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02 36592544 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.tieffeteatro.itL'elegante Galleria Carla Sozzani, ormai affermato spazio espositivo per mostre fotografiche ricercate e di qualità, ospiterà dal prossimo 15 febbraio le opere di Erwin Blumenfeld, maestro della fotografia del XX secolo.
Nato a Berlino nel 1897, Erwin Blumenfeld entra molto presto a contatto con la corrente dadaista e con figure artistiche chiave per la sua formazione, come il pittore George Grosz e la poetessa Else Lasker-Schuler, anch'essa di famiglia ebrea.
La moda è parte della sua vita fin dall'infanzia, ed è proprio nel suo negozio di abbigliamento che scopre la passione per la fotografia: inizia a fotografare i manichini e a sperimentare tutte le tecniche fotografiche nella parte posteriore del negozio, adibita a 'camera oscura'.
L'influenza del surrealismo è già evidente da questi suoi primi scatti: giochi di ripetizioni, riflessi e ritagli tracciano il suo stile, fino a farlo diventare un fotografo ambito da Vogue Francia e successivamente art director di Harper's Bazaar e Vogue America.
Potremmo dire che qui la sua arte si incontra con la ricerca della Galleria Carla Sozzani, da sempre occupata con particolare attenzione alla fotografia di moda.
Gli scatti esposti sono stati realizzati nel suo studio a New York, vicino a Central Park, durante e dopo la seconda Guerra Mondiale fino agli anni del boom economico: dal 1941 al 1960: un centinaio di stampe restaurate, fotografie di moda; ritratti di personalità molto note, come il grande Matisse; campagne pubblicitarie e lavori sperimentali per la sua ricerca personale, riempiranno d'arte i muri della galleria.
La mostra è a cura di Nadia Blumenfeld Charbit, Francois Cheval e Ute Eskildsen.
Inaugurazione sabato 15 febbraio dalle ore 15 alle ore 20
La mostra è aperta tutti i giorni dalle 10.30 alle 19.30, mercoledì e giovedì fino le 21.00
Galleria Carla Sozzani, Corso Como 10
per ulteriori informazioni visitate il sito www.galleriacarlasozzani.org
oppure scrivete a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Capita spesso di pensare che i benefici delle Asana siano per la maggior parte di carattere fisico. Si giova del fatto che il mal di schiena scompare o si attenua, che il torcicollo è un ricordo lontano, che le emicranie si dissolvono e che si dorme meglio. Nel caso degli sportivi e in alcuni sport come la corsa o il rugby o baseball le posizioni Yogiche vengono addirittura utilizzate come vero e proprio metodo di preparazione atletica.
Non posso che riconoscere i benefici da un punto di vista fisico che la pratica dona. D'altronde il lavoro più superficiale che le Asana compiono è proprio sul corpo.
Ma tutto ciò è come voler vedere solo la punta di un grande iceberg.
Tutti gli atteggiamenti delle posizioni yogiche racchiudono in sé espressioni fisiche che ricadono nella sfera psicologica e comportamentale del praticante. Non è difficile rendersene conto. Difficile, invece, è ricordare ciò che si è fatto nella sala di pratica e portarselo con sé nella vita di tutti i giorni, a lavoro, in una relazione amorosa e non solo.
“L'essere immobili” in un Asana è uno status del corpo che piano piano calma la mente e blocca il continuo fluire di pensieri. L'immobilità insegna al praticante che la mente può esser mantenuta ferma come si mantiene fermo un arto o un polpaccio o una gamba. Possiamo provare questa sensazione in posizioni semplici come Shalabhasana (la posizione del cadavere), Tadasana (la posizione della montagna) e in generale in tutte le posizioni che, come insegna Patanjali, “devono essere stabili e comode”. “Costringere” il corpo all'immobilità porterà pian piano il fluire dei pensieri a congelarsi innescando una reazione di rilassamento sempre più profonda. Nella posizione del cadavere, alcune volte, sembra addirittura che il peso degli arti a terra sia doppio. Perché? Beh, magari ci rilassiamo per davvero lasciando stare i movimenti meccanici (anche un po' inutili alle volte) che generano tensioni che si ripercuotono anche a livello caratteriale.
