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Raggiungere i propri sogni significa non darsi mai per vinti, affrontare tante delusioni, fare delle scelte, non farsi trascinare dalle mode e dalle imposizioni esterne, ma avere il coraggio di seguire il proprio istinto e le proprie passioni.
Credere in se stessi, mettersi in gioco e rischiare, un modo di pensare che in molti millantano, ma che in pochi mettono veramente in pratica.
Tra questa stretta cerchia troviamo Giulia Boccafogli, giovane, intraprendente ed eclettica creativa che ha deciso di mettere in discussione le sue certezze per intraprendere una strada faticosa e ignota, ma l’unica che sente veramente sua.
Una laurea in architettura, i primi lavori presso lo studio di famiglia, la carriera di Giulia sembra prendere una direzione ben precisa, ma sente che le manca qualcosa che possa soddisfarla a pieno. Una pazza idea le balena nella testa: abbandonare tutto per dedicarsi anima e corpo a quella che sente come vera passione e che la assorbe completamente nelle ore lontane dallo studio, la creazione di accessori e gioielli.
La scelta viene fin da subito premiata. Nel 2008 viene selezionata per partecipare a Macef nell’area Design Club. Iniziano le prime importanti pubblicazioni: Frizzi Frizzi e Glamour parlano delle sue creazione.
Da quel momento è un exaletion di riconoscimenti e soddisfazioni: grandi collaborazioni come quella con Coin che nel 2010 propone in diverse filiali le creazioni della designer, il successo ottenuto con le collezioni FLUX e FORMA SECONDA pubblicate su importanti riviste come Vogue Italia e Cosmopolitan, la collaborazione con il fotografo Pino Leone per cataloghi di moda e Annalisa Minetti, che sceglie di indossare i suoi gioielli in diverse occasioni, la distribuzione del marchio a livello nazionale e internazionale grazie a prestigiose boutique e portali on line (Boticca.com).
Da ultimo nel 2012 Giulia ottiene il riconoscimento dalla Provincia di Milano come miglior designer under 35 nella categoria Accessori donna durante l’evento fieristico organizzato da Cool Hunter Italy.
In quello stesso anno un ulteriore passo in avanti: l’inaugurazione di Vecchio Metodico, l’atelier che Giulia Boccafogli apre con l’amica e collega Emanuela Paradiso designer tessile e titolare del marchio Confezioni Paradiso a Bologna, sua città natale.
Il successo della designer risiede nella capacità di aver creato uno stile inconfondibile, dotato di grande carattere.
Ricerca, sperimentazione e innovazioni, questi sono gli imperativi del lavoro creativo di Giulia Boccafogli.
Le sue creazioni rivelano molto della sua personalità e formazione. Il passato da architetto lascia in lei un’impronta forte, soprattutto nel modo di ideare. L’aspetto progettuale è una componente fondamentale delle sue creazioni che non sono semplici gioielli o accessori, ma veri e propri ornamenti dal sapore contemporaneo.
Onde, linee morbide e drappeggi uniti all’utilizzo di pregiati pellami di recupero, il materiale prediletto dalla designer creano uno stile inconfondibile che oscilla tra sensualità e moderna decadenza.
Ogni pezzo rivela il gusto della sua ideatrice, ma è unico, mai uguale ad un altro.
Con la nuova linea definita il Capitolo II della collezione Forma Seconda la designer continua il suo percorso di sperimentazione e innovazione. Le creazioni sono una moderna interpretazione di alcuni elementi ornamentali tipici del XIX secolo come collane jabot e colli gorgiera.
Gli elementi tipici del suo stile non vengono abbandonati, ma si evolvono. Troviamo nuove finiture in acciaio e forti contrasti cromatici con colori accesi e brillanti.
Accanto a al Capitolo II di Forma Seconda Giulia Boccafogli ha ideato per questa stagione una proposta di Special Pieces: macro ornamenti dalle forme teatrali e dalla complessa lavorazione artigianale.
“Abbiate il coraggio di seguire le vostre passioni e sarete ricompensati”. Mai come nel caso di Giulia Boccafogli la frase è delle più azzeccate.
