più commerciale. I registi in Italia sono perlopiù o attori o autori, e questo a va a discapito della qualità stilistica del lavori.

Molto preoccupante è invece la questione commerciale:film interessanti molto spesso non riescono a raggiungere molte sale, non ottenendo poi cifre buone di botteghino. Stesso problema all’inverso: l’ultimo film di Verdone, un qualcosa di assolutamente indecente, una monnezza integrale, ha un passaparola terribile, ma è uscito quasi in 600 sale.

 

La Santa: un film con una trama insolita. Perché hai scelto proprio il Sud come ambientazione? E perché una Santa? È parto della tua fantasia, o collegato a qualche avvenimento della tua vita?

 

Vorrei specificare innanzitutto che questo film è un lavoro sul quale ho “messo le mani” quando era già ben abbozzato e finanziato dalla Rai: sono stato chiamato a girarlo e ho partecipato ad una riscrittura; la trama tuttavia m’interessava molto, e aveva anche delle inquietantissime analogie con il mio primo film, nonostante si tratti di una cosa completamente diversa. Marco Muller ha apprezzato molto il film e lo ha voluto al Festival del Cinema di Roma, definendolo come un “western meridionale”, in realtà proprio di questo si tratta: piccoli farabutti, uno strano colpo, risvolti inquietanti. Da questo film stiamo traendo tantissime soddisfazioni: nonostante sia un film piccolo, ha una trama incredibilmente originale e una forza visiva pregnante. (e poi questo film, l’ho visto. Scioccante e tetro, getta luce su dinamiche che potrebbero benissimo avvenire in questa nostra Italia, ma che non nemmeno sogneremmo. N.d.R.)

 

Tanto s’è detto e tanto si dirà su La Grande Bellezza, il film di Paolo Sorrentino: cosa pensi a riguardo? Può rappresentare, se non in toto almeno in parte, il panorama cinematografico italiano di questi anni?

 

Premetto che ho apprezzato questo film: non sono un grande patito dei film di Sorrentino, che ovviamente stimo. Non mi piace il suo approccio così manieristico alla realizzazione, mentre le storie che racconta invece sono sempre molto acute e interessanti.

Sono molto stupito da questa polemica: ho avuto l’impressione di vedere un film abbastanza epocale nel suo genere; è imperfetto, con tratti bellissimi e altri molto meno. Sostanzialmente, è incredibilmente interessante. Dunque, da un certo punto di vista mi rallegro dei riconoscimenti che sta ottenendo un po’ ovunque, credo siano molto importanti per l’industria cinematografica italiana, d’altro canto non penso sia un’opera rappresentativa del cinema italiano; non lo è a livello di modernità, se non dal punto di vista strettamente narrativo, con un arco narrativo quasi inafferrabile. È molto difficile che un film solo possa rappresentare un paese intero, come Gomorra, qualche anno fa.

 

Parlami del rapporto regista – attore: come lo gestisci? Che tipo di legame s’instaura con chi veste il ruolo da te scritto? Cosa ne pensi degli attori, in generale?

 

È un rapporto veramente sostanziale: durante la lavorazione di un film questo legame è uno degli elementi più delicati e cruciali per la riuscita dell’opera.

Detto questo, le mie esperienze sono sempre state molto positive, anche se c’è da dire che ho fatto solo due film (ridacchia. N.d.R.).

Una volta ho avuto a che fare con un cast internazionale, ed è stato leggermente più difficile: è nato tuttavia un legame fortissimo, che continua ancora oggi.

Con “La Santa” ero invece molto preoccupato, un po’ per una sfiducia cosmica nei confronti di tutti gli attori italiani. Le mie preoccupazioni si sono rivelate assolutamente infondate: io non riesco a non creare dei legami fortissimi con gli attori, e lavorare diventa qualcosa di davvero creativo ed artistico. A differenza di molti registi, poi, sono anche l’operatore di macchina di tutto ciò che giro: gestisco al 100% le operazioni di ripresa. Per il tipo di storie che racconto sono immerso completamente nella scena, divento quasi uno degli attori, e non posso dunque avere altro che un rapporto viscerale.

 

Cos’è per te il “blocco creativo”, o la fobia da pagina bianca? Se l’hai mai avuto, come l’hai risolto? Sei stato aiutato e supportato nel tuo percorso, o hai dovuto gestire le tue ansie da te?

