https://www.demotest.eu/nerospinto/payoff.png

Intervista a Vincenzo Greco alias Evocante
Evocante-Foto fornita da Verbatim Ufficio Stampa

Intervista a Vincenzo Greco alias Evocante

Torna, a grande richiesta e in una nuova versione, L’infinito fra le mani- Sperimentazioni psico-cosmiche di un allievo silente, il primo spettacolo teatrale in Italia su Franco Battiato, per la regia di Vincenzo Greco e Stefano Pio. Appuntamento domenica 13 dicembre 2026, ore 17:30, al Teatro Sala Raffaello (Via Terni, 92, ROMA). Lo spettacolo è un tentativo di risposta, sulla scorta della lezione di Battiato, a domande universali ed irrinunciabili come: “Cosa senti? Come ti senti? Come stai? Chi sei?”. Nerospinto ha incontrato il cantautore, artista multimediale, regista e saggista Vincenzo Greco, in arte Evocante.

Nella nota stampa di presentazione del suo spettacolo si legge: “Nel mare magnum un po’ inflazionato dei concerti di cover del Maestro, L’infinito fra le mani è un progetto completamente diverso ed inedito”. Vuole spiegarci in cosa consiste questa alterità?

L’infinito fra le mani è stato il primo spettacolo teatrale su Franco Battiato o, ancora meglio, sulle tematiche da lui percorse artisticamente. Nonostante le varie imitazioni, un po’ come la Settimana Enigmistica, questo progetto rimane un unicum in quanto unisce veramente più linguaggi: da quello musicale a quello teatrale. Difatti esiste un vero e proprio testo teatrale - e non semplici letture o racconti biografici – è presente una regia e c’è una sperimentazione sul concetto di spazio e tempo teatrale/esistenziale, che dilata l’estensione come in una sorta di no time no space… in buona sostanza un discorso che si snoda sul concetto di in-finito e in-visibile. Oltre a ciò, abbiamo un’importante differenza nella vera e propria impostazione musicale: i molteplici spettacoli di cover si fermano a Battiato cercando di replicarne gli arrangiamenti e il suo modo di cantare, nel tentativo di ricreare ed emulare l’atmosfera dei suoi concerti. Invece, io parto da Battiato, perché lui artisticamente mi ha messo al mondo, ma proseguendo un discorso, non replicandolo, approcciandomi a lui in maniera dialogica non come un perfetto esecutore ma, spero senza alcun accenno di presunzione, da cantautore/artista che, peraltro, è pure un suo allievo. Qui mi tocca fare una precisazione. Nel mio primo libro sul Maestro, “Battiato. Una ricostruzione sistematica”, ho scritto di non averlo conosciuto come avrei voluto. Questo perché il millantare da parte di molti un’amicizia con lui, a volte non esistente o non così profonda come asserito, mi aveva nauseato a tal punto da voler affermare l’esatto contrario. Ora credo sia venuto il m omento di dirla tutta: quello che ho scritto un po’ è vero - perché c’è stato un discorso interrotto e gli incontri non mi sarebbero mai bastati – ma, in realtà, da lui ho ricevuto molti consigli e suggerimenti, alcuni anche pratici sugli arrangiamenti, su come far dialogare musica classica ed elettronica e su come creare un brano partendo da un suono. L’infinito fra le mani è, quindi, lo spettacolo di un allievo che cerca di camminare con le proprie gambe, ricordando la lezione acquisita su musica e spiritualità. La musica, pertanto, -soprattutto negli arrangiamenti- risente della lezione impartita ma anche del mio modo personale di comporre. Pur essendo formalmente cover – in quanto non cambio nulla della struttura armonica e melodica dei brani – le canzoni in programma hanno arrangiamenti particolari e originali, fatti in modo tale che possano dialogare e interagire tra loro e in modo da costituire un discorso musicale e teatrale omogeneo e coerente. Sul piano del canto, poi, non cerco affatto di “imitare” Battiato: non solo perché ho registri completamente diversi e non possiedo né la sua estensione né la sua padronanza della voce (sono pochissimi ad averla così intensa) ma, soprattutto, perché ho un modo di cantare differente, più declamatorio, se vogliamo, o più cantautorale. Il mio approccio, insomma, è da autore che, misurandosi con un altro autore che gli ha dato tanti consigli e gli ha aperto una finestra su un mondo, ora cerca di esplorarlo, andando avanti e battendo strade non già percorse proprio come mi e ci ha insegnato Battiato: “mai ripetersi, anche quando fai una cover devi metterci del tuo”. E lui, infatti, ha fatto cover bellissime rispettando l’originale ma mettendo un’impronta sua riconoscibilissima. E poi c’è un’altra cosa che caratterizza lo spettacolo: tra vari brani noti, ce ne sono alcuni molto meno noti ma bellissimi che mi piace riportare sulla scena, ad esempio Stage door, e tanti altri che non cito per non rovinare sorprese.