Per informazioni
web -www.giuliaboccafogli.it
email - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Atelier - via dell’Inferno 12/a, 40126 Bologna, su appuntamento
+39 0514121641
Nerospinto vi invita a partecipare all'evento I Want You! Friends 4 (Save the mix) che si terrà mercoledì 17 presso lo Zoom Bar.
Il Festival MIX Milano di cinema gaylesbico, che da anni riempie il Teatro Strehler nelle notti estive, si trova in difficoltà a causa della mancanza di fondi.
Per questo motivo è necessaria la partecipazione di quante più persone possibili per il 2013.
La crisi economica ci sta sottraendo, passo dopo passo, la cultura, la dignità, la felicità: bisogna fare qualcosa.
È indispensabile unire le proprie forze nel raggiungimento di un obiettivo.
Lo Zoom Bar, all'interno della serata AB-Sinth di mercoledì, dalle 22.00 alle 3.00, l'organizzazione del MIX in un evento di sensibilizzazione, musica, arte, raccolta fondi, atte a salvaguardare il Festival Mix, per una nuova stagione all'insegna della cultura.
Il team di SalvaMix vi accoglierà per esporvi il progetto e spiegarvi come contribuire a dare una nuova prospettiva al Festival.
Potete contribuire all'iniziativa Save the Mix con 4 semplici mosse:
- cliccare al link: http://www.indiegogo.com/projects/mix-milano-festival-internazionale-di-cinema-gaylesbico-e-queer-culture
- scegliere cosa fare e quanto donare
- seguire i pochi e semplici step per effettuare il versamento
- SALVARE IL MIX!
Ogni consumazione servita durante la serata avrà un sovrapprezzo di Euro 1,00 sul costo effettivo che sarà devoluto direttamente all'organizzazione MIX.
During the night:
Upstairs: Music selection by _nico (Emanuele)
Electro psichemagic dark music
Downstairs : Dj's a rotazione
Rudeboy
Black Candy
DJ Donut
DJ PROTOPAPA
LO ZELMO
Mary K
Gatto Maroz
SA' e MARIA
REZNIK
VJ Visuals e direzione artistica dell'evento: Fabio Cannizzaro PIXX e set fotografico di Salvatore Pirina
Zoom Bar
via Panfilo Castaldi 26, Milano
Figlio di due ebrei tedeschi, Helmut Newton nasce il 31 ottobre 1920 a Berlino. La sua famiglia è altolocata e questo gli permette fin da ragazzino di appassionarsi alla fotografia.
Nel 1938, a causa delle leggi razziali, il giovane Newton è costretto a fuggire: prima Trieste, poi Singapore, in seguito l’Australia. Solo con la fine della seconda guerra mondiale il fotografo trova pace, si sposa, diventa definitivamente un affermato fotografo di moda.
La svolta definitiva per la sua carriera avviene nel 1961 quando torna in Europa, trasferendosi a Parigi: è ormai un professionista ed è richiesto da riviste come Vogue, Elle, GQ, Marie Claire.
In questi anni definisce il suo stile e trova la sua identità artistica più profonda: Helmut Newton non fa solo delle belle foto, come ogni innovatore porta con sé un tratto stridente, un po’ opaco e sfocato, difficile da inquadrare.
I suoi scatti sono erotici, ma mai pornografici, sfacciati senza essere volgari, il nudo è il suo marchio di fabbrica più eloquente, tanto da creare un’intera collana chiamata “Big Nudes”.
Il suo stile viene definito come “erotico urbano patinato” e la sua eccellente padronanza della tecnica fotografica lo annovera nell’Olimpo dei più grandi fotografi internazionali.
Col passare degli anni viene richiesto direttamente dalle più grandi maison di tutto il mondo per organizzare campagne pubblicitarie e shooting: Chanel, Versace, Borbonese, Yves Saint Laurent, Dolce&Gabbana, Blumarine, è il suo momento di maggior successo.
Come ogni grande artista Helmut Newton è stato portatore di un radicale cambiamento: i fotografi di moda erano prima del suo avvento considerati frivoli, una sorta di fotografi di serie B, mentre lui ha capito l’essenza profonda di questo mondo. Non solo ha fatto della fotografia la sua arte ma ha innalzato ad un livello superiore la moda e soprattutto la fotografia di moda.
