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“Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più.” (Frida Kahlo) Se tutte le sofferenze umane fossero state dipinte, di certo Frida Kahlo sarebbe stata la mano che le avrebbe rese immortali sulla tela. Un po’ come ha fatto dai vent’anni fino alla sua morte, a Coyoacàn, Messico, nel 1954, nella casa dove era nata. Una vita contraddistinta da eventi tragici, uno dopo l’altro, quasi senza sosta, in un susseguirsi inarrestabile di sfortune: dopo la malformazione congenita data dalla spina bifida, Frida rimane coinvolta in un incidente stradale tra un autobus e il tram che solitamente prendeva per tornare a casa da scuola. Ne esce malconcia, costretta a rimanere a letto ingessata dal collo in giù per quasi un anno: è in questo periodo che inizia a dipingere, i genitori attrezzano il suo letto a baldacchino in modo che possa autoritrarsi. E proprio dipingendo il suo viso che riesce a trovare la sua perfetta estetica: una pittura che viene descritta da tutti i critici del tempo come una pittura surrealista, definizione che la Kahlo rifiuta. La sua carriera artistica decolla dopo l’incontro con Diego Rivera, famoso muralista, attivista politico e rivoluzionario, che sposerà dopo poco tempo. La relazione con Rivera è tormentata: lui è un famoso donnaiolo e non le rimane fedele, lei lo ripaga con la stessa moneta. I litigi sono continui e sempre più violenti, arrivano alla separazione dopo il tradimento più grave, Diego seduce la sorella di Frida, Cristina. Divorziano, la rottura è definitiva, o almeno sembra. Frida si rinchiude in una solitudine fatta di tequila, morfina e sesso, si abbandona alle sue tendenze omosessuali, liberandosi di qualsiasi inibizione sociale: è una rivoluzionaria radicale e ama questo stile di vita dissoluto. La separazione da Rivera è un momento di grande creatività e produttività artistica, affina la sua tecnica, scava ancora più a fondo nelle questioni irrisolte della sua vita. Arriva ad essere conosciuta negli Stati Uniti e in Europa. Nel frattempo il suo corpo straziato inizia a dare segni evidenti di cedimento. Tra un’operazione e l’altra ritorna in contatto con Rivera e si risposano nel 1940 a San Francisco, durante un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti. Gli ultimi anni di vita dell’artista messicana sono quasi passati interamente a letto: dopo un ultimo viaggio a Parigi, dove viene definitivamente riconosciuta come artista di fama internazionale, torna in patria dove sarà la prima donna ad ottenere una mostra personale a Città del Messico. Chiedere e spiegare perchè Frida piaccia così tanto a noi di Nerospinto mi sembra davvero superfluo. Come non appasionarsi ad una donna tanto tenace? Tanto attaccata alla vita? Capace di sopportare così tante sofferenze? Frida Kahlo ha veramente fatto della sua arte il suo grido di strazio, ha vissuto il suo inferno terreno, ha amato, ha odiato, ha sentito tutto. Sul suo ultimo quadro ha scritto “Viva la Vida”, inno ad un tempo terreno insopportabilmente doloroso ma comunque intensamente vissuto.
Noi di Nerospinto vi consigliamo la visione di due film sulla vita di Frida Kahlo: “Frida, Naturaleza Viva” (1986) diretto da Paul Leduce e interpretato da Ofelia Medina. “Frida”, tratto dalla biografia scritta da Hayden Herrera, diretto da Julie Taymor e interpretato da Salma Hayek, che proprio grazie a questo film ha ricevuto una nomination all'Oscar come miglior attrice. Il film è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2002. E consigliamo anche la lettura del libro: “Viva la vida” di Pino Cacucci
‘’ Colazione da Tiffany’’.Titolo che pare nasca da un aneddoto raccontato all’autore da un suo amico durante la seconda guerra mondiale che vede protagonisti un uomo di mezza età che passa una notte con un marine e che per ricambiare il favore lo invita per un buon breakfast ed il giovane che ha sentito dire che Tiffany è un luogo molto elegante e ignora che si tratti di una gioielleria, chiede di essere portato a colazione da Tiffany.
Un grande romanzo, un film famosissimo, ora una divertente commedia. Dopo una lunga tournée approda sul palco del Teatro Manzoni lo spettacolo “Colazione da Tiffany” di Truman Capote nell’adattamento teatrale di Samuel Adamson, regia di Piero Maccarinelli interpretato da Francesca Inaudi, che dice esplicitamente di non essersi ispirata a Audrey Hepburn della versione cinematografica dell’opera, bensì a Marylin Monroe l’attrice che lo stesso Capote aveva in mente in vista della trasposizione cinematografica , e Lorenzo Lavia.
