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Because The night- Il palco delle cantautrici, il progetto Lady Day e il collettivo Dinamica Cantautrici in movimento insieme contro la violenza di genere, per l’appuntamento conclusivo della settima stagione della rassegna. Al mare culturale urbano (Cascina Torrette, Via Quinto Cenni, 11, Milano), il 19 aprile, ore 19.00, si esibiranno le cantautrici Marta De Lluvia e Sue, Gabriella Diana (GAMAAR) e DADA SUTRA.
Finalista di Dinamica Contest 2025 (dedicato alle cantautrici che vivono e operano in Italia, ideato e prodotto dal collettivo Dinamica Cantautrici in movimento, composto da Laura B, Sue e Vea) e destinataria in questa occasione della menzione speciale di Marian Trapassi, DADA SUTRA, al secolo Caterina Dolci, accoglie l’invito ad esibirsi all’interno del format Because the Night.
La serata sarà anche l’occasione, con la presenza sul palco di DADA SUTRA e di Gabriella Diana (voce e chitarra, GAMAAR) per il lancio del terzo volume della collana LE CRISALIDI, firmata da Lady Day Records, neonata etichetta discografica del marchio Lilium Produzioni (Self distribuzione).
Nerospinto ha incontrato la direttrice artistica di BTN- Il palco delle cantautrici, Marian Trapassi.
D. Vogliamo fare un bilancio di questa settima stagione di Because the Night, che sta volgendo al termine?
Fare un bilancio di questa settima stagione significa riconoscere un percorso cresciuto nel tempo, ma rimasto fedele alla sua identità.
Because the Night è nato come uno spazio necessario e oggi è diventato una piccola comunità: un luogo di incontro e di ascolto autentico. Questa stagione mi restituisce soprattutto un senso di maturità, sia nella proposta artistica che nella relazione con il pubblico.
Ogni serata è stata più di un concerto: uno spazio reale in cui le artiste hanno potuto raccontarsi senza filtri. Se devo scegliere una parola, direi consapevolezza: sappiamo meglio chi siamo e perché continuiamo a farlo.
D. Dal 2019, anno di nascita del suo format, ad oggi, quali ritiene siano gli obiettivi raggiunti?
Dal 2019 ad oggi, credo che il risultato più importante sia aver dato continuità a uno spazio dedicato alle cantautrici, cosa tutt’altro che scontata.
Because the Night è riuscito a costruire nel tempo una rete di artiste, collaborazioni e pubblico attento, creando un contesto in cui la musica d’autrice al femminile potesse essere ascoltata con la giusta attenzione. Un obiettivo importante è stato anche quello di aprirsi a realtà affini, come il progetto Dinamica cantautrici in movimento, Lady Day e il Collettivo La Cantautrice: incontri che hanno arricchito il percorso e ampliato lo sguardo, creando connessioni reali tra artiste e progettualità diverse. Infine, credo sia fondamentale aver mantenuto una coerenza: ogni scelta artistica è stata guidata da un’idea precisa, e questo ha permesso al progetto di crescere senza perdere autenticità.
D. Ci sono degli aspetti, in Because the Night - Il palco delle cantautrici, che a suo avviso andrebbero ripensati?
Più che aspetti da ripensare, parlerei di un progetto in continua evoluzione.
Because the Night è nato in modo molto spontaneo e negli anni è cresciuto insieme alle persone che lo hanno attraversato. Sicuramente c’è sempre spazio per ampliare lo sguardo: intercettare nuove generazioni di artiste, sperimentare formati diversi e trovare modalità ancora più efficaci per dialogare con il pubblico. Mi interessa molto, per il futuro, lavorare ancora di più sulle connessioni: tra musica e altri linguaggi, tra artiste e territori, tra dimensione live e nuovi spazi di diffusione. Credo che la cosa più importante sia restare in ascolto, senza perdere l’identità ma continuando a mettersi in discussione.
D. Fermo restando che il superamento del gender gap, anche in ambito musicale, è una finalità imprescindibile, non pensa che, almeno in Italia, ad essere bistrattata non sia solo la canzone d’autrice ma, più genericamente, il cantautorato, senza differenze di genere?
