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David Bowie è tornato e non è cosa da poco. ‘The Next Day’ esce dieci anni dopo un ‘Reality’ che non è piaciuto né alla critica né ai fan, un tempo enorme dato che i suoi lavori precedenti venivano pubblicati ogni due anni circa. Tutti lo davano per spacciato, il silenzio poteva essere benissimo una presa di posizione sul non fare più musica. David Bowie ci ha fregato, di nuovo, tutti quanti e nel migliore dei modi perché ‘The Next Day’ è un gran bel disco.
Personalmente avevo una gran paura di sentire il suo nuovo lavoro, ero davvero troppo legato al periodo berlinese e a molte sue ‘immagini’ del passato. Icone che rimangono se guardiamo la copertina: è quella originale di ‘Heroes’, che si ispirò a Erich Heckelil, ma con il titolo cancellato da un tratto nero e al centro troviamo un quadrato pieno di colore bianco con la scritta ’The Next Day’ in nero (chiunque avrebbe potuto farla anche con Paint). L’artwork sembra comunicare che, sì, è l’artista che tutti conoscono ma bisogna andare oltre perché è tornato e ha ancora tanto da dare.
Troviamo Berlino, con i suoi studi di registrazione, anche nel primo singolo ‘Where are we now?’, dove subito se ne esce cantando: “Had to get the train from Potzdamer Platz, You never knew that, That I could do that”. Nel video del secondo singolo (ha un coro eccezionale e un riff anfetaminico), girato dalla nostra Floria Sigismondi e con la presenza di Tilda Swinton, Bowie è grandioso sia con il carrellino della spesa che durante i vari giochi di personalità (androgine) multiple; ci sono rimandi (oh caro e vecchio Ziggy) e citazioni un po’ ovunque ma questa è una cosa che ritroverete lungo tutto il disco. ‘The Next Day’ è prodotto dal fedele Tony Visconti, presente sia nel trittico d’oro Low/Heroes/Lodger che nei due album scadenti datati anni zero. I testi pescano davvero nel languido e nell’indecifrabile: trovandosi faccia a faccia con l’amore e con la guerra Bowie si alza e invoca l’avant William S. Burroughs.
La title-track apre con un art-rock spavaldo, non me l’aspettavo; mentre in ‘Dirty Boys’ Steve Elson e il suo Bariton Sax accompagnano la voce magnifica di Bowie. ‘Love Is Lost’ è insicura nel suo incedere, le chitarre con i loro riff grattano l’ansia che si respira durante l’ascolto. ‘Valentine’s Day’ è pop sixties di quello ruffiano ma ben fatto, seguita da brani che scorrono tranquilli senza troppi rumori (‘If You Can See Me’ e ‘Boss of Me’). ‘Dancing Out in Space’ è una variazione di ‘Lust for Life’ camuffata per l’occasione, ma cosa possiamo dire al Duca Bianco? ‘How Does The Grass Grow?’ è stupenda, un mix di tutti i Bowie che furono con un coretto nato dalla strumentale ‘Apache’ degli Shadows. ‘You Feel so Lonely You Could Die’ ma soprattutto ‘Heat’ rimandano a Scott Walker, come se Bowie volesse fargli un bel tributo in chiusura. Per finire con le tre bonus track, posso dire che, per due minuti circa ciascuna, chiudono piacevolmente un album che in pochi si sarebbero aspettato così.
Non è un disco monumentale ma un ritorno in pompa magna, perché Bowie ha fregato tutti e ci fregherà sempre. Lui è il Re dei Goblin, è Ziggy Stardust e il Duca Bianco, bianco come la luce che contiene tutti i colori ma con l’unica differenza che contiene anche il nero. Insomma, lui può.
Andrea Facchinetti
I presupposti per una buona festa sono pochi, come non mi stancherò mai di dire, la semplicità sta alla base di tutto, aggiungiamoci della buona musica e gente bella, solare, simpatica. Se poi condiamo il tutto con un'open bar e un buffet di sushi gratuito le percentuali di successo sono alte, ma si rischia, ovviamente che il tutto si trasformi in un disastro organizzativo.