L’adattamento, che vede cimentarsi rispettivamente nei ruoli di Holly e William, Francesca Inaudi, formatasi al Piccolo di Milano, nota sia al pubblico televisivo che quello cinematografico, e Lorenzo Lavia, attore figlio d'arte del regista Gabriele, vuole infatti rappresentare in maniera fedele l’opera di Capote diversamente a come aveva fatto il film diventato un cult e che vedeva protagonista un’indimenticabile Audrey Hepburn. Questo spettacolo assolutamente unico infatti mette in scena il vero mondo dello scrittore americano con riferimenti alla sua biografia raccontando la vera storia di Colazione da Tiffany: uno spettacolo da non perdere!
TEATRO MANZONI via Manzoni 42
Dal 26 febbraio al 17 marzo 2013 FRANCESCA INAUDI – LORENZO LAVIA Colazione da Tiffany di Truman Capote - adattamento di Samuel Adamson Regia di Piero Maccarinelli
E’ un dato di fatto che la parte più visibile dello yoga è costituita dalle posizioni in cui facciamo scivolare il nostro corpo: le Asana. O gli Asana: in sanscrito è un termine neutro. Si è deciso per convenzione che i termini neutri del sanscrito prendano il genere maschile in italiano; quindi, il modo accademicamente corretto sarebbe dire "gli asana", ma terminando in "a" viene molto naturale porre l'articolo al femminile, tanto più che i termini che servono a tradurre asana, posizione, postura sono tutti femminili.
Gli Asana sono un punto di partenza per raggiungere una qualità interiore diversa, ci insegnano a osservare con attenzione maggiore la muscolatura e il respiro, ma allo stesso tempo donano benefici all’interno del nostro corpo coinvolgendo positivamente alcuni processi fisiologici che il nostro corpo svolge quotidianamente. E’ una sorta di regalo che noi possiamo fare al nostro corpo e al nostro spirito. Per usare un insegnamento che ho ricevuto dal buddhismo posso dire con sicurezza che la nostra apparenza nel mondo materiale viene fortemente influenzata dal nostro universo interiore che, come un giardino Zen, perfetto e meticolosamente curato, si riflette di conseguenza nel nostro sguardo, nei nostri movimenti, nella nostra postura o modo di camminare.
Ovviamente si potrebbe scrivere un’enciclopedia sui benefici delle posizione yogiche. Come sappiamo, questa disciplina ha una storia millenaria e tutt’oggi continua ad esser studiata ed espansa con studi e ricerche sempre nuove. Qui di seguito un breve sunto dei regali che facciamo al nostro corpo con le Asana.
Digestione. I fattori nutritivi necessari ai tessuti sono costituiti da proteine, grassi, zuccheri, sali e ossigeno. Tutte queste sostanze sono trasportate ai tessuti dal sangue. Le prime quattro sono derivate dal cibo e dalle bevande assunte e la loro disponibilità dipende dalla quantità e qualità del cibo, ma anche dal potere di digestione e di assorbimento dell’apparato digerente.
Ecco che l’apparato digerente e quello circolatorio devono essere mantenuti efficienti affinché i tessuti possano ricevere un apporto adeguato di sostanze.
Tutti gli organi preposti alla digestione e assimilazione dei cibi sono contenuti nella cavità addominale, sostenuti in basso dal pavimento pelvico e su tutti gli altri lati da muscoli molto robusti. La natura ha provveduto al mantenimento del tono degli organi digestivi con un massaggio lieve e automatico 24 ore su 24. Tale massaggio tuttavia si esplica solo se i muscoli addominali sono forti ed elastici e le posizioni yoga preservano la forza e l’elasticità dei muscoli addominali producendo un massaggio forzato e vigoroso agli organi addominali.
È scientifico che i muscoli mantengono forza ed elasticità se sono sottoposti a esercizi di stiramento e contrazione.
Bhujangâsana (cobra), ardha-shalabhâsana (locusta), dhanurâsana (arco) sono ottimi esercizi di stiramento dei muscoli addominali anteriori e servono come esercizi di contrazione dei muscoli posteriori.
Yoga-mudrâ (sigillo dello yoga), pascimottânâsana (pinza), halâsana (aratro) contraggono vigorosamente i muscoli addominali anteriori e pongono i muscoli in una condizione di benefico stiramento.
Ciò che queste sei posizioni fanno per i muscoli anteriori e posteriori, vakrâsana (torsione semplice) fa per i muscoli addominali laterali; ardha-shalabhâsana (locusta) stimola direttamente il diaframma.
È dunque chiaro che gli âsana costituiscono un efficiente esercizio per tutti i muscoli addominali e li mettono in condizione di esercitare molto efficacemente il massaggio automatico dei visceri, mantenendoli nella loro posizione corretta ed evitando il rischio di prolasso e «sfiancamento» dei muscoli del pavimento pelvico.
