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Sirlene, Photo Credits: Michela Talamucci
Sirlene, Photo Credits: Michela Talamucci

Intervista a Sirlene: cantautrice sperimentale in bilico tra Italia e Brasile

Riparte il 25 ottobre, alle ore 19:00, al Mare Culturale Urbano, il format Because The Night- Il Palco delle cantautrici, dedicato al cantautorato femminile indipendente. Nel corso degli anni l'intento è stato quello di porre l'attenzione su una proposta musicale di qualità, grazie al coinvolgimento di cantautrici, spesso, poco presenti nelle scene musicali ufficiali e paludate. Sono artiste che, in virtù della loro presenza su circuiti indipendenti, sono riuscite a preservare una libertà creativa che permette loro di avventurarsi su sentieri artistici originali e poco battuti. La rassegna, ideata e diretta dalla cantautrice siciliana Marian Trapassi è così giunta all'ottava edizione, ed è stata inserita per ben quattro volte nel ricco calendario di eventi della MMW. Nerospinto, rivista da sempre attenta al tessuto culturale milanese, è da quest’anno media-partner di Because The Night- Il Palco delle cantautrici, che verrà seguito dal magazine con approfondimenti, interviste e speciali contenuti social.

Tra le ospiti della serata del 25, spicca la cantautrice di origine brasiliana Sirlene, che abbiamo incontrato per una chiacchierata. In lei la scrittura diventa amuleto, la fragilità si trasforma in ritmo e scandisce una perenne ricerca sonora e vocale. Sirlene trattiene il respiro, osserva le crepe e ci scrive dentro: creatura in viaggio, figlia di più mondi, indaga i paradossi e le dicotomie dell’evoluzione. Convive con una malformazione genetica che racconta con humor: "Sette sono le note musicali, sette sono le mie dita”. “Primitivi Evoluti”, il nuovo album in uscita il 23 ottobre 2026, è anticipato dal raffinatissimo, esotico e sperimentale "Ekokokolisaio”, pubblicato il 4 settembre, e dall’irresistibilmente catchy “Bianco sia nero, nero sia bianco”, sul tema della discriminazione, uscito il 2 ottobre. Un assaggio di un album -prodotto da Carmine Calia e mixato e masterizzato da Gabriele Spinelli- che si preannuncia come un sorprendente caleidoscopio sonoro, figlio dell’introiezione artistica e della rielaborazione inedita di Sirlene.

Sirlene, la sua musica non è incasellabile in un genere, la sua identità artistica è in perenne divenire. Quanto contano per lei la sperimentazione e l'ibridazione?

Sì, esatto, mi sento, in qualche modo, figlia di due mondi: il Brasile e l'Italia. Sono cresciuta in Italia, ma sento che le mie radici affondano visceralmente anche in Brasile. La mia ricerca artistica nasce proprio dal desiderio di mettere in dialogo queste due realtà, cercando una sintonia tra le sonorità, le culture e le sensibilità che mi appartengono. La sperimentazione e l'ibridazione sono fondamentali in questo percorso, perché mi permettono di esplorare la mia identità e di darle una forma attraverso la musica. Quando mi chiedono a quale genere appartengo, a volte faccio fatica a rispondere, perché non sento il bisogno di definirmi entro un'unica categoria. Nella mia musica c’è il cantautorato italiano, ci sono influenze latine, ma c’è anche la voglia di sperimentare, cercare nuovi suoni e lasciarmi sorprendere da ciò che ancora non conosco. Credo che non sia necessario etichettarsi per forza: ciò che conta davvero è avere un'identità artistica riconoscibile e autentica. La mia è ancora in costruzione, la sto scoprendo e definendo passo dopo passo, ma sento di avere una direzione verso cui voglio andare. E forse è proprio questa ricerca, questo continuo dialogo tra i miei due mondi, a rendere la mia musica ciò che è.

Vuole regalarci qualche anticipazione su "Primitivi Evoluti”, il suo nuovo album in uscita il 23 ottobre 2026?

“Primitivi Evoluti” è una riflessione sul paradosso dell'essere umano contemporaneo. Viviamo in un'epoca che si definisce evoluta, avanzata, consapevole, eppure continuiamo a ripetere gli stessi errori primordiali: la violenza, la sopraffazione, la paura del diverso, la distruzione di ciò che ci ospita. L'album nasce da questa frattura: siamo tecnologicamente evoluti, ma emotivamente e spiritualmente spesso ancora primitivi. Il titolo non è una provocazione, ma una constatazione. Dentro di noi convivono due forze: l'istinto e la coscienza. L'istinto è la parte più antica, necessaria, vitale. La coscienza dovrebbe essere il segno dell'evoluzione. "Primitivi Evoluti” è lo spazio in cui queste due dimensioni si incontrano, si scontrano e cercano un equilibrio. L'album parla di umanità prima ancora che di società. Parla del bisogno universale di felicità, di pace, di appartenenza, ma anche dell'assuefazione al dolore, della normalizzazione dell'orrore, dell'abitudine come anestesia collettiva. Racconta un mondo che corre, consuma, giudica, ma fatica a fermarsi, ad ascoltarsi, a riconoscere le proprie responsabilità. “Primitivi Evoluti” non offre risposte né soluzioni definitive. È un invito alla consapevolezza. Un luogo di ascolto in cui l'essere umano viene messo davanti a sé stesso, alle proprie contraddizioni, alle proprie possibilità. Forse evolversi non significa andare sempre avanti, ma tornare all'essenziale, all'origine, per imparare finalmente cosa vuol dire essere umani. L'album diventa così un invito a fermarsi, a guardarsi dentro e a riconoscere che la vera evoluzione non passa solo dal progresso, ma dalla consapevolezza. Accettare la propria parte primitiva, riconciliarsi con le proprie radici e tornare all'essenziale diventa l'unica strada possibile per una felicità autentica.

