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Nel quinto e ultimo giorno, il Lingotto rallenta il passo. Tra stand che si svuotano, bilanci istituzionali e una malinconia lieve, la XXXVIII edizione del Salone del Libro consegna a Torino l’immagine di una comunità ancora affamata di pagine, incontri e presenza.

 

Di un giorno di pioggia, al gusto di pioggia”, cantavano i Subsonica in Preso blu. E la pioggia che cade imperterrita su Torino, nel quinto e ultimo giorno del Salone del Libro, sembra avere qualcosa di simbolico: un velo di malinconia steso sul Lingotto, quasi a chiudere con delicatezza una festa durata cinque giorni.

Dalla sala stampa, dove il rumore dei giorni precedenti sembra essersi improvvisamente abbassato, la chiusura del Salone si percepisce in modo ancora più netto. I computer restano aperti, qualche giornalista sistema gli ultimi appunti, qualcuno rilegge, qualcuno saluta. Ma l’atmosfera è diversa: non più la corsa degli incontri da seguire, delle sale da raggiungere, delle dichiarazioni da appuntare, bensì il momento in cui tutto comincia lentamente a depositarsi.

Il fiume di persone che nei giorni precedenti aveva attraversato padiglioni, corridoi, code e sale sembra ormai essersi ritirato. In sala stampa c’è un silenzio quasi religioso. Fuori, il rumore del Salone si abbassa, mentre gli stand iniziano lentamente a svuotarsi. È il momento in cui l’energia accumulata lascia spazio al bilancio, alla memoria, a ciò che resta quando le luci cominciano a spegnersi.

E allora, cosa rimane di questa edizione? Rimane l’immagine di un evento capace di parlare ancora ai lettori, di radunarli, di farli aspettare, ascoltare, scegliere. In un’epoca dominata dallo scrolling compulsivo e da una familiarità sempre più naturale con lo schermo, il Salone ha continuato a mostrare una fame concreta di libri, di pagine, di corpi presenti nello stesso luogo.

La conferenza finale: il Salone si ferma e guarda ciò che ha costruito

Alle 16.45, in Sala Oro, la conferenza stampa conclusiva raccoglie il clima di fine corsa. La sala è piena, il brusio è fatto di saluti, abbracci, ringraziamenti agli stand, alla Grecia, Paese ospite d’onore di questa edizione. Sul palco si tirano le somme di una manifestazione che ha confermato numeri importanti e una forte centralità culturale per Torino e per il panorama editoriale nazionale.

Seguire la conferenza dalla platea, dopo giorni trascorsi tra sale affollate, appunti presi al volo, code, incontri e passaggi continui tra gli spazi del Lingotto, significa assistere non solo a un bilancio istituzionale, ma alla restituzione pubblica di ciò che il Salone è stato: una macchina complessa, attraversata da migliaia di persone, che nel momento della chiusura prova a darsi una forma, un senso, una memoria.

Marina Chiarelli, assessora alla Cultura della Regione Piemonte, parla di un bilancio con il “segno più davanti”, sottolineando la capacità del Salone di aprirsi ai nuovi linguaggi e di meritare davvero la definizione di evento internazionale. Accanto alla dimensione editoriale, emerge anche la volontà di rafforzare il dialogo tra libri, cinema, istituzioni e filiera culturale.

Domenico Carretta, assessore della Città di Torino, sceglie invece una lettura più emotiva. Il Salone, dice in sostanza, coinvolge e sconvolge: corre velocissimo, produce incontri, immagini, parole, e poi all’improvviso si ferma. Il riferimento è ai film di Guy Ritchie, a quelle sequenze in cui tutto accelera, le immagini si inseguono rapide e poi, di colpo, restano sospese. La chiusura diventa così il momento in cui si guarda al lavoro di una squadra che ogni anno rende possibile quello che, visto da fuori, assomiglia quasi a un miracolo organizzativo.

Nel suo intervento torna anche il tema dell’edizione, Il mondo salvato dai ragazzini. L’attenzione dei giovani, la loro indignazione, la loro capacità di non rassegnarsi diventano una chiave politica e civile del Salone. Perché quando si smette di indignarsi, sembra dire Carretta, il mondo si ferma. E se non c’è indignazione, non c’è nemmeno cambiamento.

Presenza, lentezza, comunità

Giulio Biino, presidente della Fondazione Circolo dei lettori, ringrazia il lavoro collettivo e si sofferma soprattutto sui ragazzi. La loro presenza, numerosa e reale, diventa una risposta a chi immagina le nuove generazioni chiuse dentro il pensiero unico dei social. Al Lingotto, invece, quei ragazzi hanno abitato gli spazi, seguito gli incontri, partecipato a un’esperienza che con la sola dimensione digitale ha poco a che fare.

