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La magia del miele di Giorgio Poeta|||

La magia del miele di Giorgio Poeta

Per Giorgio Poeta, quella di diventare apicoltore è stata una scelta dettata da esigenze professionali ed etiche, fondata su competenze agronomiche, innovazione tecnologica e l’opportunità di avere le api come alleate

Classe 1984, Giorgio Poeta è un giovane agronomo che ha scelto di sviluppare un’impresa per tutelare attivamente l’ambiente attraverso le api, che da un lato producono e dall’altro trasferiscono il racconto sensoriale del territorio, biomonitorandolo. Il percorso dell’apicoltore marchigiano è riconducibile a un serio impegno per professionalizzare il settore di riferimento, avvalendosi di una solida formazione scientifica: salvaguardare la salute delle api è il primo passo per produrre miele di qualità

Nel suo quartiere generale di Fabriano, sulla collina marchigiana, Giorgio pratica un’apicoltura sperimentale da oltre vent’anni, nel rispetto del benessere delle sue api e dell’ambiente circostante. Utilizzando la pratica del nomadismo, produce solo a partire dagli 800 metri di quota, in territori incontaminati: questo consente alle api di disporre di fioriture sempre differenti e all’azienda di diversificare la produzione, proponendo molteplici varietà di miele e prodotti correlati.

Giorgio Poeta, l'apicoltura e l'approccio sperimentale

Figlio di una generazione che ha lasciato la montagna per trasferirsi in città, Giorgio Poeta è un agronomo con una base di competenze tecniche fondamentali per legittimare la sua visione dell’apicoltura come professione a tutto tondo, dotata di una sua dignità e specificità. Un interesse di lungo corso, quello per la terra e le pratiche agricole, che si delinea sin dall’adolescenza, quando Giorgio sceglie di frequentare l’istituto agrario; dopo il diploma, prosegue con gli studi universitari, optando per la facoltà di Agraria all’Università di Ancona, decisione propiziata anche da un insolito regalo ricevuto da suo padre, che all’indomani del diploma gli affida due arnie.

Un gesto che Giorgio molto presto associa all’opportunità di costruirsi un percorso professionale, in cui intravede anche buoni margini imprenditoriali. All’epoca gli è subito chiaro che dovrà impegnarsi per dimostrare che l’apicoltura può rivendicare una propria dignità professionale, non necessariamente connessa ad altre pratiche agricole, diventando il centro e l’unica fonte di reddito dell’attività di un’azienda. La storia della sua, di azienda, inizia proprio dalle prime cassette ricevute dal padre e cresce sull’onda del desiderio di trovare una propria strada nel mondo dell’agricoltura, con l’idea di costruire la propria felicità contribuendo alla tutela dell’ambiente. La produzione di miele parte ufficialmente nel 2002, nel quartier generale sulla collina che sovrasta Fabriano.

Il nomadismo per preservare il benessere delle api

Essere apicoltore, nella visione di Giorgio, significa riuscire a inserire le api in un ecosistema per loro salubre. Una sfida non semplice: il lavoro con l’ape è fatto di attese e capacità di prevedere l’imprevisto. Ogni azione intrapresa con l’ape produce infatti un effetto dopo 40 giorni: per questo è necessaria una conoscenza profonda del territorio, delle specie vegetali e del loro ciclo biologico. L’apicoltore può essere custode, ma mai allevatore delle api, che sono animali liberi, non domestici, sebbene non possano considerarsi neppure selvatici: ecco perché è necessario assecondare il loro lavoro e favorirlo, portandole sul territorio dove fioriscono le specie selezionate nel momento in cui sono pronte per impollinare.

Per questo Giorgio ha scelto di essere un apicoltore nomade e di privilegiare territori di montagna, praticando la transumanza quasi sempre ad altitudini non inferiori agli 800 metri, tra le Marche, l’Umbria, il Lazio e l’Abruzzo, arrivando anche in Molise e Basilicata. Il nomadismo è una risposta per riuscire a dare alle famiglie produttrici il benessere di cui hanno bisogno per la loro sopravvivenza. Ogni venti giorni, Giorgio si sposta a bordo di un camion con le sue api per garantirgli luoghi incontaminati e ricchi di fioriture: in natura, l’ape percorre 150 mila chilometri per produrre l’equivalente del miele di un vasetto e ogni arnia riesce a visitare diversi chilometri quadrati di territorio, ma in alcuni periodi dell’anno, e per le mutate condizioni climatiche, oltre che per l’inquinamento, le api sono soggette a stress fisico, che influisce negativamente sulla produzione di miele.

Negli ultimi 20 anni il clima è cambiato, provocando carenza di biodisponibilità nelle aree normalmente battute dalle api. Intraprendere l’apicoltura nelle zone appenniniche è stata dunque una scelta professionale ed etica: in montagna non ci sono colture intensive, l’unica agricoltura è quella dei prati pascolo, il prodotto ottenuto, a livello biologico, è perfetto. A partire dal polline, che tra le produzioni dell’ape è quella che più risente dell’inquinamento. Un vasetto di miele millefiori di montagna così prodotto, invece, conterrà più di 400 essenze spontanee certificate, raccolte dalle api da aprile fino al mese di agosto.