Noi di Nerospinto lo amiamo per questo, perché in lui ritroviamo tutto quello che vogliamo in un artista e perché nelle sue fotografie troviamo quel brivido che solo gli artisti sanno trasmettere.
La nostra salute, oltre a dipendere dalle nostre abitudini e dai nostri comportamenti, dipende anche dall'ambiente in cui viviamo.
Come già accennato settimane fa, microcosmo e macrocosmo funzionano con le stesse regole: una cellula, per essere sana, necessita di un ambiente sano attorno a sé da cui può ricavare nutrimento, ossigeno e altri benefici utili al suo mantenimento e sviluppo.
Organi, tessuti, così come l'uomo stesso, in ambienti sani, permangono in stato di ottima salute.
L'ambiente in cui la cellula si trova a trarre tutti gli elementi utili al suo benessere viene denominato "matrice", che altro non è che l'unità funzionale del tessuto interstiziale, luogo di mantenimento, scambio e mezzo attraverso cui il corpo stesso si ripulisce, trasportando le scorie e tossine verso gli organi emuntori.
Secondo un esperimento condotto in un laboratorio circa un secolo fa, una cellula, posta in un determinato ambiente ricco sempre soggetto all'inserimento di nutrienti utili al mantenimento, non muore.
La stessa cellula presa in analisi, morì solo a causa della dimenticanza del ricercatore di sostituire la matrice colma di scarti con quella nuova che ha permesso all'organismo di mantenersi in vita per così tanto tempo.
Pischinger, professore di Istologia ed Embriologia all'Università di Vienna definisce negli anni Settanta la matrice come "prima unità vivente", esposta ad ammalarsi prima della cellula stessa.
Secondo il dott. Hartmut Heine, è fondamentale mantenere sana la matrice perché influisce sull'espressività genetica della cellula stessa: un ambiente sano, dunque, favorisce il mantenimento di un'ottima salute, seppur nel nostro codice genetico possa esserci una tendenza o una maggiore esposizione alla manifestazione di alcune patologie.
Sempre da Vienna, Ludwig von Bertalanffy propone la teoria di sistemi aperti che dichiara che molteplici componenti in mutua relazione fra loro, le forze presenti fra esse sono interconnesse da continui scambi energetici.
Attraverso tali scambi, il sistema tende a raggiungere come scopo finale quello di mantenere l'omeostasi, ovvero l'equilibrio.
Le patologie e i disturbi funzionali che si manifestano, secondo von Bertalanffy, come "risultato di scambi informatici fra cellule e quindi fra organi" attraverso la matrice interstiziale, sistema utile al passaggio di informazioni esteso in tutto l'organismo.
Tali ricerche rimandano a qualcosa già trattato nelle settimane precedenti, ad esempio alle teorie della fisica quantistica applicate alla Naturopatia, o al concetto di Unità che si manifesta anche in tale argomento.
La matrice extracellulare e il "terreno" omeopatico sono simili, termine con cui in omeopatia si intende secondo Tetau "l'insieme delle sue caratteristiche fisiologiche, metaboliche, psicologiche" del paziente in parte influenzato dall'ereditarietà genetica, in parte dall'ambiente e lo stile di vita del paziente stesso. Non c'è separazione, e una disfunzione in una parte del corpo può essere originata dallo squilibrio profondo di tessuto, organo e quant'altro non apparente collegato alla manifestazione sintomatica.
A livello macro, se riflettiamo, è lo stesso concetto per cui una piantagione presente in un ambiente inquinato genera prodotti per nulla sani, poveri di nutrimento e rischiosi per la salute di chi ne usufruisce.
Da qualsiasi punto di vista lo si osservi, Juan Francisco Casas è un artista che stupisce.
Delle sue opere colpiscono l’irriverenza e la freschezza; il forte contrasto, voluto e ricercato, tra la banalità dei soggetti e le enormi dimensioni dei quadri, riservate al tema storico o religioso, come ci insegna il mondo accademico; stupiscono la maestria della tecnica e l’iper-realismo con cui sono realizzate.
Tuttavia sono sicura che la cosa che vi colpirà di più sarà scoprire di quale strumento si serve per realizzarle; dimenticate Photoshop e programmi di grafica, scordatevi tavolozza e pennello, carboncino e matita: nell’astuccio di Juan Francisco Casas c’è solo una penna bic, rigorosamente blu.
