CHIAMACI +39 333 8864490
Questo sito usa solo cookies tecnici e di sessione, non installiamo cookies di profilazione o marketing.
I cookie sono piccoli file di testo inviati dal sito al terminale dell’interessato (solitamente al browser), dove vengono memorizzati per essere poi ritrasmessi al sito alla successiva visita del medesimo utente. Un cookie non può richiamare nessun altro dato dal disco fisso dell’utente né trasmettere virus informatici o acquisire indirizzi email. Ogni cookie è unico per il web browser dell’utente. Alcune delle funzioni dei cookie possono essere demandate ad altre tecnologie. Nel presente documento con il termine ‘cookie’ si vuol far riferimento sia ai cookie, propriamente detti, sia a tutte le tecnologie similari.
I cookie possono essere di prima o di terza parte, dove per "prima parte" si intendono i cookie che riportano come dominio il sito, mentre per "terza parte" si intendono i cookie che sono relativi a domini esterni. I cookie di terza parte sono necessariamente installati da un soggetto esterno, sempre definito come "terza parte", non gestito dal sito. Tali soggetti possono eventualmente installare anche cookie di prima parte, salvando sul dominio del sito i propri cookie.
Relativamente alla natura dei cookie, ne esistono di diversi tipi:
I cookie tecnici sono quelli utilizzati al solo fine di "effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica, o nella misura strettamente necessaria al fornitore di un servizio della società dell'informazione esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente a erogare tale servizio" (cfr. art. 122, comma 1, del Codice). Essi non vengono utilizzati per scopi ulteriori e sono normalmente installati direttamente dal titolare o gestore del sito web. Possono essere suddivisi in: • cookie di navigazione o di sessione, che garantiscono la normale navigazione e fruizione del sito web (permettendo, ad esempio, di autenticarsi per accedere ad aree riservate); essi sono di fatto necessari per il corretto funzionamento del sito; • cookie analytics, assimilati ai cookie tecnici laddove utilizzati direttamente dal gestore del sito per raccogliere informazioni, in forma aggregata, sul numero degli utenti e su come questi visitano il sito stesso, al fine di migliorare le performance del sito; • cookie di funzionalità, che permettono all'utente la navigazione in funzione di una serie di criteri selezionati (ad esempio, la lingua, i prodotti selezionati per l'acquisto) al fine di migliorare il servizio reso allo stesso.
I cookie di profilazione sono volti a creare profili relativi all'utente e vengono utilizzati al fine di inviare messaggi pubblicitari in linea con le preferenze manifestate dallo stesso nell'ambito della navigazione in rete. Per l'utilizzo dei cookie di profilazione è richiesto il consenso dell'interessato. L’utente può autorizzare o negare il consenso all'installazione dei cookie attraverso le opzioni fornite nella sezione "Gestione dei cookie". In caso di cookie di terze parti, il sito non ha un controllo diretto dei singoli cookie e non può controllarli (non può né installarli direttamente né cancellarli). Puoi comunque gestire questi cookie attraverso le impostazioni del browser (segui le istruzioni riportate più avanti), o i siti indicati nella sezione "Gestione dei cookie".
Ecco l'elenco dei cookie presenti su questo sito. I cookie di terze parti presentano il collegamento all'informativa della privacy del relativo fornitore esterno, dove è possibile trovare una dettagliata descrizione dei singoli cookie e del trattamento che ne viene fatto.
Cookie di sistema
Il sito NEROSPINTO utilizza cookie per garantire all'utente una migliore esperienza di navigazione; tali cookie sono indispensabili per la fruizione corretta del sito. Puoi disabilitare questi cookie dal browser seguendo le indicazioni nel paragrafo dedicato, ma comprometterai la tua esperienza sul sito e non potremo rispondere dei malfunzionamenti.
