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Ci sono giornate del Salone del Libro che tengono insieme incontri lontanissimi tra loro. Non per tema, non per pubblico, non per tono. Ma per un filo sotterraneo che compare a distanza di ore e costringe a rileggere tutto da un’altra prospettiva.
Succede nella giornata che passa dalla Sala Oro, dove Roberto Saviano racconta Michela Murgia a partire da Lezioni sull’odio, all’Arena Bookstock del Padiglione 4, dove l’incontro Sociologia del maranza, il ribaltamento degli stereotipi sulla periferia prova a smontare una parola ormai entrata nel linguaggio comune.
Da una parte c’è l’eredità intellettuale di una scrittrice che ha fatto del linguaggio un campo di battaglia. Dall’altra una generazione spesso raccontata attraverso un’etichetta — “maranza” — prima ancora che attraverso una storia.
In mezzo, lo stesso problema: le parole non sono mai innocue. Possono diventare cura, memoria, ironia, ma anche ferita, stigma, esclusione. Possono proteggere qualcuno o inchiodarlo a un’immagine.
L’incontro dedicato a Michela Murgia si svolge in una Sala Oro piena, davanti a un pubblico attento, commosso e a tratti divertito. A introdurre Roberto Saviano è Concita De Gregorio, in un appuntamento che non ha il tono della commemorazione formale, ma quello di un ritorno vivo dentro il pensiero di Murgia.
Il punto di partenza è Lezioni sull’odio, libro che permette di affrontare uno dei temi più scomodi della sua eredità: l’odio non come semplice insulto, non come rabbia generica, ma come gesto relazionale. Qualcosa che si costruisce nel rapporto con l’altro, che ha bisogno di un bersaglio, di una distanza, di un nome da trasformare in colpa.
Saviano insiste proprio su questa differenza: rabbia e odio non sono la stessa cosa. La rabbia può nascere da una ferita, da un’ingiustizia, da un dolore. L’odio, invece, spesso arriva da fuori, viene educato, indirizzato, reso socialmente disponibile.
È il meccanismo di chi non si assume fino in fondo la responsabilità del proprio sguardo: “io non sono razzista, sono loro che sono neri”. Una frase che sposta sull’altro il peso dell’odio, come se il problema non fosse in chi guarda, ma in chi viene guardato.
Murgia viene ricordata non come una voce semplicemente “controcorrente”, ma come una figura scomoda. La differenza è importante. Essere controcorrente può diventare una posa. Essere scomodi significa non permettere agli altri di restare tranquilli nella neutralità.
Su questo punto entra anche Marcello Fois, richiamando la neutralità come mancanza di responsabilità, come forma di ignavia. L’intellettuale, quando prende davvero posizione, non può essere comodo. Non lo era Murgia, non lo è Saviano, non lo è stato Gramsci. E proprio per questo l’indifferenza diventa una delle zone più pericolose: perché spesso consente al meccanismo dell’odio di continuare senza essere nominato.

De Gregorio e Saviano
Uno dei momenti più intensi arriva con il video portato da Chiara Tagliaferri come omaggio a Michela Murgia: un intervento in cui la scrittrice racconta una serie di insulti in sardo, trasformando il tema dell’offesa in qualcosa di linguistico, culturale e profondamente fisico.
In quel passaggio, la presenza di Murgia torna in sala non come immagine da archivio, ma come voce ancora capace di lavorare sul presente. Il sardo non è soltanto una nota biografica o un colore locale: diventa lingua della memoria, dell’appartenenza, ma anche della ferita.
L’insulto, pronunciato in una lingua carica di identità, mostra ancora meglio quanto le parole possano essere concrete. Non sono solo suoni. Non sono solo sfoghi. Sono forme di potere. Servono a ridurre l’altro, a chiuderlo dentro una definizione, a impedirgli di essere più complesso dell’etichetta che gli viene appiccicata addosso.
È qui che il discorso sull’odio smette di essere astratto. Le parole toccano. Lasciano segni. Entrano nella vita delle persone. Possono trasformare una fragilità in bersaglio, una differenza in colpa, un’identità in caricatura.
Nella parte finale dell’incontro, Concita De Gregorio riporta il ricordo dell’ultimo incontro con Murgia. Entrambe, in modi diversi, si trovavano davanti a un danno: Murgia già segnata dalla malattia, De Gregorio davanti a una decisione importante.
Da quel racconto emerge una figura quasi da condottiera, ma non nel senso più semplice del termine. Murgia appare in posizione di battaglia, sì, ma anche intenta a proteggere la propria fragilità. Una fragilità fatta di solitudine, frattura, disagio. Qualcosa che non viene nascosto, ma custodito. Quasi trasformato in maschera, in scudo.