È forse questo uno dei segnali più forti dell’edizione: la necessità della presenza. In giorni in cui tutto può essere commentato, visto, condiviso e dimenticato in pochi secondi, il Salone ha imposto un altro tempo. Quello dell’attesa, della fila, dell’ascolto, della pagina comprata e portata via in borsa. Un tempo più lento, ma non per questo meno vivo.

Anche dalla sala stampa, dove ogni giornata è fatta di passaggi rapidi, comunicati, conferenze, corse tra un appuntamento e l’altro, questa presenza si avverte con forza. Non è soltanto il pubblico delle grandi sale, non sono solo le code davanti agli autori più attesi: è la sensazione di un’intera comunità provvisoria che per cinque giorni ha abitato lo stesso spazio, condividendo parole, attese, entusiasmi e stanchezza.

Alessandro Isaia, presidente della Fondazione Circolo dei lettori, restituisce invece lo sguardo di chi ha vissuto il Salone anche da spettatore, assaporando il senso di un lavoro che prende forma soprattutto quando incontra i suoi fruitori: lettori, ospiti, editori, operatori, volontari, pubblico.

 

 

Annalena Benini e il Salone come luogo felice

A chiudere il racconto è Annalena Benini, direttrice editoriale del Salone Internazionale del Libro di Torino. Il suo intervento porta con sé il bilancio di un triennio e l’idea di un Salone capace, quest’anno, di attraversare i giorni senza essere divorato dalle polemiche. Un fatto quasi raro, per una manifestazione così grande, esposta, discussa.

Benini parla del Salone come di un posto speciale, felice, costruito da un programma capace di tenere insieme libri, musica, cinema, arte e incontri molto diversi tra loro. Richiama una frase ascoltata in Sala 500, “l’arte è coscienza del mondo”, e poi l’immagine di Itaca evocata da Crocetti in Auditorium: “Sempre devi avere in mente Itaca, raggiungerla sia il pensiero costante”.

Ma il cuore del suo discorso sembra stare nelle persone. Nei volti, nei dettagli, negli incontri laterali che spesso raccontano più dei grandi numeri. Come due ragazze sedute a cantare C’è tempo di Ivano Fossati: “Dicono che c’è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare”. Il Salone, in fondo, è anche questo: un tempo sognato, seminato, atteso. Un tempo che per cinque giorni diventa luogo.

 

Quello che resta

Cala il sipario, dunque. E quello che resta non è soltanto il dato dei visitatori, pur importante. Restano uno sguardo, un abbraccio, un profumo, un rumore e un silenzio.

Lo sguardo è quello dei lettori che attraversano gli stand cercando un titolo, una firma, una frase capace di restare. È anche quello di chi, dalla sala stampa, ha osservato il Salone nel suo doppio movimento: da una parte la festa aperta al pubblico, dall’altra il lavoro più nascosto di chi prova a raccontarla, selezionarla, darle un ordine attraverso le parole.

L’abbraccio è quello degli editori, degli organizzatori, degli autori e del pubblico che si salutano a fine corsa. Il profumo è quello della carta, dei libri nuovi, dei corridoi ancora pieni di borse e cataloghi. Il rumore è quello delle sale gremite, delle code, degli applausi. Il silenzio è quello che arriva dopo, quando il Lingotto si svuota e il Salone smette di parlare ad alta voce.

Fuori continua a piovere. Ma dentro resta il gusto di qualcosa che non si consuma in fretta. Il gusto lento dei libri, delle storie, delle persone che ancora scelgono di esserci.

 
 
 
Massimo Recalcati|||

Dal pubblico gremito per Recalcati alla lunga attesa per Ammaniti e Jovanotti, fino alla Sala Azzurra di Irvine Welsh: il quarto giorno del Salone del Libro attraversa l’amore come qualcosa che si sente prima ancora di capirlo.

Il quarto giorno del Salone Internazionale del Libro di Torino comincia con una sensazione precisa: alcune parole, prima ancora di essere comprese, si sentono. Restano nell’aria, si attaccano alle sale, alle file, ai corpi in attesa, al brusio di chi cerca un posto e a quello di chi non vuole perdere nemmeno una frase.

Il senso che attraversa la giornata è allora l’olfatto, ma non soltanto come odore. Piuttosto come capacità di percepire una presenza, una tensione, qualcosa che arriva prima del ragionamento. In tre incontri molto diversi tra loro — Massimo Recalcati, Niccolò Ammaniti con Jovanotti, Irvine Welsh — a tornare è soprattutto l’amore. Non quello pacificato, non quello da formula sentimentale, ma l’amore come frattura, come primo turbamento, come dipendenza.

Tre momenti diversi, tre sale diverse, tre pubblici diversi. Eppure, alla fine, lo stesso filo: l’amore non come risposta, ma come qualcosa che mette in crisi.

