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Inno all’umanità ritrovata: la Sagra della Primavera di Stefanescu

Inno all’umanità ritrovata: la Sagra della Primavera di Stefanescu

Spesso per riflettere sui temi del presente bisogna  volgere lo sguardo al passato. Per essere più precisi, alle opere del passato.

È noto quanto l’arte, in ogni sua forma, sia da sempre lo strumento utilizzato dall’uomo per esprimere la propria natura, le luci e le ombre. Nella sua universalità riesce a rappresentare con forza e candore gli angoli più reconditi dell’animo e della mente umana, a produrre bellezza e riflessione.

È proprio questo che fa “Sagra della Primavera”di Stefanescu, rilettura del grande classico di Igor Stravinskj andato in scena il 27 febbraio scorso al Teatro Manzoni di Milano.

All’origine del balletto la leggenda secondo cui in Primavera si immola una vergine eletta per ottenere il beneficio degli Dei. Un tema di fondo che può sembrare estremamente lontano dalla nostra cultura e perfino dalla civiltà, ma si rivela al contrario spaventevolmente vicino in un presente dove il femmincidio è ancora una realtà.

Il balletto apre sull’avanzare lento e deciso del primo ballerino, primi passi che ci accolgono nel mondo naturale in cui saremo proiettati per le due ore successive, e sono già densi di significato.
Oltre ai primi ballerini Elena Casolari, Michela Mazzoni, Dorian Grori e Rezart Stafa, il corpo di ballo di 25 ballerini del Nuovo Balletto Classico di Reggio Emilia trascina lo spettatore in un vortice di introspezione che dall’iniziale violenza delle musiche di Stravinskj declina nella seconda parte in uno “studio” dell’animo umano, al di là dello spazio e del tempo, sulla musiche di Smetana e Enescu.
La novità di Stefanescu consiste nel non volersi arrendere alla violenza, che pare insita nella natura umana, non solo primitiva. Con la seconda parte, che egli chiama appositamente Il risveglio dell’umanità ,sulla scia di movimenti e musiche che perdono il timbro volutamente forte e violento della prima, l’uomo riesce a ritrovare la pace, a dire di no alla violenza, a risvegliare dunque quell’umanità che gli è propria, al di là di ogni istinto di sopraffazione.

La scena è totalmente ambientata nella natura, dall’inizio alla fine, resa dalla scenografia e dai costumi dei ballerini. I movimenti stessi, decisi e irruenti, alle volte imprecisi ma sempre delicati e seducenti, restituiscono la forza della natura in tutte le sue declinazioni. 
È il simbolo della stessa che, alla fine, diventa vittima.

Chiara Barbieri

Redazione Nerospinto
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