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Originari di Porto Alegre, formatisi a Barcellona nel 2005 e adottati ormai da diversi anni dalla capitale lombarda, i Selton tornano a regalarci il loro immaginario di storie ed esperienze esotiche con il loro ultimo album: “Saudade”, in uscita per il prossimo 26 Marzo.

 

Sono trascorsi ben sei anni da quando i quattro amici brasiliani, che risiedevano nella capitale spagnola e suonavano per le strade di Parco Guell, erano stati notati in un programma italo-spagnolo di MTV, e da lì molte cose sono cambiate.

 

Il gruppo nel 2006 aveva deciso di trasferirsi a Milano per incidere il loro primo album: “Banana à milanesa”, pubblicato nel 2008 e del quale forse molti di voi si ricordano anche per le importanti collaborazioni con Enzo Jannacci e Cochi e Renato.

 

A poco più di due anni dal secondo disco, (“Selton”, 2010), la band si lascia alle spalle un intenso periodo di live in giro per l'Italia e collaborazioni con importanti artisti nazionali come Daniele Silvestri.

 

L'ultimo album, che è stato registrato grazie al contributo dei fan attraverso il crowdfunding su Indiegogo.com, propone una serie di canzoni scritte in portoghese, inglese ed italiano, tre lingue che rappresentano bene i trascorsi personali di questi giovani artisti divisi tra le storie e i ricordi di diverse città.

Le tracks dell'album fanno emergere il mix di lingue, culture, stili di vita e storie che li rappresentano.

 

Il disco è stato anticipato il 12 marzo scorso dalla pubblicazione su youtube del singolo “Piccola sbronza”, realizzato in collaborazione con Giuseppe Peveri, (in arte Dente), che ha curato inoltre la revisione dei testi dell'album scritti in italiano.

 

L'album, edito per Ghost records e distribuito da Self, sarà in vendita dal prossimo 26 Marzo; per il momento vi consigliamo l'ascolto..”Saudade, o meu remédio é cantar!”

Dalle menti di Marco Cirillo Pedri e Marco Mirko Nani nasce il progetto Pimp my Mary per comunicare un forte dissidio e distacco dalla commercializzazione dell'icona quanto tale.

Verranno mostrate visioni di questa realtà proiettate all'interno dello spazio espositivo, ove è possibile trovare le indicazioni per poter partecipare alla manifestazione europea.

 

Il progetto si svolgerà martedì 26 marzo 2013 all'interno dello Zoombar dalle 22.00 alle 3.00, in occasione della serata Disagiati²(al cubo): la Crisoteca.

 

Sarà messo a disposizione il kit decorativo basato sul concept stesso, ricordandovi che a scadenza biennale viene effettuata la selezione.

Inoltre saranno presenti all'interno della serata due delle opere che hanno spiccato maggiormente nelle edizioni precedenti.

 

Noi di Nerospinto amiamo chi riesce a sfatare i luoghi comuni e allontanarsi dalla banalità.

 

Free entry

Presso lo Zoom Bar

Via Panfilo Castaldi 26, Milano

 

Sito ufficiale: http://www.pimpmymary.com

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/pages/Pimp-My-Mary/178708702219794

 

Info e contacts:

ARTE20GROUP

www.arte20group.com

 

 

 

Il pensiero comune ci induce ad associare la cerimonia giapponese del tè ad una pratica antica, di valenza prettamente estetica; un rito composto ed elegante che ha fatto il suo tempo e piacevole da osservare.

In realtà, nella terra del Sol Levante, la condivisione di una profumata tazza di tè è un'usanza ancora fortemente radicata e assume precisi connotati simbolici e filosofici, soprattutto se inserita nel più complesso contesto cerimoniale.

Il tè fu importato in Giappone dalla Cina dai monaci intorno al VI Sec., insieme al buddismo, e il suo impiego accompagnava le meditazioni, infondendo vigore. Nei riti in onore di Buddha, l'assunzione di tè era intesa come “illuminazione”, il risveglio al quale i buddisti aspirano.