Recalcati, la Sala Oro e l’amore come frattura

Massimo Recalcati parla in una Sala Oro gremita, davanti a un pubblico che sembra tenere insieme più generazioni: boomer, millennial e Gen Z seduti fianco a fianco, attentissimi a non perdere nemmeno una parola. L’incontro ruota intorno a Lo splendore e la polvere, libro che raccoglie interviste rilasciate dall’autore tra il 1998 e il 2025. Una sorta di autobiografia intellettuale costruita attraverso la parola orale, il dialogo, le conversazioni sedimentate negli anni.

Il titolo, spiega Recalcati, tiene insieme due dimensioni dell’umano. Da una parte la polvere: ciò che siamo nella nostra finitezza, nella nostra fragilità, nel nostro essere destinati a tornare al nulla. Dall’altra lo splendore: la possibilità di generare arte, amore, vita. Ma la luce non è l’opposto della polvere. È dentro la polvere. È lì che va cercata.

Il passaggio più forte arriva quando Recalcati torna al tema dell’anoressia, già al centro della sua prima intervista con Sergio Zavoli. L’anoressia, nella sua lettura, non riguarda soltanto il cibo. È paura della vita nella vita. Paura di ciò che non si può controllare: il corpo, il desiderio, l’amore, l’imprevedibilità dell’esistenza.

Secondo Recalcati, spesso la ferita nasce dal fallimento del primo incontro con l’amore: un tradimento, una menzogna, un abbandono. Da quel punto in poi, l’amore non arriva più come apertura, ma come minaccia. Il soggetto prova allora a difendersi dalla vita, a chiudersi, a rendersi rigido. Nell’anoressia, dice Recalcati, l’anima diventa osso: lo scheletro come unica cosa stabile, come unica certezza dentro un mondo percepito come ingovernabile.

Da qui il discorso si allarga al disagio giovanile. Da una parte la vita che si consuma nell’eccesso, nella tossicomania, nella violenza; dall’altra la vita che si ritira, che riduce il mondo alla propria stanza, che sceglie la clausura come difesa. La depressione, un tempo legata soprattutto alla fase calante dell’esistenza, oggi investe anche i giovani. Non perché manchino possibilità, ma forse perché ce ne sono troppe, tutte trasformate in obbligo di prestazione.

Nel rapporto tra genitori e figli, Recalcati consegna una frase che resta: ogni forma di insistenza genera resistenza. Più si insiste, più il figlio resiste. Più si pensa che educare significhi moltiplicare regole, più si produce opposizione. Educare, per Recalcati, non significa regolare un figlio, ma trasmettergli il senso della legge: non il divieto sterile, ma il senso del limite. Il “non tutto”. Non posso avere tutto, sapere tutto, essere tutto.

È proprio questo limite, paradossalmente, ad accendere il desiderio. Dove tutto viene presentato come possibile, anche sconfiggere la morte, non invecchiare mai, cancellare ogni fragilità, il desiderio rischia di spegnersi. La vita, dice Recalcati, non deve essere solo lunga. Deve essere larga.

Nella Sala Oro, l’amore ha dunque il primo odore della giornata: quello della frattura. Non è ancora salvezza, non è ancora incontro felice. È il punto in cui qualcosa può rompersi. Ma anche il luogo in cui, dentro la polvere, può continuare a esistere una forma di luce.

 

Massimo Recalcati durante l'incontro in Sala Oro

 

Ammaniti, Jovanotti e il primo amore nella Sala 500

Più tardi, il clima cambia. Per l’incontro con Niccolò Ammaniti e Jovanotti, la lunga attesa sotto il sole cocente di fine maggio non spegne il desiderio del pubblico di entrare nella Sala 500 del Lingotto. L’organizzazione della fila, gestita dal giovanissimo staff del Salone, permette di contenere l’impazienza e accompagnare l’ingresso in una delle sale più eleganti della giornata.

Dentro, Ammaniti e Jovanotti sembrano due amici scanzonati. Il dialogo, moderato con equilibrio da Annalisa Cuzzocrea, procede spesso in modo divertito e divertente. Si parla di scrittura, di adolescenza, di personaggi, ma anche della volontà dei due di realizzare un film insieme.

Al centro c’è Il custode, il romanzo di Ammaniti che racconta Nilo, un ragazzino attraversato dalla tempesta della preadolescenza. Jovanotti insiste sulla capacità dell’autore di raccontare quell’età instabile in cui tutto sta per accadere e niente è ancora chiaro. Il punto di vista, nel libro, sembra muoversi: a volte è quello di Nilo, a volte sembra allargarsi, come se l’infanzia non potesse essere raccontata da una sola prospettiva.

Ammaniti racconta che l’idea nasce da un’immagine legata al mito di Medusa. Una creatura capace di pietrificare con lo sguardo. Da lì prende forma una domanda narrativa: cosa accadrebbe se una famiglia custodisse davvero un mostro? E cosa si potrebbe fare con quel potere, magari davanti alla morte, al desiderio di trattenere qualcuno per sempre?

