Fa riflettere e sciocca l’ultima pellicola di Ivano De Matteo che si affida a un cast di super attori per narrare e presentare agli spettatori italiani a che punto di degrado è arrivata la nostra società.
E a far considerare e pensare non sono solo alcune immagini davvero forti e realistiche del film ma la capacità che il regista ha di mettere lo spettatore di fronte al fatto compiuto e lasciarlo là a giudicare aspetti e comportamenti della vita reale che se non ci appartengono in prima persona possono diventarci molto vicini tanto da scioccarci più e quanto gli stessi protagonisti della pellicola. Si parla di violenza e la violenza sgomenta sempre ma quanto a perpetrarla può essere un nostro fratello, una nostra sorella o i nostri figli allora è più abominevole e orrenda perché è come se ad armare quelle mani siamo stati addirittura noi. Con la nostra indifferenza, la nostra inconsapevolezza e il nostro distacco nei riguardi di tutto quello che ci accade intorno.
Ed è una cosa ancora più mostruosa quando un regista c’è lo sbatte in faccia attraverso immagini e dialoghi che non avremmo voluto mai vedere e sentire ma che dobbiamo ammettere ci fanno assolutamente bene e ci aprono gli occhi sul “mostro” che vive non nella porta accanto ma vicinissimo a noi.
I nostri ragazzi racconta il dramma di due fratelli per bene, professionisti stimati e impeccabili membri della società in cui vivono che, tramite filmati, servizi al telegiornale e approfondimenti di cronaca, apprendono del pestaggio crudele e criminale di un barbone a opera dei loro rispettivi figli.
Il filmato che viene trasmesso da una nota trasmissione televisiva nazionale e poi ripreso da molti altri media non mostra in alcun modo l’identità dei due ragazzi né porta la firma del realizzatore dello stesso ma i due fratelli comprendono quasi subito che si tratta dei loro due figli, i cugini Michele e Benedetta, e cercano di affrontare allora il dramma da differenti punti di vista.
De Matteo come si vede induce da subito lo spettatore a fare la prima grande considerazione della narrazione filmica: come fanno i due fratelli a comprendere da un filmato amatoriale e senza firma che si tratta appunto dei loro ragazzi?
La risposta circola per tutto il resto del film e anche dopo e ciascuno degli spettatori riesce a darsela ancora prima che la visione della pellicola termini.
Ed è questo che spaventa e fa riflettere più di ogni altra cosa ne I nostri ragazzi.
L’assoluta consapevolezza dei protagonisti del film e di tanti genitori o spettatori dell’opera che sì, i nostri ragazzi possono farlo, possono essere capaci di arrivare a tanto.
Il perché o i perché sono sciorinati abbondantemente in talk show di terza categoria, da pseudo psicologici e psicoterapeuti di dubbia o certa fama e dalle chiacchere che si fanno al bar o al mercato. E magari in tutto questo parlare e discutere sul problema c’è anche qualche verità, pur banale nella sua essenza. Colpa della televisione, di internet, della poca attenzione dei genitori, della società violenta. Forse. Il vero problema è che la meglio gioventù degli anni Duemila è figlia di una pessima gioventù degli anni passati, a sua volta figlia di decenni di ipocrisia e falso perbenismo, di finta religiosità ostentata la domenica mattina e di discorsi pseudo razzisti durante il pranzo a casa subito dopo.
In questo perpetrarsi di ipocrisia e delitti morali I nostri ragazzi è un film su noi stessi che forse non ci piacerà ma che sarà molto utile guardare perché le reazioni a una società sempre più violenta fatta da noi stessi, dai nostri figli e dai nostri famigliari non possono più basarsi su semplici ramanzine e momentanea indignazione.
Antonia del Sambro