Circolazione: il lavoro di trasporto dei nutrienti ai diversi tessuti è svolto dal sangue che circola nel corpo. Per evitare che il cuore (che è un muscolo) si atrofizzi è utile sottoporlo alternativamente a un aumento e a una diminuzione di pressione. Quindi anche un cambiamento pressorio all’interno della cavità ove è situato il cuore gli verrà trasmesso. Bhujangâsana (cobra), ardha-shalabhâsana (locusta), dhanurâsana (arco) determinano alternativamente un aumento di pressione sul cuore e così agiscono anche viparîta-karanî (mezza candela), halâsana (aratro), sarvangâsana (candela). Inoltre in queste ultime tre posizioni le vene si svuotano passivamente verso il cuore, senza la minima sollecitazione sulle loro pareti. Questo preserva e ristabilisce il tono venoso (chi soffre di vene varicose può trarre giovamento da queste posizioni).
Respirazione: i polmoni devono essere sani, i muscoli respiratori devono essere tonici, le vie respiratorie devono essere libere. Shalabhâsana (locusta) mantiene elastico il tessuto polmonare, mettendo in azione ogni alveolo e analogamente agisce parvatâsana (montagna sacra).
Sistema nervoso: in sarvangâsana (candela), halâsana (aratro), pascimottânâsana (pinza), yoga-mudrâ (sigillo dello yoga) la colonna si flette in avanti. Con bhujangâsana (cobra), ardha-shalabhâsana (locusta), dhanurâsana (arco) la colonna si estende all’indietro. In vakrâsana (torsione semplice), trikonâsana (triangolo), la colonna compie una torsione. La colonna vertebrale è l’involucro del midollo spinale, donde l’importanza delle posizioni che la sollecitano. Sono infatti molte le malattie connesse con il sistema nervoso: depressione, ansia, nervosismo sono il destino di molti occidentali. Una mobilizzazione di quest’asse, eseguita con dolcezza e una respirazione intelligente, assicura un ritorno progressivo all’equilibrio nervoso.
C’è un detto secondo cui la nostra età è quella che ha la nostra colonna vertebrale in termini di flessibilità ed elasticità. Eseguendo le posizioni yoga si permette alla colonna di svolgere tutti i movimenti necessari al mantenimento della sua elasticità e flessibilità.
Namaste, Vittorio Pascale
allievo praticante di Yoga Integrale presso il Centro Parsifal Yoga, Milano studioso di Buddhismo tibetano fondatore della pagina Fb: Yogamando per domande @: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Se è vero che certi avvenimenti, per loro natura eccezionale, si verificano ogni settecento anni, allora non ho saputo resistere.
Mi sono detto, scrivi nella sezione stile di Nerospinto, il papa non c’entra. E mentre me lo ripetevo, per non voler cadere nella rete che io stesso stavo tessendo, sono già intrappolato. Con una tesi precisa. E penso a come scriverne. Non è semplice e può sembrare presuntuoso, retorico. Allo stesso tempo però mi convinco che Nerospinto non sia un contenitore necessariamente corretto. E’ approfondito, è critico, è interessato. Ma non si limita.
Posso quindi palesare il mio oltraggio e dichiarare a chi leggendo è già arrivato a questo punto: “Si, come ogni settimana stavo per pubblicare il mio approfondimento sullo stile. E invece, me ne infischio. E parlo del Papa. Anche se non mi è richiesto, anche se non era nei patti.”
E nel mio rompere la regola, l’accordo per il quale mi è stato conferito questo spazio per scrivere, vado completamente contro ogni pudore: ho la presunzione di poter parlare di Ratzinger portando la questione mediatica all’effimero mondo che questa sezione rappresenta.
Del resto, se in termini di “stile” ci si riferisce alla sua definizione più ampia, nessuno può controbattere che una dimissione papale non sia un gesto -anche - di stile.
Già il fatto che sorprenda e abbia l’eccezionalità di un evento millenario, presuppone di per sé una scelta di forma, dunque di stile.
A questo punto di quanto scritto, chi è arrivato a leggere fin qui è uscito indenne dallo stizzirsi e giudicarmi nell’ associare questi due piani.
Da un lato c’è un uomo bianco, da otto anni vestito di bianco, che ha ereditato un abito ingombrante, indossato da uno delle più grandi icone pop a livello planetario, Karol Wojtyla.
Un abito pesante, il simbolo di un credo, la traduzione stilistica di una rappresentanza mistica.
Un uomo che ieri dichiara: torno ad indossare il rosso, mi sporco di colore. Torno alle sfumature del sangue, alla palette più umana e terrena. Un colore che non è mai stato solo peccato. Un colore che è vigore, che è rivoluzione, che è rinascita.
Un colore che descrive benissimo le sue parole di congedo. Peccato solo per quel polveroso latino.
Un gesto che è ben oltre la dimensione religiosa, che invoca risveglio non necessariamente cristiano, ma più apertamente filosofico, intellettuale, creativo.
Uno dei più noti esponenti di una fede che generalmente parla alle masse dichiarando cosa è giusto e cosa è sbagliato, depone l’anello e invoca la sua fragilità. Una fragilità non religiosa, ma muscolare, psicologica.