Il tema del segreto familiare entra così nel discorso. Le famiglie, nei libri di Ammaniti, non sono mai luoghi del tutto pacificati. Sono attraversate da linee scure, zone di pazzia, presenze rimosse. Ci sono cose che i figli respirano prima ancora di poterle nominare. Anche qui, in fondo, l’olfatto funziona come senso narrativo: Nilo sente che qualcosa non va, prima ancora di capirlo davvero.

Poi arriva l’amore. Per Ammaniti, l’atto di pietrificare di Medusa assomiglia al momento in cui ci si innamora. All’inizio l’amore sembra libertà: la possibilità di uscire dalla famiglia, di scappare, di stare al mare quanto si vuole, di seguire una donna sbagliata, di immaginare un’altra vita. Ma subito può diventare anche possesso. Desiderio di trattenere l’altro, di fermarlo, quasi di pietrificarlo, appunto.

Jovanotti, su questo, propone uno sguardo diverso. Per lui l’amore è più vicino alla fusione, all’energia che unisce, al movimento. Ed è proprio nella differenza tra i due che l’incontro trova una delle sue parti più vive: l’amore è libertà o cattura? È fuga dalla famiglia o nuova forma di legame? È movimento o immobilità?

Dopo la ferita raccontata da Recalcati, qui l’amore prende un altro odore: quello del primo incontro, della scoperta, della tempesta adolescenziale. Non è ancora dipendenza, ma già perdita di controllo.

 

Jovanotti, Cuzzocrea e Ammaniti

 

Welsh, Trainspotting e la dipendenza dall’amore

Nel pomeriggio, la fila che precede l’ingresso in Sala Azzurra racconta da sola quanto Trainspotting abbia segnato una generazione. Non mancano le magliette celebrative del film diretto da Danny Boyle. Qualcuno, all’ingresso di Irvine Welsh, mostra anche una sciarpa dell’Hibernian, la squadra di cui lo scrittore è grande tifoso.

L’atmosfera è diversa da quella degli incontri precedenti. Più elettrica, più rumorosa, più carica di memoria. Qui non c’è soltanto l’attesa per un autore. C’è il ritorno di un immaginario: Renton, Sick Boy, Spud, Begbie, l’eroina, Edimburgo, la rabbia, la fuga, gli anni Novanta, anche se il libro guarda ancora agli anni Ottanta.

Welsh apre con una lettura da Men in Love. Giuseppe Culicchia lo presenta come un autore capace di cambiare la letteratura, poi il dialogo entra subito dentro il romanzo. In Men in Love ritroviamo i quattro “moschettieri” di Trainspotting subito dopo la fine del primo libro. Renton ha preso i soldi di tutti. Sick Boy è a Londra, fidanzato con una ragazza aristocratica finita anche lei dentro le dipendenze, e prova a far entrare i vecchi compagni nel mondo posh della futura sposa. Spud tenta di fare il bravo ragazzo. Begbie resta Begbie.

Irvine Welsh legge al pubblico l'intro di Men in love

 

Welsh racconta di avere un archivio dei suoi personaggi, ma anche di non controllarli fino in fondo. Continua a scrivere su di loro, dice, ma gli serve sempre un tema per trasformare quel materiale in romanzo. I personaggi, in qualche modo, scrivono per lui. Si sviluppano scrivendo. Non sono soltanto figure da muovere, ma impulsi, dispositivi, quasi motivi musicali.

Culicchia porta poi il discorso sugli anni Ottanta, sull’epoca Thatcher, su un decennio che non rappresenta solo una rottura, ma l’inizio di qualcosa che non è mai davvero finito. Welsh conferma. Viviamo ancora dentro gli anni Ottanta, dice in sostanza: nelle fusioni che hanno creato mega aziende, nel passaggio dalla libera impresa a un’oligarchia globale, nella distruzione dell’editoria indipendente, nella falsa libertà di internet diventata nuova oligarchia digitale.

Dentro questo mondo, l’amore di Men in Love non ha niente di pulito. Entra nei corpi, nelle dipendenze, nei soldi rubati, nei rapporti di classe, nella nostalgia e nella violenza. Quando Culicchia cita una nuova dipendenza, “l’unica che non riesci a mollare perché è lei che ti molla”, Welsh risponde indicando due grandi forme di connessione: l’amore e l’arte. Sono ciò che permette agli esseri umani di superare, almeno per un istante, i propri limiti. Proprio per questo possono diventare dipendenza.

In Welsh l’amore non salva automaticamente. Non redime i personaggi, non li ripulisce, non cancella il passato. È piuttosto un’altra sostanza, forse la più difficile da governare, perché contiene sempre l’altro. E quindi contiene l’abbandono, il rifiuto, la perdita. Non sei tu a decidere quando finisce. A volte, semplicemente, è l’amore che ti lascia.

