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Sabato 21 settembre, durante la Milano Fashion Week, sarà inaugurata a Palazzo Morando, Milano, la mostra “Hat-ology – Anna Piaggi and her hats”, curata da Stephen Jones.
Dopo un anno dalla morte della celebre ed eccentrica giornalista di moda si potrà ammirare la strepitosa, ironica ed originale collezione di cappelli della giornalista.
L’esposizione, accolta nelle sale di Palazzo Morandi, vuole ricreare la magica e colorata atmosfera che si respirava nella casa milanese della fashion editor di Vogue, esperta di moda, critica di costume e consulente di molti e noti stilisti.
Anna Piaggi, fu famosa per la sua originalità e provocazione con cui vestiva ed indossava accessori, soprattutto i suoi cappelli! Velette, tessuti, tende e tantissimo trucco! Anna Piaggi amava osare!
I suoi look sono sempre stati “eccessivi”, colorati e davvero chic.
Anna Piaggi è stata anche una collezionista di abiti usati, che comprava in giro per il mondo durante i suoi numerosi viaggi. Una forte passione per il mondo del Fashion tanto che lo stilista Karl Lagerfeld le dedicò, nel 1986, il volume Anna-cronique.
La mostra “Hat-ology – Anna Piaggi and her hats” è un omaggio a quella che fu definita da molti la “Regina della Moda”, una delle voci più importanti di tutto il Fashion System
Location: Palazzo Morando, Via Sant’Andrea 6 - Milano
I grandi artisti trovano impellente il bisogno di esprimere il loro genio attraverso il mezzo o lo strumento che più si addice alla loro personalità e spesso questa vera e propria necessità regala scatti dettati dall’impeto che sono impagabili, seducenti, veri e propri colpi di fulmine.
Machiel Botman, classe 1955, è un esempio di come a certe persone sia donata la capacità di vedere scorci, espressioni e moti dell’anima che agli altri non è permesso nemmeno di percepire.
La passione per la fotografia infatti emerge fin dai primi anni di vita, a 10 anni, quando il giovane olandese inizia a far pratica con la sua macchina fotografia.
Procedendo come autodidatta, Botman diventa esperto di stampa ma sono le sue immagini a disarmare ed impressionare i grandi della fotografia, come Doisneau, e da qui l’ascesa all’Olimpo degli artisti dell’immagine.
Annoverato come uno dei più grandi “narratori del nostro tempo”, è anche scrittore, Botman predilige la fotografia in bianco e nero, più consona e adatta alla descrizione del fluire del tempo.
Le sue immagini sono un modo per descrivere la vita, nel suo nascere e divenire, speso traggono ispirazione da fatti autobiografici e non mancano i riferimenti a luoghi molto amati dal fotografo.
Botman ama giocare con la luce, non esistono per lui regole fisse in cui imbrigliare un impeto primordiale, cambia profondità di campo, tempo di esposizione, sperimenta in continuazione e giunge alla definizione di uno stile molto personale, impossibile da paragonare o confrontare con qualsiasi altro fotografo.
L’istinto detta il primo scatto che poi viene filtrato da un lavoro del tutto emozionale, quasi privo di ragionamento. Solo dopo l’accettazione del sentimento che ha spinto allo scatto è possibile razionalizzare e guardare con occhio leale alle proprie creazioni
Molto apprezzato dalla critica di tutto il mondo ha ricevuto elogi da esperti del settore che continuano a promuovere e diffondere la sua arte.
Il pensiero espresso da Vince Aletti, scrittore del New Yorker rappresenta perfettamente l’animo creativo e sognatore di questo delicatissimo artista: ''Il fotografo olandese mostra le immagini in bianco e nero (...) in buona parte sembrano immagini colte nel loro fluire – il suo non è un mondo ritrovato, piuttosto è perduto. Le figure sono presenze a volte appena percepite, offuscate o riflesse; i paesaggi sono dissolti o frantumati. Il lavoro è onirico e disorientante. Alcune immagini sono il risultato di diverse esposizioni: una sedia fluttua davanti a una facciata in costruzione, un cavallo bianco è sovrimposto alla vista di una chiesa lontana, sulla collina. Perfino le immagini apparentemente più semplici e dirette possono condurti in un mondo di incertezze.''