L'inaugurazione Taiyo, il nuovo ristorante fusion della famiglia Wu in viale monza 23, infatti, non ha deluso nessuno.
La particolare architettura del ristorante, curata dall'architetto designer Maurizio Lai, è stato il palcoscenico perfetto per un evento di altissimo livello.
Ad esclusione di un momento iniziale di panico sul buffet, l'aperitivo/cena si è protratto fino alle ventitrè senza intoppi. Un bicchiere di champagne, un onighiri e tante risate.
L'ottimo buffet, che ha spaziato dal classico sushi a piatti più elaborati come gli spiedini di manzo in salsa yakitori, è stato accompagnato dalla musica delle Hell's Shoes e di Dj WestBanhof, in una selezione tech-house e minimal. Da John Talabot a Fort Romeau la selezione ha piacevolmente sorpreso il pubblico che probabilmente si aspettava i soliti pezzi da aperitivo che ormai infestano i locali Milanesi come un fantasma stanco.
Per i lettori di Nerospinto ecco una Gallery della serata, fotografie di Alessio De Santa, accompagnata da alcune quotes dei nostri ospiti e la registrazione del dj set a cura di Dj WestBanhof.
“Questa sera mi avete fatto tornare indietro di anni, quando a Milano si usciva e si parlava tanto, ci si presentava, ci si conosceva e da cosa nasceva cosa.”
“Una serata perfettissima...”
“Sono stati tutti gentilissimi, una volta le inaugurazioni erano tutte così, quando non c'era la crisi. E' stato bello tornare indietro nel tempo.”
“Sono troppo ubriaco, tutti quegli amari...”
“Selezione perfetta, stavamo per metterci a ballare sui tavoli.”
“Boiler Room!”
Mixtape For Nerospinto @Taiyo Inauguration by Tommaso Laganà on Mixcloud
E a fine serata, dopo qualche amazzacaffè di troppo, ci siamo ritrovati tutti col sorriso sulle labbra e con il cuore pieno di soddisfazione.
Ci sono artisti che si fossilizzano e altri che hanno improntato la loro crescita sulla continua ricerca, Luca Kronos Cassarà ha scelto questa via. Il corpo è per lui lo strumento sul quale sperimentare, tramite il quale provare a raccontare il suo mondo e la sua fotografia.
MAB: Il corpo è al centro della tua ricerca fotografica, l’interpretazione del corpo come figura statuaria è parte di un tuo progetto di ricerca, da dove sei partito e chi ti ha ispirato se sei stato ispirato in qualche modo?
LC: Ciao Marco e innanzitutto grazie per questa inaspettata intervista che senz'altro mi lusinga. Potrei facilmente darmi un tono rispondendoti di esser stato influenzato dalla ricerca fotografica di Robert Mapplethorpe (di lui stimo più il famoso "The X Portfolio" ), in realtà non è cosi. L'idea di "Absolute" è nata osservando le modelle durante gli istanti in cui stavano cercando una posa: il loro corpo era in continuo movimento e dava vita a delle forme astratte, a volte sembrava scomparire la testa, a volte un braccio...così una notte pensai l'idea di un progetto in cui il corpo venisse snaturato per creare forme diverse, per andare oltre la visione di un bel corpo nudo. Dopo tanti progetti più estremi e complessi era nata l'esigenza in me di un attimo di puro minimalismo, quasi fosse una tisana depurante. Proposi la mia idea a una modella amica, provammo, realizzai il primo scatto e il primo pensiero fu "Sembra una scultura astratta di marmo bianco"...qualcosa di incorruttibile, puro, solido, perfetto...Assoluto.
MAB: Quanto è importante la luce nei tuoi progetti e in questo specificatamente?
LC: La luce è uno degli elementi fondamentali dei miei progetti. A volte in modo ossessivo. Non è solo l'elemento fotograficamente utile a illuminare bene un soggetto, ma spesso il catalizzatore dell'emozione stessa impressa in quella foto. In Absolute, paradossalmente, la luce non è co-protagonista, non crea giochi particolari, tende a volte ad appiattire ombre e volumi che in altri progetti sono fondamentali. La luce qui ha la funzione di rendere tutto ancora più asettico e a-temporale perchè è il corpo-forma il protagonista. È lui che deve solleticare l'immaginazione di chi lo guarda.