Nella parte finale, Welsh parla anche di scrittura. Dice che la quantità serve a trovare la qualità: può scrivere ventimila parole per salvarne mille. Non è un dettaglio secondario, soprattutto in un tempo in cui tutto sembra poter essere prodotto in modo veloce e automatico. La scrittura, per Welsh, resta un lavoro sporco, lungo, selettivo. E deve poter essere anche scomoda. Gli editori, osserva, oggi sembrano temere gli autori controversi, ma forse proprio la noia prodotta da media e social riaprirà il desiderio di voci meno addomesticate. Il mondo, dice, ha bisogno anche di persone che scrivano cose antipatiche.

A colpire, oltre all’intervento, è anche la grande disponibilità nel lasciare spazio alle domande del pubblico. Non una chiusura fredda, ma un confronto aperto, in cui l’autore resta dentro la sala e dentro l’energia di chi lo ha atteso.

Con Welsh, il terzo odore della giornata è quello della dipendenza. Dopo la ferita di Recalcati e il primo amore di Ammaniti, l’amore diventa qualcosa che non si controlla, che si confonde con il bisogno, con l’arte, con la fuga, con la nostalgia. Una nostalgia che Welsh definisce quasi una malattia mentale della sua generazione.

L’amore resta nell’aria

Alla fine, il quarto giorno del Salone sembra aver raccontato l’amore senza mai trattarlo come un sentimento semplice. In Recalcati è la ferita del primo incontro fallito, la frattura che può chiudere il soggetto alla vita. In Ammaniti e Jovanotti è tempesta, adolescenza, desiderio di fuga, ma anche rischio di possesso. In Welsh è dipendenza, trascendenza mancata, bisogno di connessione dentro un mondo che continua a produrre abbandoni.

L’olfatto, allora, non è solo il tema esterno della giornata. È il modo in cui questi incontri sembrano parlare tra loro. Perché certe cose, al Salone, non si capiscono subito. Si sentono. Si respirano nelle sale piene, nelle file sotto il sole, nelle magliette di Trainspotting, nei silenzi attenti davanti a Recalcati, nelle risate tra Ammaniti e Jovanotti, nelle domande rivolte a Welsh.

L’amore attraversa tutto così: non come soluzione, ma come traccia. Qualcosa che arriva prima delle parole e resta dopo. Una frattura, una scoperta, una dipendenza. Una presenza che, anche quando l’incontro finisce e la sala si svuota, continua a rimanere nell’aria.

 
 
 
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Primo giorno al Lingotto: tra immaginazione, luoghi invisibili e ferite trasformate in racconto

 
 

La grande mappa culturale del Lingotto

Il primo giorno del Salone Internazionale del Libro di Torino non ha parlato soltanto di libri. Ha parlato soprattutto di sguardi: quelli che mancano, quelli che si perdono, quelli che arrivano tardi ma riescono a vedere più in profondità. Dentro i padiglioni del Lingotto, la XXXVIII edizione intitolata Il mondo salvato dai ragazzini si è aperta come una grande mappa culturale del presente, capace di tenere insieme letteratura internazionale, giornalismo, sport, musica, divulgazione e cultura pop. Il titolo richiama l’omonima opera di Elsa Morante, pubblicata nel 1968: un libro difficile da classificare, sospeso tra poesia, manifesto, racconto e invettiva, in cui lo sguardo dei più giovani diventa una forza capace di mettere in discussione il mondo adulto, le sue guerre, le sue strutture di potere e le sue forme di rassegnazione. In questo senso, il Salone sembra partire da una domanda precisa: può esistere ancora uno sguardo non addomesticato, capace di immaginare una salvezza diversa?

I numeri restituiscono la dimensione della manifestazione: 147 mila metri quadrati espositivi, oltre 500 stand, 1.250 marchi editoriali, 70 sale, più di 2.700 eventi al Lingotto e oltre 500 appuntamenti del Salone Off sul territorio. Ma a raccontare davvero la forza di questa edizione sono anche i nomi che la attraversano: da Zadie Smith a Emmanuel Carrère, da Irvine Welsh a David Grossman, da Valeria Luiselli ad Alessandro Baricco, da Alessandro Barbero ad Alberto Angela, fino a Zerocalcare, Roberto Saviano, Luciana Littizzetto, Jovanotti, Luciano Ligabue, Roberto Baggio e Alberto Tomba.

Questo articolo è la prima tappa di un reportage che accompagnerà il Salone fino alla sua conclusione, provando a raccontarlo non solo attraverso gli eventi più attesi, ma anche attraverso le traiettorie meno immediate: gli incontri, le parole, i passaggi laterali, le contraddizioni e gli sguardi che attraversano il Lingotto giorno dopo giorno. In mezzo a questa geografia affollata di voci, il primo giorno ha consegnato una domanda più sottile: che cosa riusciamo ancora a vedere, in un Paese e in un tempo che sembrano già fotografati, raccontati e consumati fino allo sfinimento? Dagli incontri con Paola Caridi, Gianrico Carofiglio e Roberto Baggio è emerso un filo comune: la necessità di rallentare, cambiare prospettiva, attraversare le ombre e tornare a guardare ciò che resta sotto la superficie.