 

Probabilmente questa domanda la fai alla persona sbagliata: ho un approccio troppo pragmatico e troppo di mestiere per potermi permettere dei blocchi creativi. Non considero la possibilità che esista questo genere di problema in quanto non considero il mestiere di regista come un lavoro artistico, se non in una percentuale variabile.

Sono tantissimi anni che mi sono lasciato alle spalle l’ideale romantico e abbastanza giovanile dell’ispirazione da cogliere: la mia visione è estremamente professionale, se ho da scrivere venti pagine in un giorno, le scrivo, ho un planning di lavoro da rispettare.

Questo discorso non esclude tuttavia che vi siano momenti, settimane, mesi, nelle quali si sia più prolifici ed altri meno. Il discorso però s’incentra più sulla qualità, non sulla produzione.

L’arte è qualcosa d’incredibilmente artigianale, e il blocco creativo, in un regista, credo sia indice di cose ben poco belle.

 

Essere regista, che tipo di lavoro è?

 

È necessaria grande concentrazione e dedizione. È un lavoro di passione pura, talmente totalizzante che può esistere solo se supportato da un amore per il cinema che prevarichi qualunque cosa.

Si tratta di un lavoro impegnativo, soprattutto anche in questione di economia dei tempi.

Una cosa molto importante nel lavoro di regista è la self promotion: bisogna essere capace di vendersi bene, ed è primario.

 

 Immergiamoci in un mondo utopico: se tu non avessi intrapreso questa strada, in che mestiere ti rivedresti?

 

Mi sembra abbastanza improbabile pensarmi in qualcos’altro che non tocchi uno qualsiasi degli aspetti del mio lavoro: la scrittura, la fotografia, musica eccetera. Mi sento incredibilmente proiettato verso questo genere di cose, se penso quando avevo la tua età, per me è quasi pensare alla vita di un’altra persona, ora che ho quarant’anni.

 

Infine, se tu potessi dedicare le tue parole, per chi sarebbero?

 

Per tutte le persone che hanno voglia d’intraprendere un cammino faticoso quale quello che ho intrapreso io.

Dal momento che sono uno che non ha avuto più occasioni di altri, né ricco di famiglia né figlio d’arte, è stata la mia passione e la mia volontà a portarmi qui. Questo basta, anche in un paese terribile come l’Italia.

Io sono la dimostrazione del fatto che se si sbatte il muso su qualcosa che interessa veramente, si riesce.

Se qualcuno dovesse leggere e, incredibilmente, essere così pazzo da voler ascoltare le mie opinioni, deve sapere che questa professione non è impossibile da fare; basta iniziare.

 

Dopo la riuscitissima mostra dedicata a Robert Doisneau, lo Spazio Oberdan torna a parlarci di fotografia, riconfermandosi come luogo ideale per accogliere e apprezzare la sesta arte. E' la volta di di Izis Bidermanas, il 'poeta della fotografia', presentato dal 12 febbraio al 6 aprile 2014.

Nato in Lituania nel 1911, a Marijampole, negli anni Trenta fugge dalla Russia zarista per raggiunge la meta più ambita da tutti gli artisti: la Parigi reduce dalla Belle Epoque, nonché dimora dei sogni dei più grandi poeti e pittori del tempo.

Portandosi dietro l'esperienza dell'esilio e degli orrori della guerra riesce a mantenere la sua passione per la fotografia,  immortalando, con magnifici ritratti, scrittori, poeti, artisti e figure emblematiche della vita culturale della città. "Paradiso terrestre" è il titolo del suo primo libro pubblicato, con la collaborazione della scrittrice acclamata Colette, che raccontava i luoghi che amava frequentare prima di rimanere paralizzata, e che lui ricostruiva in immagini, trasformando la parola in arte visiva.

Testimone del lavoro di Marc Chagall ci lascia un meraviglioso repertorio fotografico che coglie quel breve attimo d'ispirazione che travolge l'artista durante la creazione dei dipinti. Successivamente questo archivio fotografico si concretizza in "Le Monde de Chagall", volume interamente dedicato all'amico pittore.