MAB: Quale è il tuo modo di porti di fronte al corpo delle persone che fotografi?
LC: Questa è una domanda dalle mille sfumature che mi vien posta spesso nel quotidiano: da chi con superficialità mi chiede come faccio a fotografare i corpi nudi di donne cosi belle, a chi mi chiede cosa penso in quel momento, cosa vedono i miei occhi, quali siano le mie emozioni. Proverò a dare un'unica risposta a tutte quelle sfumature. Il corpo della persona che ho di fronte è un magnifico blocco di argilla, ogni volta con una sua specifica sostanza e consistenza. Di fronte ad esso è un continuo scavare tra le emozioni tue e della modella, i vostri pensieri, le vostre aspettative, paure e insicurezze. Questo vortice di emozioni diventano mani che modellano quell'argilla. In questo vortice, rispondendo ai curiosi che vi sono sempre, le pulsioni sessuali sono davvero l'ultima cosa a cui penseresti
MAB: In un momento storico in cui l'immagine più è urlata più è ascoltata, un progetto minimalista ed estremamente elegante, come riesce a essere "ascoltato"?
LC: Amo gli estremi e la continua ricerca, per cui quasi contemporaneamente ad "Absolute" ho portato avanti "Libero et compos mentis", progetto in cui le immagini urlano e veicolano messaggi anticlericali, provocatori, satirici, sarcastici. Probabilmente quest'ultimo ha suscitato più scandalo e fatto più "rumore", ma alla fine entrambi sono stati ascoltati e apprezzati in eguale misura, ma da pubblici diversi. È come scegliere tra la voce vivace di una ragazza e quella sensuale di una bella donna: sono diverse e, anche se si vive in una società che sbava dietro l'immagine della ragazza-velina, ci saranno sempre tantissimi ad apprezzare e preferire la sensualità e bellezza di una donna
MAB: Corpo e pubblicità sono da sempre un accoppiata vincente adatta per presentare ogni prodotto, sia sulle pagine delle riviste che attraverso gli schermi televisivi. Ma il corpo veicola ancora messaggi o è usato come "carne da macello"?
LC: E' un buon 50%, dipende anche qui dall'ambito, dall'artista, dal committente.
http://www.lucacassara.it http://www.facebook.com/luca.kronos.cassara
Forse uno degli artisti più controversi che la storia mondiale ricorda nell'ultimo secolo. Un artista che ha sconvolto molti con fotografie a dir poco provocatorie e che ha lasciato un segno indelebile, seppur breve, nelle generazioni a venire.
Robert nasce nel 1946 da una famiglia cattolica, crescendo con altri 5 fratelli; sin dall'adolescenza capisce che le sue attenzioni sessuali non sono rivolte al sesso femminile e questo lo porta, con gli anni, ad osservare e a vivere il mondo del sadomaso americano. Siamo nella metà degli anni 60, l'artista non ha nemmeno 20 anni e si rifiuta di accettare le sue inclinazioni; conosce Patti Smith e i due diventano amanti. Questo rapporto sarà forse il più importante della vita dell'artista e lo accompagnerà fino alla sua morte, nel 1989. Le conoscenze che fece negli anni delle rivoluzioni studentesche e delle lotte per liberare l'omosessualità lo portarono a produrre i suoi primi scatti; tra questi è doveroso menzionare la copertina del primo album di Patti, "Horses".
La sua fama crebbe grazie a curatori che lo finanziarono e al suo storico amante, Sam Wagstaff, che gli permise un diverso stile di vita e gli regalò la sua Hasselblad, con la quale immortalò celebrità come Arnold Schwarzenegger, Iggy Pop, Andy Warhol e molti altri e con la quale produsse la sua opera più controversa, "The X Portfolio", una serie di fotografie sadomaso tra le quali un autoritratto con una frusta tra le natiche.