 

Paola Caridi: lo sguardo che dà voce ai luoghi

Con Paola Caridi, giornalista, saggista e presidente di Lettera22, il reportage di Nerospinto trova una delle sue prime traiettorie: Gaza, raccontata non soltanto attraverso la cronaca, ma anche attraverso la letteratura e l’immaginazione. A Lingotto ha presentato La voce di Gaza, pubblicato da Feltrinelli, un libro che sceglie un punto di vista insolito e simbolico: quello di un antico sicomoro, albero testimone della storia, delle ferite e delle trasformazioni della città. Il sicomoro diventa così più di un’immagine poetica: è una presenza che osserva, custodisce e restituisce memoria, quasi un ombrello dell’immaginario sotto cui raccogliere vite, paure, leggende e macerie. In questo primo giorno di Salone, Caridi ha portato uno sguardo capace di sottrarsi alla superficie dell’attualità, provando a restituire profondità a un luogo spesso schiacciato dalle immagini della guerra. La letteratura, in questo senso, non allontana dalla realtà: permette di abitarla con maggiore attenzione, dando voce a ciò che rischia di restare invisibile dietro il rumore della cronaca.

 
 
 
Paola Caridi

 

Gianrico Carofiglio: lo sguardo come gesto eversivo

Con Gianrico Carofiglio, scrittore, ex magistrato e tra gli autori italiani più letti, lo sguardo si sposta sulle città e sui paesaggi italiani. Al Salone con Viaggio in Italia, pubblicato dal Touring Club Italiano, un libro che non si limita a indicare luoghi da visitare, ma prova a interrogare il modo in cui li attraversiamo. Non una guida classica, quindi, ma un percorso fatto di deviazioni, dettagli laterali, intuizioni e apparizioni improvvise. È da questa prospettiva che prende forma uno dei passaggi più significativi dell’incontro: guardarsi attorno è un’azione eversiva. In un Paese già fotografato, consumato e raccontato infinite volte, Carofiglio invita a fermarsi prima dello scatto, a recuperare la capacità di perdersi, distrarsi, osservare senza obiettivo immediato. La distrazione, nel suo racconto, non è mancanza di attenzione, ma possibilità creativa: prendere nota di ciò che emerge quando si smette di cercare soltanto ciò che era previsto. Torino, Bari, Firenze, Genova e le altre città del libro diventano così territori da guardare più a lungo, serbatoi di storie visibili e invisibili. Raccontare l’Italia, sembra suggerire Carofiglio, è ancora possibile: a patto di cambiare postura, accettare il disorientamento e lasciare che i luoghi ci sorprendano prima ancora di essere spiegati.

 
Gianrico Carofiglio (foto Andrea Colzani)
 
 

Roberto Baggio: la luce oltre il buio

Il terzo sguardo è quello, più intimo, di Roberto Baggio. Al Salone, la leggenda del calcio italiano ha dialogato intorno a La luce nell’oscurità, scritto con Valentina Baggio e Matteo Marani per Rizzoli Illustrati: non soltanto il racconto di una carriera sportiva, ma il tentativo di rileggere una vita attraverso le sue prove più dure, dagli infortuni a Pasadena. Qui lo sguardo non riguarda i luoghi, ma il modo in cui una persona decide di attraversare il proprio buio senza farsene definire. Il dialogo con la figlia Valentina aggiunge al libro una dimensione privata, quasi domestica: non il campione raccontato dall’esterno, ma un padre che si confronta con la propria storia davanti a chi ne eredita domande, immagini e silenzi. La gratitudine diventa allora una forma di consapevolezza: non negare l’oscurità, ma riconoscere ciò che anche le avversità hanno insegnato. Dalle stampelle in casa al maledetto rigore, Baggio costruisce un racconto in cui umiltà e autostima non si contraddicono: la prima non abbassa l’uomo, lo radica; la seconda non lo gonfia, lo sostiene. In questo senso, il libro assume quasi la forma di una preghiera laica, una memoria luminosa che non dimentica il buio da cui proviene.

 
 
Valentina e Roberto Baggio
 
 
 
 
 
 
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La notte degli Academy Awards incorona il film dell’autore americano, mentre premi storici e nuovi record segnano un’edizione ricca di sorprese.

Miglior film

Il grande protagonista degli Oscar 2026 è stato Una battaglia dopo l'altra, che ha conquistato la statuetta più importante della serata: Miglior film. Il lavoro del regista statunitense Paul Thomas Anderson, partito con 13 nomination, ha convinto l’Academy grazie a una produzione ambiziosa e a un cast di primo piano, portando a casa complessivamente sei premi.

Miglior regia

Lo stesso Paul Thomas Anderson ha ottenuto anche l’Oscar per la Miglior regia, firmando uno dei momenti più attesi della serata. Dopo numerose candidature negli anni, il regista ha finalmente conquistato la statuetta più ambita, superando la concorrenza di Josh Safdie, Chloé Zhao, Ryan Coogler e Joachim Trier.