Artista ormai affermato e stimato per i suoi duplici interessi di soggetti fotografici, la sua attenzione rimane soprattutto per la città di Parigi, che cerca di raccontare in immagini che la rendono eterna e fuori dal tempo. Il 'sogno' di Parigi, i quartieri popolari, i vicoli, i mercatini, le fieri e lo scorrere della Senna sono i soggetti più fotografati.

Tre opere si succedono a questa forte passione: "Paris des rêves", "Grand Bal du printemps" e l'ultima, nel 1977, "Paris del poètes".

 

Lo spazio Oberdan accoglie 140 scatti, in una mostra curata dal figlio Manuel Bidermanas e Armelle Canitrot; come nella mostra dedicata a Doisneau, una parte della mostra è dedicata alla video-arte, con il film "Scorci di vita".

Artista umanista, Izis Bidermanas regala fotografie dotate di una grande poesia e intuizione, senza però tralasciare l'importanza della tecnica fotografica, riflessa in un utilizzo sapiente delle luci, per conferire atmosfere oniriche e sospese ad ogni suo scatto.

Affiancato a grandi maestri come Brassai, Cartier-Bresson, Doisneau e Ronis durante la mostra al MoMa 'Five French Photographers', Izis rimane comunque un artista di nicchia, non conosciuto al grande pubblico; un grande gioiello nascosto che finalmente viene riscoperto grazie anche alla cura e alla qualità di cui è sempre stato simbolo lo Spazio Oberdan.

 

La mostra sarà visibile dal 12 febbraio al 6 aprile 2014

presso lo Spazio Oberdan, Viale Vittorio Veneto, 2.

Costo del biglietto: intero 8€; ridotto 6.50€; scuole 3.50€

Per ulteriori informazioni: 02 77.40.63.0202 77.40.63.02

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www.provincia.milano.it

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L'elegante Galleria Carla Sozzani, ormai affermato spazio espositivo per mostre fotografiche ricercate e di qualità, ospiterà dal prossimo 15 febbraio le opere di Erwin Blumenfeld, maestro della fotografia del XX secolo.

 

Nato a Berlino nel 1897, Erwin Blumenfeld entra molto presto a contatto con la corrente dadaista e con figure artistiche chiave per la sua formazione, come il pittore George Grosz e la poetessa Else Lasker-Schuler, anch'essa di famiglia ebrea.

La moda è parte della sua vita fin dall'infanzia, ed è proprio nel suo negozio di abbigliamento che scopre la passione per la fotografia: inizia a fotografare i manichini e a sperimentare tutte le tecniche fotografiche nella parte posteriore del negozio, adibita a 'camera oscura'.

L'influenza del surrealismo è già evidente da questi suoi primi scatti: giochi di ripetizioni, riflessi e ritagli tracciano il suo stile, fino a farlo diventare un fotografo ambito da Vogue Francia e successivamente art director di Harper's Bazaar e Vogue America.

 

Potremmo dire che qui la sua arte si incontra con la ricerca della Galleria Carla Sozzani, da sempre occupata con particolare attenzione alla fotografia di moda.

Gli scatti esposti sono stati realizzati nel suo studio a New York, vicino a Central Park, durante e dopo la seconda Guerra Mondiale fino agli anni del boom economico: dal 1941 al 1960: un centinaio di stampe restaurate, fotografie di moda; ritratti di personalità molto note, come il grande Matisse; campagne pubblicitarie e lavori sperimentali per la sua ricerca personale, riempiranno d'arte i muri della galleria.

 

La mostra è a cura di Nadia Blumenfeld Charbit, Francois Cheval e Ute Eskildsen.

Inaugurazione sabato 15 febbraio dalle ore 15 alle ore 20

La mostra è aperta tutti i giorni dalle 10.30 alle 19.30, mercoledì e giovedì fino le 21.00

Galleria Carla Sozzani, Corso Como 10

per ulteriori informazioni visitate il sito www.galleriacarlasozzani.org

oppure scrivete a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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READY TO SHOW APRE IN BELLEZZA Domenica 9 febbraio al Palazzo delle Stelline di Milano, Corso Magenta 61 Serata inaugurale del Ready to Show Con  la mostra fotografica “Riflessioni estetiche” di Stefano Rizzi, la presentazione dei libri “Te lo do io un fisico nuovo” di Francesca Romana Di Biagio e “Ritrovarsi a Parigi” di Marta Lock shooting di modelle professioniste, dj set e buon cibo brasiliano Seconda serata con aperitivo al Just Cavalli