Da quando ho deciso di dedicarmi, oltre all’attività di giornalista al life e business coaching, spesso mi viene chiesto che cosa faccia un coach e perché in tempo di crisi serva una figura del genere. In effetti in Italia quella del coach è una professione ancora relativamente poco conosciuta, in USA invece ormai consuetudine rivolgersi al personal coach tutte le volte che si deve prendere una decisione importante.
Che cosa fa in pratica un coach? Per rispondere basta pensare alla parola stessa “coach”, termine inglese che può essere tradotto in “carro, carrozza, vettura” e in effetti un coach è letteralmente un “veicolo” che facilita un cambiamento, aiutando una persona (o un gruppo di persone) ad abbandonare una particolare situazione problematica e raggiungere uno stato desiderato. A seconda che il coach lavori con privati, aziende, manager o con team di persone si parla di life coaching, business coaching, executive coaching e team coaching.
Immaginate cosa fa un vero e proprio allenatore sportivo: fissa obiettivi precisi per la squadra o l’atleta, definisce dei piani d’azione per raggiungerli, smussa comportamenti non utili favorendo quelli utili, aggira convinzioni limitanti e limiti di varia natura per ottenere un risultato specifico. Ecco un coach si comporta allo stesso modo.
I casi di cui il coach si occupa sono svariati: dal riequilibrio emotivo al superamento di una paura, dalla gestione di una situazione di stress alla ricerca di un nuovo lavoro, dal dover prendere una decisione critica al capire come conciliare vita professionale e privata, dall’ottenere risultati economici adeguati al generare abilità di leadership, dal preparare discorsi in pubblico all’armonizzare un team aziendale.
Già dopo pochi incontri i cambiamenti sono visibili, a patto ovviamente che il coachee (termine che identifica il cliente del coach), sia disposto a mettere impegno, tempo e energie nel cambiamento. Agire è fondamentale, il coaching è infatti molto pratico e attivo.
Perché è importante in questo particolare periodo di crisi? Perché la perdita di lavoro o di una situazione economica privilegiata, come anche la continua incertezza che è diventata una costante in tutti i settori della vita possono essere talmente destabilizzanti da generare malesseri insuperabili se non con l’aiuto di figure in grado di agire sui pensieri, i comportamenti, le azioni, le capacità e le convinzioni al fine di superare situazioni problematiche che talvolta si possono trascinare per lunghi periodi e deteriorare ulteriormente.
Richard Bandler, il co-creatore della Programmazione Neuro Linguistica (tecnica usata nel coaching per produrre trasformazione e evoluzione), sostiene che “Il cambiamento è una cosa molto facile a patto che si sappia cosa fare e come farlo”: il coach è la persona che permette di sapere cosa fare e come farlo per cambiare, ecco perché diventa una variabile fondamentale in qualunque processo di cambiamento, agevolando le condizioni di sviluppo di un nuovo modo di vivere le situazioni.
Quando ci si trova in una situazione problematica, pensare in modo diverso, comportarsi in modo diverso, parlare in modo diverso, permette di trasformare un ostacolo in un’opportunità... per questo motivo, soprattutto nel periodo di crisi, valgono la frase di Gandhi “Sii il cambiamento che vorresti vedere attorno a te” e quella di Einstein “La follia consiste nel fare le cose sempre allo stesso modo sperando che i risultati possano cambiare”.
Per chi è interessato a mettersi in cammino verso il proprio sviluppo personale, ho ideato un percorso formativo dal nome “TRASFORM-AZIONE”, in cui si trattano temi come il carisma, la comunicazione efficace, la leadership, la realizzazione personale, la responsabilità, la motivazione e l’equilibrio interiore.
Il percorso sarà presentato in anteprima lunedì 23 settembre 2013 alle h.21 presso SPAZIO PROCACCINI, in Via Procaccini 32/2 a Milano.