Assolutamente sì, credo che oggi in Italia il cantautorato, in generale, attraversi una fase complessa e spesso venga penalizzato rispetto ad altre forme musicali più immediate o commerciali. Detto questo, penso anche che esista ancora una specificità legata al genere: le cantautrici, storicamente, hanno avuto meno spazio e meno riconoscimento, e questo squilibrio non è ancora del tutto superato. Per questo sento che le due questioni non si escludono, ma convivono: da un lato c’è la necessità di difendere e valorizzare il cantautorato in quanto tale, dall’altro quella di continuare a creare spazi dedicati, che possano riequilibrare una disparità ancora presente.L’obiettivo, forse, è proprio questo: lavorare perché un giorno non sia più necessario fare questa distinzione.
D. Sogna un mondo in cui non sia più d’obbligo diversificare la musica al femminile da quella al maschile ma si possa parlare, con pari dignità, di Musica, senza distinzioni di genere?
Sì, è un sogno che sento molto vicino.
Mi piacerebbe che si potesse parlare semplicemente di musica, senza dover specificare il genere di chi la scrive o la interpreta.Allo stesso tempo, credo che oggi sia ancora necessario attraversare una fase di consapevolezza, in cui queste differenze vengano nominate e affrontate.
Gli spazi dedicati, in questo senso, non sono una separazione, ma uno strumento per riequilibrare.Mi auguro che, col tempo, tutto questo diventi superfluo.
Che si arrivi a un punto in cui il valore di una canzone sia l’unico parametro, e in cui ogni voce possa avere la stessa possibilità di essere ascoltata.
D. Recentemente sono usciti, su etichetta Adesiva Discografica, due nuovi singoli, Rosa e Voglio. In che direzione sta andando la sua musica?
La direzione è quella di una maggiore essenzialità, ma anche di una consapevolezza diversa nel raccontarmi. Rosa, pur essendo un brano che arriva da lontano, ha trovato oggi una nuova forma, più aderente a quello che sono adesso, sia nel suono che nel testo. Voglio, invece, rappresenta una spinta più urgente: nasce da una riflessione sul desiderio, sull’immediatezza in cui siamo immersi e su questa continua tensione tra bisogno autentico e consumo emotivo. In generale, sento che la mia musica sta andando verso una sintesi: meno sovrastrutture, più verità.
Mi interessa raccontare quello che vivo e osservo con uno sguardo il più possibile onesto, anche quando è scomodo.
D. Vuole regalare ai lettori di Nerospinto una playlist primaverile di 5 brani irrinunciabili?
Più che una playlist “primaverile” in senso stretto, sono cinque brani che per me hanno a che fare con il risveglio, con il movimento e con una certa forma di luce: Monde Nouveau di Oscar Anton, Acqua che scorre di Niccolò Fabi, In the mornng di Joe Bel, Here comes the sun dei Beatles, Che vita meravigliosa di Diodato, Sono canzoni che sto ascoltando in questi giorni, mi portano verso aria di primavera e di “leggerezza profonda”.
D. Qual è il suo rapporto con i social?
Il mio rapporto con i social è un po’ambivalente.
Da un lato riconosco che sono uno strumento importante, soprattutto per chi fa musica: permettono di comunicare, creare connessioni e far circolare il proprio lavoro. Dall’altro, sento il bisogno di mantenere una certa distanza. Non sempre mi riconosco nei ritmi e nelle logiche dei social, che spesso spingono verso una presenza costante e una semplificazione dei contenuti. Cerco quindi di usarli in modo consapevole, senza farmi troppo condizionare: come uno strumento, appunto, e non come un fine. La dimensione che continuo a sentire più mia resta quella dell’incontro reale, del live, dello scambio diretto.
D. C’è una canzone non sua che le sarebbe tanto piaciuto aver scritto?
Sì, senza dubbio Imagine di John Lennon.
È una canzone che riesce a essere universale senza perdere semplicità, e che porta con sé una visione potentissima, quasi disarmante nella sua chiarezza. Mi affascina la capacità di dire qualcosa di così grande con parole essenziali, senza retorica.