Moda, fotografia, consigli di chirurgia estetica, musica, letteratura e specialità culinarie brasiliane e multietniche. Questi gli ingredienti della serata inaugurale del Ready to Show,la fiera professionale del prêt-à-porter, in programma al Palazzo delle Stelline di Milano, in Corso Magenta 61, dal 9 al 11 febbraio. Un evento che aprirà in bellezza- è proprio il caso di dirlo- domenica 9 febbraio con una ricca carrellata di appuntamenti che si svolgeranno dal pomeriggio alla sera. Si partirà alle ore 16 con un live shooting di modelle professioniste realizzato dal fotografo, video maker e direttore della fotografia Stefano Rizzi, specializzato in scatti sia pubblicitari che artistici,di moda, still-life, paesaggi, architettura d’interni di yachts, hotel di lusso e navi da crociera, per proseguire, alle 17, con l’inaugurazione della mostra fotografica “Riflessioni estetiche”- con molte opere tratte dal “calendario di bellezze multietniche”- di questo professionista dell’obiettivo, originario di Gallarate (Va), con studio nei pressi di sant’Ambrogio,nel cuore di Milano, che vanta un curriculum ricco di esperienze in Italia e  all’estero e di docenze presso importanti istituti. Contemporaneamente avverrà, attraverso un originale e simpatico dibattito la presentazione del libro “Te lo do io un fisico nuovo”. Vademecum sincero e irriverente della chirurgia estetica”, scritto dalla giornalista di costume Francesca Romana Di Biagio. E poi musica, dalle 17.30 alle 18, con Giorgio Rebecchi, titolare della Ice Placet Music, brand che si occupa di sound design, produzione musicale e gestione tecnico-artistica di ogni tipologia di evento, curatore dell'illuminazione della mostra fotografica di Stefano Rizzi. Sulle note del compositore sopra citato,saranno proiettati alcuni video, realizzati in Italia e all’estero, dal protagonista della mostra, in qualità di direttore della fotografia o  anche di soggetto ripreso nel corso dell’ esecuzione di shootings,( backstage movies ), tra i quali,alcuni già trasmessi su Fashion tv , visibili sul sito www.ftv.com, Oltre a una rassegna di circa 400 sue immagini pubblicitarie e redazionali. Alle  18 la scrittrice Marta Lock, autrice del blog “L’attimo fuggente” e dei libri “Notte tunisina” e “Quell’anno a Cuba”,  presenterà il suo nuovo romanzo “Ritrovarsi a Parigi”, con la sua moderatrice Sara Biondi, nota blogger di moda e fondatrice di Factory Style Mag e per concludere sarà servito un Cocktail-buffet all’ happy hour con specialità brasiliane e multietniche, innaffiate da caipirinha e sangria. A condurre la presentazione della mostra di Stefano Rizzi, il cui ingresso è libero, sarà la giornalista Francesca Romana Di Biagio.

Serata inaugurale del Ready to Show.

Domenica 9 febbraio, ore 16, Milano, Palazzo delle Stelline, Corso Magenta 61.

In seconda serata aperitivo al Just Cavalli, uno dei migliori locali della fashion night milanese, con ingresso gratuito fino alle 22,00 in lista a nome di Stefano Rizzi. Dalle 22,00 alle 23,00- 10 euro, dopo le 23,00 -15,00 euro.

Nerospinto vi invita ad un pomeriggio culturale presso SpazioFarini6 nell'omonima via milanese.

Inverno non è solo freddo, neve e tristezza imperante. Inverno è anche magia, vedute sconosciute di una città che si pensa di conoscere, volti e sguardi che scorrono e corrono e che una fotocamera riesce ad imprimere su pellicola.

Questi ed altri temi sono alla base di una interessante mostra fotografica collettiva inaugurata il 2 dicembre presso lo Spazio Farini6, dal titolo “And they call it winter” e aperta sino al 2 febbraio.

Una mostra che è anche un viaggio nella stagione più temuta o meno compresa, per scoprire e capire e per stupirsi di come, a volte, la luce fioca dei lampioni e il riverbero delle vetrine illuminate nelle pozzanghere di acqua siano quanto mai poetiche.