Se è già stato dato il consenso ma si vogliono cambiare le autorizzazioni dei cookie, bisogna cancellarli attraverso il browser, come indicato sotto, perché altrimenti quelli già installati non verranno rimossi. In particolare, si tenga presente che non è possibile in alcun modo controllare i cookie di terze parti, quindi se è già stato dato precedentemente il consenso, è necessario procedere alla cancellazione dei cookie attraverso il browser oppure chiedendo l'opt-out direttamente alle terze parti o tramite il sito http://www.youronlinechoices.com/it/le-tue-scelte Se vuoi saperne di più, puoi consultare i seguenti siti: • http://www.youronlinechoices.com/ • http://www.allaboutcookies.org/ • https://www.cookiechoices.org/ • http://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/3118884
Chrome 1. Eseguire il Browser Chrome 2. Fare click sul menù presente nella barra degli strumenti del browser a fianco della finestra di inserimento url per la navigazione 3. Selezionare Impostazioni 4. Fare clic su Mostra Impostazioni Avanzate 5. Nella sezione “Privacy” fare clic su bottone “Impostazioni contenuti“ 6. Nella sezione “Cookie” è possibile modificare le seguenti impostazioni relative ai cookie: • Consentire il salvataggio dei dati in locale • Modificare i dati locali solo fino alla chiusura del browser • Impedire ai siti di impostare i cookie • Bloccare i cookie di terze parti e i dati dei siti • Gestire le eccezioni per alcuni siti internet •
Eliminare uno o tutti i cookie Mozilla Firefox 1. Eseguire il Browser Mozilla Firefox 2. Fare click sul menù presente nella barra degli strumenti del browser a fianco della finestra di inserimento url per la navigazione 3. Selezionare Opzioni 4. Selezionare il pannello Privacy 5. Fare clic su Mostra Impostazioni Avanzate 6. Nella sezione “Privacy” fare clic su bottone “Impostazioni contenuti“ 7. Nella sezione “Tracciamento” è possibile modificare le seguenti impostazioni relative ai cookie: • Richiedi ai siti di non effettuare alcun tracciamento • Comunica ai siti la disponibilità ad essere tracciato • Non comunicare alcuna preferenza relativa al tracciamento dei dati personali 8. Dalla sezione “Cronologia” è possibile: • Abilitando “Utilizza impostazioni personalizzate” selezionare di accettare i cookie di terze parti (sempre, dai siti più visitato o mai) e di conservarli per un periodo determinato (fino alla loro scadenza, alla chiusura di Firefox o di chiedere ogni volta) •
Rimuovere i singoli cookie immagazzinati. Internet Explorer 1. Eseguire il Browser Internet Explorer 2. Fare click sul pulsante Strumenti e scegliere Opzioni Internet 3. Fare click sulla scheda Privacy e, nella sezione Impostazioni, modificare il dispositivo di scorrimento in funzione dell’azione desiderata per i cookie: • Bloccare tutti i cookie • Consentire tutti i cookie • Selezionare i siti da cui ottenere cookie: spostare il cursore in una posizione intermedia in modo da non bloccare o consentire tutti i cookie, premere quindi su Siti, nella casella Indirizzo Sito Web inserire un sito internet e quindi premere su Blocca o Consenti.
Safari 1. Eseguire il Browser Safari 2. Fare click su Safari, selezionare Preferenze e premere su Privacy 3. Nella sezione Blocca Cookie specificare come Safari deve accettare i cookie dai siti internet. 4. Per visionare quali siti hanno immagazzinato i cookie cliccare su Dettagli Safari iOS (dispositivi mobile) 1. Eseguire il Browser Safari iOS 2. Tocca su Impostazioni e poi Safari 3. Tocca su Blocca Cookie e scegli tra le varie opzioni: “Mai”, “Di terze parti e inserzionisti” o “Sempre” 4. Per cancellare tutti i cookie immagazzinati da Safari, tocca su Impostazioni, poi su Safari e infine su Cancella Cookie e dati Opera 1. Eseguire il Browser Opera 2. Fare click sul Preferenze poi su Avanzate e infine su Cookie 3. Selezionare una delle seguenti opzioni: • Accetta tutti i cookie • Accetta i cookie solo dal sito che si visita: i cookie di terze parti e quelli che vengono inviati da un dominio diverso da quello che si sta visitando verranno rifiutati • Non accettare mai i cookie: tutti i cookie non verranno mai salvati.
Non poteva esistere stagione migliore della primavera, dei primi giorni di sole di un aprile tanto atteso e ancora un po’ indeciso sul da farsi, per cogliere a pieno tutti i colori di “Colonna sonora di un film che non c’è”, ultimo lavoro di Mafè Almeida, in uscita sui canali
iTunes dalla fine di questo mese.
Nato in Mozambico da madre capoverdiana e padre pugliese, Mafè cresce e coltiva la sua passione artistica tra la soleggiata Bari e la stimolante Milano, le due città in cui si concentra maggiormente la sua poliedrica carriera artistica, che affonda le radici in diversi campi d’espressione; pianista e tastierista di diversi gruppi del panorama barese, Mafè si avvicina al mondo del canto grazie al gospel, partecipando al Wanted Chorus e a all’opera musicale di Riccardo Cocciante e Luc Plamondon, “Notre Dame de Paris”, nel ruolo di Clopin.
Si cimenta inoltre nell’attività di autore, collaborando con gli Zero Assoluto alla stesura del testo di “Volano i Pensieri”, nota canzone della band capitolina. Il tentativo di inquadrare un album, e tanto più un artista, in un solo genere musicale, è quasi sempre riduttivo; preferibile è tentare di cogliere i chiaroscuri tratteggiati al suo interno.
“Colonna sonora di un film che non c’è” è un EP di sei tracce, dal groove funk coinvolgente e dalle atmosfere variopinte: dalla freschezza spensierata della pop music, alle sfumature di malinconica speranza della musica black, dal soul all’RnB. Mafè Almeida ama vedere nella sua produzione artistica qualcosa del power pop, principalmente per il messaggio e le energie positive che ne sente fuoriuscire e che si propone di trasmette all’ascoltatore. Abbiamo parlato con Mafè per farci raccontare della sua esperienza, la sua visione della vita e i suoi progetti per il futuro.
Nel corso della tua carriera hai sperimentato molto; sei stato parte di un gruppo, corista gospel, hai recitato in un musical ed ora sei cantautore. Senti in qualche modo queste come tappe di un percorso che ti avrebbe portato dove sei oggi, o le consideri in maniera separata?