È una di quelle canzoni che non appartengono più solo a chi le ha scritte, ma diventano patrimonio di tutti. E forse è proprio questo il sogno di chi scrive: riuscire, almeno una volta, a toccare qualcosa di così profondamente condiviso.
D. Immaginiamola per un attimo Direttrice Artistica del prossimo Sanremo, 5 nomi che vorrebbe assolutamente su quel palco?
Cercherei un equilibrio tra scrittura, identità e visione artistica.
Cinque nomi che mi piacerebbe vedere su quel palco sono: Giulia Mei, come voce emergente capace di portare uno sguardo autentico e necessario, Niccolò Fabi, per la profondità e la coerenza del suo percorso, La Rappresentante di Lista, per l’energia e la libertà espressiva, Motta, per l’urgenza e la scrittura diretta, Madame, per uno sguardo contemporaneo e personale. Mi piacerebbe un Festival capace di mettere al centro le canzoni, ma anche le visioni, senza paura di mescolare linguaggi diversi.
D. Il suo sogno di felicità in questi tempi così bui?
Il mio sogno di felicità è qualcosa di molto semplice: poter continuare a fare quello che amo, restando libera e fedele a me stessa. Ma oggi è impossibile non allargare lo sguardo.
Viviamo un tempo in cui la guerra è tornata ad essere una presenza concreta, quasi normalizzata, e questo per me è profondamente inquietante. Sembra che la vita umana conti sempre meno, schiacciata da interessi economici e logiche di potere. Per questo il mio sogno di felicità coincide sempre di più con un desiderio di pace reale, non astratta: una pace che rimetta al centro le persone, la dignità, l’ascolto. E forse, nel nostro piccolo, anche la musica può essere questo: uno spazio in cui resistere a questa deriva, e provare a restare umani.
C’è una Milano che non ha mai smesso di esistere, anche se spesso resta ai margini delle nuove aperture e delle mode che cambiano. Una Milano fatta di tavole lunghe, di pranzi che iniziano senza fretta e finiscono nel pomeriggio, di luoghi che resistono più per necessità che per strategia.
Il Casottel è uno di questi.
A Porto di Mare, dentro una cascina ottocentesca che sembra rimasta sospesa nel tempo, la Pasqua si vive ancora così: tra il giardino, il pergolato quando la stagione lo concede e le sale interne che conservano un’atmosfera domestica, familiare, immediata. Basta poco per dimenticare di essere in città.
Qui il pranzo di Pasqua non è un esercizio di stile, ma una sequenza precisa di piatti che parlano una lingua chiara.
Si comincia dagli antipasti, quelli che arrivano al centro della tavola e mettono tutti d’accordo: salumi piacentini, sott’oli, uova ripiene e fiori di zucca. È l’inizio giusto, senza deviazioni, che riporta subito a una dimensione conosciuta.
Poi i primi, che lavorano su due registri diversi ma complementari. Le lasagne al pesto, morbide, piene, rassicuranti. E i ravioli di borragine burro e salvia, più delicati ma altrettanto legati a una cucina che non ha bisogno di reinterpretazioni per funzionare. Due piatti che non cercano di sorprendere, ma di restare.
I secondi sono il cuore del pranzo: capretto al forno con patate e carciofi, piatto simbolo della Pasqua, e vitello tonnato, che aggiunge una nota più fresca e completa il quadro. Non c’è bisogno di altro.
Si chiude con la colomba artigianale, accompagnata da crema chantilly e un flute di spumante. Anche qui, nessuna variazione sul tema: solo quello che serve.
Ma il punto, al Casottel, non è solo il menu.
È il contesto. È il fatto che, mentre Milano continua a trasformarsi, esistono ancora luoghi in cui le persone si siedono allo stesso tavolo senza appartenere allo stesso mondo. Dove il pranzo è ancora un momento che tiene insieme generazioni, abitudini e storie diverse.