E’ in fondo semplice, dice di non farcela. Annuncia che non può rivestire tale responsabilità e indossare quell’abito. E questo, se portato fuori da ogni preciso contesto, è un gesto di stile nobile, raro, di chi si spoglia davvero. Al di là di quello che si pensi in materia religiosa. Uno di quei gesti che fa il giro del mondo e capita, lo ripeto, ogni settecento anni.
Io non sono cattolico, e nonostante questo, non riesco a fare a meno di pensare che riguardi anche me. E confesso di vergognarmi anche un bel po’. E da quello che leggo, anche permeato spesso da slanci d’ironia, citazioni irriverenti che mi hanno reso partecipe, sento comunque che sia la manifestazione di un disagio che riguarda un po’ tutti. Esattamente come quando si scherza su qualcosa per esorcizzare, in fondo, una qualche paura che non si riesce a definire.
E quindi questo non dovrebbe instillare a tutti un qualche dubbio, una qualche riflessione?
Un chiederci collettivo: non ci eravamo forse persi o intorpiditi nelle nostre piccole cose, fatte di altre cose ancora più piccole? E questo uomo, indipendentemente dall’essere credenti o no, è forse il bambino che urla “Il re è nudo!” perché unico a vederlo, mentre gli altri sono talmente rapiti da quello che quell’uomo rappresenta dal riuscire a vederlo senza alcun abito?
E quindi questo non riguarda forse un po’ tutti, al di là dell’età, delle ideologie, del genere, del ruolo che si ha in quello che chiamiamo “società”?
E ci siamo allora tutti, lì dentro. E tutti, nel proprio infinitamente piccolo, dovremmo forse chiederci se quello che facciamo ha davvero un senso. Un senso, poi un significato, una responsabilità e infine uno stile.
Uno stile che è anche il modo in cui mediaticamente veicoliamo il corpo e la sua immagine. L’abito che creiamo. Il significato che gli diamo. Le persone a cui concediamo di indossarli, certi “vestiti”.
Vestiti che per la prima e unica volta non riesco ad associare a tessuti, trame, forme e riferimenti.
Uno stile molto diverso, che sta dietro a chi gestisce i poteri tutti, mediatici, economici, sociali, politici, e la lista potrebbe continuare all’infinito. Persone che per essere lì, ad esercitare questo potere, dovrebbero avere la legittimazione di tutti gli altri, per l’enorme senso di responsabilità che assumono.
Uno stile che se non necessariamente va rivisto, ma almeno va messo in discussione, interrogato.
E allora sarebbe interessante chiedercelo tutti, che male non ci fa. Indipendentemente dall’essere una qualunque cosa o l’altra, trend setter o follower, stilisti o consumatori, redattori o lettori, creativi o razionali, pensatori colti o rozzi, curiosi o restii.
Chiediamoci se in quello che facciamo, abbiamo davvero uno stile. Proviamo a ricordarci che tutto quello che facciamo, in ogni gesto o intenzione, ha sempre e comunque una responsabilità collettiva. Anche se avesse conseguenze per solo un altro di noi.
Di un solo esito penso di essere certo. Sono sicuro che se davvero lo facessimo tutti, tutti davvero, il risultato non potrebbe che essere qualcosa di migliore dal non averlo fatto.
E tutto sarebbe più bello, anche gli abiti, comuni e non. E chi li indossa.
E se quanto scritto attirerà molte critiche o sembrerà non significare niente…..beh. Sarò coerente. Farò una scelta di stile: mi dimetterò dall’incarico. Forse.
Secondo un'antica leggenda la salamandra avrebbe una temperatura corporea così prossima a quella del ghiaccio da essere in grado di resistere all'ardore delle fiamme; in realtà se gettata nel fuoco la salamandra soffre e si consuma esattamente come ogni essere vivente..ma il mito non si consuma mai, il bisogno gli permette di esistere.
Con la performance "Racconti in/versi" Neuro Mans, con l'aiuto delle immagini di Melancholie mit Monstern, è l'attore, l'umano che si contorce di fronte al pubblico regalando una sensazione immediata, immergendosi nel mito generandolo attorno a sé per ricreare l'illusione della sempiternità.
Neuro Mans attua quella che, secondo Grotwsky, è la performance, intesa dunque come atto contestualizzato, liturgia e contatto.
Il teatro viene ridotto ad una sola parete, a luogo bidimesionale a cui viene restituita la vita tramite la voce e il gioco voce/ombra e quando l'attore entra nella santità dello spazio scenico in quel momento accade qualcosa di speciale, qualcosa di molto simile alla Messa nella Chiesa Cattolica: in questo spazio, nella sacra relazione tra l'attore ed il pubblico, quest'ultimo viene sfidato a pensare e ad essere trasformato dal teatro.
Mercoledì 13 febbraio presso lo Zoom Bar, Neuro Mans e Melancholie mit Monstern suggestioneranno in/versi le asimmetrie del pubblico presente rendendo omaggio al regista teatrale Jerzy Grotowsky.