Parlare di carriera credo sia prematuro. Amo definirlo un percorso e credo che ogni sua parte abbia in qualche modo influenzato quello che è il mio stile di vita. Ogni esperienza non la vivo come un oggetto separato ma come un elemento con una propria individualità che però vive e ha senso se collegato ad un altro frammento. Sono un po' fatalista e credo nell'idea che nulla sia mai per caso. Lo raccontano gli incontri che ho avuto nella mia vita e quello che sono ora. In fondo siamo sempre le persone che incontriamo e di conseguenza anche le azioni che compiamo.
Oltre alle tue mani di compositore e autore, quali altre hanno collaborato alla realizzazione di “Colonna sonora di un film che non c’è”?
Il disco è stato prodotto da Daniele Valentini con l'etichetta indipendente "Treehouse Lab" di Lodi, mixato negli studi FM di Monza da Raffaele Stefani e masterizzato da Giovanni Versari. Per l’incisione e per i live sono stato aiutato dal gruppo "The White Muffins" , composto da Antonio Galli al basso, Andrea Rossini alle chitarre, Danilo Martello alle tastiere e Marco Carnesella alla batteria.
Per quando riguarda il budget, una parte è stata ricavata raccogliendo delle donazioni con il primo sito in Italia di crowdfunding, musicraiser.com.
Nel titolo dell’EP si possono leggere sentimenti molto diversi, non fosse altro per quel “che non c’è”, che se da un lato rimanda ai colori della nostalgia, dall’altro può essere interpretato come un invito a divenire noi stessi, il nostro film. Tu cosa ci vedi in quelle parole?
Il nome nasce dall'idea che la vita sia composta da piccole tracce che nel loro insieme creano una colonna sonora. Queste accompagnano i gesti quotidiani della nostra vita, che non è altro che un film in divenire. Per questo motivo va intesa come un film che non c'è, ma che più che altro, "esisterà".
Dunque, deviando sui massimi sistemi, credi in qualche cosa di prestabilito e non scritto, o se più per l’idea dell’homo faber, fautore del suo destino?
Come raccontavo prima sono estremamente convinto che le cose non accadano mai per caso. La vita ci lancia continuamente segnali che ci portano verso un determinato cammino. La questione credo vada interpretata con una chiave di lettura ambivalente. Ognuno di noi è artefice del proprio destino nella misura in cui sia in grado di saper interpretare certi messaggi. Del resto poi ci pensa la vita stessa a risponderti se una scelta può essere determinante o meno ed è solo questione di tempo. Forse è una forma positiva di interpretazione della vita. Come se fossimo destinati a più destini uno dei quali si dimostrerà la verità assoluta per noi. E alla fine in un gioco di incastri saremo sia artefici che navi trascinate dalla corrente. Convinto però che prima o poi ad un porto si approderà.
E per quanto riguarda i testi invece? Qual è il fil rouge che li conduce, e dove vorresti che conducessero l’ascoltatore?
I testi si ispirano fortemente a momenti di vita vissuta. Molto spesso sono spunti di riflessione. Quasi un senso di rivalsa per una condotta di vita più aperta al rispetto verso di sé e quindi verso gli altri. Credo che solo amando se stessi si riesca ad amare ed apprezzare tutto quello che ci circonda. Credo ci sia bisogno di fede, nella vita e nei propri sogni, fede verso le persone. Per questo meglio un abbraccio che una stretta di mano. Dici questo perché credi che l’importanza di un abbraccio, agli altri e a se stessi, si sia persa oggi come oggi?
La gente si imbarazza se ti vede come un libro aperto. Certe volte rimane stupita dal grado di civiltà e di apertura mentale di una persona. Anche nel condividere argomenti difficili come il dolore . Difficile dire se non si è più abituati a gesti come un abbraccio. Di sicuro credo bisognerebbe stupirsi di altro e non di questo. Lasciamo sempre meno spazio a quelle piccole cose che fanno l'assoluto per noi. E tendenzialmente arriviamo a pensare di poter bastare a noi stessi, convinti come siamo di poter farcela da soli. Non sono della teoria che bisognerebbe spendere ogni gesto gentile e in modo inappropriato ma che quando si sente il bisogno, di non aver paura di condividerlo. Alla luce di tutto questo, ma soprattutto ascoltando i tuoi testi, la musica sembra essere per te quasi un mezzo per un fine. Credi che trasmettere agli altri un messaggio, sia pure in forma di emozione, sia il compito principale di un musicista, o leggi l’arte più come un percorso individuale di chi la produce?
Il percorso individuale di un musicista è inscindibile dalle emozioni di chi le interpreta. Se da una parte scrivere può aiutare ad esorcizzare i propri fantasmi, quasi come vomitando la propria esistenza, d'altro canto quello che si scrive può essere fonte di ispirazione per chiunque senta vicino una parola piuttosto che una linea musicale. Il resto è solo un atto di crescita personale che sposta determinati parametri di valutazione. La scrittura può evolversi ed essere modellata nel tempo e influenzata da circostanze e situazioni personali. Chi ascolta può semplicemente accompagnare e apprezzare questa crescita oppure rimanerne indifferente. Questo però non sposta l'ago della bilancia. Del perfetto equilibrio tra i due ruoli che io reputo complementari. L'amore è così. Nel tempo due persone sono accanto e si accompagnano mutando nella forma. Accade di non volersi più accanto ma quello che si è seminato è ben visibile. Resta sempre in profondità.