Un mercante, Sen no Rikyu, decise di codificare il rito zen in una cerimonia ben definita, per rendere possibile alla gente comune uno spazio di condivisione, fondato sulla preparazione e il consumo della bevanda, volto alla ricerca di un senso di pace.

Il rituale si basa su pochi semplici dettami: può svolgersi alla presenza di un numero massimo di cinque individui (amici, familiari o ospiti di prestigio), i presenti devono predisporre il proprio animo alla condivisione e al raggiungimento di un senso di pace, oggetti e individui devono disporsi in modo da creare un ambiente armonico.

 

La cerimonia del tè si svolge nella cosiddetta stanza del tè (cha shitsu), un angolo dedicato all’interno di un’abitazione o, nel caso delle antiche dimore tradizionali, parte di una costruzione apposita, la casa del tè (sukiya).

La stanza si caratterizza per la sobrietà e l’essenzialità: la quasi totale assenza di mobili ed i materiali umili (paglia e legno) richiamano un senso di purezza e soprattutto la dimensione del vuoto, cui la meditazione zen aspira, lasciando spazio al pensiero, alla contemplazione che allontanano ansie e i richiami alla materialità della vita quotidiana.

Prima di entrare nella casa del tè, gli invitati devono attraversare il roji (il giardino del tè), per predisporsi ad un contatto più diretto con la natura e fare in modo che, all'ingresso, l’animo si sia già placato.

 

Al centro della stanza è posto il braciere sul quale scaldare l’acqua: intorno ad esso si dispongono ordinatamente coloro che intervengono alla cerimonia. Durante l'assunzione e la preparazione della bevanda, i presenti assumono la tipica seduta giapponese perché, nel predisporsi ad accogliere la serenità, non deve mancare il rispetto per le persone presenti e per la loro meditazione.

Sen no Rikyu decretò, infatti, che colui che partecipa alla cerimonia deve entrare in possesso di 4 virtù: armonia, rispetto, purezza e serenità.

In ottemperanza alla prima virtù, all'interno della stanza sono volutamente convogliati i 5 elementi base della concezione dell'universo: il legno (degli utensili e della stanza); il fuoco (del braciere); la terra (le tazze in ceramica), il metallo (il bollitore); l'acqua.

 

La cerimonia del tè può avere una durata variabile: dai pochi istanti di un incontro fugace, può prolungarsi sino a 4 ore e sebbene si componga di fasi definite, essa di delinea come un lento flusso in cui attese, conversazioni e degustazioni si alternano piacevolmente.

I 3 momenti principali che la compongono sono: il kaiseki, intervallo durante il quale gli invitati consumano un pasto leggero in attesa che l'ospite predisponga la stanza del tè; il goza iri (fase del tè denso), in cui viene servito il koicha (tè grossolano); l'usucha, in cui viene servito un tè più fine. Come già detto, gli invitati possono usufruire del tempo che ritengono necessario per rinfrancarsi.

 

Durante la cerimonia, ognuno dei 5 sensi assume una valenza primaria e viene coinvolto da differenti sensazioni:

il gusto: in base al tipo di tè servito, cambia il modo di berlo e assaporarlo. Gli stimoli che pervengono sono differenti, così come le sensazioni suscitate: il koicha viene servito in una sola tazza, che viene offerta prima all’ospite di maggior rilievo il quale ne beve un sorso, si sofferma ad assaporare il tè, quindi la porge alla persona accanto che farà lo stesso. Il senso di condivisione è molto forte. L’usucha viene invece servito in tazze singole, sorseggiato brevemente per 2/3 volte, quindi si procede con un più ampio sorso per abbeverarsi e abbandonarsi alla quiete.