Avete presente quegli scarabocchi che disegnavamo durante le ore di lezione, al liceo? Le caricature della professoressa o qualche presa in giro al compagno di banco? Ecco, Casas ha a disposizione quello stesso piccolo, sottovalutato strumento.
E in fondo anche lui scarabocchia, solo che lo fa su pannelli due metri per due, solo che il risultato è del tutto identico ad una fotografia.
Juan Francisco Casas nasce nel 1976 a La Carolina, nel sud della Spagna. Si diploma all’Accademia di Belle Arti di Granada nel 1999 e con una borsa di studio si trasferisce a Roma. Già dal 2002 arrivano il successo e le esposizioni in siti importanti, dalla rinomata galleria Fernando Pradilla di Madrid a El Museo di Bogotà. Negli anni successivi porta la sua arte scanzonata in giro per l’Europa e per il mondo intero, attirando l’attenzione positiva della critica e di numerosi artisti, tra cui anche gli stimati Maurizio Cattelan, Damien Hirst e Neo Rauch.
La tecnica di Casas consiste nell’immortalare il suo soggetto in momenti del tutto ordinari, per poi riprodurre la fotografia con le biro blu; ne esaurisce almeno tre o quattro per ogni quadro, dichiara.
Le sue Madonne sono ragazze divertite e divertenti, belle e senza schemi, che ammiccano e provocano l'osservatore con l’affascinante freschezza della gioventù. Uomini anche, pochi c’è da dire, ma sempre leggeri e spensierati.
A guardare le opere una di seguito all’altra sembra quasi di curiosare nell’album dei ricordi di un ragazzo che ama fotografare i momenti belli della vita, nella loro semplicità. Sono attimi e situazioni che ognuno di noi potrebbe aver vissuto, nulla di straordinario; gli amici, le serate, le donne che ama, anche solo per una notte. Ciò che tuttavia le rende speciali sono la frizzante gioia di vivere e la totale libertà d'espressione che trasmettono, che insieme scacciano ogni rischio di banalità.
Ogni personaggio ritratto sprigiona un’energia e una vitalità che spiazzano e sfidano chi li osserva a lasciarsi andare, a non prendersi troppo sul serio. A chi coglie la sfida, riescono facilmente a strappare un sorriso, per gli altri..beh, è un peccato perché ridere allunga la vita e lo sguardo corrucciato fa venire le rughe!
Il nostro viaggio volge ormai al termine, la Nerospinto Borderline Week è alle porte e la tensione ed il fermento animano queste ultime ore.
È quindi con un'emozione particolare che presentiamo Patrizia Fratus, ultima, ma non ultima, chicca dell'evento che sarà presente con una serie di ritratti molto particolari.
Il percorso di Patrizia è inestricabilmente legato a stoffe, tessuti e all'arte del cucito: mossi i primi passi con la macchina da cucire della madre, la sua formazione si affina alla Marangoni di Milano, si sviluppa nei laboratori del teatro alla Scala, trovando un iniziale sfogo nell'insegnamento.
Dal 2005 l'arte coltivata con tanta passione trova finalmente sfogo, in quell'anno debutta infatti a Parigi con una serie di ritratti.
Gli strumenti a sua disposizione, ben lontani dai più comuni pennello e tavolozza, sono carta e tessuti che plasma a proprio piacimento per raccontare storie, rivelare emozioni, svelare contraddizioni. I ritratti esposti all'interno dello Spazio Giulio Romano si raccolgono intorno al tema della Donna e, nello specifico, sono espressione di ciò che ogni donna dentro di sé può essere o divenire, emblemi di tutti i sentimenti e i valori che la figura femminile può incarnare.
I volti ritratti hanno lasciato una traccia indelebile nella storia, ma anche dentro ognuno di noi; sono simboli di una vita vissuta che verrà perpetrata nei pensieri e nel vivere attuali.
Non perdete questa possibilità: apritevi al confronto e allo scontro con le donne di ieri e di oggi, ideali e valori che in fondo non moriranno mai.