“Aprire il petto”. Nelle posizioni dello Yoga l'atteggiamento di apertura è un “must” (per usare un termine contemporaneo). Aprire il petto quando di solito lo si chiude per difesa personale nella vita quotidiana invita il praticante a fidarsi di più del mondo esterno, a non sembrare un cane rabbioso appena vede altra gente ma ad esser amichevole ed espressivo verso ciò che è nella realtà nella quale si è immersi. Mi domando, e vi invito a riflettere: ci chiudiamo con le spalle e il petto per difenderci da cosa? Non penso ci sia un killer ad attenderci sotto casa. E sicuramente non è chiudendo le spalle e affondando la faccia in una sciarpa che possiamo sperare di difenderci. L'attenzione e l'apertura, invece, aiutano a difendere la nostra mente. Queste qualità arrivano dall'interno di noi stessi, senza andare troppo lontano, da un io che si affaccia con coraggio al mondo e ne trae insegnamenti. Non è tutto rose e fiori là fuori ma mi piace pensare all'esterno come un campo in cui anche una mela marcia può insegnar qualcosa. Ma, se non apriamo il petto, cosa pensiamo di guardare se non la solita sciarpa dove affondiamo il naso? Alcune posizioni in cui “apriamo il petto” sono Bhujangasana (posizione del cobra), Ustrasana (posizione del cammello), Bandhasana (posizione del ponte).
“Fissare lo sguardo”. Credo che tra i sensi che abbiamo a disposizione quello della vista, intesa come sguardo, paradossalmente sia il meno allenato. Capita spesso che i nostri occhi comunichino tutto il contrario di ciò che in realtà stiamo pensando e provando a causa della completa sconnessione tra la mente e le nostre “smorfie”. In alcune Asana, come le tre figure del guerriero Virabhadra (Virabhadrasana) lo sguardo assume un ruolo fondamentale. Nel momento in cui la posizione è completa lo sguardo diventa fiero e penetrante in modo tale da esprimere la stessa fierezza che la figura del guerriero richiede. In generale anche altre Asana ci insegnano a mantenere lo sguardo dritto e fisso, in modo tale da riuscire a incanalare la concentrazione necessaria e a non disperdere l'intensità della pratica in uno sguardo che guarda i “fatti” del vicino di tappetino. Allenando lo sguardo, rilassandolo e intensificandolo si avrà maggiore consapevolezza della capacità di comunicare solo con gli occhi non proferendo parola: capacità che contraddistingue da sempre l'essere umano da un oggetto di fredda materia.
Un Asana dovrebbe essere come un bracciale al quale siamo particolarmente legati: lo indossiamo sempre. Anche quando la posizione è giunta al termine, assieme alla pratica, dovremmo portare con noi l'atteggiamento regale che ci propone: aprire il petto, le spalle, portare l'attenzione al respiro e alla dimensione divina del presente. Ovviamente ci sono molti altri atteggiamenti che si riflettono al di fuori della sala di pratica ma a voi la scoperta o la ri-scoperta (certe posizioni anche dopo molto tempo nascondo altri atteggiamenti da coltivare).
Un Asana non dev'esser considerata una mera posizione che termina dopo averla eseguita ma un grande “consiglio di vita” che ci porteremo anche nella vita di tutti i giorni, nel nostro “mood” quotidiano.
Namaste, Vittorio Pascale
Allievo praticante di Yoga Integrale presso il centro Parsifal Yoga di Milano Studioso e praticante di Buddhismo Tibetano Fondatore della pagina Fb: Yogamando hai domande? Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Una grande novità nel campo dell'estetica curativa, e parrebbe quasi un sogno ad occhi aperti: la lue-Moon, azienda votata alla cura dell'estetica e a tutti i trattamenti che essa concerne, con particolare attenzione alla produzione di apparecchi elettromedicali, con sede a Legnano, ci mostra il suo ultimo dispositivo d'avanguardia.
Blue Mixer.
Blue Mixer è un macchinario 100% made in Italy, che può risultare provvidenziale nel trattamento degli inestetismi: lassità cutanee di viso, corpo e decolleté, cellulite al primo stadio o anche al secondo, rughe e smagliature e molto altro ancora.
Blue Mixer fornisce anche un'intervento efficace con azione antinfiammatoria e decontratturane, aiuta ciò che concerne i problemi tricologici, psoriasi, forfora e sgrassamento del cuoio capelluto. Utile anche come snellente e equilibrante per trattamenti pre e post liposuzione.
Con un'azione sinergica e concentrata, è capace di dare risultati effettivi ed evidenti già al primo trattamento, rendendo questi ultimi tanto rapidi quanto duraturi.