l'olfatto: prima di bere sia il koicha che l'usucha, i presenti ne aspirano il profumo (più intenso nel primo, dolce nel secondo), pregustandone il sapore: l'aroma che li pervade preserva lo stato di pace. Prima di lasciare la stanza, se gradiscono, gli invitati possono odorare un'ultima volta le tazze per portare con sé il ricordo delle sensazioni provate.

la vista: continuamente stimolata, assume un ruolo importante per favorire la costruzione di un'armonia interiore. Sin dal roji, gli invitati si rapportano con un ambiente che richiama una natura semplice ed incontaminata. Giunti all'interno della stanza del tè, l'aspetto essenziale, unito ai sobri ed incantevoli decori, come gli ideogrammi alle pareti e l'ikebana (composizione floreale simbolica), accolgono uno sguardo alla ricerca di quella bellezza che si vuole vedere riflessa nel proprio animo.

Lo stesso colore del tè è determinante: solo quando il verde della bevanda avrà il tono della "giada liquida", questo sarà pronto per essere servito e ammirato.

l'udito: la scansione del tempo durante la cerimonia è dettata dal suono del gong, le cui vibrazioni risuonano sin nel profondo dei presenti.

Una volta all'interno della cha shitsu, le conversazioni vengono abbandonate sino al momento in cui il tè sarà servito, il silenzio avvolge la sala e l'assenza di suono si tramuta in un condiviso stato di serenità e meditazione.

il tatto: l’ingresso nella sala del tè avviene carponi: questo implica un contatto ed una prima conoscenza dell’ambiente e dei materiali, con i quali entrare maggiormente in sintonia; inoltre, sfiorare con le labbra la medesima tazza porta ad avvertire una maggiore empatia con le persone nella stanza. Per concludere, il metodo corretto di sostenere la tazza e portarla alla bocca implica che entrambe le mani vi aderiscano completamente, in modo che il calore irradiato venga completamente assorbito dalla persona.

Ciò che ad un osservatore distaccato appare come un coreografico susseguirsi di gesti e posture, in verità è un metodico percorso per predisporsi al meglio ad un momento più solenne e profondo, uno stato di armonia in cui l'individuo è coinvolto nella sua interezza e nel suo relazionarsi con l'ambiente.

Porgere una tazza di tè è molto più che un gesto di cortesia: è un invito a condividere un luogo, un tempo, un sentire interiore.

I presupposti per una buona festa sono pochi, come non mi stancherò mai di dire, la semplicità sta alla base di tutto, aggiungiamoci della buona musica e gente bella, solare, simpatica. Se poi condiamo il tutto con un'open bar e un buffet di sushi gratuito le percentuali di successo sono alte, ma si rischia, ovviamente che il tutto si trasformi in un  disastro organizzativo.

L'inaugurazione Taiyo, il nuovo ristorante fusion della famiglia Wu in viale monza 23, infatti, non ha deluso nessuno.

La particolare architettura del ristorante, curata dall'architetto designer Maurizio Lai, è stato il palcoscenico perfetto per un evento di altissimo livello.

Ad esclusione di un momento iniziale di panico sul buffet, l'aperitivo/cena si è protratto fino alle ventitrè senza intoppi. Un bicchiere di champagne, un onighiri e tante risate.

L'ottimo buffet, che ha spaziato dal classico sushi a piatti più elaborati come gli spiedini di manzo in salsa yakitori, è stato accompagnato dalla musica delle Hell's Shoes e di Dj WestBanhof, in una selezione tech-house e minimal. Da John Talabot a Fort Romeau la selezione ha piacevolmente sorpreso il pubblico che probabilmente si aspettava i soliti pezzi da aperitivo che ormai infestano i locali Milanesi come un fantasma stanco.

 

Per i lettori di Nerospinto ecco una Gallery della serata, fotografie di Alessio De Santa, accompagnata da alcune quotes dei nostri ospiti e la registrazione del dj set a cura di Dj WestBanhof.