Cosa ti ha spinto finora ad amare cosi tanto la musica, l’amore e l’amore per la vita? E cosa vedi ora nel tuo futuro?
Amo scrivere e amo cantare e nel mio futuro vedo la possibilità di creare un altro album e avere sempre più seguito.
Ho perso mia madre a settembre ed è stata lei ad intuire che potessi amare la musica. Mi ha portato a studiare pianoforte e poi a credere nei miei sogni. Io e i miei fratelli siamo la sua più grande testimonianza e ci teniamo a preservare e condividere la sua memoria e la sua eredità intellettuale. Lei amava la vita e ognuno di noi nel proprio piccolo cerca di farlo. Io spero di farlo attraverso la musica.
I Depeche Mode saranno di scena il 18 Luglio allo Stadio San Siro di Milano e il 20 Luglio allo Stadio Olimpico di Roma per due imperdibili concerti.
In una recente intervista Dave Gahan, cantante e frontman dei Depeche Mode, ha affermato: “Quando salgo sul palco sono consapevole del fatto che sto giocando con me stesso, divento un’altra persona. E quella persona è pronta ad accettare la sfida, a dare il meglio di sé, a far divertire il pubblico”. E Mister Gahan, sempre in compagnia della “mente” della band Martin Gore e del fedelissimo Andrew Fletcher, ci darà modo di vedere e godere di “quell’altra persona” il prossimo Luglio, in due date che toccheranno il nostro paese.
A Maggio la band dell’Essex sbarcherà nel vecchio continente con il suo tour mondiale che coinvolgerà quasi tutti gli stati europei, compresa l’Italia, per far vibrare nelle nostri menti e nelle nostre ossa le note della loro ultima fatica in studio, Delta Machine, tredicesimo album di una band che ha vissuto molte vite e che è riuscita sempre a risorgere dalle proprie ceneri più forte e unita di prima.
Quella che la rivista musicale Q ha definito “la band elettronica più popolare e longeva che il mondo abbia mai conosciuto”, in più di trent’anni di carriera ha attraversato varie stagioni e generi musicali, diventando uno dei gruppi più amati del pianeta. Dopo l’esordio synth-pop dei primi anni ottanta (chi di voi non ha mai ballato sulle note di
).Dopo un memorabile concerto tenuto a Pasadena nel Giugno del 1988, la consacrazione definitiva giunge negli anni novanta con i tre album da antologia Violator, Songs of Faith and Devotion e Ultra. I Depeche stupiscono ancora con una netta svolta verso sonorità industrial ed estetiche rock, con canzoni che sono entrate nell’olimpo della musica moderna:
.
Con un successo così ampio e travolgente, lo spettro della crisi appariva quasi fisiologico: la stanchezza dovuta alla vita vissuta perennemente in tour, la tossicodipendenza di Gahan e la depressione di Flecher lasciavano presagire la fine della band. Ma la riabilitazione del cantante e l’infinita ispirazione di Gore hanno traghettato i Depeche Mode negli anni duemila. I suoni decisamente più dance e minimalisti degli album di questo decennio (Exciter, Playing the Angel e Sounds of the Universe) hanno fatto un po’ storcere il naso ai fan della vecchia guardia, me compreso, ma non sono stati un motivo sufficiente per abbandonare l’amore per una band che nel corso degli anni ha saputo dare voce alla parte più cupa e fragile delle nostre anime.
Ora abbiamo un nuovo album da ascoltare e da amare; canzoni che sanno coniugare la vecchia e adorata malinconia con l’aggressività di ritmi techno, la voce calda e sensuale di Gahan e gli accenni blues della chitarra di Gore. E tra qualche mese avremo la possibilità di ascoltare queste nuove tracce con le perle che i Depeche Mode ci hanno donato in circa trent’anni di onorata carriera; avremo la possibilità di incontrare il nostro “Personal Jesus: someone to hear your prayers, someone who cares”.
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=stTcBHDp4Ls
Nerospinto vi invita a partecipare all'evento I Want You! Friends 4 (Save the mix) che si terrà mercoledì 17 presso lo Zoom Bar.
Il Festival MIX Milano di cinema gaylesbico, che da anni riempie il Teatro Strehler nelle notti estive, si trova in difficoltà a causa della mancanza di fondi.
Per questo motivo è necessaria la partecipazione di quante più persone possibili per il 2013.
La crisi economica ci sta sottraendo, passo dopo passo, la cultura, la dignità, la felicità: bisogna fare qualcosa.
È indispensabile unire le proprie forze nel raggiungimento di un obiettivo.
Lo Zoom Bar, all'interno della serata AB-Sinth di mercoledì, dalle 22.00 alle 3.00, l'organizzazione del MIX in un evento di sensibilizzazione, musica, arte, raccolta fondi, atte a salvaguardare il Festival Mix, per una nuova stagione all'insegna della cultura.
Il team di SalvaMix vi accoglierà per esporvi il progetto e spiegarvi come contribuire a dare una nuova prospettiva al Festival.
