Dario Argento al Milano Film Fest: mosche, incubi e un amore infinito per il cinema
C'erano persone in piedi, altre ancora fuori dal teatro in attesa di entrare. Quando Dario Argento sale sul palco del Piccolo Teatro Strehler per la masterclass organizzata dal Milano Film Fest, la prima cosa che nota non è il pubblico che lo applaude, ma quello rimasto fuori dalla sala.
“Mi dispiace per chi non è riuscito a entrare”, dice. “Con il mio cuore sono con loro”
Basterebbe questa immagine per raccontare lo status che il regista romano continua ad avere nell'immaginario collettivo. A oltre cinquant'anni dall'esordio, Dario Argento non è soltanto un autore: è un pezzo di storia del cinema che continua a riempire teatri e festival.
Accanto a lui, sul palco, Marina Pierri, giornalista e autrice, Claudio Santamaria, attore e direttore artistico del Milano Film Fest, e Marco Peano, scrittore ed editor di narrativa italiana per Einaudi. Sullo schermo scorrono invece frammenti di Profondo Rosso, Il Cartaio, L'uccello dalle piume di cristallo e altri titoli che hanno definito il suo percorso artistico. Ne nasce una conversazione che alterna ricordi, confessioni, risate e aneddoti talmente assurdi da sembrare usciti da uno dei suoi film.
Profondo Rosso, il film che non smette mai di vivere
Inevitabilmente il cuore dell'incontro è Profondo Rosso.
Argento racconta di non aver mai immaginato il successo che il film avrebbe avuto nel tempo. Quando lo scriveva, semplicemente si stava divertendo. Oggi continua a vederlo proiettato in tutto il mondo, da Cannes a Los Angeles, insieme a pochi altri titoli della sua filmografia che sembrano non conoscere il passare degli anni.
Profondo Rosso, 1975
Il racconto più divertente riguarda però il titolo.
Prima di diventare Profondo Rosso, il film si chiamava infatti La tigre dai denti a sciabola. Un nome volutamente assurdo, inventato da Argento per prendere in giro produttori e finanziatori. Quando arrivò il momento dell'uscita, il regista annunciò che quello era soltanto uno scherzo e che il titolo vero sarebbe stato Profondo Rosso.
“Ma che vuol dire Profondo Rosso?”, gli chiesero.
“Chi vedrà il film lo capirà” rispose il regista e così fu.
Marco Peano ha anche ricordato il particolare rapporto tra il film e Torino, sottolineando come la geografia dell'opera mescoli luoghi reali provenienti da diverse città per costruire una sorta di "topografia dell'inconscio". Un legame talmente forte che, secondo l'aneddoto raccontato durante l'incontro, alcuni tassisti torinesi continuano ancora oggi a riferirsi a Piazza CLN come alla "piazza Profondo Rosso".
Il Cartaio, quando Argento immaginava il crimine digitale
Tra le clip proiettate c'è anche Il Cartaio, titolo meno celebrato rispetto ai grandi classici del regista ma protagonista di uno dei passaggi più interessanti della serata.
Argento ha raccontato che l'idea nacque dopo aver osservato le sale giochi durante un viaggio: da lì l'intuizione di un assassino capace di trasformare la morte in una partita e le vittime in pedine di una sfida contro la polizia.
Rivisto oggi, Il Cartaio colpisce per la sua capacità di intercettare temi che sarebbero diventati centrali negli anni successivi: internet, il gioco online e la spettacolarizzazione della violenza attraverso uno schermo. Non a caso Argento ha confessato di essere ancora molto legato a questo film, ricordando le riprese con Claudio Santamaria e alcune sequenze che, a distanza di oltre vent'anni, continuano a tornargli alla mente.
Elda Luxardo e la nascita di uno sguardo
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Se si vuole capire da dove nasce il cinema di Dario Argento, forse bisogna partire dallo studio fotografico della madre, Elda Luxardo. Da ragazzo trascorreva lì interi pomeriggi: mentre fingeva di fare i compiti osservava modelle e attrici davanti all'obiettivo, studiando soprattutto la luce, il modo in cui trasformava i volti e costruiva un'immagine.
Un'esperienza che, come ha raccontato durante l'incontro, ha segnato profondamente il suo immaginario. Non solo per l'attenzione quasi maniacale alla composizione e alla fotografia, ma anche per la centralità delle figure femminili che attraversano gran parte della sua filmografia.
Quando il padre diventa il migliore amico
Tra i momenti più emozionanti della masterclass c'è il ricordo del padre Salvatore Argento.
Locandina L'uccello dalle piume di cristallo
Dopo il successo de L'uccello dalle piume di cristallo, racconta il regista, il loro rapporto cambiò profondamente. Non era più soltanto suo padre.
Era diventato il suo migliore amico.
Andavano al cinema insieme, viaggiavano insieme, trascorrevano le serate discutendo di film. Un rapporto che Argento racconta con evidente affetto e che rappresenta una delle pagine più intime emerse durante l'incontro.
L'invasione delle mosche di Phenomena
Phenomena, 1985
Se esistesse una classifica degli aneddoti più incredibili della storia del cinema italiano, quello raccontato da Argento su Phenomena meriterebbe un posto d'onore.
Per realizzare le celebri sequenze con gli insetti, la produzione allestì un vero allevamento di mosche all'interno di un teatro di posa romano.
Per mesi furono fatte crescere migliaia di larve sotto la supervisione di un entomologo. Il risultato fu un capannone letteralmente invaso dagli insetti.
“Bisognava entrare con la maschera”, racconta il regista.
Una volta terminato il film, la troupe aprì le finestre per liberare le mosche. Poco dopo il bar vicino agli studi venne letteralmente colonizzato dagli insetti, con il proprietario convinto che fosse impazzito il clima o forse il mondo intero.
Hitchcock, la Nouvelle Vague e il cinema di oggi
Quando gli chiedono quali siano gli autori che continua ad amare, Argento non ha esitazioni.
Alfred Hitchcock resta il suo maestro assoluto.
Ricorda le proiezioni alla Cinémathèque di Parigi e la lezione fondamentale ricevuta osservando il modo in cui il regista britannico muoveva la macchina da presa.
Accanto a lui cita gli autori della Nouvelle Vague francese, da François Truffaut a Jean-Luc Godard, figure che contribuirono a formare il suo immaginario prima ancora che diventasse regista.
Il mistero resta il suo habitat naturale
Inferno 1980
L'ultima domanda della serata riguarda una delle sequenze più celebri di Inferno: la stanza sommersa.
Da dove nasce un'idea del genere?
Argento ci pensa qualche secondo e poi risponde con sorprendente sincerità: non lo sa. Ricorda però perfettamente le difficoltà del casting: serviva un'attrice capace di muoversi sott'acqua con naturalezza e di sostenere lunghe immersioni, come se appartenesse davvero a quel mondo.
Una risposta che, forse involontariamente, riassume perfettamente lo spirito dell'intera serata. Più che spiegare i misteri dei suoi film, Dario Argento ha mostrato come il suo cinema continui a vivere in una zona sospesa tra intuizione, immaginazione e memoria. Ed è probabilmente proprio lì che risiede ancora oggi il suo fascino.
Anna Olivo
Laureata in Fashion Design presso l’Istituto Marangoni di Milano, scrive di arte, moda e costume con uno sguardo curioso e contemporaneo. Indaga i linguaggi estetici e culturali del presente, muovendosi tra ricerca visiva, stile e immaginario collettivo.
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