 Ci incuriosisce molto la presenza, annunciata, di Bruno Norbu Griparich: pittore, calligrafo e sciamano…

È stato un suggerimento di Stefano Pio. Bruno ha lavorato sia con lui che con suo padre, Giusto Pio, coautore di Battiato in tanti brani. In questi giorni sta producendo opere visive ascoltando i brani dello spettacolo e leggendo ripetutamente il testo teatrale: porterà in scena queste opere, che faranno parte integrante della scenografia. Preciso che lo spettacolo inizia sin dall’entrata nel foyer, una delle nostre sperimentazioni sarà considerare lo spazio del teatro e il tempo in modo dilatato e senza confini, no time no space. L’esperienza immersiva del pubblico, infatti, comincerà ancora prima di entrare in sala, appena si varca la soglia del teatro, e una volta entrati in sala ci sarà altro che li avvolgerà, ancora prima dello spettacolo. E poi proseguirà anche i giorni dopo. Ma non anticipo nulla, sempre perché non voglio rovinare le sorprese a chi verrà.

 “Parlami dell'esistenza di mondi lontanissimi/ di civiltà sepolte, di continenti alla deriva/Parlami dell'amore che si fa in mezzo agli uomini/ di viaggiatori anomali in territori mistici… di più [...] (da No time no space) 

"[…] Nelle chiese abbandonate si preparano rifugi/ e nuove astronavi per viaggi interstellari/ in una vecchia miniera distese di sale/ e un ricordo di me come un incantesimo” (da I treni di Tozeur).

A partire da queste due citazioni dello sciamano dell’Etna vuole raccontarci la gestazione dello spettacolo, che si preannuncia come un ricco e sorprendente viaggio verso i mondi lontanissimi del proprio io interiore?

L’infinito fra le mani è un mio passo importante verso quella che chiamo ricerca della Verità. Mi pongo domande esistenziali, anche spicciole: come mai il male non viene fermato? Come si può accettare il fatto che con l’ultimo respiro esalato finisca tutto e allo stesso tempo immaginare che ci sia un’altra vita? E dove si svolgerebbe? E in che forma? Lo spettacolo, infatti, nasce da una promessa, fatta al mio Maestro, basata su questi capisaldi: proporre le mie cose una volta che mi sarei sentito pronto, continuare su un percorso tracciato mettendo dentro del mio e utilizzare le canzoni, sia mie che di Franco, come un formidabile mezzo di trasmissione di concetti importanti, spesso aventi a che fare proprio con il nostro rapporto con la Verità. Si tocca l’infinito come si vede l’invisibile, due ossimori e due concetti molto vicini. Gli stessi arrangiamenti sono stati impostati proprio per creare un’ambientazione sonora che faciliti il viaggio della mente e del cuore verso territori infiniti e invisibili, coinvolgendo l’ascoltatore così tanto da ritenerlo parte integrante del discorso musicale. Proprio per il fatto che chi ascolta è tenuto a metterci del suo, questo spettacolo va vissuto attivamente, elaborando proprie sensazioni, pensieri, ansie, paure etc. e facendole uscire fuori liberandosene (non dico come, per non rovinare sorprese). Si cerca, infatti, di stimolare l’ascoltatore a farsi domande e a cercare un’angolazione diversa dal quale osservare sé stesso e la propria vita. Ecco perché il sottotitolo parla di sperimentazioni psicocosmiche, parola che può generare equivoci e far pensare a qualcosa di pesante ma che semplicemente vuol dire “proviamo a fare un viaggio dentro di noi per capire cosa impedisce alla nostra voce interiore di farsi sentire e come invece possiamo ascoltarla, visto che questo ascolto è un momento decisivo di ogni ricerca della Verità”. Come sottotitolo mi sembrava un po’ lungo e allora ho accettato il suggerimento di Stefano di parlare di sperimentazioni psicocosmiche. Del resto, quando Battiato parla, nelle sue canzoni, di viaggi interstellari, ricordi, incantesimi, attraversamenti in diagonale della Via Lattea, utilizza la metafora dello spazio proprio per simboleggiare il viaggio interiore: i mondi lontanissimi non sono solo i pianeti distanti da noi anni luce, ma anche la nostra coscienza quando ci comportiamo come se non esistesse. A un certo punto della vita, si può anche andare alla deriva, come capita alla nave del capitano Shakleton, che è un altro brano inusuale in programma: da questo naufragio cosa e chi ci salverà come ha fatto Shakleton con il suo equipaggio durante la Prima guerra mondiale? Chi verrà, lo capirà.

In questa nuova versione dello spettacolo Stefano Pio figura anche come regista. Vuole raccontarci come ha incontrato Stefano Pio e come è nata la vostra collaborazione?