Non è un caso se questa trattoria, attiva dal 1963 e portata avanti da tre generazioni di donne, sia diventata negli anni un riferimento per la città. Né sorprende che oggi sia al centro di una raccolta firme che ne chiede la tutela.
Perché il rischio è concreto: perdere il Casottel significherebbe perdere uno di quei posti che Milano non riesce più a creare da zero.
E allora, forse, questa Pasqua ha un significato leggermente diverso.
Andare al Casottel non è solo scegliere dove pranzare. È decidere di stare, anche solo per qualche ora, dentro una Milano che continua a esistere proprio perché qualcuno insiste a tenerla viva.
E che vale ancora la pena di difendere.
Trattoria Casottel
Via Fabio Massimo 25, Milano
Tel. 02 57403009 – www.casottel.it
Instagram @trattoria.casottel
Tradizione, stagionalità e raffinatezza si incontrano tra il Ristorante Del Cambio e la Farmacia Del Cambio, nel cuore della città.
Nel cuore di Torino, affacciato su Piazza Carignano, Ristorante Del Cambio celebra la Pasqua con un percorso gastronomico che unisce eleganza, memoria e contemporaneità.
Fondato nel 1757, il ristorante rappresenta una delle istituzioni più iconiche della città, capace di attraversare i secoli mantenendo intatto il proprio legame con la tradizione piemontese, arricchita da influenze francesi. Per l’occasione, la proposta pasquale (175 euro, bevande escluse) si sviluppa come un racconto della primavera attraverso ingredienti e suggestioni stagionali.
Ad aprire il percorso sono snack salati, seguiti da una capasanta gratinata con lattuga e rafano e da una delicata zuppetta fredda di piselli, panna e gamberi. Le prime verdure – piselli, asparagi ed erbe spontanee – diventano protagoniste, restituendo la freschezza della stagione, mentre piatti come gli gnocchi di spinaci con carciofi e Castelmagno e l’agnello con piselli e bietole richiamano la profondità della tradizione festiva.
Il mare si inserisce con discrezione, dialogando con ortaggi e carni secondo un’antica consuetudine piemontese. A chiudere il percorso, un dessert che celebra due simboli del territorio: il cioccolato e il Barolo Chinato, in un finale che unisce intensità e memoria.

Accanto all’esperienza gastronomica, Farmacia Del Cambio propone una selezione di creazioni dedicate alla Pasqua, disponibili dal 20 marzo. Negli spazi eleganti della storica boutique, tra boiserie d’epoca e atmosfere sospese, la tradizione dolciaria si rinnova con gusto contemporaneo.
L’Uovo di Pasqua si presenta come un oggetto raffinato: un guscio di cioccolato fondente al 55% racchiude un cuore pralinato alla nocciola, mentre la decorazione con margherite di zucchero richiama i primi fiori primaverili. Accanto, la Colomba interpreta il grande classico con ingredienti d’eccellenza, come l’arancia candita di Corrado Assenza, la vaniglia Bourbon e una glassa croccante alle mandorle.
Completano l’offerta gli iconici prodotti della boutique: dai Cri Cri con nocciola tostata alla Crema Cavour, fino ai gianduiotti lavorati con cacao dell’Ecuador, tartufi al cioccolato, dragées e biscotti della tradizione piemontese.
Del Cambio si conferma così un luogo dove storia, gastronomia e cultura convivono in equilibrio. Un microcosmo che comprende, oltre al ristorante stellato, anche il Bar Cavour e la stessa Farmacia, offrendo esperienze diverse ma unite da una stessa visione: celebrare il tempo, il gusto e la bellezza. In occasione della Pasqua, questa filosofia si traduce in un invito a rallentare e a riscoprire il piacere delle cose fatte con cura, tra sapori autentici e suggestioni senza tempo.

testo a cura di Alessandro Infortuna
A pochi passi da Sant’Ambrogio, nel centro di Milano, ha aperto da poco Taverna Amazonica, un ristorante che porta in città l’atmosfera delle serate brasiliane. L’ingresso conduce a una sala sotterranea che sembra cambiare latitudine: tonalità verdi, piante tropicali e richiami alla foresta amazzonica costruiscono un ambiente caldo e informale, pensato per immergere gli ospiti in una dimensione conviviale dove cucina, musica e spettacolo si intrecciano.