 

“Questa sera mi avete fatto tornare indietro di anni, quando a Milano si usciva e si parlava tanto, ci si presentava, ci si conosceva e da cosa nasceva cosa.”

“Una serata perfettissima...”

“Sono stati tutti gentilissimi, una volta le inaugurazioni erano tutte così, quando non c'era la crisi. E' stato bello tornare indietro nel tempo.”

“Sono troppo ubriaco, tutti quegli amari...”

“Selezione perfetta, stavamo per metterci a ballare sui tavoli.”

“Boiler Room!”

Mixtape For Nerospinto @Taiyo Inauguration by Tommaso Laganà on Mixcloud

 

E a fine serata, dopo qualche amazzacaffè di troppo, ci siamo ritrovati tutti col sorriso sulle labbra e con il cuore pieno di soddisfazione.

 

 

Ci sono artisti che si fossilizzano e altri che hanno improntato la loro crescita sulla continua ricerca, Luca Kronos Cassarà ha scelto questa via. Il corpo è per lui lo strumento sul quale sperimentare, tramite il quale provare a raccontare il suo mondo e la sua fotografia.

MAB: Il corpo è al centro della tua ricerca fotografica, l’interpretazione del corpo come figura statuaria è parte di un tuo progetto di ricerca, da dove sei partito e chi ti ha ispirato se sei stato ispirato in qualche modo?

LC: Ciao Marco e innanzitutto grazie per questa inaspettata intervista che senz'altro mi lusinga. Potrei facilmente darmi un tono rispondendoti di esser stato influenzato dalla ricerca fotografica di Robert Mapplethorpe (di lui stimo più il famoso "The X Portfolio" ), in realtà non è cosi. L'idea di "Absolute" è nata osservando le modelle durante gli istanti in cui stavano cercando una posa: il loro corpo era in continuo movimento e dava vita a delle forme astratte, a volte sembrava scomparire la testa, a volte un braccio...così una notte pensai l'idea di un progetto in cui il corpo venisse snaturato per creare forme diverse, per andare oltre la visione di un bel corpo nudo. Dopo tanti progetti più estremi e complessi era nata l'esigenza in me di un attimo di puro minimalismo, quasi fosse una tisana depurante. Proposi la mia idea a una modella amica, provammo, realizzai il primo scatto e il primo pensiero fu "Sembra una scultura astratta di marmo bianco"...qualcosa di incorruttibile, puro, solido, perfetto...Assoluto.

MAB: Quanto è importante la luce nei tuoi progetti e in questo specificatamente?

LC: La luce è uno degli elementi fondamentali dei miei progetti. A volte in modo ossessivo. Non è solo l'elemento fotograficamente utile a illuminare bene un soggetto,  ma spesso il catalizzatore dell'emozione stessa impressa in quella foto. In Absolute, paradossalmente, la luce non è co-protagonista, non crea giochi particolari, tende a volte ad appiattire ombre e volumi che in altri progetti sono fondamentali. La luce qui ha la funzione di rendere tutto ancora più asettico e a-temporale perchè è il corpo-forma il protagonista. È lui che deve solleticare l'immaginazione di chi lo guarda.

MAB: Quale è il tuo modo di porti di fronte al corpo delle persone che fotografi?

LC: Questa è una domanda dalle mille sfumature che mi vien posta spesso nel quotidiano: da chi con superficialità mi chiede come faccio a fotografare i corpi nudi di donne cosi belle, a chi mi chiede cosa penso in quel momento, cosa vedono i miei occhi, quali siano le mie emozioni. Proverò a dare un'unica risposta a tutte quelle sfumature. Il corpo della persona che ho di fronte è un magnifico blocco di argilla, ogni volta con una sua specifica sostanza e consistenza. Di fronte ad esso è un continuo scavare tra le emozioni tue e della modella, i vostri pensieri, le vostre aspettative, paure e insicurezze. Questo vortice di emozioni diventano mani che modellano quell'argilla. In questo vortice, rispondendo ai curiosi che vi sono sempre, le pulsioni sessuali sono davvero l'ultima cosa a cui penseresti

MAB: In un momento storico in cui l'immagine più è urlata più è ascoltata, un progetto minimalista ed estremamente elegante, come riesce a essere "ascoltato"?