Dettaglio non trascurabile è che la Provincia di Milano, e non solo, ha previsto un'agevolazione finanziaria dedicata a centri estetici, SPA, terme e wellness, la quale prevede contributi a fondo perduto del 50% per l'acquisto di questi macchinari.
Per maggiori informazioni in merito, si prega di rivolgersi a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..
Forse, gli isterismi di noi donne pre e post natalizi, pasquali, pre estivi e quanto altro hanno finalmente trovato un termine.
I fratelli Coen ritornano al cinema delle loro origini e lo fanno con una pellicola divertentemente amara dove le speranze e i sogni di un giovane e aspirante cantante si scontrano e si fondono con la dura realtà dei sobborghi operai di New York City e la difficoltà di emergere nel mondo dell’arte e della musica dei primi anni Sessanta del Novecento.
In Inside Llewyn Davis, presentato all’ultima mostra del cinema di Cannes e nei cinema italiani in questi giorni, c’è una realtà oggettiva fatta di sacrifici e di speranze e c’è il mondo onirico e intimamente drammatico del protagonista. Due universi che non possono incontrarsi e che sono destinati a rimanere paralleli nonostante la fatica, l’impegno e le indubbie doti artistiche del giovane Llewyn Davis. Gli anni Sessanta al Greenwich Village hanno visto la nascita e l’affermazione della musica folk come genere emblema di una generazione di musicisti e di appassionati, un genere che avrebbe cambiato per sempre la storia della musica internazionale e che avrebbe avuto in Bon Dylan il suo guru più importante.
Il folk, però, nasce da più lontano. Come inno di passione e di speranza ad opera di giovani dei sobborghi operai della City che tra un turno in fabbrica, un lavoro estivo e uno provvisorio arrivano al Village pieni di sogni e speranze ma soprattutto con l’irrefrenabile desiderio di dare una svolta alla loro vita. Figli di operai che sognano il palcoscenico e la loro musica che passa nelle radio più famose d’America. Llewyn Davis è uno di questi ragazzi. Vive alla giornata, dorme da conoscenti ogni volta diversi che lo ospitano su piccoli e logori divani in altrettanto piccoli e dimessi appartamenti e non riesce a guadagnare neppure un dollaro al giorno. E come per i migliori personaggi ebrei pensati dai fratelli Coen per le loro pellicole è perseguitato da una sfortuna incredibile. Che lo stesso Llewyn ha contribuito a costruire e di cui è in buona parte responsabile. Fragile, malinconico, introverso e irresistibile, il giovane protagonista riesce a non concludere nulla neppure con il socio musicista con cui parte alla conquista di New York immaginando di suonare in un duo e di conquistare così pubblico e critica. Il socio però lo molla presto e Llewyn rimane solo a gestire la sua vita e la sua ebraicità cercando il successo ma sentendosi in colpa per questo, desiderando essere famoso al più presto ma volendo conservare il suo purismo artistico.
Llewyn è probabilmente uno dei personaggi più infelici e belli mai creati dai fratelli Coen.
Il film è per i nostalgici dell’epoca e anche per chi da contemporaneo ne vuole respirare l’aria più autentica. I registi sono riusciti a riportare fedelmente le ambientazioni degli anni Sessanta, gli studi di registrazione, i locali dove la musica folk spopolava e perfino i tipici appartamenti newyorkesi con le scale antincendio esterne improvvisando un omaggio cinematografico a Colazione da Tiffany facendo anche apparire un gatto che, a differenza dell’altro con la bella protagonsita del film del 1961, riesce a essere più scaltro, fortunato e vincente del protagonsita Llewyn.
È l’amaro di tutti i film intimisti dei fratelli Coen, il loro marchio di fabbrica più famoso e meglio riuscito e che fa di Inside Llewyn Davis la pellicola più struggente dell’ultima mostra del cinema di Cannes. Il protagonsita del film è l’attore Oscar Isaac ma c’è anche una piccola e divertente parte interpretata da Justin Timberlake che canta in maniera intimista e dolce e che dà al film dei Coen un paio di fotogrammi di commercialità pura.
Inside Llewyn Davis rimane soprattutto un film emozionante dove lo spettatore vive con apprensione e compassione le vicende del protagonsita fino al suo provino più importante dove si esibisce nella ballata triste e intimista davanti al manager che lo liquida con una delle frasi più comiche e irriverenti di tutta la narrazione.