Potete contribuire all'iniziativa Save the Mix con 4 semplici mosse:
- cliccare al link: http://www.indiegogo.com/projects/mix-milano-festival-internazionale-di-cinema-gaylesbico-e-queer-culture
- scegliere cosa fare e quanto donare
- seguire i pochi e semplici step per effettuare il versamento
- SALVARE IL MIX!
Ogni consumazione servita durante la serata avrà un sovrapprezzo di Euro 1,00 sul costo effettivo che sarà devoluto direttamente all'organizzazione MIX.
During the night:
Upstairs: Music selection by _nico (Emanuele)
Electro psichemagic dark music
Downstairs : Dj's a rotazione
Rudeboy
Black Candy
DJ Donut
DJ PROTOPAPA
LO ZELMO
Mary K
Gatto Maroz
SA' e MARIA
REZNIK
VJ Visuals e direzione artistica dell'evento: Fabio Cannizzaro PIXX e set fotografico di Salvatore Pirina
Zoom Bar
via Panfilo Castaldi 26, Milano
Figlio di due ebrei tedeschi, Helmut Newton nasce il 31 ottobre 1920 a Berlino. La sua famiglia è altolocata e questo gli permette fin da ragazzino di appassionarsi alla fotografia.
Nel 1938, a causa delle leggi razziali, il giovane Newton è costretto a fuggire: prima Trieste, poi Singapore, in seguito l’Australia. Solo con la fine della seconda guerra mondiale il fotografo trova pace, si sposa, diventa definitivamente un affermato fotografo di moda.
La svolta definitiva per la sua carriera avviene nel 1961 quando torna in Europa, trasferendosi a Parigi: è ormai un professionista ed è richiesto da riviste come Vogue, Elle, GQ, Marie Claire.
In questi anni definisce il suo stile e trova la sua identità artistica più profonda: Helmut Newton non fa solo delle belle foto, come ogni innovatore porta con sé un tratto stridente, un po’ opaco e sfocato, difficile da inquadrare.
I suoi scatti sono erotici, ma mai pornografici, sfacciati senza essere volgari, il nudo è il suo marchio di fabbrica più eloquente, tanto da creare un’intera collana chiamata “Big Nudes”.
Il suo stile viene definito come “erotico urbano patinato” e la sua eccellente padronanza della tecnica fotografica lo annovera nell’Olimpo dei più grandi fotografi internazionali.
Col passare degli anni viene richiesto direttamente dalle più grandi maison di tutto il mondo per organizzare campagne pubblicitarie e shooting: Chanel, Versace, Borbonese, Yves Saint Laurent, Dolce&Gabbana, Blumarine, è il suo momento di maggior successo.
Come ogni grande artista Helmut Newton è stato portatore di un radicale cambiamento: i fotografi di moda erano prima del suo avvento considerati frivoli, una sorta di fotografi di serie B, mentre lui ha capito l’essenza profonda di questo mondo. Non solo ha fatto della fotografia la sua arte ma ha innalzato ad un livello superiore la moda e soprattutto la fotografia di moda.
Noi di Nerospinto lo amiamo per questo, perché in lui ritroviamo tutto quello che vogliamo in un artista e perché nelle sue fotografie troviamo quel brivido che solo gli artisti sanno trasmettere.
La nostra salute, oltre a dipendere dalle nostre abitudini e dai nostri comportamenti, dipende anche dall'ambiente in cui viviamo.
Come già accennato settimane fa, microcosmo e macrocosmo funzionano con le stesse regole: una cellula, per essere sana, necessita di un ambiente sano attorno a sé da cui può ricavare nutrimento, ossigeno e altri benefici utili al suo mantenimento e sviluppo.
Organi, tessuti, così come l'uomo stesso, in ambienti sani, permangono in stato di ottima salute.
L'ambiente in cui la cellula si trova a trarre tutti gli elementi utili al suo benessere viene denominato "matrice", che altro non è che l'unità funzionale del tessuto interstiziale, luogo di mantenimento, scambio e mezzo attraverso cui il corpo stesso si ripulisce, trasportando le scorie e tossine verso gli organi emuntori.
Secondo un esperimento condotto in un laboratorio circa un secolo fa, una cellula, posta in un determinato ambiente ricco sempre soggetto all'inserimento di nutrienti utili al mantenimento, non muore.
La stessa cellula presa in analisi, morì solo a causa della dimenticanza del ricercatore di sostituire la matrice colma di scarti con quella nuova che ha permesso all'organismo di mantenersi in vita per così tanto tempo.
Pischinger, professore di Istologia ed Embriologia all'Università di Vienna definisce negli anni Settanta la matrice come "prima unità vivente", esposta ad ammalarsi prima della cellula stessa.
Secondo il dott. Hartmut Heine, è fondamentale mantenere sana la matrice perché influisce sull'espressività genetica della cellula stessa: un ambiente sano, dunque, favorisce il mantenimento di un'ottima salute, seppur nel nostro codice genetico possa esserci una tendenza o una maggiore esposizione alla manifestazione di alcune patologie.
Sempre da Vienna, Ludwig von Bertalanffy propone la teoria di sistemi aperti che dichiara che molteplici componenti in mutua relazione fra loro, le forze presenti fra esse sono interconnesse da continui scambi energetici.
Attraverso tali scambi, il sistema tende a raggiungere come scopo finale quello di mantenere l'omeostasi, ovvero l'equilibrio.