LC: Amo gli estremi e la continua ricerca, per cui quasi contemporaneamente ad "Absolute" ho portato avanti  "Libero et compos mentis", progetto in cui le immagini urlano e veicolano messaggi anticlericali, provocatori, satirici, sarcastici. Probabilmente quest'ultimo ha suscitato più scandalo e fatto più "rumore", ma alla fine entrambi sono stati ascoltati e apprezzati in eguale misura, ma da pubblici diversi. È come scegliere tra la voce vivace di una ragazza e quella sensuale di una bella donna: sono diverse e, anche se si vive in una società che sbava dietro l'immagine della ragazza-velina, ci saranno sempre tantissimi ad apprezzare e preferire la sensualità e bellezza di una donna

MAB: Corpo e pubblicità sono da sempre un accoppiata vincente adatta per presentare ogni prodotto, sia sulle pagine delle riviste che attraverso gli schermi televisivi. Ma il corpo veicola ancora messaggi o è usato come "carne da macello"?

LC: E' un buon 50%, dipende anche qui dall'ambito, dall'artista, dal committente.

http://www.lucacassara.it http://www.facebook.com/luca.kronos.cassara

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Forse uno degli artisti più controversi che la storia mondiale ricorda nell'ultimo secolo. Un artista che ha sconvolto molti con fotografie a dir poco provocatorie e che ha lasciato un segno indelebile, seppur breve, nelle generazioni a venire.

Robert nasce nel 1946 da una famiglia cattolica, crescendo con altri 5 fratelli; sin dall'adolescenza capisce che le sue attenzioni sessuali non sono rivolte al sesso femminile e questo lo porta, con gli anni, ad osservare e a vivere il mondo del sadomaso americano. Siamo nella metà degli anni 60, l'artista non ha nemmeno 20 anni e si rifiuta di accettare le sue inclinazioni; conosce Patti Smith e i due diventano amanti. Questo rapporto sarà forse il più importante della vita dell'artista e lo accompagnerà fino alla sua morte, nel 1989. Le conoscenze che fece negli anni delle rivoluzioni studentesche e delle lotte per liberare l'omosessualità lo portarono a produrre i suoi primi scatti; tra questi è doveroso menzionare la copertina del primo album di Patti, "Horses".

La sua fama crebbe grazie a curatori che lo finanziarono e al suo storico amante, Sam Wagstaff, che gli permise un diverso stile di vita e gli regalò la sua Hasselblad, con la quale immortalò celebrità come Arnold Schwarzenegger, Iggy Pop, Andy Warhol e molti altri e con la quale produsse la sua opera più controversa, "The X Portfolio", una serie di fotografie sadomaso tra le quali un autoritratto con una frusta tra le natiche.

La potenza comunicativa delle opere di questo artista è sconfinata; che si parli di fotografie del copro nudo, di still life, di paesaggi o di ritratti di bambini la purezza e la perfezione sono innegabili. Si può forse affermare che la perfezione sia stata una regola per ogni suo scatto; bianchi e neri quasi eterei, stampati al platino, che si spingono per cercare un punto d'incontro tra scultura e pittura.

Mapplethorpe morì da complicazioni conseguenti all'AIDS alla giovanissima età di 43 anni. Moltissimi fotografi e artisti in genere si sono dichiaratamente ispirati al suo lavoro nel corso dei decenni successivi alla sua morte; continuano anche oggi.