La potenza comunicativa delle opere di questo artista è sconfinata; che si parli di fotografie del copro nudo, di still life, di paesaggi o di ritratti di bambini la purezza e la perfezione sono innegabili. Si può forse affermare che la perfezione sia stata una regola per ogni suo scatto; bianchi e neri quasi eterei, stampati al platino, che si spingono per cercare un punto d'incontro tra scultura e pittura.
Mapplethorpe morì da complicazioni conseguenti all'AIDS alla giovanissima età di 43 anni. Moltissimi fotografi e artisti in genere si sono dichiaratamente ispirati al suo lavoro nel corso dei decenni successivi alla sua morte; continuano anche oggi.
La Robert Mapplethorpe Foundation gestisce le sue opere e promuove la lotta contro l'AIDS. Una famosa esposizione è stata organizzata a Firenze nel 2009; le fotografie dell'artista sono state esposte assieme ai capolavori di Michelangelo nella galleria dell'Accademia.
La setta di Carroll è l'incubo del FBI.
Lo confessano apertamente gli stessi investigatori scelti che nonostante tutti gli sforzi mancano il bersaglio ripetutamente. Eppure sembrano andarci sempre così vicini. Come afferma, però, l'ennesimo componente della setta, morto suicida negli uffici del Bureau, sarà difficile per gli agenti trovare Carroll o i suoi complici più stretti e importanti, perché la setta del serial killer è immensa e composta da persone del tutto insospettabili. “Siamo noi a cercare voi e non viceversa”, dice il follow prima di avvelenarsi, e gli investigatori sanno che dice la verità.
Così, mentre l'FBI brancola nel buio, Joe Carroll e i suoi assistenti più importanti ideano e mettono in pratica il rapimento di uno degli investigatori protagonisti della serie. Il braccio destro di Ryan, l'uomo che sa dove si trovano i testimoni messi sotto stretta sorveglianza e protezione. E Carroll vuole proprio lui per poter arrivare a sua moglie. Alla sua ex moglie per la precisione. Da un pazzo omicida e psicopatico però non ci si può aspettare lucidità e raziocinio, pertanto nella mente del serial killer la sua ex moglie è ancora sua proprietà e legata a lui tramite il figlio di sette anni, anche lui ostaggio nella grande villa occupata dai follow.
A farne le spese è l'agente Mike, pestato a sangue e pronto a essere immolato dai seguaci di Carroll perché ostinato a non confessare il rifugio dove è tenuta nascosta dal FBI la moglie del killer.
La morte sembra ormai inevitabile per il giovane agente ma a salvarlo arriva Ryan che ha intuito il luogo dove lo tengono segregato dopo averlo rapito dall'albergo.
Inevitabile sparatoria e inevitabile fuga del nuovo luogotenente di Carroll. Lo sceriffo Roderick, capo della polizia della sperduta città della Virginia dove si nasconde la setta del killer.
L'attuale sceriffo è stato allievo di Carroll all'università e complice nell'uccisione di tre ragazze quattordici anni prima. Il suo mentore e insegnante, però, si assume tutta la responsabilità degli omicidi e così il giovane allievo non solo non va in carcere, ma può far carriera nelle forze dell'ordine e diventare il punto di riferimento più importante per la setta e per lo stesso Carroll.
Nonché suo debitore per sempre.
Ancora, dunque, un insospettabile e ancora un pazzo criminale come il proprio mentore, pronto a uccidere a sangue freddo e a punire come gli è stato insegnato e ordinato.
Joe Carroll, deluso e sconfitto ancora una volta dall'agente Ryan, che sventa il rapimento del suo braccio destro, e frustrato dal non aver raggiunto l'informazione sul rifugio dove è tenuta protetta l'ex moglie, decide di punire uno dei rapitori che avrebbe dovuto uccidere l'agente Mike.
E lo fa con estrema lucidità e piacere e con il benestare e la complicità dello stesso membro della setta, che decide di immolare la propria vita per la causa di Carroll e per dare un significato alla propria esistenza. E' la scena che segna l'apoteosi del pensiero del killer, della sua capacità di monopolizzare la mente e i corpi dei suoi adepti e della sua onnipotenza materiale.
Il male come arte della maieutica. E nessuno ne è al riparo.