Mercoledì 13/02 Ore 22:30 to 2:30.
.Performance starts@23:00
ZOOM Bar Via Panfilo Castaldi 26 Milano Info-contacts 345/2418801
Michela Finassi Parolo è una signora vivace e spiritosa con gli occhiali e i capelli ricci, di professione è insegnante di spagnolo in una scuola superiore di Vercelli, ma il suo primo mestiere in realtà è un altro: Michela è una traduttrice letteraria da molti anni.
Il più tenero
Che Luis Sepulveda amasse i gatti lo sospettavamo già, ma ora con il suo Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico ne siamo assolutamente certi. Zorba, dopo aver aiutato la gabbianella ad imparare a volare, si trasforma qui in Mix, gatto privo della vista che vede con gli occhi del suo amico topo Mex. Non sappiamo se Sepulveda sia veramente la reincarnazione del gatto di un mandarino cinese come rivelatogli tanti anni fa da un astrologo, ma sicuramente sappiamo che questa favola, riservata non solo ai piccoli, è un delicato racconto che ripropone il tema dell’amicizia tra diversi e dove chi ha qualcosa in più può aiutare chi ha qualcosa in meno, anche se appartiene ad un’altra razza.
Il più chiacchierato
Veramente sarebbe meglio dire il più noioso perché nelle quasi duemila pagine della sua trilogia E.L. James dispensa 150 sfumature di grigio, nero e rosso, ma neanche un paragrafo di letteratura vera. Tra pratiche sadomaso, avventure da telefilm americano e stile di vita da emiro arabo lo sbadiglio regna sovrano e il piacere che una bella storia riesce a procurare al lettore viene sommerso dai piaceri fittizi di Anastasia e del suo ricchissimo, bellissimo, machissimo Mr Grey. Non sappiamo se la James abbia voluto scrivere una moderna fiaba di Cenerentola versione porno-soft oppure ispirarsi ai romanzi inglesi dell’800 trasferendo la protagonista dai tè di Northanger Abbey alle case editrici di Manhattan, tuttavia in entrambi i casi ha fallito il suo scopo confezionando un polpettone ben infiocchettato e reclamizzato. Le sue sfumature sono state presentate come un caso editoriale, mentre in realtà si tratta semplicemente di un’abile operazione pubblicitaria.
Il più magico
Dopo il successo de Il mercante di libri maledetti, Marcello Simoni ci regala La biblioteca perduta dell’alchimista, un'altra storia piena di emozioni e di pathos del mercante di reliquie Ignazio da Toledo che qui indaga sulla sparizione misteriosa della regina di Castiglia. A metà tra il fantasy e il giallo medievale e con una sapiente miscela di suspence da romanzo giallo e precisi riferimenti storici, Simoni ci guida tra misteri antichi, possessioni diaboliche e formule alchemiche fino alla scoperta di un pericoloso segreto custodito tra le mura del castello di Airagne. L’autore descrive la sua opera come un thriller gotico che attinge anche al romanzo di cappa e spada dove Ignazio è la figura dell’antieroe che se la vedrà con un mozzafiato finale a sorpresa.
Il più goloso
Nei suoi libri Simonetta Agnello Hornby non tradisce le sue origini siciliane e fa spesso rimandi alla cucina. Nel suo gustoso e garbato La cucina del buon gusto, scritto a quattro mani con Maria Rosario Lazzati, non solo si propongono ricette, ma si parla anche del piacere della cucina e del cucinare specialmente per chi vive lontano dalla propria terra. Entrambe le autrici infatti vivono a Londra, dove la Lazzati insegna in una scuola di cucina e la Agnello Hornby svolge la professione di avvocato ed entrambe sperimentano la potenza del cibo quale antidepressivo e quale arma contro l’isolamento e la tristezza.
Il più televisivo
Il romanzo di Margherita Oggero si merita il titolo di libro più televisivo dell’anno certamente non in senso dispregiativo, perché la fiction Provaci ancora prof., che prende spunto dai gialli della brava autrice torinese, è una delle serie più godibili proposte dalla televisione. In attesa della nuova serie di avventure della professoressa Camilla Baudino, girate a Torino, leggiamoci l’ultimo libro della Oggero Un colpo all’altezza del cuore uscito cinque anni dopo l’ultima fatica della imprevedibile prof., perché, come ha spiegato l’autrice, essendo la protagonista una docente di lettere e non un poliziotto, un carabiniere o un medico legale questa sua propensione ad imbattersi in cadaveri e assassini poteva risultare un po’ fastidiosa oltreché altamente improbabile.