 

Miglior attrice protagonista

La statuetta come Miglior attrice protagonista è andata a Jessie Buckley per il ruolo nel film Hamnet. L’interpretazione intensa dell’attrice irlandese aveva già conquistato premi importanti durante la stagione, tra cui Golden Globe e BAFTA.

Miglior attore protagonista

Il premio come Miglior attore protagonista è stato assegnato a Michael B. Jordan per il suo doppio ruolo nel film Sinners - I peccatori. L’attore ha battuto una concorrenza di alto livello che includeva anche Timothée Chalamet, Wagner Moura, Ethan Hawke e Leonardo DiCaprio.

Migliore attrice non protagonista

Tra i momenti più sorprendenti della serata la vittoria di Amy Madigan come Migliore attrice non protagonista per il film horror Weapons. L’attrice ha interpretato Zia Gladys, dedicando il premio al compagno di vita, l’attore Ed Harris.

Miglior attore non protagonista

Il premio come Miglior attore non protagonista è andato a Sean Penn per il ruolo in Una battaglia dopo l'altra. Penn non era presente alla cerimonia e la statuetta è stata ritirata da Kieran Culkin.

 

Miglior film internazionale

L’Oscar per il Miglior film internazionale è stato assegnato a Sentimental Value. Il film del regista norvegese Joachim Trier, già premiato a Cannes e agli European Film Awards, ha superato altri titoli molto apprezzati dalla critica.

Miglior film di animazione

Nella categoria Miglior film di animazione ha trionfato KPop Demon Hunters, diretto da Maggie Kang e Chris Appelhans con la produzione di Michelle L. M. Wong.

Migliore sceneggiatura originale

Il premio per la Migliore sceneggiatura originale è stato vinto da Ryan Coogler per Sinners - I peccatori, pellicola che partiva con ben sedici nomination.

Migliore sceneggiatura non originale

Ancora Paul Thomas Anderson ha trionfato nella categoria Migliore sceneggiatura non originale per Una battaglia dopo l'altra, adattamento del romanzo Vineland di Thomas Pynchon.

Miglior casting

Tra le novità dell’edizione 2026 c’è la categoria Miglior casting, vinta da Cassandra Kulukundis per il lavoro su Una battaglia dopo l'altra.

Migliore fotografia

L’Oscar per la Migliore fotografia è andato a Autumn Durald Arkapaw per il film Sinners - I peccatori. Un premio storico: Arkapaw è la prima donna a vincere in questa categoria.

Miglior montaggio

Il premio per il Miglior montaggio è stato assegnato a Andy Jurgensen per Una battaglia dopo l'altra.

Migliore scenografia

La statuetta per la Migliore scenografia è andata a Tamara Deverell e Shane Vieau per il film Frankenstein.

Migliori costumi

Per i Migliori costumi ha vinto Kate Hawley, sempre per il film Frankenstein.

Miglior trucco e acconciatura

Ancora il film Frankenstein ha trionfato nella categoria Miglior trucco e acconciatura, con il team formato da Jordan Samuel, Mike Hill e Cline Furey.

Migliore canzone originale

La Migliore canzone originale è stata Golden, brano del film KPop Demon Hunters. È il primo brano K-pop a vincere un Academy Award.

Migliore colonna sonora

Il compositore Ludwig Göransson ha conquistato l’Oscar per la Migliore colonna sonora con il film Sinners - I peccatori.

Miglior cortometraggio di animazione

Il premio per il Miglior cortometraggio di animazione è andato a The Girl Who Cried Pearls, diretto da Maciek Szczerbowski e Chris Lavis.

Miglior cortometraggio live-action

Nella categoria Miglior cortometraggio live-action si è verificato un raro ex aequo tra Two People Exchanging Saliva e The Singers.

Miglior documentario

Il premio per il Miglior documentario è stato assegnato a Mr. Nobody Against Putin, coproduzione danese, ceca e tedesca.

Miglior cortometraggio documentario

Infine, nella categoria Miglior cortometraggio documentario ha vinto All the Empty Rooms dei registi Conall Jones e Joshua Seftel.

 

Tra applausi, prime volte storiche e grandi ritorni, la 98ª edizione degli Academy Awards si è chiusa al Dolby Theatre con il trionfo di Paul Thomas Anderson e del suo Una battaglia dopo l'altra, simbolo di una notte che ha celebrato il cinema in tutte le sue forme. A guidare il pubblico tra ironia, ritmo e momenti di grande spettacolo è stato il comico e conduttore Conan O'Brien, tornato sul palco degli Oscar per il secondo anno consecutivo e capace di accompagnare Hollywood in una serata che, ancora una volta, ha ricordato come il grande schermo resti il luogo dove sogni, talento e immaginazione continuano a incontrarsi.

