Intervista a Alfredo Marasti-Non si cresce quasi mai, non si impara quasi nulla e ci si innamora quasi sempre irrazionalmente
A distanza di tre anni dall’ “indie-kolossal” Ultimo D’Annunzio, Marasti torna a far sentire la sua inconfondibile voce con un concept sul tema dell’identità: autobiografica, politica, nazionale, sempre fluida e potenzialmente in crisi.
Lo fa con un album, "Il dimenticatoio-Canto monumentale alle identità perdute"- pubblicato su etichetta La Stanza Nascosta Records- percorso da un pessimismo dialettico, un’ottimismo cosciente, che intreccia goffaggine ed eroismo, rivolta privata e storia nazionale, perenne conflitto identitario e mistica della concretezza quotidiana, La Libertà che guida il popolo di Delacroix e la coperta di Linus.
Dodici brani di solida impostazione cantautoriale- che viaggiano ecletticamente tra folk, country e rock, con innesti di synth pop- per una lunga ed incalzante narrazione, una saga epica/tragicomica che attraversa gli anni «dal liceo all’università».
Nerospinto ha incontrato il cantautore, regista, scrittore e insegnante.
Marasti vince nel 2006, con La luna e il ladro, il Premio Fabrizio De André nella categoria Miglior Interprete.
Nel 2013 vince Musicultura XXIV Ed. nella sezione Miglior testo con Canzone per Mario, dedicata allo scomparso Mario Monicelli.
Ha all’attivo L’Alternativa ( Autoprodotto, 2012) Lolita Moon ( 2018, produzione artistica di Cassandra Raffaele), Altri tempi ( La Stanza Nascosta Records, 2020) , L’Assedio ( La Stanza Nascosta Records, 2021), Ultimo D’Annunzio (La Stanza Nascosta Records, 2022) eIl dimenticatoio-Canto monumentale alle identità perdute .
Perchè “Il dimenticatoio”, sede immaginaria dell’oblio?
Perché ci dimentichiamo, o vorremmo dimenticarci, tutto ciò che ci caratterizza
fortemente o ci imbarazza; magari ostentiamo qualche scelta estetica o di
abbigliamento , diciamo quel che ci sembra corretto dire, ci comportiamo come
la società ritiene corretto fare.
Io dico: non scordiamoci però del tutto quella scelta,
quella parola che ci siamo fatti convincere a mettere da parte. Forse qualche volta
va tirata ancora fuori.
Questo suo ultimo lavoro lo reputa un disco identitario o contro-identitario, in definitiva?
Né l'uno né l'altro: azzarderei multi-identitario, nel senso di riconoscere che le identità sono tante, alcune sono perdute, altre ci sono ancora, nessuna di esse è definitiva,
nessuna di esse vorrei appiccicarmi addosso.
Le identità mi appaiono come vestiti che si mettono, si smettono, diventano poi da
buttare. Durante la vita subiamo metamorfosi, imprevisti, belle e brutte sorprese. C'è
chi spende denaro andando dall'analista per capirlo, c'è chi lo accetta e chi no, ma io sono convinto che sia così.
Qual è la scoperta più sorprendente che Alfredo Marasti ha fatto negli anni «dal liceo all’università?
Che non si cresce quasi mai, non si impara quasi nulla e che ci si innamora quasi sempre irrazionalmente.
In quest’epoca di sovraesposizione siamo tutti- un po’- Lutero 2.0?
Sì, perché ci modelliamo e cambiamo forma sulle nostre proprie paure e su quelle degli altri, come se fossimo tutti l'IT di Stephen King o il Molliccio di Harry Potter,
con gli schermi digitali come tramite.
Vuole raccontarci la gestazione del videoclip Lutero 2.0?
Con Lorenzo Silano e Francesco Bovara abbiamo ricreato un appartamento claustrofobico
ma allo stesso tempo uterino, sulla scia di certi film di Roman Polanski o Bernardo
Bertolucci. Questo Lutero non è il riformatore che sfidò la Chiesa, ma una vittima del bombardamento di icone, sacre e profane, più o meno misteriose, cui non sa uniformarsi ma da cui nemmeno riuscirà a scappare, lasciandosi morire svuotato, quasi risucchiato
dagli schermi che lo circondano.
È sicuramente il videoclip più divertente ed impegnativo che ho finora realizzato,
impreziosito dalla presenza di attori di talento come Elena Gigliotti (L’invenzione della neve, Parthenope), Tiziano Rovai e Matilde Pagni. Forse non si immagina che anche per il breve spazio di quei quattro minuti c'è stato prima un grande lavoro sui personaggi, sulla scenografia, sulle luci di cui Silano è uno specialista.