Nerospinto Borderline Design Week
Sabato 13 aprile dalle ore 19
Spazio Giulio Romano 8 (Porta Romana)
Quante volte abbiamo sentito inveire contro i giovani di oggi, descritti come un insieme informe di persone, oserei dire “esseri” uguali l’uno all’altro, incapaci di lottare per esprimere la propria personalità, privi di interessi, di qualcosa in cui credere, di un obiettivo da raggiungere.
È uno sbaglio.
Passione, caparbietà, impegno e costanza non sono concetti dimenticati. Ci sono ancora giovani menti brillanti che hanno trovato la loro strada, un modo per dare senso alla loro vita. Ogni giorno si mettono in gioco, rischiano con la consapevolezza che solo una completa dedizione, tanta intraprendenza e la capacità di superare difficoltà e delusioni può portare a vedere realizzato il proprio sogno.
Degna rappresentante di questa categoria di talenti in erba è Annachiara Sessa, una designer di Varese che seppure giovanissima ha le idee ben chiare sul suo futuro.
Una grande passione per la creatività in tutte le sue forme, questo è ciò che ha sempre guidato le sue scelte, prima in campo formativo e ora lavorativo.
Dopo un diploma allo Ied di Milano in Fashion&Textile Design Annachiara decide di rischiare e realizzare il sogno di una vita: una linea di accessori e bijoux tutta sua.
Il marchio Mes Pois riflette la personalità della sua ideatrice e creatrice: istinto, spontaneità e passione per il tocco vintage sono i punti di forza della sua linea.
La giovane designer ama dare libero sfogo alla sua creatività, sperimentare.
Manualità e restyling sono gli imperativi del suo modo di pensare e inventare. Annachiara reinterpreta il vecchio dandogli nuova vita, facendosi ispirare da tutto ciò che la circonda.
I suoi bijoux sono un’esplosione di materiali: tessuti, pietre, catene e borchie si fondono in combinazioni inedite e inusuali.
Le creazioni di Mes Pois non sono mai una uguale all’ altra, sono tutti pezzi unici, ognuno con la propria particolarità.
Annachiara non si ferma mai e continua ad accrescere il suo bagaglio di conoscenze. Alla ricerca di nuovi stimoli e tecniche la designer sta frequentando un corso di Oreficeria Professionale presso la Scuola Orafa Ambrosiana di Milano.
Colletti in tessuto e applicazioni, collane, bracciali, orecchini, anelli e portachiavi del marchio Mes Pois arricchiranno la cornice artistica dell’evento Nerospinto Borderline Design Week, sabato 13 aprile dalle ore 19 presso la prestigiosa location Spazio Giulio Romano 8.
Save the date!
Antonioni c’è!
Gli ammiratori e gli appassionati del grande Maestro del cinema italiano mi perdoneranno per la citazione sportiva, ma nelle ultime settimane il nostro Bel Paese si è destato dall’indifferenza e dalla poca conoscenza della figura di Michelangelo Antonioni e per fortuna si è ricordato di elargire a uno dei nostri artisti più grandi il giusto riconoscimento nel centenario della sua nascita.
Mostre, come quella bellissima di Ferrara visitabile fino al 9 giugno, cineforum in tutta Italia e pagine di recensioni e amarcord sulle riviste più importanti.
E ci mancherebbe, aggiungo io!
Antonioni è stato per il cinema italiano quello che Bresson è stato per il cinema francese.
Tanto che le pellicole dei due cineasti spesso si sono uguagliate e sovrapposte per tematica e scelte registiche negli anni '60 e '70 del secolo scorso.
Antonioni segna la fine del neorealismo del cinema italiano e lo fa in maniera decisa e da maestro con il film del 1950, Cronaca di un amore. La pellicola riscuote uno sorprendente successo di critica e fa sì che al regista si aprano quasi subito le porte degli ambienti cinematografici italiani che contano. Collabora così con i migliori sceneggiatori e autori del suo tempo e con le attrici più in voga del momento. Il fatto è che Antonioni non è un regista di genere, ma un regista indipendente che gira e realizza solo pellicole importanti, con scene difficili, scelte registiche da maestro e storie assolutamente non commerciali. Eppure e malgrado questo, il pubblico lo premia.