In quell’occasione verranno presentati anche il percorso “STILI DI VITA” tenuto da Roberto Conti, wellness counselor specializzato in somatologia e kinesiologia, in cui si toccheranno argomenti come corretta nutrizione, bioarchitettura, norme salutistiche e collegamento organi-malattia-emozioni, e il percorso domenicale “MESSAGGI E LINGUAGGIO DEL CORPO” (docenti: Debora Bionda e Roberto Conti) in cui si parlerà di dolori psicosomatici, fisiognomica, segnali di gradimento/disgusto, interesse/ostilità, seduzione/menzogna.
La presentazione è gratuita, previa conferma di partecipazione.
Per info e prenotazioni:
Debora Bionda – 3477235154 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Roberto Conti - 335 5218059 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Dopo averne perso le tracce per secoli, torna alla luce il quadro "Giuseppe e la moglie di Putifarre", capolavoro del maestro Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino.
Dipinto nel 1631 per Francesco I d'Este (e notevolmente documentato), si pensa che fu lo stesso duca di Modena a donarlo a Laura Martinozzi, stimato membro del governo modese, che portò con sé l'opera nel suo tour nelle maggiori corti europee. Passò, poi, per diverse famiglie della nobiltà umbro-marchigiana. Furono proprio questi passaggi tra privati che ne fecero perdere le tracce per secoli, fino a quando nel 2011 la Zanasi Foundation lo acquistò. Per la prima volta viene esposta al pubblico in una mostra curata da Nicholas Turner (maggiore esperto del maestro) e Federica Gasparrini presso il meraviglioso seicentesco Palazzo Ducale di Modena dal 22 settembre al 20 novembre.
Ingresso gratuito
Se hai ballato con il Supergrass per tutta l'estate allora concludi in bellezza, no?! E se invece non sei mai stato dei nostri sei ancora in tempo per rimpiangere una stagione estiva da urlo.
Questo venerdì l'appuntamento è lo stesso sempre al Chiringuito di Forlanini, anche la formula free entry/free love rimane uguale, eppure c'è qualcosa di diverso. Perchè nulla è più come prima.
In console Japi&Emi (Cool Kids Can't Die), Gaia360 e tutto lo staff del Toilet ti aspettano per i saluti in grande e folle stile. Il nostro.
E se "al peggio non c'è mai fine" questo non è un addio, ma un arrivederci.
Venerdì 13 settembre Ore 23 CHIRINGUITO FORLANINI all’interno del parco Forlanini accesso e parcheggio da via Salesina Milano
Dj Show: JAPI e LaEMI - coppia di fatto ormai collaudata del consueto appuntamento Cool Kids Can't Die Dj Sciò: Rovyna Riot - attivista, scrittrice, attrice ma non solo, anche dj, performer, vocalist e cantante.
Photographer: Mercutìo Graphic: Simone Pismo
È stato un vero successo il concorso di composizione per quartetto d’archi della città di Firenze ideato e organizzato dall’associazione Artes Italia.
I centododici artisti partecipanti e provenienti da tutto il mondo si sono prima riuniti prima nello splendido resort di Villa Castiglione a Impruneta, poi nel salone Brunelleschi del Palagio dei Capitani di Parte Guelfa, nel cuore di Firenze.
I vincitori sono stati:
Paride Galeone, Italia, quartetto d'archi Xiao Hu, China, scenes of traditional opera Shuying Li, Usa/China, for Lutoslawsky Rita Ueda, Canada, gently, like the tricklig of melting ice Stephen Yip, Usa, distant voices.
Accanto alla premiazione e ai concerti del concorso di composizione che era alla sua prima edizione c’è stato anche il successo per la Seconda edizione dell’Opificio Musicale di Firenze, la masterclass di composizione seguita dal maestro Andrea Portera.
Di grande importanza è stata anche la collaborazione con l’Orchestra da Camera Fiorentina, con l’Ensemble BIOS e con il Quartetto Ascanio, che ha permesso a tutti gli allievi dell’Opificio di vedere eseguiti i propri brani in concerto, due dei quali da una orchestra di ben trentatré elementi.Un evento davvero raro e di grande importanza per ogni giovane compositore.