Le speranze non fanno mangiare. L’arte non paga e la musica folk è solo per pochi eletti.
O almeno sembra. Ma non è tutto vero. Llewyn Davis canta, continua a cantare.
In fondo il vero senso della vita rimane quello di essere fedeli al proprio, irrealizzabile, sogno.
Sono partenopei, amici e complici, protagonisti di una liaison artistica tra le più fortunate del cinema italiano degli ultimi anni. Stiamo parlando di Paolo Sorrentino e Toni Servillo, regista il primo e attore il secondo, lanciati con “La grande bellezza” in corsa verso l’Oscar, dopo la candidatura dell’Academy che li ha inclusi nella magica cinquina dei candidati nella categoria “Miglior film straniero”. Ma facciamo un passo indietro, un lungo passo di oltre dieci anni che ci riporta al 2001, quando il trentenne Sorrentino - impegnato già nella direzione di diversi corti - firma il suo primo lungometraggio, “L’uomo in più”. Protagonista doppio e capace di caratterizzare con il suo istrionico talento una sceneggiatura originale è già lui, Toni, la cui identità si confonde con quella dei suoi omonimi cinematografici. Antonio e Toni, uno e trino, uomo feticcio per il regista che lo vorrà ancora a consacrare il suo successivo film “Le conseguenze dell’amore”. Tutt’altra atmosfera, fredda e rarefatta, inquietante come i silenzi che un volto dalle mille sfumature riesce a modulare con maestria di teatral fattura. Il successo è già dietro l’angolo, i cinque David di Donatello conquistati dalla pellicola aprono la strada al vincente e profondo sodalizio rotto solo raramente - come succede per “L’amico di famiglia” - subito ricreato per conquistare il Festival di Cannes nel 2008 con “Il divo”, Premio Speciale della Giuria e fortissima interpretazione ideologica e figurativa del personaggio di Giulio Andreotti. Per Servillo è ovazione a furor di popolo, ma la recitazione è ancora una volta strumento a servizio di una prospettiva artistica intimamente legata all’universo Sorrentino, nel segno di un’alchimia professionale intensa e duratura. La bellissima parentesi americana di “This must be the place” vede uno straordinario Sean Penn rubare solo per poco il ruolo di primadonna a Servillo, cui Sorrentino dimostra dedizione assoluta ne “La grande bellezza”, costruendo la storia intorno al suo personaggio. Film corale, pieno di volti e di luoghi intessuti di visionarietà, movimento continuo intorno all’immobilità del Jep Gambardella incarnato da Servillo, vero fulcro narrativo e potente detonatore emotivo nel caos umano che si agita lento dentro una Roma multiforme, favolosa o ributtante come il film che la incornicia, come il regista che la racconta. Perché abbiamo a che fare con un cineasta molto amato ma anche molto criticato, per alcuni sopravvalutato, sicuramente artefice, insieme all’amico e ispiratore, della visibilità del cinema italiano nel mondo, e speriamo anche del prossimo Oscar conquistato dal nostro Paese.
La musica italiana ha un nuovo asso nella manica, apprezzato da pubblico e critica italiana ed europea: Corde Oblique.
Corde Oblique è il progetto solista di Riccardo Prencipe, arricchito dai contributi vocali di numerose cantanti e attrici.
La lista dei contributors è quanto mai ricca e prestigiosa, grazie alla presenza di vocalists come Floriana Cangiano, Claudia Florio e Catarina Raposo.
La produzione in studio del progetto Corde Oblique consta di 5 album tra cui, "Strade Ripetute" è l'ultimo in ordine di tempo (uscito su etichetta Audioglobe Dist).
Il nuovo lavoro discografico ha , da subito, suscitato interesse e approvazione da parte del pubblico internazionale, soprattutto tedesco e del Nord Europa, grazie al sapiente mix tra musica neoclassica, suggestioni dark e reminescenze new wave.
Corde Oblique sarà in tour all' estero a partire dalla prossima primavera, che toccherà l'Europa per poi sbarcare in Cina, per una 10 giorni davvero imperdibile; di seguito le date:
29-30 maggio: Berlino-LDM Festival
1-2 giugno: Valona (Albania)-Festa della Repubblica Italiana
27 luglio: Colonia (Amphi Festival)
20-29 novembre: China Tour
Social Links:
Sito ufficiale: www.cordeoblique.com
L’1 e 2 marzo 2014, il Teatro Officina propone al pubblico, in un unico appuntamento, IL NEOPLASTICO e LA MORTE DI IVAN IL’IČ, due testi che chiudono la rassegna di incontri dedicati al racconto della malattia e dell’assistenza al malato, inaugurata a gennaio con lo spettacolo Medicina Narrativa, seguito, a fine febbraio, da La Vita distratta, tratto dal romanzo “Si è fatto tutto il possibile” di Marco Venturino.