L’idea alla base del progetto è quella di ricreare il modello delle serate brasiliane, in cui il momento della cena non è separato dall’intrattenimento ma ne diventa parte integrante. Durante la serata, ballerini professionisti si alternano con brevi performance di salsa e samba che accompagnano il ritmo della cena senza interrompere il servizio. Il risultato è un’atmosfera dinamica ma calibrata, in cui si mangia, si assiste agli spettacoli e si può proseguire con un drink al bancone, aperto anche a chi arriva dopo cena.

Il cuore dell’offerta gastronomica è il churrasco, proposto nella formula tradizionale del rodizio. In totale sono tredici i tagli di carne che arrivano al tavolo direttamente dagli spiedi, serviti dal personale di sala secondo la tradizione brasiliana. Tra i protagonisti ci sono alcuni dei tagli più rappresentativi, come la picanha, il codone di manzo considerato uno dei simboli della cucina brasiliana, accanto alla picanha nobre al tartufo, alla maminha, all’alcatra e al contrafillè. Completano la selezione il carne de verdade e l’entranha, insieme a proposte di pollo e maiale.
Il rodizio è accompagnato da una serie di contorni tipici, serviti in tavola insieme alla carne. Non mancano la farofa, farina di manioca tostata immancabile nelle tavole brasiliane, il riso bianco e il riso amazonico, la juca, il banano fritto e la feijoada, lo stufato di fagioli neri tra i piatti più iconici della cucina del Paese. A completare l’offerta arrivano polenta, verdure alla griglia e condimenti come chimichurri, maionese all’aglio e vinagrete, preparata con pomodoro, cipolla e peperone.
Accanto al rodizio, il menu propone anche piatti alla griglia, un percorso vegetariano e una selezione di dolci che guardano alla tradizione sudamericana, tra cui il brigadeiro al cocco, i churros e la mousse al maracuja.
Anche la cocktail list segue la stessa ispirazione geografica. Al centro della carta c’è la cachaça artigianale, distillato ottenuto dal succo fresco della canna da zucchero, presente con sei diverse etichette. È la base delle caipirinha preparate con frutta fresca e zucchero di canna, dalla versione classica alle varianti al mango, papaya e maracujá. Accanto a queste compaiono paloma e margarita in diverse declinazioni, oltre ai signature cocktail del locale ispirati a città brasiliane e costruiti con ingredienti come ananas alla griglia, vaniglia, sciroppo di guaranà e spezie sudamericane. Non mancano i classici della mixology, una selezione di gin premium per gin tonic e una proposta di mocktail per chi preferisce alternative analcoliche.
La qualità delle materie prime è uno dei principi che guidano la cucina di Taverna Amazonica. I tagli di carne utilizzati per il churrasco provengono da razze selezionate e fornitori premium, lavorati per preservarne succosità e caratteristiche originarie. Anche il bar segue la stessa attenzione nella scelta degli ingredienti, con distillati selezionati e cocktail preparati spesso con frutta fresca e prodotti tipici sudamericani.
Dietro il progetto ci sono due giovani imprenditori, Simone Cardani e Mattia Guerrina. «Il nostro interesse per la cultura brasiliana ci ha portati a volerla conoscere a fondo. Abbiamo viaggiato, visitato tanti posti. L’idea è nata lì, spinta dal clima caldo e dal folklore che fanno vivere anche la cucina in modo diverso. Così abbiamo studiato usi e ricette», racconta Cardani. Il primo passo del loro percorso è stato nel 2022 con Mambo, ristorante brasiliano aperto a Castellanza dal carattere più popolare, esperienza che ha definito le basi da cui è nato oggi il progetto di Taverna Amazonica.