La mostra è inoltre un’occasione per ammirare le immagini del servizio “A walk in London” di Nicola Ughi, indagine visiva sulla capitale inglese, fatta di una variegata umanità che attraversa le sue strade nelle rigide giornate invernali.

Una buona notizia per gli amanti della fotografia: tutte le foto, firmate e a tiratura limitata sono in vendita con prezzi non superiori ai 500 euro.

 

And they call it winter

Fino al 2 febbraio 2014

SpazioFarini 6

Via Farini 6, Milano

 

Per maggiori informazioni: http://www.spaziofarini6.com/

 

Quarantanni d'artecontemporanea, Massimo Minini 1973 - 2013 è il titolo della mostra ospitata alla Triennale di Milano dal 19 novembre al 2 febbraio 2014 che racconta un importante spaccato dell'arte contemporanea da un punto di vista decisamente poliedrico. Massimo Minini tenta di mostrare, anche attraverso all'utilizzo di molti flash back, diversi momenti e passaggi vissuti con gli artisti incontrati in questi anni quarant'anni.

Quadri, dipinti, installazioni, fotografie e sculture, questo e altro nei quarant'anni di Massimo Minini.

L'arte povera e Minimal sono le due correnti artistiche che si sono avviate e caratterizzate verso la fine degli anni Settanta, inizi Ottanta:  qui la creatività di giovani talenti italiani e stranieri, come Jan Fabre, Lavier, Luigi Ontani, Ettore Spalletti, Icaro hanno avuto la possibilità di esprimersi nella loro forma. Successivamente, negli anni Novanta, son stati artisti come Cattelan, Arienti, Eva Marisaldi, Sabrina Mezzaqui, Simeti, ad aver affiancato l'arte di artisti storici già affermati, come Paolini, Buren, Accardi, Boetti, Graham e LeWitt. Più recentemente, invece, la galleria ha dedicato le grandi mostre a grandi autori come Luigi Ghirri, Monica Bonvicini, Sean Snyder, Peter Halley, Jan de Cock, Dara Friedman, Peter Halley e tanti altri ancora a cui ha dedicato meravigliose personali.

All'interno dell'esposizione è possibile visitare una sezione interamente dedicata alla fotografia italiana; una particolare attenzione ai ritratti degli artisti italiani realizzati dai nostri più grandi autori, come Catalano, Gorgoni, Mulas, Cresci e Giacomelli.

Gli artisti in mostra sono:

CARLA ACCARDI AURELIO AMENDOLA GIOVANNI ANSELMO STEFANO ARIENTI MARCO BAGNOLI ROGER BALLEN ROBERT BARRY OLIVO BARBIERI GABRIELE BASILICO LETIZIA BATTAGLIA SANDRO BECCHETTI VANESSA BEECROFT GIANNI BERENGO GARDIN ALIGHIERO BOETTI MONICA BONVICINI DANIEL BUREN JULIA MARGARET CAMERON LETIZIA CARIELLO GHITTA CARRELL JOTA CASTRO ELISABETTA CATALANO GIUSEPPE CHIARI PAOLO CHIASERA MARIO CRESCI JAN DE COCK MARIO DONDERO MAURIZIO DONZELLI JAN FABRE LUCIANO FABRO HANS-PETER FELDMANN IAN HAMILTON FINLAY YONA FRIEDMAN FEDERICO GAROLLA ALBERTO GARUTTI LUIGI GHIRRI PIERO GILARDI PAOLO GIOLI GIANFRANCO GORGONI DAN GRAHAM GIORGIO GRIFFA PETER HALLEY PAOLO ICARO MIMMO JODICE ANISH KAPOOR BERTRAND LAVIER SOL LEWITT RICHARD LONG ULIANO LUCAS DAVID MALJKOVIC ATTILIO MARANZANO EVA MARISALDI YAMAMOTO MASAO RYAN MENDOZA MATHIEU MERCIER SABRINA MEZZAQUI NINO MIGLIORI UGO MULAS PAOLO MUSSAT SARTOR MARIO NIGRO PAOLO NOVELLI CLAUDIO OLIVIERI LUIGI ONTANI PAUL P. GIULIO PAOLINI PINO PASCALI FRANCO PIAVOLI MICHELANGELO PISTOLETTO GERWALD ROCKENSCHAUB SALVO FERDINANDO SCIANNA FRANCESCO SIMETI NEDKO SOLAKOV ETTORE SOTTSASS ETTORE SPALLETTI PAUL THOREL GIULIO TURCATO DIDIER VERMEIREN IAN WILSON FRANCESCA WOODMAN