Il punto più umano dell’incontro sta forse qui: nessuno è invincibile. Nemmeno chi sembra avere sempre la parola giusta, la risposta più netta, la postura più forte. Ma il modo in cui Murgia ha attraversato la propria vulnerabilità la rende ancora oggi una figura difficile da archiviare. Non perché fosse intoccabile, ma perché ha mostrato che anche la fragilità può diventare pensiero, posizione, resistenza.
Alla domanda su che cosa resti di lei, Tagliaferri risponde indicando i libri. Non una memoria ridotta a citazioni, non una santificazione pubblica, ma una produzione scritta che continua a parlare. Chiedersi cosa direbbe oggi Michela Murgia significa, prima di tutto, tornare ai suoi testi.
Fois aggiunge un’altra parola: promessa. L’eredità di Murgia sta anche nelle promesse fatte e sussurrate. Non accettare l’opzione fascista in un Paese antifascista. Non accettare un Paese che impedisce a ciascuno la propria narrazione. Non accettare che “intellettuale” diventi un insulto.
Qualche ora dopo, il discorso sulle parole e sulle etichette cambia luogo, pubblico e temperatura. All’Arena Bookstock del Padiglione 4, per l’incontro Sociologia del maranza, il ribaltamento degli stereotipi sulla periferia, la fila racconta già qualcosa prima ancora che inizi il dibattito.
Non c’è un solo pubblico. Ci sono ragazzi, adolescenti, giovani adulti, ma anche persone più grandi, curiosi, lettori, genitori, frequentatori del Salone che forse con quella parola — “maranza” — hanno un rapporto più esterno, più mediato, più giudicante.
La varietà anagrafica della fila dice già che il tema non riguarda soltanto una generazione. Riguarda il modo in cui una società guarda i suoi giovani, le sue periferie, le sue trasformazioni.
Con Kriim, artista legato al linguaggio rap e alle culture urbane, Anas Moukhafi, direttore dell’etichetta discografica Kayros Music, Tommaso Sarti, autore di Pisciare sulla metropoli, e Gabriel Seroussi, giornalista e autore di La periferia vi guarda con odio, l’incontro prova a smontare una parola diventata comoda proprio perché semplifica.
“Maranza” sembra dire tutto in fretta: un certo modo di vestirsi, una certa musica, una postura, la strada, la periferia, il sospetto. Ma è proprio questa rapidità a essere pericolosa.
Perché quando una parola diventa etichetta, non descrive più: blocca.
Il cuore dell’incontro sta nel ribaltamento dello stereotipo. La periferia non viene raccontata soltanto come luogo del disagio, ma come spazio di produzione culturale. Non solo rabbia, non solo marginalità, non solo cronaca nera: anche linguaggio, estetica, musica, appartenenza, creatività.
Rap, trap, social, abiti, slang, modi di stare insieme: tutto ciò che spesso viene liquidato come folklore urbano o segnale di degrado può essere letto anche come forma di autorappresentazione. Un modo per dire: non vogliamo essere raccontati soltanto dagli altri.
È un passaggio decisivo. Perché il “maranza” non è solo una figura osservata, derisa o temuta. Può diventare anche un soggetto che prende parola. Che costruisce un’immagine di sé. Che occupa lo spazio pubblico non solo come problema, ma come presenza.
Il discorso diventa ancora più forte quando entra il tema delle seconde generazioni. Ragazzi che rischiano di essere considerati “figli di nessuno”: non più pienamente appartenenti al Paese d’origine delle famiglie, ma nemmeno riconosciuti fino in fondo dal Paese in cui vivono, parlano, crescono, desiderano.
A quel punto la periferia non è più soltanto un luogo geografico. Diventa una condizione simbolica. Stare dentro la città, ma essere percepiti ai margini. Parlare la stessa lingua, ma essere trattati come estranei. Produrre cultura, ma essere ancora letti come minaccia.
Visti insieme, i due incontri finiscono per rispondersi. In Sala Oro, Murgia e Saviano mostrano come l’odio passi attraverso le parole, come l’insulto non sia mai soltanto una battuta, come la neutralità possa diventare una forma di complicità. All’Arena Bookstock, la sociologia del maranza mostra cosa succede quando una parola diventa sguardo sociale, quando un’etichetta si appoggia sui corpi e li precede.
In entrambi i casi, il problema è la narrazione. Chi ha il potere di nominare? Chi decide che una persona è scomoda, pericolosa, ridicola, fuori posto? Chi stabilisce quando una fragilità diventa debolezza, quando una periferia diventa degrado, quando un’identità diventa insulto?
Il Salone, in questa giornata, sembra suggerire che la cultura non serve a rendere tutto più elegante o più sopportabile. Serve, semmai, a complicare ciò che il linguaggio comune semplifica troppo in fretta. A restituire peso alle parole. A ricordare che dietro ogni definizione c’è qualcuno che può esserne colpito.