L'ape e la salvaguardia dei territori marginali

L'ape può diventare un presidio​ per riportare al centro ciò che è marginale, agendo da strumento di biomonitoraggio e dimostrando quanto può essere incontaminata l’area in cui si muove e impollina. All’apicoltore è richiesta, quindi, la capacità di adattarsi e ripensare il proprio calendario di spostamenti e raccolte. La geografia dei mieli è cambiato, ma non cambia l'assunto: l’ape raccoglie, ma è il territorio che produce. E prima di arrivare a produrre un miele monofloreale ci vogliono 2 o 3 anni di studio sul territorio, per conoscerne le fioriture e verificare come reagiscono le api nell’interagirvi.

Giorgio ha assecondato il perenne movimento delle api e le ha condotte in zone non battute, talvolta propiziando la rinascita delle aree raggiunte, come nel caso di Amatrice ("dove le persone sono più dure delle rocce, e più dolci del miele”): una terra che porta ancora i segni della devastazione del terremoto, e oggi restituisce un miele monoflora montano di tarassaco (comunemente conosciuto come soffione), raccolto tra aprile e maggio oltre i mille metri d’altitudine, alle pendici del monte Gorzano. Il colore è ambrato, il profumo intenso vira all’acetico, il gusto è dolce e delicato con sfumature di camomilla.

Vigne, paese natale del padre di Giorgio sull’Appennino marchigiano, è un altro luogo simbolo dell’apicoltura di montagna che rivaluta le zone marginali. Anche il polline millefiori fresco, raccolto da api bottinatrici e impastato con nettare ed enzimi salivari, proviene dai monti dell’Appennino umbro-marchigiano (tra gli 800 e i 1200 metri d’altezza). Il miele di colza racconta, invece, le colline tra Pesaro e Ancona, così come il miele di acacia, che nasce dal nettare di fiori di Robinia pseudoacacia, raccolto tra aprile e maggio. Apprezzato per le sue caratteristiche di dolcezza e bassa acidità, viene anche infuso con anice stellato per ottenere uno dei prodotti più riconoscibili dell’azienda, il miele La Stella. ​

​Tra Agugliano (AN) e Monte San Pietrangeli (FM) le api possono volare tra distese di girasoli, per restituire un miele ricco di rimandi di polline e cera, che può ricordare una conserva di pomodori verdi o di albicocche. Il miele di tiglio è un omaggio a Fabriano, raccolto tra maggio e giugno: dolce e fresco insieme, con una nota balsamica.

Alleate del territorio e della produzione

È maturata nell’ultimo anno la collaborazione con l’azienda Fragole in quota, una giovane realtà che coltiva fragole, lamponi e piccoli frutti su 6 ettari di terreno a 1200 metri d’altitudine, in località San Lorenzo di Amatrice. La sintonia con Giorgio si è consolidata naturalmente intorno a una visione comune: la valorizzazione del lavoro sulla terra a zero impatto ambientale, la scelta di un contesto incontaminato per privilegiare la qualità del prodotto e il benessere dei consumatori.

Oggi le api di Giorgio adempiono a una funzione essenziale nel ciclo di coltivazione dei piccoli frutti dell’azienda, impollinandone i fiori: soprattutto i lamponi necessitano di una buona impollinazione per la fruttificazione. Senza interferire con l’ecosistema, le api sono diventate alleate della coltivazione nelle serre dell’azienda, appositamente modificate per garantire il benessere degli insetti: l’ape è infatti un insetto a sangue freddo, per cui gli sbalzi termici potrebbero esserle fatali, soprattutto dopo aver succhiato il nettare (quando la temperatura corporea si abbassa ulteriormente). Ecco perché le serre di Fragole in quota sono progettate per restare sempre aperte, garantendo protezione dal freddo alle coltivazioni, senza però causare stress termici alle api.

L’ape è il bioindicatore ambientale per eccellenza. Giorgio Poeta utilizza le api per comprendere l’impatto di una coltura sulla biodiversità di un determinato territorio, descriverne le trasformazioni e le possibili evoluzioni. Calcolando a intervalli regolari di tempo la biomassa disponibile per le api nell’area oggetto di monitoraggio, sul lungo periodo è possibile evidenziare eventuali “buchi ambientali” causati dalle pratiche agricole. Il passo successivo sarà quello di agire sul ripristino della biodiversità, riconducendo l’ecosistema al suo equilibrio.

Il lavoro dell’apicoltore in laboratorio

Il prodotto che le api forniscono all’apicoltore è un miele purissimo, che può conservarsi per migliaia di anni, perché contenuto all’interno di un telaio sigillato dalla cera prodotta dagli stessi animali, che impedisce il contatto con l’aria. Quando arriva in laboratorio, il telaio viene aperto per prelevare il miele, che per essere consumabile dovrà essere sottoposto a centrifuga, e dunque ingloberà aria. Forte dei suoi studi, Giorgio ha quindi perfezionato un processo tecnologico finalizzato a togliere l’aria dal prodotto, per esaltarne le qualità. Importante è intervenire con strumenti meccanici, nel modo più naturale possibile: da questo passaggio dipende la qualità del prodotto finale, che si presenterà cremoso e privo delle striature bianche che, al contrario, indicherebbero la presenza di aria.

Web & Social

www.giorgiopoeta.com
Instagram @imielidigiorgiopoeta
Facebook @MieleGiorgioPoeta

Giorgia Brandolese

Da The Wire ai Pearl Jam, passando per Grant Achatz. Musicista, Giornalista, laureata in Comunicazione pubblicitaria, nel corso degli anni si specializza in Cinema, Serie Tv, Alta Cucina.

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