Il più nostalgico
Chi si ricorda del pennino e dell’inchiostro? Oppure dei maschietti che indossavano i calzoni corti tutto l’anno? Oppure del telefono nero con il disco per comporre il numero? Sembrano trascorsi secoli, ma tutte queste cose sono nel nostro passato prossimo e Guccini (classe 1940) le riporta alla memoria nel suo Dizionario delle cose perdute, un intelligente libretto con una bella copertina che riproduce il vecchio pacchetto delle sigarette Nazionali. Nonostante l’argomento, questo non è un libro per gli anziani, bensì per i giovani, per chi non ha conosciuto la vita dei propri nonni e crede che la playstation e la Barbie esistano da sempre.
Il più nordico
Ex guardiaboschi, ex giornalista, ex poeta, Arto Paasilinna grazie alle sue storie bizzarre e dall’humour irresistibile è diventato un autore di culto in Finlandia ed anche la sua ultima storia, Sangue caldo, nervi d’acciaio non tradisce le attese, anche se abbiamo a che fare con una epopea finnica che attraversa tutto il ventesimo secolo. Sullo sfondo di grandi avvenimenti che hanno coinvolto tutta Europa si muove Antti Kokkoluoto, nato nel 1918 e morto nel 1990 che tra guerre, rivoluzioni e totalitarismi si trova ad affrontare vicende tragiche e comiche con sangue caldo e nervi d’acciaio.
Il più venduto
Veramente di “più venduti” nel 2012 ce ne sono parecchi a cominciare dalle sfumature della James di cui abbiamo già parlato e da altri grossi libri (nel senso di numero di pagine) di grossi autori (nel senso di numero di best seller sfornati nella loro carriera). Tuttavia per questa categoria abbiamo voluto scegliere Diario di una schiappa. La dura verità, un libro per ragazzi che ha venduto 600.000 copie solo in Italia, una cifra stratosferica se pensiamo a quante e quali distrazioni abbiano i ragazzi d’oggi prima di mettersi a leggere un libro. La dura verità è il settimo episodio delle avventure di Gregory Heffley o, per dirla con le parole dell’autore Jeff Kinney, del suo giornale di bordo in cui racconta le sue disavventure di ragazzino che sta crescendo. L’effetto è spesso comico, ma il racconto non è mai banale e scontato e la lettura è raccomandata non solo ai coetanei di Greg, ma anche agli adulti che hanno a che fare con pre-adolescenti, come genitori ed insegnanti.
Il più atteso
Solo noi ci eravamo posti il quesito se J.K.Rowlings sarebbe mai riuscita ad uscire da Hogwarths e a scrivere un romanzo diverso da quello sempre duplicato delle storie del piccolo mago con gli occhiali? Forse no, ma adesso abbiamo tutti la risposta: J.K.Rowlings sa scrivere. Il seggio vacante è un romanzo complesso e ricco di personaggi ognuno descritto con abilità e partecipazione: si tratta degli abitanti della cittadina di Pagford che diventano “tipi” rintracciabili in qualunque cittadina. In apparenza Pagford è tranquilla, ma in realtà è percorsa da lotte sotterranee, invidie, gelosie e fazioni. Il seggio vacante è quello del consigliere Barry Fairbrother, morto all’improvviso, su cui si concentrano le aspirazioni e la cupidigia dei possibili successori. La lettura è coinvolgente e, nonostante la complessità dell’intreccio , scorrevole e appassionante. E’ un romanzo da leggere tutto di un fiato,
Il più sconosciuto
La palma del libro meno noto e pubblicizzato va alla divertente opera prima di Laura Di Gianfrancesco, Le rondini non si scontrano mai, pubblicata dalla piccola casa editrice Astragalo di Novara. Questo libro, che offre uno spaccato della vita di provincia vista con gli occhi di Azzurra, la protagonista che ha superato la trentina con una convivenza fallita alle spalle e un amico di letto che vorrebbe diventare qualcosa di più, è una versione padana di Sex and the City senza drammi e senza traumi con qualche lacrima e molta sana ironia.
“Il lusso a grande scala e per tutti: questo è lo scopo dell’architettura”. Sono sicuramente parole provocatorie, ma testimoniano lo spirito e le idee della più grande architetto mediorientale, Zaha Hadid, per la quale il lusso va inteso come bellezza, come l’armonia e il piacere di entrare in uno spazio che trasmetta emozione e la cui qualità non deve essere condizionata dal prezzo. “L’architettura deve offrire piacere. Entrando in uno spazio architettonico le persone dovrebbero provare una sensazione di armonia, come se stessero in un paesaggio naturale, al di là delle dimensioni e del valore economico dello stesso. Proprio qui risiede il mio personale concetto di lusso: è qualcosa che non ha nulla a che vedere con il prezzo, piuttosto con le emozioni che l’architettura riesce a trasmettere”. Belle parole che si rispecchiano in strutture in progetti che lasciano senza fiato per la loro bellezza, per la loro particolarità e per la loro capacità di sorprendere.