Ho conosciuto Stefano, quando entrambi eravamo impegnati nella scrittura dei nostri libri su Battiato, in occasione dei suoi primi concerti in ricordo della figura del padre, ingiustamente sottovalutata quando non addirittura dimenticata dal mainstream che gira intorno al post-Battiato. Siamo diventati presto amici, accomunati da uno sguardo puro sulla vita e sulla musica, disinteressati a discorsi commerciali e invece molto interessati dallo scopo ultimo del fenomeno musicale, che è spirituale e divino. Credo che ci siamo dati reciprocamente parecchio, forse, inconsapevolmente, replicando il rapporto che c’era tra suo padre e Franco. Io l’ho avvicinato ancora di più all’elettronica – Stefano apprezza molto l’utilizzo che ne faccio – e lui spiegandomi molte dinamiche della musica classica e incoraggiandomi, davanti ad alcune mie esitazioni (non nasco cantante di professione, certe volte non so neppure se veramente riesco a utilizzare il diaframma come dovrei) a utilizzare la voce nel mio modo naturale e, così dice lui, “declamatorio, per non sembrare uguale agli altri”. Ci siamo incontrati a metà strada alimentando reciprocamente l’istinto creativo. Abbiamo avuto molte idee, alcune purtroppo non realizzabili perché presuppongono un budget molto più alto di quello disponibile, ma molte le realizzeremo con soluzioni nuove. Per molti aspetti, sarà uno spettacolo che innoverà anche dal punto di vista dell’incontro tra musica, teatro e spiritualità. Inoltre, Stefano ha un merito enorme: questa estate nei giorni in cui eravamo da me in Calabria a impostare le novità dello spettacolo, dopo tantissimo tempo ho ripreso ad andare su una barca (io soffro molto il mal di mare), guidava lui e questo mi ha dato molta sicurezza, così tanto da provare a guidare pure io, sia pur con molta meno destrezza. C’è poi una novità, per me bellissima, ed è il ritorno al violino di Rossella Savelli, moglie di Stefano, anche lei violinista alla Fenice: se Stefano mi dà sicurezza, Rossella, persona di una profondità immensa – come Stefano del resto - mi infonde una naturale tranquillità, un po’ come accadeva con Battiato. Il trio d’archi è completato dal violoncello virtuoso di Claudio Frigerio, anche lui ha suonato con Battiato. Insomma, sotto questo punto di vista sto in una botte di ferro!

L’infinito fra le mani- Sperimentazioni psico-cosmiche di un allievo silente è, secondo lei, uno spettacolo per tutti?

Assolutamente sì. Mi fa molto piacere che lei mi faccia questa domanda perché purtroppo intorno a Battiato a volte si è creata la falsa idea del pesante, del troppo intellettuale e sofisticato, della nicchia insomma. Non era così, anche se lui ci giocava a volte a farlo sembrare. L’infinito fra le mani parla di noi, di noi tutti, di come viviamo e di come le nostre vite spesso passino senza che neppure ce ne accorgiamo, salvo arrivare a una certa età e domandarsi “ma io, tra tante cose fatte e ancora da fare, ho capito veramente cosa è la vita?” Se questa domanda non è per tutti, mi dica cos’altro possa esserlo. Proprio per questo non è necessario conoscere Battiato per poter vivere questo spettacolo. Chi invece lo conosce bene spero ritrovi in esso un po’ delle sue sonorità electro-classiche e la ripresa, in modo semplice e immediato, di un discorso che ci ha lasciato e che non riguarda la tecnica musicale e la perfezione dell’esecuzione, sia strumentale che vocale, ma il cuore e il sentimento: Cosa senti? Come ti senti? Come stai? Chi sei?

Photo Credits: Stefano Ciccarelli & Verbatim Ufficio Stampa

Olga Sartor
Olga Sartor
Laureata in Lettere Moderne, con un Master in Italianistica e metodologia della traduzione conseguito in Irlanda alla University College Cork. Professionista con esperienza lavorativa quindicennale presso il Consolato USA di Firenze. Ha vissuto in Inghilterra, Irlanda, Spagna e Svezia, parla correntemente 4 lingue. Spirito libero ma con vocazione da team member, appassionata di viaggi, cinema, letteratura, musica ed arte. Genuinamente food addicted e sommelier in pectore.
""

NEROSPINTO
Testata giornalistica online. Reg. Tribunale di Milano n° 276-9/92013

 

Nerospinto è un progetto dell'Associazione Rosaspinto
Via Schiaffino, 25 20158 Milano (Citofono 1002)
P.IVA 0755308096

 

CONTATTI
info@nerospinto.it

direttore@nerospinto.it
vicedirettore@nerospinto.it
redazione@nerospinto.it

>> LINK REDAZIONE