Le tartarughe, antiche creature che compaiono nel suo, “Bianco sia nero, nero sia bianco”, sono un'allegoria. Vuole raccontarci meglio la gestazione e il significato del singolo?

Sì, le tartarughe sono al centro di questo racconto proprio per la loro longevità. Mi piaceva l'idea di immaginarle come custodi di una memoria antica: nel loro carapace portano simbolicamente la memoria della Terra, il silenzio della storia e la saggezza di chi ha attraversato il tempo senza perdere la propria essenza. Le ho scelte perché in qualche modo, sono testimoni di ciò che spesso sfugge all'uomo moderno: al di là dei dualismi, delle etichette e delle costruzioni sociali, siamo prima di tutto esseri umani. La ripetizione di "bianco sia nero, nero sia bianco» nasce da una ferita personale: quella di aver vissuto, e di vivere ancora, il razzismo e l'incapacità di accettare davvero la diversità. Le tartarughe diventano così custodi di un sapere che noi esseri umani sembriamo aver dimenticato. La loro presenza ci invita a guardare oltre le differenze e a riconoscere che la mescolanza non è una minaccia, ma una ricchezza. I colori, quando si incontrano, non devono necessariamente annullarsi: possono convivere, intrecciarsi e dare vita a una nuova armonia. È questo il messaggio che desideravo trasmettere: imparare ad accogliere la diversità, ricordandoci che, prima di ogni altra cosa siamo essere umani.

Lei è nata a San Paolo del Brasile. Le faccio tre nomi: Mina, Ornella Vanoni, Maria Pia De Vito. Quale di questi tre differenti approcci alla tradizione brasiliana è più vicino alla sua sensibilità?

Sono tre grandissime Artiste, ma sento che nessuna delle tre sia particolarmente vicina alla mia sensibilità rispetto alla tradizione brasiliana. Il mio approccio è diverso, perché in questo momento sto approfondendo lo studio della musica popolare brasiliana, cercando di entrarci dentro e di comprenderne il linguaggio, le radici e le tante sfaccettature. Spesso si tende a identificare la musica brasiliana soprattutto con la samba e la bossa nova, che sono certamente fondamentali, ma il patrimonio musicale del Brasile è molto più ampio: ci sono il forrò, il frevo, il tropicalismo e tante altre espressioni musicali che sto scoprendo e approfondendo. È un percorso che per me va oltre l'interpretazione di un repertorio: è un tentativo di avvicinarmi a questa musica dall'interno, di comprenderne la cultura, le sonorità e i codici, per poi trovare un mio modo personale di viverla e restituirla attraverso la mia sensibilità.

Nella Parte Prima del 'Corso di Linguistica Generale', Ferdinand de Saussure ha scritto: "Un segno linguistico non è un legame tra una cosa e un nome, ma tra un concetto e un pattern sonoro.” Un po’ come il suo "EKOKOKOLISAIO”?

Sì, “Ekokokolisaio” è una parola inventata, un suono che diventa simbolo. Racchiude in sé un senso di urgenza, di allerta, quasi un campanello d'allarme che ci invita a non chiudere gli occhi davanti a ciò che sta accadendo. È un avvertimento: se continuiamo a percorrere questa strada, rischiamo di distruggere il nostro stesso mondo, fino a costringere l'essere umano ad abbandonare la Terra, consumata dalle conseguenze delle sue scelte. La parola richiama l'eco di una voce che si ripete senza sosta, che insiste, che cerca di scuotere le coscienze. Anche musicalmente, la ripetizione ipnotica è il cuore pulsante del brano: un richiamo ancestrale, quasi un grido rituale, qualcosa che sembra appartenere più alla terra che al linguaggio umano. Eppure, dentro questa oscurità, si apre uno spiraglio di speranza: "si poserà la pioggia sulle nostre mani", come un gesto di purificazione, la possibilità di lavare via gli errori dell'umanità e di ritrovare un equilibrio con la natura. Quindi sì, Ekokokolisaio è soprattutto un simbolo. È una parola che è nata perché sentivo che funzionava all'interno di quella cellula melodica, per il suo suono e per la sua forza evocativa. Non ha un significato letterale, non la troverete sul dizionario, ma per me significa proprio questo: un'eco, un'allerta, una necessità. La necessità di ascoltare quel richiamo prima che sia troppo tardi.

Che significato ha per lei la partecipazione a Because The Night- Il palco delle cantautrici?

Poter comunicare, portare la mia identità e soprattutto esprimermi come cantautrice donna nera. Sono felice, inoltre, di condividere il palco con "Cheriach Re” una delle pioniere del Collettivo Canta fino a Dieci, un collettivo di cui anch'io faccio parte e che riunisce cantautrici con percorsi, sensibilità e linguaggi musicali diversi. Ognuna di noi porta sul palco un'identità artistica unica. Credo che sia proprio questa pluralità di voci a renderci più forti: la possibilità di esprimerci liberamente, di sostenerci a vicenda e di dare spazio a visioni diverse del mondo attraverso la musica.

Photo Credits: Michela Talamucci

Olga Sartor
Olga Sartor
Laureata in Lettere Moderne, con un Master in Italianistica e metodologia della traduzione conseguito in Irlanda alla University College Cork. Professionista con esperienza lavorativa quindicennale presso il Consolato USA di Firenze. Ha vissuto in Inghilterra, Irlanda, Spagna e Svezia, parla correntemente 4 lingue. Spirito libero ma con vocazione da team member, appassionata di viaggi, cinema, letteratura, musica ed arte. Genuinamente food addicted e sommelier in pectore.
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