Il cortometraggio “FEDE” arriva in Lombardia. Se le presentazioni del novembre scorso in Liguria (con tappe ad Alessandria e Genova) hanno acceso curiosità e creato partecipazione, il film ideato dagli studenti della Make a Film - Junior Academy di Requiem For a Film va adesso a caccia di conferme. Nel mese di marzo sono infatti in programma due nuovi appuntamenti: il 12 all’Università di Pavia e il 26 marzo all’Anteo Palazzo del Cinema di Milano. Due tappe che segnano un passaggio importante nel percorso del progetto, portando il lavoro degli studenti in contesti culturali e cinematografici di grande visibilità.
Al centro del progetto c’è una storia che esplora i temi dell’adolescenza, dell’introspezione e dell’ossessione. La trama segue una ragazza che sviluppa un forte interesse per una sua coetanea: quella che inizialmente appare come semplice curiosità si trasforma gradualmente in una vera ossessione, dando avvio a un cambiamento profondo nel suo comportamento e nella percezione di sé. Il racconto diventa così un viaggio inquietante verso la perdita della propria identità, offrendo uno sguardo intenso e autentico sul mondo giovanile.
Il progetto, nato all’interno di un percorso di formazione cinematografica dedicato agli studenti delle scuole superiori, si è trasformato in una vera esperienza di produzione. Il film è stato infatti realizzato con il supporto di una troupe di professionisti e ha coinvolto oltre cinquanta persone tra tutor, tecnici e comparse, dando vita a un lavoro collettivo che ha portato in scena le idee e la creatività dei giovani partecipanti.
“FEDE” rappresenta la seconda produzione di rilievo realizzata nell’ambito della Junior Academy e segna anche un rinnovamento nel corpo docente del progetto. Tra i tutor entrati a far parte dell’iniziativa ci sono Letizia Salerno Pittalis, Simone Aldrigo, Valentina Reggio e Margherita Giusti Hazon, figure con competenze diverse e con una sensibilità particolarmente vicina al mondo giovanile.
Tra i giovani talenti coinvolti spicca Nicole Malaj, considerata una delle promesse emergenti del progetto. Dopo l’esperienza nel cortometraggio, l’attrice quest’anno farà il suo esordio in una grande produzione ufficiale, a conferma del valore formativo dell’accademia come possibile trampolino verso il mondo professionale del cinema.
Fondato nel 2021, in piena pandemia, Avavav, brand guidato da Beate Skonare Karlsson, nasce in un momento di sospensione globale e sceglie da subito di non aderire ai codici dominanti. Radicata nelle arti visive, nella scultura e in un umorismo quasi infantile ma chirurgico, Avavav traduce un universo di figurine scolpite e proporzioni alterate in abiti, accessori, calzature e oggetti.
Alla Milano Fashion Week, il brand ha più volte sabotato il rituale della passerella. Modelle che inciampano volontariamente, che sembrano ribellarsi al copione, che trasformano la sfilata in performance. La caduta diventa linguaggio, trasformandosi in critica all’ossessione per la perfezione.

Per l’Autunno Inverno 2026, con The Female Gaze, Avavav compie un’ulteriore inversione. La passerella viene letteralmente ribaltata, con gli ospiti che entrano uno alla volta e vengono condotti non ai propri posti, ma direttamente nello spazio scenico, per una sfilata inaspettata. In una stanza essenziale, le modelle sono disposte in due file parallele, formando una passerella umana. Non c’è front row, non c’è pubblico per cui performare, solo lo sguardo delle modelle. Un monitor all’uscita mostra in tempo reale i nuovi ingressi, amplificando il senso di esposizione, mentre in sottofondo voci maschili descrivono la propria “musa femminile”, evocando il filtro attraverso cui, storicamente, la donna è stata narrata e costruita.

Il meccanismo è semplice e destabilizzante: lo spettatore diventa oggetto osservato. Il potere dello sguardo cambia direzione.
La collezione nasce come un progetto di ricerca in cui Karlsson si chiede cosa accada quando le donne si vestono per altre donne, quali codici emergano quando l’abito non è più un dispositivo di approvazione, ma un mezzo di espressione interna, in un gioco tra femminile e maschile che rifiuta l’idea di perfezione.