Le patologie e i disturbi funzionali che si manifestano, secondo von Bertalanffy, come "risultato di scambi informatici fra cellule e quindi fra organi" attraverso la matrice interstiziale, sistema utile al passaggio di informazioni esteso in tutto l'organismo.
Tali ricerche rimandano a qualcosa già trattato nelle settimane precedenti, ad esempio alle teorie della fisica quantistica applicate alla Naturopatia, o al concetto di Unità che si manifesta anche in tale argomento.
La matrice extracellulare e il "terreno" omeopatico sono simili, termine con cui in omeopatia si intende secondo Tetau "l'insieme delle sue caratteristiche fisiologiche, metaboliche, psicologiche" del paziente in parte influenzato dall'ereditarietà genetica, in parte dall'ambiente e lo stile di vita del paziente stesso. Non c'è separazione, e una disfunzione in una parte del corpo può essere originata dallo squilibrio profondo di tessuto, organo e quant'altro non apparente collegato alla manifestazione sintomatica.
A livello macro, se riflettiamo, è lo stesso concetto per cui una piantagione presente in un ambiente inquinato genera prodotti per nulla sani, poveri di nutrimento e rischiosi per la salute di chi ne usufruisce.
Da qualsiasi punto di vista lo si osservi, Juan Francisco Casas è un artista che stupisce.
Delle sue opere colpiscono l’irriverenza e la freschezza; il forte contrasto, voluto e ricercato, tra la banalità dei soggetti e le enormi dimensioni dei quadri, riservate al tema storico o religioso, come ci insegna il mondo accademico; stupiscono la maestria della tecnica e l’iper-realismo con cui sono realizzate.
Tuttavia sono sicura che la cosa che vi colpirà di più sarà scoprire di quale strumento si serve per realizzarle; dimenticate Photoshop e programmi di grafica, scordatevi tavolozza e pennello, carboncino e matita: nell’astuccio di Juan Francisco Casas c’è solo una penna bic, rigorosamente blu.
Avete presente quegli scarabocchi che disegnavamo durante le ore di lezione, al liceo? Le caricature della professoressa o qualche presa in giro al compagno di banco? Ecco, Casas ha a disposizione quello stesso piccolo, sottovalutato strumento.
E in fondo anche lui scarabocchia, solo che lo fa su pannelli due metri per due, solo che il risultato è del tutto identico ad una fotografia.
Juan Francisco Casas nasce nel 1976 a La Carolina, nel sud della Spagna. Si diploma all’Accademia di Belle Arti di Granada nel 1999 e con una borsa di studio si trasferisce a Roma. Già dal 2002 arrivano il successo e le esposizioni in siti importanti, dalla rinomata galleria Fernando Pradilla di Madrid a El Museo di Bogotà. Negli anni successivi porta la sua arte scanzonata in giro per l’Europa e per il mondo intero, attirando l’attenzione positiva della critica e di numerosi artisti, tra cui anche gli stimati Maurizio Cattelan, Damien Hirst e Neo Rauch.
La tecnica di Casas consiste nell’immortalare il suo soggetto in momenti del tutto ordinari, per poi riprodurre la fotografia con le biro blu; ne esaurisce almeno tre o quattro per ogni quadro, dichiara.
Le sue Madonne sono ragazze divertite e divertenti, belle e senza schemi, che ammiccano e provocano l'osservatore con l’affascinante freschezza della gioventù. Uomini anche, pochi c’è da dire, ma sempre leggeri e spensierati.
A guardare le opere una di seguito all’altra sembra quasi di curiosare nell’album dei ricordi di un ragazzo che ama fotografare i momenti belli della vita, nella loro semplicità. Sono attimi e situazioni che ognuno di noi potrebbe aver vissuto, nulla di straordinario; gli amici, le serate, le donne che ama, anche solo per una notte. Ciò che tuttavia le rende speciali sono la frizzante gioia di vivere e la totale libertà d'espressione che trasmettono, che insieme scacciano ogni rischio di banalità.
Ogni personaggio ritratto sprigiona un’energia e una vitalità che spiazzano e sfidano chi li osserva a lasciarsi andare, a non prendersi troppo sul serio. A chi coglie la sfida, riescono facilmente a strappare un sorriso, per gli altri..beh, è un peccato perché ridere allunga la vita e lo sguardo corrucciato fa venire le rughe!
Il nostro viaggio volge ormai al termine, la Nerospinto Borderline Week è alle porte e la tensione ed il fermento animano queste ultime ore.
È quindi con un'emozione particolare che presentiamo Patrizia Fratus, ultima, ma non ultima, chicca dell'evento che sarà presente con una serie di ritratti molto particolari.
Il percorso di Patrizia è inestricabilmente legato a stoffe, tessuti e all'arte del cucito: mossi i primi passi con la macchina da cucire della madre, la sua formazione si affina alla Marangoni di Milano, si sviluppa nei laboratori del teatro alla Scala, trovando un iniziale sfogo nell'insegnamento.
Dal 2005 l'arte coltivata con tanta passione trova finalmente sfogo, in quell'anno debutta infatti a Parigi con una serie di ritratti.