I suoi film sono amatissimi e il botteghino gli dà ragione. Merito della sua indubbia bravura registica, ma merito anche della sua lungimiranza artistica con le quali trasforma l’attrice comica italiana più importante degli anni ’60 in una straordinaria attrice drammatica. Applaudita e osannata in tutta Europa, Monica Vitti è la musa incondizionata di Michelangelo Antonioni che la vuole in pellicole importanti come Deserto rosso, Leone d’Oro nel 1964 ma soprattutto nella sua trilogia dell’incomunicabilità. E così la bionda in calze a rete e gonne attillate dei film con Alberto Sordi si trasforma nella drammatica e bravissima protagonista di pellicole in bianco e nero come L’avventura, La notte, L’eclissi. Per gli appassionati del film di autore e per i critici cinematografici praticamente le pietre miliari del nostro cinema esistenziale.
Negli anni ’70 arrivano i lungometraggi girati in lingua inglese con attori internazionali e la fama di Antonioni si espande e si consolida anche oltre oceano.
Blow-up, sequestrato dalla magistratura per oscenità nell'ottobre 1967, dove il suo pessimismo angoscioso si trasforma nel totale rifiuto della realtà in cui l'uomo vive. Zabriskie Point, incentrato sulla contestazione giovanile, che diventa anche una feroce critica alla società dei consumi e
Professione: reporter con il lungo e celebre piano sequenza finale, dove affronta l'impenetrabilità della realtà attraverso un repentino cambio di identità del protagonista.
Antonioni studia al Centro di cinematografia di Roma negli anni ’40 e subito diventa assistente e collaboratore dei maggiori registi del tempo come Visconti, De Santis, Zavattini; la sua mentalità speculativa e la sua ossessiva ricerca sperimentale lo portano, però, molto presto a percorrere strade e ricerche tutte sue con successi che si mantengono immutabili e duraturi nel tempo e nella storia del cinema.
Tra aprile e luglio di quest’anno chi volesse conoscere Michelangelo Antonioni come artista, regista e autore ha solo l’imbarazzo della scelta tra mostre, rassegne filmiche e convegni.
Il cinema italiano è più vivo che mai!
Quante volte siamo rimasti delusi dalla trasposizione cinematografica di libri che amiamo e che ci hanno fatto sognare! Ebbene, a volte capita invece che l’apprezzamento rimanga e se possibile si rafforzi guardando sul grande schermo proprio la storia del libro che ci ha appassionati.
Questo è un periodo fortunato per i bei romanzi che finiscono al cinema e ce lo dimostrano due pellicole fiabesche e incantate quali Come pietra paziente e Bianca come il latte rossa come il sangue. Entrambi i film sono molti belli, ovviamente, ognuno a suo modo e con le caratteristiche di essere tratti da due romanzi essenzialmente molto differenti tra loro e scritti da autori che provengono da mondi ed esperienze diversi.
Come pietra paziente è la riduzione cinematografica di Pietra di pazienza, lo straordinario romanzo di Atiq Rahimi, vincitore del premio Gouncourt 2008, che firma anche la regia del film. E forse ne garantisce continuità e valore. La trama racconta la forza, l’incanto e l’esistenza di una donna afgana, una donna come ce ne sono tante nella sua terra, ma che diventa straordinariamente simile e “gemella” di tante altre donne occidentali e che vivono in città moderne e metropolitane.
Ai piedi delle montagne attorno a Kabul la giovane protagonista della pellicola accudisce il marito, eroe di guerra, in coma permanente.
La guerra fratricida intanto imperversa in città e porta soldati e combattenti alle porte. La giovane donna è sola, con un marito disabile in casa, e viene costretta all'amore da un giovane soldato.
Un evento che sarebbe dovuto essere drammatico, ma che contro ogni aspettativa fa sì che la donna si apra e prenda coscienza del suo corpo. Accorgendosi di essere sola e non controllata, libera la sua parola per confidare al marito ricordi e segreti inconfessabili.
A poco a poco in un fiume liberatorio tutti i suoi pensieri diventano voce: incanta, prega, grida e infine ritrova se stessa. Così, suo marito, muto e in coma, diventa suo malgrado, la sua "syngué sabour", la sua pietra paziente, la pietra magica che poniamo davanti a noi stessi per sussurrarle tutti i nostri segreti, le nostre speranze e desideri.
Pellicola straordinaria che consiglio a chi ama ancora la favola al cinema.