I due prescelti sono stati l’argentino Francisco Del Pino Herrera, di Buenos Aires, e Edoardo Vella, di Firenze.
L’associazione Artes Italia è rappresentata dal direttore artistico Andrea Vitello che ha dichiarato: “Abbiamo trascorso una settimana di grande musica con giovani provenienti da ogni angolo del mondo, un’esperienza che ripeteremo senz’altro il prossimo anno e che miriamo a legare stabilmente al tessuto produttivo fiorentino”.
All’inizio fu Thomas Harris con i suoi romanzi sulla figura del celebre serial killer cannibale a inquietare e affascinare i cultori dei thriller-horror, poi arrivò Jonathan Demme con il suo premiatissimo film e ora, con un processo a ritroso che sembra premiare ogni prequel che si rispetti, arriva la serie televisiva che non ha mancato di suscitare entusiasmi e polemiche negli Usa.
Il prequel è stato ideato e realizzato da Bryan Fuller, un vero esperto nella creazione delle serie televisive e nuovo talento dei network più quotati.
L’autore e regista, con il consenso e l’approvazione dei vertici della Nbc, ha dato vita a un thriller psicologico tanto originale quanto curato, perché pur trattandosi di una storia conosciuta e di un personaggio, quello di Hannibal, ormai famoso in tutto il mondo, la sceneggiatura è originale e accattivante.
I personaggi della serie sono presentati allo spettatore in maniera accennata e ognuno di loro con un percorso proprio e ben delimitato. E così capita che i due protagonisti, Will Graham e lo stesso Hannibal Lecter, a stento si capiscano e possano interagire. Accanto a loro tanti altri personaggi, come il direttore dell’unità di scienze comportamentali Jack Crawford, interpretato da Laurence Fishburne, e l’assistente di psichiatria all’Università.
Tutto, però, parte dal protagonista che ha il dono di riuscire ad entrare nella mente dei criminali quando si trova sulla scena del crimine, percependone le sensazioni e capendo le loro ragioni. Un’empatia che, però, lo sta logorando, al punto da avere dei dubbi sulla propria sanità mentale.
Così entra in scena Lecter e tra i due protagonisti strana amicizia dove il primo cerca nel secondo aiuto per non impazzire, mentre il secondo vede nel primo non solo un’opportunità a livello lavorativo, ma anche la possibilità di sapere le informazioni che ha la polizia che potrebbero portare a lui. I tredici episodi che verranno trasmessi in Italia sulla rete Mediaset e in chiaro non mancheranno di mettere lo spettatore di fronte a una girandola di avvenimenti e di situazioni dove la tensione sarà affidata all’incapacità degli agenti del FBI di capire chi è davvero lo psichiatra abile e serafico che hanno davanti e le scene di assoluta e grandissima crudeltà.
Nel prequel di Hannibal niente è infatti lasciato all’immaginazione. Il sangue scorre e si vede, così come tutte le forme e tutti gli strumenti di tortura usati dal killer e dai suoi emuli sulle inconsapevoli e innocenti vittime.
Due caratteristiche ancora distinguono la serie ideata da Fuller da tante altre in programmazione: l’attenzione ai dettagli con scene abilmente ricostruite nel tempo in cui è ambientata la storia e con una fotografia da veri professionisti, come quella che si vede nei film dei Coen; e la tempistica degli accadimenti, ovvero il tempo filmico.
Non ci sono scene di azione vera e propria, non c’è fretta nelle azioni e nei gesti dei protagonisti o dei personaggi secondari. Fuller dà ai propri spettatori la possibilità di prendersi tutto il tempo necessario per assoporare e gustarsi la storia. È questo il successo della serie di Hannibal, il tempo che si dilata all’infinito e che gira tutto intorno al protagonista Lecter, spietato killer cannibale , il cui segreto è noto al pubblico, e a questi solamente, e non agli altri personaggi.
La tensione e la suspence alla fine non sono solo questo?