 

Inoltre, per questa occasione, è possibile vedere, su richiesta, una speciale sezione degli archivi della Triennale con l'immenso materiale della galleria. Ad accompagnare la mostra, un volume di 453 pagine che raccolgono disegni, telegrammi, cartoline, lettere, fotografie e inviti alle mostre organizzate dal 1973 a oggi. Il volume è edito da a+mbookstore

 

L'ingresso costa 8,00/6,50/5,50 €

gli orari di apertura sono da martedì a domenica: 10.30 - 20.30. Giovedì 10.30 - 23.00

per ulteriori informazioni potete consultare il sito ufficiale della Triennale: www.triennale.org

Routine is fantastic è il titolo della mostra di Franco Pagetti, fotografo di fama internazionale, inaugurata il 4 dicembre scorso alla Fondazione Stelline di Milano

Le donne del Pakistan, Libano, Iraq, Afghanistan, Siria, Albania, Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Myanmar e Libia, mostrate nella loro quotidianità, nei loro piccoli e grandi gesti, ripetuti giorno per giorno nei campi profughi, negli alloggi per gli sfollati.

Ogni giorno vissuto con forza, tenacia, umiltà e orgoglio.

 

La mostra si sviluppa in una serie di 32 scatti realizzati in diversi luoghi, come Iraq, Somalia, Pakistan, Libia ecc.

Le fotografie hanno l'obiettivo di raccontare la routine, la quotidianità di donne a cui è stata stravolta la vita dalle condizioni estreme dei campi profughi e degli alloggi per gli sfollati; il concetto di 'normalità' è molto diverso rispetto a quello che ci circonda: la violenza è all'ordine del giorno, tra stupri, abusi e mutilazioni genitali femminili sono milioni le donne che ogni anno subiscono violenze ingiuste e abominevoli.

 

Eppure in tutto questo orrore, tra stracci, sguardi persi, immondizia, rovine e sorrisi spezzati Franco Pagetti ci mostra il colore, ricordandoci che non è un mondo così lontano come vogliamo credere, è una cosa reale, parte del nostro stesso mondo, dei nostri stessi giorni. Tutto è attuale e si può fare qualcosa per migliorare le condizioni di queste donne 'combattenti'.

 

Pagetti ha portato questo interessante progetto fino ai nostri occhi, anche per la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi, a sostegno delle donne rifugiate, per le attività dell'UNHCR, ente promotore del progetto.

Altri enti hanno contribuito alla realizzazione di questa esposizione: Regione Lombardia, Provincia di Milano, Comune di Milano, Associazione Donne e Tecnologie.

Con una donazione mimima di 300 € è possibile acquistare una stampa di una delle opere esposte. Il totale dei fondi è destinato a finanziare interventi, per donne e bambine rifugiate, in settori come l'istruzione, la prevenzione e il contrasto alla violenza, l'assistenza materiale e medico-psicologica alle vittime di violenza ecc.

La mostra sarà visibile fino al 12 gennaio, per chi non l'avesse ancora vista, affrettarevi: l'ingresso è libero e la fondazione è aperta dalle 10 fino le 20.

 

Per ulteriori informazioni potete telefonare al numero: +39 45462411

oppure scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

o consultare il sito ufficiale: http://www.routineisfantastic.it/

Da domenica 12 gennaio al 9 febbraio 2014 sarà ospitata nella bellissima ed elegante Galleria Carla Sozzani, in Corso Como 10, a Milano,  la mostra ECAL PHOTOGRAPHY, curata da Alexis Georgacopoulos, Nathalie Herschdorfer, Milo Keller e Adrien Rovero.

La mostra ci invita a conoscere gli scatti dei nuovi talenti fotografici, studenti di una delle migliori scuole d'arte e design del mondo: l'ECAL di Losanna, in Svizzera. In particolare, le opere esposte sono una curata selezione di immagini che ripercorrono gli inizi di tecniche innovative nell'ambito della fotografia.