La Robert Mapplethorpe Foundation gestisce le sue opere e promuove la lotta contro l'AIDS. Una famosa esposizione è stata organizzata a Firenze nel 2009; le fotografie dell'artista sono state esposte assieme ai capolavori di Michelangelo nella galleria dell'Accademia.

La setta di Carroll è l'incubo del FBI.

Lo confessano apertamente gli stessi investigatori scelti che nonostante tutti gli sforzi mancano il bersaglio ripetutamente. Eppure sembrano andarci sempre così vicini. Come afferma, però, l'ennesimo componente della setta, morto suicida negli uffici del Bureau, sarà difficile per gli agenti trovare Carroll o i suoi complici più stretti e importanti, perché la setta del serial killer è immensa e composta da persone del tutto insospettabili. “Siamo noi a cercare voi e non viceversa”, dice il  follow  prima di avvelenarsi, e gli investigatori sanno che dice la verità.

Così, mentre l'FBI brancola nel buio, Joe Carroll e i suoi assistenti più importanti ideano e mettono in pratica il rapimento di uno degli investigatori protagonisti della serie. Il braccio destro di Ryan, l'uomo che sa dove si trovano i testimoni messi sotto stretta sorveglianza e protezione. E Carroll vuole proprio lui per poter arrivare a sua moglie. Alla sua ex moglie per la precisione. Da un pazzo omicida e psicopatico però non ci si può aspettare lucidità e raziocinio, pertanto nella mente del serial killer la sua ex moglie è ancora sua proprietà e legata a lui tramite il figlio di sette anni, anche lui ostaggio nella grande villa occupata dai follow.

A farne le spese è l'agente Mike, pestato a sangue e pronto a essere immolato dai seguaci di Carroll perché ostinato a non confessare il rifugio dove è tenuta nascosta dal FBI la moglie del killer.

La morte sembra ormai inevitabile per il giovane agente ma a salvarlo arriva Ryan che ha intuito il luogo dove lo tengono segregato dopo averlo rapito dall'albergo.

Inevitabile sparatoria e inevitabile fuga del nuovo luogotenente di Carroll. Lo sceriffo Roderick, capo della polizia della sperduta città della Virginia dove si nasconde la setta del killer.

L'attuale sceriffo è stato allievo di Carroll all'università e complice nell'uccisione di tre ragazze quattordici anni prima. Il suo mentore e insegnante, però, si assume tutta la responsabilità degli omicidi e così il giovane allievo non solo non va in carcere, ma può far carriera nelle forze dell'ordine e diventare il punto di riferimento più importante per la setta e per lo stesso Carroll.

Nonché suo debitore per sempre.

Ancora, dunque, un insospettabile e ancora un pazzo criminale come il proprio mentore, pronto a uccidere a sangue freddo e a punire come gli è stato insegnato e ordinato.

Joe Carroll, deluso e sconfitto ancora una volta dall'agente Ryan, che sventa il rapimento del suo braccio destro, e frustrato dal non aver raggiunto l'informazione sul rifugio dove è tenuta protetta l'ex moglie, decide di punire uno dei rapitori che avrebbe dovuto uccidere l'agente Mike.

E lo fa con estrema lucidità e piacere e con il benestare e la complicità dello stesso membro della setta, che decide di immolare la propria vita per la causa di Carroll e per dare un significato alla propria esistenza. E' la scena che segna l'apoteosi del pensiero del killer, della sua capacità di monopolizzare la mente e i corpi dei suoi adepti e della sua onnipotenza materiale.

Il male come arte della maieutica. E nessuno ne è al riparo.