E’ mai stato Il rappresentante d’istituto?
Sì, la canzone è in parte autobiografica, in parte fantasiosa. Non dirò dove.
Secondo Graziella Priulla (C'e' Differenza - Identita' Di Genere E Linguaggi, Franco Angeli 2013) la mancanza di segni per esprimere una realtà significa non soltanto non poterla nominare e dunque comunicare, ma anche non possederla nel proprio mondo simbolico.
E’ d’accordo?
È l'antichissimo, eterno dibattito con cui si chiude il più celebre romanzo di Umberto Eco: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. Mi sembra evidente che tutti
individualmente necessitiamo di un sistema simbolico per poter interagire e comunicare; in molti miei testi io cerco in tutti i modi di smontare i simboli, i segni, non perché io sia contro questi simboli e questi segni, ma perché mi sembra che in certi momenti
tendiamo a dimenticarci la loro arbitrarietà. Credo che nessuno di noi sia esattamente una cosa e soltanto quella, di conseguenza rimango inquieto quando le esigenze
individuali, legittime, si trasformano in rituali e politiche identitarie di massa, cui ci
troviamo tutti “cortesemente” invitati ad aderire non appena scarichiamo una
qualunque applicazione.
Su Priulla non mi pronuncio perché non ho letto il suo lavoro e non vorrei che le mie
esigenze polemiche suonassero come un discorso teorico e programmatico.
Definirsi per negazione, come faceva Montale, sembrava una buona
alternativa a molti di noi e anche a me- ha dichiarato, riferendosi agli anni del liceo. Ora ha cambiato idea?
No, non ho cambiato idea. Quella di Montale non era una posizione nichilista, ma onesta; io stesso so dire abbastanza bene cosa non sono, mentre mi imbarazza l'idea di affermare cattedraticamente chi o cosa sono. Né mi piace imporre al prossimo questo continuo e sfibrante “identikit” su chi siamo, come ci chiamiamo, cosa ci piace e cosa non vogliamo nella nostra bolla. Naturalmente, come tutti, faccio le mie eccezioni: per esempio non mi piacciono i fascisti, né i fondamentalisti, né gli impulsivi in generale. Ma vedi che ti ho appena proposto una sequenza di negazioni.
Mi capita di reincontrare ex compagni di liceo, conosciuti più o meno superficialmente, tutti convintissimi che io fossi il più comunista di tutti, non ho mai capito perché.
Il dimenticatoio- Canto monumentale alle Identità perdute sembra avere degli echi (sonori e concettuali) de “L’ Ultimo D’Annunzio”…
Mi piace che un progetto “sfoci” nell'altro; con l'Ultimo D'Annunzio non era la prima
volta che mi buttavo un certo tipo di rievocazione storico-letteraria, ma certamente è stato un concept particolare, così come particolare era l'identità di D'Annunzio,
talmente paradossale che in un certo senso anticipava questo progetto. Nel
Dimenticatoio ci sono allusioni al Risorgimento e alla Rivoluzione Francese, sia in
“Floreale” che nella “Ciocca della Pisana”, una canzone ispirata al romanzo di Ippolito Nievo Le confessioni di un italiano. L'avevo scritta nel 2011, all'epoca del 150esimo dell'unificazione nazionale, con l'idea di celebrarla e insieme un po' di smitizzarla. Siamo ancora sull'argomento dell'identità, che è sempre culturalmente/artificialmente
costruita, artefatta, soprattutto quando parliamo di identità sociale, politica e storica.
Finalmente ho capito il problema che mi impediva di trasmettere il mio programma culturale: il fatto che fosse un programma culturale. Così ha scritto in un post- promo del nuovo disco. Immagino scherzasse, ma non più di tanto…
La cultura, almeno per come io la intendo, vive un depotenziamento totale e forse
irreversibile. Negli ultimi mesi abbiamo visto un risveglio importante, anche molto bello, per condannare il genocidio a Gaza, ma mi sembra un risveglio più etico che culturale.
Importante, deflagrante e che darà a questo momento storico una valenza identitaria nel futuro, ma non ho visto un progresso culturale; sarebbe lungo e noioso dire il perché, ma per rendersene conto basta accendere la televisione. Troppo spesso assistiamo non a dibattiti complessi, ma allo scontro fra visioni dicotomiche, dogmi e parole d'ordine diverse, rituali di gruppo, a volte persino atti di fede.