Zaha Hadid è una donna straordinaria, che è stata capace di farsi apprezzare dal mondo, un mondo prevalentemente maschilista e occidentalista; nasce a Baghdad nel 1950, da una famiglia benestante e si trasferisce a Londra a poco più di vent’anni per studiare architettura. Fin dai suoi esordi si percepisce la sua capacità di coniugare fantasia, libertà espressiva e rigore formale, derivante dai suoi studi matematici in patria. Si è parlato, a tal proposito, di “caos controllato”, di una apparente mancanza di ordine che rivela in realtà tanti ordini diversi che si intrecciano tra loro, senza una gerarchia di forme o strutture, ma una molteplicità di parti che interagiscono tra di loro.
Non dimentica mai i suoi natali, affermando che il suo non essere europea potrebbe essere il motivo per cui le sue opere appaiono più emozionali e intuitive. È il caso della stazione dei vigili del fuoco di Campus Vitra, a Weil am Rhein, in Germania, un edificio destinato al mantenimento della sicurezza all’interno del grande polo industriale del paese tedesco: i diversi corpi della struttura sono trattati come entità uniche, dove i muri si mescolano, si incastrano, si sovrappongono e si inclinano senza soluzioni di continuità, quasi come se la loro realizzazione fosse casuale, ma tanto originale da suscitare meraviglia.
Meraviglia che suscita anche il Contemporary Arts Center di Cincinnati, negli Stati Uniti, dove l’attenzione per i particolari si evince nelle soluzioni curve che connettono le pareti verticali al pavimento, soluzione che addolcisce la struttura, rendendola armoniosa.
Sono tre i materiali, le “materie prime” che la Hadid utilizza con costanza e in modi estremamente differenti: cemento armato, spesso a vista, acciaio e vetro, elementi che emergono in tutta la loro maestosità nel complesso residenziale del viadotto di Spittelau, in Austria, realizzato nel 2006, in cui sembra oltrepassare i confini dell’architettura e dell’urbanistica, sperimentando nuovi concetti spaziali, sfidando la legge di gravità, appoggiando quelle che sembrano pesanti membra su sottili gambe piegate dallo sforzo.
Nello stesso anno la Hadid progetta anche il Maggie’s Centre di Kirkcaldy in Scozia, dove cerca di creare degli ambienti dall’atmosfera rilassata, dove la luce ha un ruolo predominante: grandi vetrate permettono di osservare l’area verde circostante e i colori e i materiali sembrano accentuare il sincretismo dell’opera: il cemento armato è scuro e brillante ed è utilizzato solo per quelle pareti che necessitano di isolamento acustico e psicologico.
Oggi Zaha Hadid è uno degli architetti più conosciuti e famosi al mondo, e il suo curriculum è ricco di premi, riconoscimenti e onorificenze. Può vantare un primato del quale va molto fiera: essere stata la prima donna a ricevere il Pritzker Price, che ha ricevuto a soli 53 anni, nel 2004. Si tratta della più alta onorificenza nel campo dell’architettura, il cui scopo è premiare l’artista vivente che si sia distinto per talento, impegno e abilità creativa, realizzando opere che possono essere considerate un “significativo contributo dato all’umanità ”. È particolare osservare che solitamente il premio viene assegnato a noti architetti ormai alla fine della loro carriera, mentre la Hadid lo ha ricevuto quando la sua carriera era in piena maturazione.
Un grande riconoscimento per l’opera di una grande artista che ancora ci sta regalando meravigliose opere: presto vedremo in Italia vedremo completa la riqualificazione della zona fiera, dove la Hadid, in collaborazione con Arata Isozaki e Daniel Libeskind, sta regalando anche al nostro paese un esempio della sua grande creatività e passione. (Per chi volesse notizie e informazioni sull’opera dei tre grandi artisti in Italia può visitare il sito ufficiale http://www.city-life.it/it/). Non sarà il suo primo lavoro in Italia: tutti possiamo ammirare il genio creativo della Hadid nella meravigliosa struttura del MAXXI a Roma. Il Museo nazionale delle Arti del XXI secolo è un museo di arte contemporanea realizzato a partire dal 1999, anno in cui è stato approvato il progetto. Si tratta di un campus dalle molteplici funzioni: gli spazi articolari e complessi passano da aree dedicate al museo a quelle dei laboratori per la ricerca, agli spazi per l’accoglienza, per il commercio ma anche per gli eventi culturali. Dopo più di 10 anni di lavori, il 28 maggio 2010 il MAXXI viene inaugurato: oggi tutti possono ammirare questo luogo di sperimentazione, dove gli elementi costruttivi, i materiali e l’estetica dimostrano la grande personalità della Hadid.
A noi di Nerospinto piace Zaha Hadid per la sua poliedricità: la sua capacità di esprimere le sue brillanti idee tanto in opere di grande respiro, tanto in piccoli ambienti come l’atelier per Chanel, oppure in collezioni di calzature, come quella realizzata per la Lacoste. Ci piace la sua attenzione per le emozioni e per i più piccoli particolari, ma anche per le provocazioni. Proprio come noi di Nerospinto.