 

Uovo Performing Arts, il festival più disubbidiente di tutti quelli dedicati alle performing arts, ritorna dal 20 al 24 Marzo alla Triennale di Milano. Giunto ormai alla sua undicesima edizione, anche quest’anno non mancherà di stupire, appassionare, coinvolgere, commuovere il proprio pubblico. Il Palinsesto del Festival, infatti, pregno delle più emozionanti e disparate performance, presenterà, come di consueto, rappresentazioni di artisti acclamati a livello internazionale, confermando la propria vocazione internazionalistica e legata alle forme più inconsuete di questa’arte. Mercoledì 20 Marzo, Jérôme Bel (FR), già apprezzato dal pubblico di Uovo nelle precedenti edizioni, presenterà, in prima Nazionale, Disabled Theater, messa in scena dal tono provocatorio e spiazzante, realizzata accanto agli attori professionisti portatori di disabilità mentali e sindrome di Down del Theater HORA di Zurigo. Sarà proprio la diversa percezione temporale e fisica della realtà degli attori, completamente discordante con quella del pubblico, a creare una rappresentazione straordinaria, capace di mettere in crisi il fruitore, proprio per le suddette differenti percezioni. Uovo 2013, presenta un appuntamento fruibile da uno spettatore alla volta: Strasse, collettivo nomade di artisti con base a Milano, propone il progetto Drive_IN #5, viaggio in macchina per le strade della città di notte. Lavoro di fusione tra la messa in scena teatrale e quella cinematografica, Drive IN trasforma la città in un palcoscenico, portando il telespettatore in un universo cittadino a metà tra la realtà e la percezione extrasensoriale. Giovedì 21 Marzo Alessandro Sciarroni propone “FOLK-S, Will you still love me tomorrow?”, rivisitazione dello “Schuhplatter”, danza di corteggiamento folkloristica bavarese e tirolese. I movimenti dei performer, forniranno uno spettacolo dai tratti festosi, ma parallelamente tristi, ricordanti il martirio. Battiti delle mani e dei piedi vengono sovvertiti, provocando un profondo mutamento della danza folkloristica, fornendo una trasposizione quasi moderna della tradizione alpina. Ancora Giovedì, con N-esimo Progetto Fallimentare della compagnia QuaLiBò, Maristella Tanzi e Carlo Quartararo propongono una rappresentazione autoironica di metateatro della vita di una compagnia teatrale, dei sacrifici necessari per la messa in scena di uno spettacolo, del processo di creazione dello spettacolo stesso. Venerdì 22 Marzo appuntamento con “Dialogo su Forsythe” in cui si affronteranno alcuni dei temi fondanti del lavoro di uno dei più importanti coreografi viventi, William Forsythe, tornato in Italia dopo dieci anni di assenza con la sua Forsythe Company. La compagnia Barokthegreat, basandosi su un’idea di espansione psicofisica e sull’idea di coincidenza tra finzione filmica e realtà, propone “L’attacco del clone”, rappresentazione del tutto inedita di un viaggio alienante basato sul meccanismo di imitazione e clonazione. Con “La Sagra della Primavera, Paura e Delirio a Las Vegas” , Cristina Rizzo dà vita al suo spettacolo basandosi sulle musiche di Stravinskij. Sabato 23 Marzo, basandosi sull’immaginario di Hieronymus Bosch, Giorgia Nardin metterà in scena “All dressed up with nowhere to go”, uno spettacolo imperniato sulla ricerca del rapporto tra bellezza e brutalità, alternando immagini mostruose a rappresentazioni fantastiche di figure tragiche. Ancora Sabato, Cecilia Bengolea (FR/AR), François Chaignaud (FR), Trajal Harrell (US), Marlene Monteiro Freitas (PT), in uno straordinario “Ménage à quatre”, insceneranno (M)IMOSA aka: “Looks or Paris is Burning at The Judson Church”, costruita intorno alla domanda: «Cosa sarebbe successo nel 1963 se qualcuno dalla scena del ballo di Harlem fosse sceso in città per danzare accanto ai primi postmoderni alla Judson Church?». Irriverente spettacolo dedicato al “Voguing” anni ’60, (M)IMOSA inscena una sorta di connubio tra il voguing praticato dalla comunità omo/transessuale afroamericana e la danza postmoderna della Judson Church di New York. Il risultato è una rappresentazione irriverente, spiazzante ma sapientemente riuscita della relazione, secondo molti punti di vista improbabile, tra due modi di esprimere i movimenti corporei agli antipodi l’uno dell’altro. A conclusione del festival, Domenica 24 Marzo, “Love Will Tear Us Apart” performance di Saša Božić e Petra Hrašćanec, darà vita a un’interessante fusione tra la musica New Wave e la danza astratta, invitando lo spettatore ad interrogarsi sul proprio ruolo all’interno dello spettacolo, sul ruolo dello spettacolo stesso come atto artistico e sociale palesando il proprio intento di analisi delle relazioni umane. Con “This is not a Love Story”, infine,  Gunilla Heilborn rivisita l’estetica del Road Movie, inscenando una storia infinita, che si ripete di continuo, tramite i protagonisti, Kowalski e Vera e le loro         interruzioni sarcastiche, le loro allusioni, i loro riferimenti satirici.