Quando possiamo considerare un musicista un puro? Quando la sua carriera è scevra da ammiccamenti mainstream? Quando nessuna sua canzone è stata concepita per compiacere la massa? Nel caso di Nick Cave possiamo dire di essere di fronte ad un artista che fa musica (e letteratura) esclusivamente per se stesso, come estensione della sua personalità, del suo modo di concepire la musica e la vita. In molti rimproverano al musicista australiano di non fare uscire un disco degno della sua grandezza, dal 2001, tempo di “No more shall we part”. A parte c'è il progetto Grinderman, assoluto divertisement electro blues volutamente eccessivo e sfrontato.
Ora il Re inchiostro torna sulle scene dopo 5 anni dall’ultimo album con i Bad Seeds “Dig Lazarus Dig” con “Push The Sky Away”, il disco (dio lo ringrazi) che fa riemergere la formazione nella sua assoluta potenza lirica e musicale, con Cave che torna a narrare storie cupe e fragorose come solo lui sa fare, con quella solennità che solo i grandi storytellers musicali trasmettono.
Dentro le 8 tracce che compongono il disco la tensione è palpabile, onnipresente. Non c'è istante in cui ci si aspetti che il climax esploda, deflagri e sposti la melodia verso qualcos'altro, primordiale e grezzo. Ma non c'è spazio per il primordiale urlo dei Grinderman, qui siamo di fronte ad una musica meditativa e meditata, sempre in collisione con gli ammiccamenti di cui parlavamo prima. Un vestito nero essenziale, senza fronzoli che graffia sulla pelle. Dolci melodie che come il canto delle sirene, attirano e illudono; il tono è suadente, ma sotto ribolle un'inquietudine che stordisce, come il violino di Warren Ellis ci ricorda, disegnando atmosfere sinistre e inquietanti che ammantano ogni nota.
In questo senso “Water's Edge” è la summa: un basso poderoso e il violino stridente che supportano quella tensione che scuote anima e orecchi e la voce narrante che osserva distaccato il brivido dell'amore e avverte che inesorabilmente “tu diventi vecchio e diventi freddo”. “We are cool” si muove sugli stessi territori, con la sezione archi molto più presente, ed un altro straordinario momento d'ispirazione.
Poi la ballata ammaliante, “Higgs Boson Blues”, un blues oscuro costruito solo con una manciata di accordi, che vive di una progressiva crescita di intensità, un viaggio allucinato che si muove tra Ginevra e Memphis dove affiorano i fantasmi di Robert Johnson e la compagnia del diavolo.
In “Jubilee Street” canta: “sono da solo adesso, sono senza recriminazioni, sono in trasformazione, sto vibrando, sto brillando, sto volando, guardatemi adesso”. Lo guarderemo, eccome, l'11 luglio per l'unica data italiana del suo tour a Lucca. E voleremo con lui.
Vi siete mai chiesti se tutto ciò che sentite, vedete, percepite, sia reale?
Questa domanda è un interessante punto di partenza per affrontare la tematica di questo articolo, basato sulla realtà olografica dell'Universo. Con ologramma intendiamo un'immagine a tre dimensioni impressa su una pellicola e originata dall'interferenza di due raggi laser. Tagliata una porzione della pellicola ed esposta all'incrocio dei due raggi di luce laser, noteremo che l'immagine comparirà sempre nel suo intero, e non sezionata. L'ologramma è dunque una vibrazione energetica in cui ogni parte contiene il suo intero. L'informazione dell'Unità è presente in ogni frammento, e vibra la stessa frequenza.
"Nel Piccolo c'è il Grande": questa affermazione è decisamente utile per chi opera in un contesto di benessere con approccio olistico, tenendo conto che noi siamo costituiti da miliardi di cellule contenenti informazioni preziose e che influenzano il nostro stato di salute nell'Intero. Noi facciamo parte dell'Universo, siamo Universo:questo è un punto chiave per accedere ed immergersi in una consapevolezza che può porci in armonia con la Natura stessa, ovvero Noi. Il percepirci separati da ciò che è "fuori" da noi può comportare resistenze e generare esperienze d'attrito vissute in questa realtà in modo poco gradevole.