Gli strumenti a sua disposizione, ben lontani dai più comuni pennello e tavolozza, sono carta e tessuti che plasma a proprio piacimento per raccontare storie, rivelare emozioni, svelare contraddizioni. I ritratti esposti all'interno dello Spazio Giulio Romano si raccolgono intorno al tema della Donna e, nello specifico, sono espressione di ciò che ogni donna dentro di sé può essere o divenire, emblemi di tutti i sentimenti e i valori che la figura femminile può incarnare.
I volti ritratti hanno lasciato una traccia indelebile nella storia, ma anche dentro ognuno di noi; sono simboli di una vita vissuta che verrà perpetrata nei pensieri e nel vivere attuali.
Non perdete questa possibilità: apritevi al confronto e allo scontro con le donne di ieri e di oggi, ideali e valori che in fondo non moriranno mai.
Nerospinto Borderline Design Week
Sabato 13 aprile dalle ore 19
Spazio Giulio Romano 8 (Porta Romana)
Quante volte abbiamo sentito inveire contro i giovani di oggi, descritti come un insieme informe di persone, oserei dire “esseri” uguali l’uno all’altro, incapaci di lottare per esprimere la propria personalità, privi di interessi, di qualcosa in cui credere, di un obiettivo da raggiungere.
È uno sbaglio.
Passione, caparbietà, impegno e costanza non sono concetti dimenticati. Ci sono ancora giovani menti brillanti che hanno trovato la loro strada, un modo per dare senso alla loro vita. Ogni giorno si mettono in gioco, rischiano con la consapevolezza che solo una completa dedizione, tanta intraprendenza e la capacità di superare difficoltà e delusioni può portare a vedere realizzato il proprio sogno.
Degna rappresentante di questa categoria di talenti in erba è Annachiara Sessa, una designer di Varese che seppure giovanissima ha le idee ben chiare sul suo futuro.
Una grande passione per la creatività in tutte le sue forme, questo è ciò che ha sempre guidato le sue scelte, prima in campo formativo e ora lavorativo.
Dopo un diploma allo Ied di Milano in Fashion&Textile Design Annachiara decide di rischiare e realizzare il sogno di una vita: una linea di accessori e bijoux tutta sua.
Il marchio Mes Pois riflette la personalità della sua ideatrice e creatrice: istinto, spontaneità e passione per il tocco vintage sono i punti di forza della sua linea.
La giovane designer ama dare libero sfogo alla sua creatività, sperimentare.
Manualità e restyling sono gli imperativi del suo modo di pensare e inventare. Annachiara reinterpreta il vecchio dandogli nuova vita, facendosi ispirare da tutto ciò che la circonda.
I suoi bijoux sono un’esplosione di materiali: tessuti, pietre, catene e borchie si fondono in combinazioni inedite e inusuali.
Le creazioni di Mes Pois non sono mai una uguale all’ altra, sono tutti pezzi unici, ognuno con la propria particolarità.
Annachiara non si ferma mai e continua ad accrescere il suo bagaglio di conoscenze. Alla ricerca di nuovi stimoli e tecniche la designer sta frequentando un corso di Oreficeria Professionale presso la Scuola Orafa Ambrosiana di Milano.
Colletti in tessuto e applicazioni, collane, bracciali, orecchini, anelli e portachiavi del marchio Mes Pois arricchiranno la cornice artistica dell’evento Nerospinto Borderline Design Week, sabato 13 aprile dalle ore 19 presso la prestigiosa location Spazio Giulio Romano 8.
Save the date!
Antonioni c’è!
Gli ammiratori e gli appassionati del grande Maestro del cinema italiano mi perdoneranno per la citazione sportiva, ma nelle ultime settimane il nostro Bel Paese si è destato dall’indifferenza e dalla poca conoscenza della figura di Michelangelo Antonioni e per fortuna si è ricordato di elargire a uno dei nostri artisti più grandi il giusto riconoscimento nel centenario della sua nascita.
Mostre, come quella bellissima di Ferrara visitabile fino al 9 giugno, cineforum in tutta Italia e pagine di recensioni e amarcord sulle riviste più importanti.
E ci mancherebbe, aggiungo io!
Antonioni è stato per il cinema italiano quello che Bresson è stato per il cinema francese.
Tanto che le pellicole dei due cineasti spesso si sono uguagliate e sovrapposte per tematica e scelte registiche negli anni '60 e '70 del secolo scorso.
Antonioni segna la fine del neorealismo del cinema italiano e lo fa in maniera decisa e da maestro con il film del 1950, Cronaca di un amore. La pellicola riscuote uno sorprendente successo di critica e fa sì che al regista si aprano quasi subito le porte degli ambienti cinematografici italiani che contano. Collabora così con i migliori sceneggiatori e autori del suo tempo e con le attrici più in voga del momento. Il fatto è che Antonioni non è un regista di genere, ma un regista indipendente che gira e realizza solo pellicole importanti, con scene difficili, scelte registiche da maestro e storie assolutamente non commerciali. Eppure e malgrado questo, il pubblico lo premia.