Quando possiamo considerare un musicista un puro? Quando la sua carriera è scevra da ammiccamenti mainstream? Quando nessuna sua canzone è stata concepita per compiacere la massa? Nel caso di Nick Cave possiamo dire di essere di fronte ad un artista che fa musica (e letteratura) esclusivamente per se stesso, come estensione della sua personalità, del suo modo di concepire la musica e la vita. In molti rimproverano al musicista australiano di non fare uscire un disco degno della sua grandezza, dal 2001, tempo di “No more shall we part”. A parte c'è il progetto Grinderman, assoluto divertisement electro blues volutamente eccessivo e sfrontato.

 

Ora il Re inchiostro torna sulle scene dopo 5 anni dall’ultimo album con i Bad Seeds “Dig Lazarus Dig” con “Push The Sky Away”, il disco (dio lo ringrazi) che fa riemergere la formazione nella sua assoluta potenza lirica e musicale, con Cave che torna a narrare storie cupe e fragorose come solo lui sa fare, con quella solennità che solo i grandi storytellers musicali trasmettono.

 

Dentro le 8 tracce che compongono il disco la tensione è palpabile, onnipresente. Non c'è istante in cui ci si aspetti che il climax esploda, deflagri e sposti la melodia verso qualcos'altro, primordiale e grezzo. Ma non c'è spazio per il primordiale urlo dei Grinderman, qui siamo di fronte ad una musica meditativa e meditata, sempre in collisione con gli ammiccamenti di cui parlavamo prima. Un vestito nero essenziale, senza fronzoli che graffia sulla pelle. Dolci melodie che come il canto delle sirene, attirano e illudono; il tono è suadente, ma sotto ribolle un'inquietudine che stordisce, come il violino di Warren Ellis ci ricorda, disegnando atmosfere sinistre e inquietanti che ammantano ogni nota.

 

In questo senso “Water's Edge” è la summa: un basso poderoso e il violino stridente che supportano quella tensione che scuote anima e orecchi e la voce narrante che osserva distaccato il brivido dell'amore e avverte che inesorabilmente “tu diventi vecchio e diventi freddo”. “We are cool” si muove sugli stessi territori, con la sezione archi molto più presente, ed un altro straordinario momento d'ispirazione.

 

Poi la ballata ammaliante, “Higgs Boson Blues”, un blues oscuro costruito solo con una manciata di accordi, che vive di una progressiva crescita di intensità, un viaggio allucinato che si muove tra Ginevra e Memphis dove affiorano i fantasmi di Robert Johnson e la compagnia del diavolo.

 

In “Jubilee Street” canta: “sono da solo adesso, sono senza recriminazioni, sono in trasformazione, sto vibrando, sto brillando, sto volando, guardatemi adesso”. Lo guarderemo, eccome, l'11 luglio per l'unica data italiana del suo tour a Lucca. E voleremo con lui.

 

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