Le storie, i libri, gli incontri pubblici non restano mai soltanto sulla pagina o sul palco. Scendono nella voce, nei corpi, negli sguardi, nelle file davanti a una sala. E quando arrivano lì, sulla pelle delle persone, smettono di essere teoria. Diventano esperienza.
A Milano gli aperitivi si somigliano spesso tutti. Poi ci sono serate che riescono a creare qualcosa di diverso, dove il drink diventa quasi un dettaglio e il vero centro della scena sono le persone, le chiacchiere e quell’atmosfera leggera che ti fa fermare più del previsto. Succede da Maido!, il primo izakaya milanese dedicato all’okonomiyaki, che stasera torna con il secondo appuntamento dell’aperitivo in lingua organizzato insieme a Ciao!Journal, rivista giapponese dedicata alla comunità nipponica in Italia.
Il primo evento era andato sold out in pochissimo tempo e il motivo si capisce facilmente: niente lezioni frontali, niente situazioni rigide o troppo impostate. L’idea è semplice — parlare italiano e giapponese davanti a un drink — ma funziona perché tutto avviene in modo spontaneo, tra tavoli misti, piccoli giochi, quiz e momenti guidati che aiutano anche chi non conosce una parola di giapponese a sentirsi parte della serata.
Per questa seconda edizione arriva anche il karaoke, probabilmente il momento destinato a degenerare meglio: sigle di anime e cartoni animati che hanno segnato l’infanzia di una generazione intera, cantate senza troppe vergogne tra un kanpai e l’altro.
Il contesto fa il resto. Maido! negli anni si è costruito un’identità molto precisa: cucina giapponese pop, atmosfera informale, riferimenti a manga, street food e cultura contemporanea nipponica, lontano dall’idea più “patinata” del ristorante giapponese classico. E con la primavera il dehors sui Navigli diventa il posto perfetto per questo tipo di serate.
L’ingresso costa 15 euro e include drink più una selezione di bites giapponesi pensati per accompagnare l’aperitivo. Poi, come spesso succede nei posti riusciti, il rischio concreto è finire per restare anche a cena.
Per iscriversi: Eventbrite – Aperitivo in lingua da Maido!
Per tre giorni il C.I.Q. di Milano torna a trasformarsi in un punto d’incontro tra culture, linguaggi musicali e generazioni diverse. Dall’8 al 10 maggio torna infatti Doremifasud, il festival arrivato alla sua nona edizione che negli anni ha smesso di essere soltanto una rassegna musicale per diventare un progetto culturale vero e proprio, capace di usare la musica come strumento di confronto e racconto del presente.
Dopo aver affrontato temi legati ai conflitti internazionali e al Mediterraneo come luogo di attraversamento e migrazione, l’edizione 2026 sceglie di concentrarsi su una frattura molto più quotidiana ma altrettanto evidente: quella tra Boomers, Millennials e Gen Z. Generazioni che spesso parlano linguaggi diversi anche attraverso la musica, trasformando gusti, artisti e generi musicali in elementi di distanza più che di connessione. Doremifasud prova invece a fare il contrario: mettere artisti appartenenti a mondi, età e background differenti sullo stesso palco, creando occasioni reali di ascolto, contaminazione e dialogo.
Il programma attraversa sonorità sudamericane, africane, jazz, afro-pop e world music, alternando concerti, cucina dal mondo e momenti performativi. Si parte venerdì 8 maggio con una serata dedicata alla musica sudamericana tra cumbia psichedelica, afro-jazz e ritmi brasiliani grazie a Trio Brazuca, Cacao Mental e Quartetto Tahuantin. Sabato 9 maggio il focus si sposta sull’Africa con artisti come Baba Sissoko, polistrumentista maliano di fama internazionale capace di fondere tradizione africana, jazz e blues, insieme a Denise Dimè e Chantal, giovane voce afro-pop che lavora sui temi dell’identità afrodiscendente contemporanea. Domenica 10 maggio spazio invece alla giornata intergenerazionale con concerti, spettacoli circensi e performance collettive, tra cui quella dell’Ararat Ensemble Orchestra insieme al griot senegalese Ndiaye Tuxaraam.
Accanto alla musica, resta centrale anche la dimensione sociale del festival. Quest’anno Doremifasud ospita infatti il progetto nato dalla collaborazione tra Wizard CC e l’Associazione Sunugal, dedicato alla raccolta fondi per ampliare un centro socio-culturale a Thiès, in Senegal, che negli ultimi anni ha accolto oltre 4.000 bambini e ragazzi. Un percorso che verrà raccontato anche attraverso un documentario realizzato durante un viaggio in Senegal previsto nelle settimane precedenti al festival.
Più che un semplice festival musicale, Doremifasud continua così a costruire uno spazio dove la cultura diventa occasione concreta di incontro, mantenendo al centro persone, relazioni e comunità.
in copertina: Denise Dimè
DOREMIFASUD 2026
8 – 10 maggio
C.I.Q. Milano
Via Fabio Massimo 19, Milano
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