Su uno spazio astratto, geometrico, privo di appigli naturalistici, dominato dal rosso intenso di un tappeto e di una parete, si agitano le vite di otto personaggi, incatenati ad un eterno ripetersi di un quotidiano sempre uguale a se stesso. È la trama di Zio Vanja, il nuovo titolo proposto da Elsinor e Teatro Metastasio di Prato, al debutto in prima nazionale il 9 giugno al Teatro Fontana.
Firmato dalla regista Simona Gonella, l’allestimento si addentra in una delle opere più celebri del maestro russo esplorando le relazioni tra personaggi e indagando i confini della loro ferocia. Un ensemble attoriale rodato e coeso lavora sui contorni e sulla contagiosa spietatezza che inquina i rapporti e incastra senza apparenti vie d’uscita, disegnando un quadro sociale bloccato da una fatale incapacità.
Il ritorno dell’anziano professore e di sua moglie nella tenuta di campagna in cui vivono stabilmente Vanja, sua nipote Sonja, Telegin e la balia, e nella quale è di casa il dottore, dà il via ad un sottile gioco al massacro in cui emergono vecchi rancori, tensioni taciute, passioni frustrate e non corrisposte.
Costretti a condividere gli stessi ambienti, i protagonisti danno sfogo ad una ferocia delle relazioni che la scena vermiglia riverbera e amplifica, delimitando i loro incontri all’interno di un claustrofobico ring.
L’arrivo della coppia disturba come un corpo estraneo gli equilibri di un microcosmo familiare già minato al suo interno da antiche ruggini.
Il ruolo di Elena, personaggio oggetto di desiderio e invidia, è affidato ad un’attrice straniera: è lei la giovane che lotta – anche linguisticamente - per capire cosa le sta succedendo intorno e che pone tutti a confronto con la sua esoticità, introducendo il tema della estraneità, di un linguaggio che diventa ostacolo.
La drammaturgia accoglie nel testo alcune delle note di regia che Stanislavskij, più di cento anni fa, scrisse a margine del suo storico allestimento dell’opera. L’astrazione dello spazio e la sottrazione di appoggi naturalistici vengono così a confronto con la minuziosità realistica delle note, nel tentativo di creare una frizione nello spettatore tra ciò che è o che potrebbe essere, tra ambiente o azioni o alcune indicazioni di azione o “sentimento”, e quello che realmente accade in scena. Un altro modo di riflettere sul linguaggio, un altro modo di giocare con i diversi piani attraverso i quali un testo può farsi “vita” o “presenza” nel qui e ora della rappresentazione.
“Nel mondo isolato e compresso in cui Zio Vanja è collocato, sembra non esserci mai spazio per respirare, per lasciare che il tempo aiuti a dipanare il groviglio di sentimenti, amori, recriminazioni, disillusioni che ciascun personaggio porta dentro di sé – commenta la regista, che aggiunge - Le attrici e gli attori hanno lavorato generosamente per esplorare il pesante carico di profonda umanità che il testo ha messo loro di fronte, trovando una logica che li legasse a ciò che loro sono oggi o a ciò che oggi, in un senso più universale, i personaggi possono svelare. Di “Zio Vanja” mi ha sempre colpito soprattutto questa spietatezza, questo spingere il dito nella piaga fino a impedirle di rimarginarsi. Mi sembra che parli così tanto di ciò che siamo noi oggi, di noi che ci parliamo addosso, di noi che, immobili, aspettiamo di “diventare” ciò che vorremmo, di noi che ferocemente anteponiamo la nostra furia egotica a tutto e a tutti.”