Secondo la teoria della realtà olografica, l'Universo stesso è un ologramma fluttuante percepito in un determinato codice dai sensi che conosciamo e viene vissuto come separazione da noi stessi, nonostante siamo indivisi da esso. Quanto descritto in questo articolo va a richiamare la descrizione del mondo esplicito ed implicito espressa da Bohm, trattata precedentemente su Nerospinto nell'articolo dedicato ai principi della fisica quantistica applicati alla naturopatia.
Se siamo parte integrante dell'Ologramma, dunque, c'è oggettività? Oggetto e soggetto coincidono, dunque è fondamentale che l'osservatore abbia un approccio armonico con l'osservato, perché entrambi sono lo stesso Insieme. Partendo da questo punto di vista, si rivoluziona anche il rapporto tra naturopata e assistito, in quanto entrambi concorrono al benessere della persona, ma c'è uno scambio, un'interrelazione, in cui il cliente diviene parte attiva del processo di guarigione.
Mirco Zanghì
Per una lettura attuale e stimolo di riflessioni sulla nostra realtà, Nerospinto consiglia due libri dalle tematiche contemporanee e a noi molto vicine.
*Giulietta prega senza nome*
"Mi chiamo Giulietta, e domani mattina morirò. Ho passato buona parte della mia vita inseguendo l'amore: ho cominciato a vivere davvero solo quando ho smesso di farlo. Non credete a tutto quello che vi dicono: spesso ciò che conta di più ha un nome che non conoscete ancora". Giulietta è una ragazza dal passato difficile, che ha vissuto un'adolescenza nell'ombra e caratterizzata da un rapporto conflittuale con la sua famiglia, il che ha procurato in lei un forte senso di insoddisfazione personale. Perso del tempo ad inseguire lavoro e relazioni sbagliate, la protagonista ricomincia da capo affrontando un percorso introspettivo che la riporta all'equilibrio, il quale viene nuovamente spezzato dalla notizia di un cancro al cervello. Giulietta inizia quindi un viaggio tra i malati terminali in modo da poter decidere tra l'accanimento terapeutico e il rifiuto delle cure, arrivando a prendere una decisione consapevole, accompagnata dalle sue preghiere per un dio senza nome.
Il romanzo riporta una storia vera e nasce dalla promessa dell'autrice di raccontarla. La vicenda, narrata in prima persona, crea una forte empatia nel lettore e ricorda che, lo si voglia o no, la parola "fine" tocca da vicino ciascuno di noi. Non è forse meglio che ognuno decida come affrontarla?
SCHEDA TECNICA Titolo: Giulietta prega senza nome Autore: Elena Torresani Numero pagine: 200 Prezzo: 13€
*La vita che trema*
Auto pubblicato come book-on-demand su "il mio libro", La Vita che trema è un libro-reportage sul terremoto d'Emilia, i cui ricavi di vendita sono destinati alla ricostruzione dei territori danneggiati. Il libro nasce dall’esperienza di un gruppo di volontari lodigiani che si sono prodigati nel portare soccorso alle popolazioni terremotate con cibo, forza lavoro e buona volontà. Elena Torresani e Damiano Moretti, in seguito alla loro esperienza di volontari, hanno voluto immortalare quei momenti raccontando non solo gli aspetti terribili della tragedia, ma anche il potenziale umano ed emotivo che si nasconde nella solidarietà e nell’incontro. Dopo un’estate di spedizioni e lavoro, quello che resta è una lezione di vita intensa accresciuta dall'accoglienza di San Possidonio, Comune con il quale è nato una sorta di gemellaggio emotivo che continua nel tempo. Purtroppo la ricostruzione è ancora lunga, e le risorse sembrano non bastare mai. “La vita che trema” è un omaggio alle persone che lottano senza perdere la speranza, ma è anche uno strumento per raccogliere fondi da devolvere al Comune di San Possidonio.
“Esiste un insegnamento nel dolore, e qualcosa di fertile in ogni tragedia. Noi l’abbiamo trovato: abita nelle persone.” (La vita che trema)
SCHEDA TECNICA Titolo: La vita che trema Autore: Damiano Moretti, Elena Torresani Numero pagine: 72 Prezzo: 18€
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