 

testo a cura di Alessandro Infortuna

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Da venerdì 17 a domenica 19 giugno a Fontanellato (Parma) riprende la II Edizione di LOST il "Labyrinth Original Sound Track", festival di arte e musica elettronica presso gli straordinari spazi del Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci dopo i due anni di stop forzato. 37 artisti tra cui interessanti protagonisti e le nuove rivelazioni della ricerca musicale italiana ed internazionale arriveranno da 11 paesi del mondo (Sudafrica, Polonia, Stati Uniti, Giappone, Norvegia, Spagna, Belgio, Francia, Regno Unito, Italia, Turchia), per darsi appuntamento ai piedi della maestosa Piramide che domina il labirinto più grande del mondo. 

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Il 13 novembre si terrà la diciassettesima edizione dell’asta mondiale del Tartufo Bianco d’Alba, nella suggestiva cornice del sito Unesco del Castello di Grinzane Cavour.

Noi di Nerospinto amiamo il design, l'arredo che si fonda all'arte per creare spazi sempre nuovi in declinazioni underground che ci fanno sentire vicini alle grandi metropoli europee. Amiamo la creatività esplosiva dei giovani, le idee che diventano azioni.

Viafarini ospita, in collaborazione con unconventionalproject, la passione, la sperimentazione e la ricerca di DORODESIGN , studio creativo fondato a Torino nel 2009 dai designer Dario Olivero (1984), e Stefano Ollino (1986). La loro esperienza e il loro dinamismo viene messo in mostra negli spazi di Viafarini DOCVA alla Fabbrica del Vapore. Un esperimento che unisce e interroga i processi creativi che regolano il mondo del design auto prodotto, l'arte e la ricerca.

La selezione di materiali semplici come ferro e acciaio porta alla creazione di prodotti domestici ispirati alla modernità e realizzati per spazi abitabili continuamente in evoluzione, concepiti per esaltare lo spazio e tutto ciò che lo circonda grazie al disegno lineare dei pezzi. Quello di DORODESIGN è un territorio sperimentale dove si svolge un’incessante ricerca di un assetto definitivo e allo stesso tempo all’avanguardia che trae ispirazione da ogni angolo del mondo.

"Questo incontro con lo studio DORODESIGN è dedicato ad a r i a, sua seconda serie di elementi d’arredo, firmata DOROLIFESTYLE; ed è concepito come indagine del processo di ideazione del prodotto e della sua introduzione nell’ambiente domestico. Rovesciando l’idea stessa di esposizione sono qui visibili due fasi della filiera produttiva, progettazione e utilizzazione: due attività, non un prodotto da contemplare. Come una maglia indossata al rovescio: ciò che è dentro è fuori e ciò che fuori è dentro, e l’etichetta compare in vista sul collo. In una cultura ossessionata dagli oggetti, è proprio il vuoto (l’aria), in quanto possibilità di movimento e di relazione, che contribuisce a determinare la qualità di uno spazio. L’elemento a r i a si relaziona al vuoto rivelandone l’ampiezza; ne precisa i confini lo rende manifesto, fruibile, vitale. Ogni elemento è un’unità di misura presso la quale il vuoto si emancipa da antimateria per divenire fondamento creativo della concezione DOROLIFESTYLE. A r i a, arreda, quindi, con il vuoto; con la sua struttura minima, mantiene e crea possibilità di movimento perché i vuoti si moltiplichino e nuovi movimenti siano possibili. E’ fatta per accogliere e restituire centralità alla natura sensibile dell’ambiente e alle persone che in quello si muovono e vivono. Quindi, l’arredamento si vuota per far posto alle persone, alle relazioni e alle idee. Gli elementi DOROLIFESTYLE sono progettati per approssimarsi agli altri oggetti e valorizzare il luogo in cui sono collocati; non per stupire, sedurre o soddisfare l’ego del designer (concentrando su di sé l’attenzione e occupando e richiedendo spazio). La semplicità dell’handmade nella concezione e nella produzione corrisponde ad un approccio attuale e avanzato. La sedia a r i a viene creata da un’unica bacchetta di ferro, tagliata e assemblata per formare il telaio. La seduta è realizzata da un unico foglio di acciaio. Nessuno scarto, nessuna sbavatura; come una quadricromia ben riuscita. Nessuna incongruenza teorica o formale ma corrispondenza netta tra progettazione, prassi costruttiva, forma e funzione. Come una sorta di Socle du monde domestico, a r i a è base vivace per chi desidera operare delle scelte libere per la costruzione del proprio luogo."

7-8 febbraio 2013 7 febbraio 2013, ore 18.30 - 21.00 INAUGURAZIONE con la presenza dei designer Dario Olivero e Stefano Ollino 8 febbraio 2013, ore 11.00 - 21.00 MOSTRA e OPEN DAY PRESS con la presenza dei designer sede: Viafarini DOCVA, via Procaccini 4, Milano progetto curatoriale: Francesca Fiorella e Pietro Spoto allestimento: studioliquido

 

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