L’esplorazione stringe ora intorno al tema della morte come momento di svelamento dell’essenza di sé, delle cose e del mondo che ci circonda.
IL NEOPLASTICO Con Stefano Grignani
Breve monologo in cui un medico, intercettando lo sguardo di uno dei suoi pazienti in stato di fine vita, vi legge con esatta chiarezza ciò che resta spesso come un non-detto, quel grumo, non solo di sofferenza ma anche di sapienza, che la malattia mortale segretamente porta con sé.
LA MORTE DI IVAN IL’IČ
Tratto da “La morte di Ivan Il’ič”, di Lev Tolstoj Regia Massimo de Vita
Con Massimo de Vita, Stefano Grignani, Daniela Airoldi Bianchi, Lorenza Cervara e Luca Casaura.
“Dio, mio Dio, non cesserà mai questo dolore...La vita se ne sta andando e io non posso trattenerla. Dove sarò quando non ci sarò più? Possibile che sia la morte? Dove sei? Dov’è la solita paura? Ora la morte non c’è più, c’è la luce. La luce, che gioia! È finita la morte. Non c’è più”. Attraverso la malattia, Ivan Il'ič scopre la vanità del suo successo mondano, la frivolezza della sua famiglia, la pochezza dei medici, ed ecco che in fondo al tunnel di se stesso, improvvisamente, vede una luce.
TEATRO OFFICINA
Sabato 1 marzo 2014 – ore 21 Domenica 2 marzo 2014 – ore 16
Stagione 2013-2014
Il Neoplastico - monologo -
Con Stefano Grignani
La morte di Ivan Il’Ič
Tratto da “La morte di Ivan Il’ič”, di Lev Tolstoj
Regia di Massimo de Vita
Con Massimo de Vita, Stefano Grignani, Daniela Airoldi Bianchi, Lorenza Cervara e Luca Casaura
Durata 1 ora circa
Per info e informazioni Ufficio Stampa Teatro Officina: Valentina Taglieri
Informazioni e prenotazioni: TEATRO OFFICINA Via S. Erlembardo 2 - 20126 Milano MM1 Gorla | Bus 44, 86
Orari segreteria: lun-ven 9.30-17.30
Tel. 02.255320002.2553200 | cell. 349.1622028
349.1622028 | fax. 02.27000858
www.teatroofficina.it | Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: Feriali ore 21.00 – Festivi ore 16.00
Ingresso con tessera associativa annuale: Socio ordinario €10
Prenotazione gratuita e obbligatoria sul sito www.teatroofficina.it
Sabato 8 febbraio 2014 a La Maison du Vintage si svolgerà una giornata dedicata allo Styling Retrò condotta da SteSy Lab, il primo studio di Personal e Fashion Styling comasco. Nel pomeriggio di sabato il negozio vintage ospiterà clienti e passanti per ricreare un look retrò con make up e styling attraverso accessori e abiti di un tempo, dagli anni 20 agli anni 80, con una mini sessione fotografica condotta dal fotografo e art director Simone Chinaglia. Un pomeriggio all'insegna della moda e dello stile per tutte le donne di Como e dintorni che vogliono giocare e divertirsi.
SteSy Lab attraverso le sue mani sapienti ci condurrà nel mondo del vintage, affiancata dai proprietari de La Maison du Vintage, piccolo negozio di pezzi vintage d'abbigliamento e arredo di Via Cairoli, nato quest'estate sulle rive del lago. Lo studio di Personal e Fashion Styling segue solitamente clienti private e brand rinomati sul territorio lombardo, e porta alle donne nella vita di tutti giorni i segreti di make up e moda appresi nei suoi lavori con La Perla, Timberland, Sephora e altre realtà tra Milano e Como.
Un team di professionisti che porterà alla luce un piccolo evento dedicato allo stile ed ad epoche che non torneranno più. Per chi vuole trasformarsi per un pomeriggio in Marilyn Monroe, La Maison di Vintage e Stesy Lab vi aspettano sabato 8 febbraio.
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