L'ECAL forma grafici, designer, fotografi e registi, in questa 'fabbrica dell'immagine' i giovani artisti sono liberi di esprimersi e creare liberamente, sperimentando nuove soluzioni e nuovi mezzi di comunicazione. E' stata fondata nel 1821 ed è riconosciuta a livello mondiale come una delle migliori scuole d'arte e design; attualmente è diretta da Alexis Georgacopoulos, ed offre ricchi e innovativi programmi nel campo delle belle arti, cinema, design industriale, fotografia, media e comunicazione.

Lo spazio che ospiterà questa mostra, come già detto, è l'elegante Galleria Carla Sozzani, situata all'interno di un cortile di un ex edificio industriale tipico dell'architettura milanese. E' una galleria che si dedica alla fotografia, all'arte, al design e all'architettura ospitando ogni anno diverse mostre, da quelle più classiche a quelle più ricercate e originali.

La Galleria dall'apertura, 1990, ha ospitato più di 200 mostre di fotografi di fama internazionale, tra i quali: David La Chapelle, Paolo Roveri, Bert Stern, Helmut Newton, Bruce Weber, David Baileys, Hiro, Annie Leibovitz e Sarah Moon.

Anche l'architettura resta uno dei punti di forte interesse: ogni anno vengono ospitate due monografiche dedicate all'architettura, al design e all'arte.

Per i più appassionati consiglio, dopo aver visitato la mostra, di 'perdersi' nella libreria adiacente alla Galleria: troverete un'ampissima scelta di pubblicazioni, una più interessante dell'altra, il tutto con una cura particolare alla fotografia, all'arte contemporanea, all'architettura, al design, alla grafica e alla moda: da perderci le ore.

 

L'inaugurazione sarà sabato 11 gennaio dalle ore 15 alle ore 20 con cocktails di benvenuto.

La mostra è gratuita e sarà visibile tutti i giorni dalle 10.30 alle 19.30, mercoledì e giovedì fino le 21.

 

Per ulteriori informazioni potete scrivere a:

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

consultare il sito ufficiale: www.galleriacarlasozzani.org

oppure chiamare allo 02. 65 35 31

 

Irene Kung è una delle personalità artistiche più interessanti del panorama internazionale, è di origini svizzere, ma dopo aver studiato Arti Visive si stabilisce definitivamente in Italia.

La sua arte di si è sviluppata inizialmente nell'ambito pittorico, solo negli ultimi anni, dopo essersi affermata come pittrice, ha inserito la fotografia come nuova forma d'espressione nel suo repertorio artistico.

 

L'atmosfera onirica che vive nelle sue fotografie ci mostra soggetti che sembrano non appartenere alla realtà in cui viviamo, nonostante la loro riconoscibilità, sembrano far parte di epoche diverse, a noi sconosciute.

 

E' in questo modo che ritroviamo il Duomo di Milano, la Torre Velasca, Notre Dame e tanti altri landmarks che caratterizzano le più grandi città internazionali, rappresentati come edifici appartenenti a un mondo utopico, fiabesco: insieme costruiscono una città ideale immersa in un'atmosfera sospesa.

 

L'obiettivo è proprio quello di cogliere lo spirito di un luogo, la sua essenza, le suggestioni del suo passato e liberarlo,decontestualizzarlo da qualsiasi tipo di contaminazione e/o disturbo urbanistico, per poi riprodurlo sulla carta fotografica.

 

Il vuoto viene ricercato, anziché evitato, per abbracciare lentamente il soggetto, fino a divenire esso stesso l'essenza dello scatto.

 

Oltre alle fotografie di architetture, la Kung raccoglie nella sua ricerca artistica una magnifica serie di scatti che raccontano il rapporto della fotografia con la natura, e in particolare quella con gli alberi: potenti e maestosi avvolti dalla poesia del vento e del silenzio.

 

La mostra è aperta dal 28 novembre al 12 gennaio 2014.

Gli orari sono: mar-ven dalle 10 alle 19, sab. dalle 12 alle 18

Per ulteriori informazioni porete chiamare al numero 02 89 07 54 20

La Galleria Forma si trova in Piazza Tito Lucrezio Caro 1.

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