I suoi film sono amatissimi e il botteghino gli dà ragione. Merito della sua indubbia bravura registica, ma merito anche della sua lungimiranza artistica con le quali trasforma l’attrice comica italiana più importante degli anni ’60 in una straordinaria attrice drammatica. Applaudita e osannata in tutta Europa, Monica Vitti è la musa incondizionata di Michelangelo Antonioni che la vuole in pellicole importanti come Deserto rosso, Leone d’Oro nel 1964 ma soprattutto nella sua trilogia dell’incomunicabilità. E così la bionda in calze a rete e gonne attillate dei film con Alberto Sordi si trasforma nella drammatica e bravissima protagonista di pellicole in bianco e nero come L’avventura, La notte, L’eclissi. Per gli appassionati del film di autore e per i critici cinematografici praticamente le pietre miliari del nostro cinema esistenziale.
Negli anni ’70 arrivano i lungometraggi girati in lingua inglese con attori internazionali e la fama di Antonioni si espande e si consolida anche oltre oceano.
Blow-up, sequestrato dalla magistratura per oscenità nell'ottobre 1967, dove il suo pessimismo angoscioso si trasforma nel totale rifiuto della realtà in cui l'uomo vive. Zabriskie Point, incentrato sulla contestazione giovanile, che diventa anche una feroce critica alla società dei consumi e
Professione: reporter con il lungo e celebre piano sequenza finale, dove affronta l'impenetrabilità della realtà attraverso un repentino cambio di identità del protagonista.
Antonioni studia al Centro di cinematografia di Roma negli anni ’40 e subito diventa assistente e collaboratore dei maggiori registi del tempo come Visconti, De Santis, Zavattini; la sua mentalità speculativa e la sua ossessiva ricerca sperimentale lo portano, però, molto presto a percorrere strade e ricerche tutte sue con successi che si mantengono immutabili e duraturi nel tempo e nella storia del cinema.
Tra aprile e luglio di quest’anno chi volesse conoscere Michelangelo Antonioni come artista, regista e autore ha solo l’imbarazzo della scelta tra mostre, rassegne filmiche e convegni.
Il cinema italiano è più vivo che mai!
Quante volte siamo rimasti delusi dalla trasposizione cinematografica di libri che amiamo e che ci hanno fatto sognare! Ebbene, a volte capita invece che l’apprezzamento rimanga e se possibile si rafforzi guardando sul grande schermo proprio la storia del libro che ci ha appassionati.
Questo è un periodo fortunato per i bei romanzi che finiscono al cinema e ce lo dimostrano due pellicole fiabesche e incantate quali Come pietra paziente e Bianca come il latte rossa come il sangue. Entrambi i film sono molti belli, ovviamente, ognuno a suo modo e con le caratteristiche di essere tratti da due romanzi essenzialmente molto differenti tra loro e scritti da autori che provengono da mondi ed esperienze diversi.
Come pietra paziente è la riduzione cinematografica di Pietra di pazienza, lo straordinario romanzo di Atiq Rahimi, vincitore del premio Gouncourt 2008, che firma anche la regia del film. E forse ne garantisce continuità e valore. La trama racconta la forza, l’incanto e l’esistenza di una donna afgana, una donna come ce ne sono tante nella sua terra, ma che diventa straordinariamente simile e “gemella” di tante altre donne occidentali e che vivono in città moderne e metropolitane.
Ai piedi delle montagne attorno a Kabul la giovane protagonista della pellicola accudisce il marito, eroe di guerra, in coma permanente.
La guerra fratricida intanto imperversa in città e porta soldati e combattenti alle porte. La giovane donna è sola, con un marito disabile in casa, e viene costretta all'amore da un giovane soldato.
Un evento che sarebbe dovuto essere drammatico, ma che contro ogni aspettativa fa sì che la donna si apra e prenda coscienza del suo corpo. Accorgendosi di essere sola e non controllata, libera la sua parola per confidare al marito ricordi e segreti inconfessabili.
A poco a poco in un fiume liberatorio tutti i suoi pensieri diventano voce: incanta, prega, grida e infine ritrova se stessa. Così, suo marito, muto e in coma, diventa suo malgrado, la sua "syngué sabour", la sua pietra paziente, la pietra magica che poniamo davanti a noi stessi per sussurrarle tutti i nostri segreti, le nostre speranze e desideri.
Pellicola straordinaria che consiglio a chi ama ancora la favola al cinema.
Questo è un momento storico particolare però e accanto al mondo meraviglioso ritorna prepotente anche il desiderio di un mondo più rivolto all’umanità, al senso profondo e vero della vita. All’importanza di ritrovare noi stessi.
E allora, in pendant e in corrispondenza con il film di Atiq Rahimi ecco arrivare sugli schermi Bianca come il latte rossa come il sangue, pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Alessandro D’Avenia.
Il film che nelle intenzioni del regista Giacomo Campiotti doveva chiaramente rivolgersi a un pubblico di teenager, è riuscito in realtà a conquistare anche il pubblico dei genitori degli stessi, diventando una delle pellicole più viste nella prima metà del mese di aprile. Scena dopo scena la commedia si trasforma in dramma, i temi diventano importanti e universali. L’amore, ma anche la malattia e la morte. Gli amici, ma anche la famiglia e la società. La vita merita di essere vissuta sempre anche quando apparentemente è solo una perdita di tempo.
Film da vedere assolutamente. Possibilmente genitori con figli.
© Copyrights by Nerospinto , Tutti i diritti riservati.