Questo è un momento storico particolare però e accanto al mondo meraviglioso ritorna prepotente anche il desiderio di un mondo più rivolto all’umanità, al senso profondo e vero della vita. All’importanza di ritrovare noi stessi.
E allora, in pendant e in corrispondenza con il film di Atiq Rahimi ecco arrivare sugli schermi Bianca come il latte rossa come il sangue, pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Alessandro D’Avenia.
Il film che nelle intenzioni del regista Giacomo Campiotti doveva chiaramente rivolgersi a un pubblico di teenager, è riuscito in realtà a conquistare anche il pubblico dei genitori degli stessi, diventando una delle pellicole più viste nella prima metà del mese di aprile. Scena dopo scena la commedia si trasforma in dramma, i temi diventano importanti e universali. L’amore, ma anche la malattia e la morte. Gli amici, ma anche la famiglia e la società. La vita merita di essere vissuta sempre anche quando apparentemente è solo una perdita di tempo.
Film da vedere assolutamente. Possibilmente genitori con figli.
Gli ultimi due episodi di The Following si sono basati essenzialmente sulla relazione “a tre” dei protagonisti della serie. È vero che il rapporto tra Carroll, sua moglie e l’agente Ryan è sempre stato presente e forte ma nei primi episodi lo spettatore è stato chiamato a concentrarsi soprattutto sulla setta, sui seguaci del serial killer e sullo scopo perseguito da tutti loro.
Ora, i rapporti interpersonali acquistano un significato altro e diventano quasi la chiave per decifrare le intenzioni del killer e le motivazioni di ogni componente del gruppo, ma anche per spiegare e giustificare l’antagonismo corrente e sempre vivo tra i due protagonisti maschili della serie.
Ovviamente Carroll e Hardy sono “nemici” per definizione di ruoli e per essere schierati ognuno dalla parte contrapposta del bene e del male, ma non basta. I due sono antagonisti e contrapposti anche per la ragione più preistorica e ancestrale dell’umanità: una donna.
Nello specifico Claire, ex moglie di Carroll e amante di Hardy. La contesa per l’amore e il “possesso” della donna spingono il killer a modificare e aggiornare continuamente le sue azioni criminose e a trasformare e adattare i suoi piani, coinvolgendo naturalmente anche i seguaci della sua setta.
Negli ultimi episodi, così, le uccisioni e i crimini si sono concentrati sulla figura di Claire, sul come sottrarla dal controllo dell’FBI, riportarla a suo figlio, nella casa rifugio della setta, ma essenzialmente su come ricondurla al suo ex marito. Azione e operazione che hanno visto ancora una volta follower e agenti scontrarsi e ferirsi a morte.
Il salto narrativo operato nella struttura della serie televisiva, che passa dalla visione di sole scene di azione a quello dei rapporti personali, non si limita, però, solo al rapporto a tre dei protagonisti, ma inizia a coinvolgere seguaci e personaggi minori della storia. Emma e Jacob ad esempio. Amici, amanti e poi nemici ora grazie all’intervento di Carroll sono diventati antagonisti anche loro all’interno della stessa setta.
Chi è il più bravo a uccidere? Chi si conquisterà le attenzioni del leader? Chi sopravvivrà alla competizione interna che sembra lambire più membri della setta? I prossimi episodi saranno chiarificatori di queste tematiche psicologiche e umane della serie televisiva che non mancherà comunque di presentare scene di azione e attuazione di piani criminali.
Intanto, però, fa riflettere che lo stesso Carroll ha bisogno di alzare la voce e di imporsi proprio con il suo braccio destro più importante, Rodrerick.
Serpeggia un certo scontento tra i follower e la causa è proprio il cambio repentino di livelli tra azione e rapporti umani. Le priorità del leader sembrano essere cambiate e a risentirne è l’intera setta dove i seguaci si ritrovano a essere relegati a semplici mercenari. Rodrerick lo fa presente espressamente a Carroll: i seguaci aspettavano con trepidazione l’arrivo del leader nella casa rifugio perché convinti che la conquista del Mondo da parte loro sarebbe stata imminente e ricca di azione.
Invece no. Il serial killer ora uccide e dissemina terrore solo per uno scopo strettamente personale.
I follower lo seguono ancora ma quanto durerà tutto questo?
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