Nine Inch Nails - Hesitation Marks (Null Corporation / Columbia, 2013)
Quando penso ai Nine Inch Nails mi viene in mente il gran video, del regista Mark Romanek, di “
” (conosciuta anche come Closer to God o Halo 9, contenuta in The Downward Spiral del 1994) e il testo incisivo, crudo ed efficace e che diceva così: “I wanna fuck you like an animal, i wanna feel you from the inside, i wanna fuck you like an animal, my whole existence is flawed, you get me closer to God”. Erano gli anni ’90 e i NIN avevano fatto il botto, arraffando sia grandi fette di pubblico che una valanga di complimenti dalla critica specializzata.Trent Reznor ora è tornato proprio con i suoi Nine Inch Nails lasciandosi però alle spalle gli ultimi lavori davvero deludenti, per non dire di peggio: Year Zero, Ghosts I-IV e The Slip (il primo del 2007 e i successivi datati 2008). Cinque anni di distanza e tanta voglia di pensare, meditare e costruire un album valido, in modo maniacale ma a quanto pare con più leggerezza. Diciamolo subito senza creare false speranze ai fan di vecchia data: Hesitation Marks taglia i ponti con il passato, è semplice e furbetto oltre che molto più elettronico (pronti a ballare?).
Lo si capisce subito dal primo singolo Came Back Haunted ma anche dal secondo Copy of A, che parla appunto della piattezza generale e di come sia difficile uscirne, singolo che può sicuramente trasformarsi in un ottimo traino commerciale per qualsiasi cosa (film, videogioco, scarpe, etc). Le atmosfere dark e l’elettronica, un binomio ottimale oltre che un’arma a doppio taglio, sono inermi davanti alla pochezza di Find My Way; così si prova a inserire una sorta di funk modificato in All Time Low, e in Various Methods of Escape si gioca con i sussurri, i backing vocal e le urla poco convinte. Avevo detto con più leggerezza ma Trent Reznor ha ancora i suoi assi da giocare e li mette sul tavolo per ultimo (o quasi): la voce ritorna importante e fa venire i brividi in I Would For You; funziona anche il nuovo stadio minimale di While I’m Still Here, mentre Black Noise pesca nel pozzo profondo e oscuro ma purtroppo siamo alla fine del disco (nella versione Deluxe ci sono in più tre remix che però non gridano a nessun miracolo).
Voglio credere che questo sia solo un riassestamento e che Trent Reznor stia solo spingendo la sua creatura lungo un binario più vicino agli anni zero e che gli serva solo un altro po’ di tempo (essì, mica bastano cinque anni). Consiglio quindi questo Hesitation Marks a tutti coloro che non erano nati negli anni ’90, con l’obbligo di recuperare i dischi che hanno reso grandi i NIN; per tutti gli altri, è una sufficienza tirata, nulla che possa farvi impazzire, ma al massimo, se proprio volete, ballateci su e non pensateci troppo.
Andrea Facchinetti
Una bella sorpresa per i fans dei Placebo e di Bret Easton Ellis: lo scrittore americano, divenuto famoso per il bestseller American Psycho, è infatti protagonista del nuovo singolo della band britannica, "Too many friends". Il singolo, in rotazione da luglio, anticipa il settimo album in studio della band capitanata da Brian Molko, "Loud than Love", un lavoro interamente incentrato sul tema dell'amore nelle sue sfumature, dal romanticismo alla sofferenza post rottura, la cui uscita è prevista per il 16 settembre. Nel video, presentato sotto forma di un corto "Unfortunate events", un uomo compare alle spalle di una donna, la quale gli infrange una bottiglia sul viso. Un mistero? una storia d'amore in frantumi?
A voi spettatori l'ardua sentenza!!
Placebo-Too many friends
Si tratta di una notizia che sta facendo, piano piano, il giro del web: stando ad un post pubblicato sulla pagina Facebook del gruppo, Sasha è rimasto vittima di un incidente stradale, a causa del quale tutti gli impegni del live del collettivo sono posposti al gennaio 2014.
Ad oggi, i biglietti acquistati per il live di venerdi potranno essere utilizzati per quello del 22 febbraio 2014.
Per aggiornamenti e info:
https://www.facebook.com/moderat.band?fref=ts
http://www.magazzinigenerali.it/
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