Spesso quando si parla di cura della persona e di bellezza si pensa a costose creme chimiche, lifting chirurgici, macchine con rulli compressori snellenti etc.
La natura e le antiche ricette e rimedi orientali ancora una volta arrivano in nostro aiuto per farci risparmiare soldi, trattarci in maniera sana e farci prendere consapevolezza del nostro corpo.
Prima di darvi qualche chicca per la vostra bellezza è bene far notare che tutte le pratiche che andrò ad illustrare, se integrate nella nostra routine quotidiana o periodica aiutano in maniera molto efficace a mantenere la nostra bellezza e a ritardare gli effetti del tempo.
Acqua di rose. Costo 1,50 euro. Eccellente tonico per il contorno occhi, la parte del corpo più delicata e che non può e non deve essere trattata con i prodotti generici per il viso in quanto troppo aggressivi per questa zona.
Tenete l'acqua di rose in frigo e al mattino con un dischetto di cotone imbevuto di questo fantastico liquido, passatelo sotto gli occhi dall'interno verso l'esterno. passatelo poi su tutto il viso, collo, nuca e orecchie.
Farina di ceci. Costo 6,50 euro per mezzo chilo. Ottimo rimedio naturale che funziona come alternativa al sapone e scrub allo stesso tempo. Mettere un'abbondante manciata di farina in una tazza, un filo di acqua e mischiare il tutto fino ad ottenere una pappetta da spalmare poi sul corpo bagnato nella doccia. La farina di ceci oltre a rimuovere lo sporco, rimuove le impurità, apre i pori, toglie le cellule morte e lascia la pelle molto lucida, idratata e nutrita.
Olio di sesamo (olio di cocco per l'estate). 6 euro per mezzo litro. Fantastico trattamento per i capelli. Versare l'olio in abbondanza sui capelli e stenderlo bene fino alle punte. Coprire la testa con un asciugamano ben bagnato con acqua calda e strizzato. tenere in posa per un'ora circa e poi rimuovere con uno o due shampoo. I capelli saranno puliti, rinvigoriti, luminosi, idratati, forti. Oltre a questo l'olio sarà anche penetrato nel cuoio capelluto e questo è un grosso beneficio per l'ossigenazione cerebrale.
Sale grosso. 0,50 centesimi. Dalle potenti capacità di assorbimento di umidità e quindi acqua il sale è un trattamento efficacissimo per la ritenzione idrica e la cellulite. Con un filo di olio versato in un po' di crema base passate il sale grosso sulle cosce o il giro vita e sfregatelo come se fosse uno scrub. Fate aderire il tutto fissando il sale al corpo con vari giri di Domopak e lasciate in posa per almeno 40 minuti. Una volta rimosso il tutto i risultati saranno visibili subito o al massimo entro la mattina seguente. Si perde anche fino ad 1 centimetro per volta e l'ideale sarebbe ripetere diverse volte questo trattamento e meglio ancora se sia una persona esperta a farvelo (se foste interessati contattatemi e vi indicherò una professionista).
Lota. 8 euro. La lota è uno strumento indiano che si usa regolarmente per la pulizia del naso. Un contenitore con un beccuccio lungo all'interno del quale si mette dell'acqua tiepida e due cucchiaini di sale fino. Il beccuccio della lota si inserisce in un a narice e la soluzione liquida di acqua e sale entra nel naso ed esce dall'altra narice. Ripetere il procedimento nell'altra narice. Per quanto possa sembrare drammatico in realtà questo è un processo molto semplice e indolore che aiuta a tenere il naso libero, prevenire emicranie, allergie, raffreddori, influenze, incrementare le difese immunitarie.
I liquidi che si comprano in farmacia ogni volta per i lavaggi non sono altro che soluzioni saline. La lota la si compra una volta sola.
Per il corretto utilizzo ci sono su internet diversi filmati che ne dimostrano l'applicazione.
Rimedio per alleviare il raffreddore. 0 euro. Nella medicina indiana esistono quelli che vengono chiamati punti marna, ossia punti dislocati in tutto il corpo che, se stimolati, hanno un grande impatto sul fisico, sulla mente e sullo spirito. In caso di raffreddore o problemi di respirazione è utile puntare gli indici delle mani sui punti marma posti alla base del naso accanto ed esternamente alle narici. Pigiando bene si sentiranno dei piccoli buchi. Roteare gli indici su questi punti marma migliorerà notevolmente la respirazione.
Olio essenziale di menta. 8 euro. 1 goccia dentro un fazzoletto e respirare all'occorrenza e profondamente quando si ha il raffreddore o il naso intasato. L'olio essenziale di menta (così come anche altri oli essenziali) aiuta a liberare le vie respiratorie.
Walter Zanca
Massaggiatore e reflessologo plantare professionista
Massaggi ayurvedici, rilassanti, linfodrenanti, energizzanti, californiani, hot stone, per donne in gravidanza, di bellezza.
Trattamenti di campane tibetane.
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