Pantaloni sartoriali si fondono con gonne a matita, facendo collassare gli archetipi dei guardaroba tradizionali. Quelli che sembrano shorts oversize da basket rivelano pannelli centrali che li trasformano in gonne A-line. Le T-shirt mantengono il volume ma sono pensate per valorizzare il corpo, invece di occultarlo. Shorts diventano gonne, pantaloni si trasformano in abiti, la sartoria si ammorbidisce in fluidità.

Gli elementi tradizionalmente codificati come femminili vengono ricomposti, in perfetto stile Avavav: un reggiseno imbottito con carta velina richiama l’imbarazzo adolescenziale del “performare” la femminilità prima ancora di comprenderla, perle, calze, dettagli reggicalze evocano un'eredità ingombrante, ma di cui sembra essersi riappropriati in un codice nuovo. Dolcezza e severità convivono nella stessa silhouette.
Parallelamente, Avavav prosegue la collaborazione con adidas Originals, giunta alla quarta stagione. L’heritage sportivo viene riletto attraverso la lente scultorea del brand: track jacket sartoriali, mini shorts trompe-l’oeil, e una nuova sneaker che reinterpreta la Megaride anni Novanta con un upper anatomico e tagliato, a metà strada tra performance e avanguardia.
La collezione FW26 conferma che Avavav non cerca risposte definitive: The Female Gaze è un’indagine su chi definisce l’immagine della donna e per chi quell’immagine viene costruita. Un racconto di stratificazione di convenzioni, ideali impossibili, corpi femminili e maschili, che persegue l'imperfezione e la libertà di espressione del sé come forma di potere. E in un calendario di sfilate spesso prevedibile, riesce ancora a trasformare la passerella in uno spazio di tensione reale.
Se è vero che il modo migliore di conoscere un paese è attraverso la sua tradizione culinaria, la partnership tra Airbnb e la serie Netflix vincitrice di un Emmy Chef’s Table è la nuova frontiera del viaggio culturale.
Una selezione di esperienze culinarie esclusive guidate da alcuni dei più celebri chef al mondo, come Chris Bianco a Los Angeles, Elena Reygadas a Città del Messico, Atsushi Tanaka a Parigi e Justin Lee a Seul, invita gli ospiti a scoprire l’identità gastronomica di queste destinazioni attraverso percorsi immersivi che uniscono cultura, creatività e territorio.
Un percorso immersivo che Airbnb, Partner Mondiale dei Giochi Olimpici e Paralimpici, ha dedicato anche alle Olimpiadi Invernali 2026, nel suo spazio Casa Airbnb in via Senato a Milano, che dal 7 al 22 Febbraio ha ospitato un palinsesto ricco di attività: dalle esperienze e servizi con atleti olimpici e Paralimpici e host locali, alle proiezioni in diretta delle competizioni sui maxischermi, accompagnate da bevande calde al mattino e drink in perfetto stile après-ski la sera.

Proprio in occasione dell’ultimo giorno dell’iniziativa, lo chef tristellato Norbert Niederkofler ha guidato un'esperienza gastronomica esclusiva per un gruppo ristretto di 10 partecipanti, dedicata a “Cook The Mountain”, il suo approccio culinario radicale incentrato sulla sostenibilità, sul rispetto per il territorio montano e sulla valorizzazione degli ingredienti locali, stagionali e a chilometro zero.
Un pranzo in tre portate, accompagnato da una selezione di vini curata dal direttore enologico Lukas Gerges, iniziato con un carpaccio di carpa con salsa pil-pil, seguito dai tortellini con ripieno di milza rivisitati con crema affumicata e licheni alpini e terminato con affogato “al caffè di lupini tostati” e tartelletta.
Un percorso attraverso i sapori e le tradizioni del Trentino, che ha messo in luce, ancora una volta, la straordinaria ricchezza naturalistica e gastronomica italiana. Un’esperienza che ha celebrato il piacere dello stare insieme, quel senso di comunità che la cucina condivide, in modo sorprendentemente naturale, con lo sport.
A Milano, in Brera, gli astri hanno trovato un altro linguaggio. Da ByIT si bevono.
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