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Dal 20 marzo al 30 aprile il Molise torna al centro della scena internazionale con un festival che intreccia arte, impegno civile e riflessione contemporanea.

Il Molise come laboratorio visivo del presente

Dal 20 marzo al 30 aprile 2026, il Molise si conferma uno dei luoghi più interessanti del panorama culturale italiano per la fotografia contemporanea. Merito di MolichromFestival della Fotografia Nomade, giunto alla sua quinta edizione e ospitato negli spazi di Palazzo GIL, a Campobasso.

Sotto la direzione artistica di Eolo Perfido, il festival ha costruito negli anni una traiettoria precisa: non limitarsi a esporre immagini, ma utilizzarle come strumenti di indagine critica sul presente. Il nomadismo, tema fondativo della manifestazione, è stato progressivamente ampliato fino a diventare una vera chiave interpretativa del mondo contemporaneo.

Se nelle prime edizioni il focus era sull’attraversamento culturale e identitario e nel 2025 sulle migrazioni forzate legate ai conflitti armati, nel 2026 Molichrom sposta ulteriormente lo sguardo. Il tema della violenza di genere viene affrontato come fenomeno sistemico, capace di attraversare contesti geografici, politici e sociali molto diversi tra loro.

Il corpo, in questa prospettiva, non è solo presenza fisica, ma spazio simbolico su cui si esercitano dinamiche di potere, controllo e sopraffazione. Allo stesso tempo, è anche luogo di resistenza, trasformazione e ricostruzione. È proprio in questa tensione che il festival trova la sua dimensione più profonda.

 

Corpi, immagini e nuove consapevolezze

Fulcro della V edizione è la mostra I corpi delle donne come campi di battaglia, firmata dalla fotogiornalista Cinzia Canneri, vincitrice del World Press Photo 2025 nella categoria Long-Term Projects per la regione Africa.

Il progetto, sviluppato tra Eritrea, Etiopia e Sudan, racconta le storie di donne eritree e tigrine costrette a fuggire da regimi repressivi e da una guerra devastante, dove la violenza sessuale viene utilizzata come arma sistematica di controllo. Le immagini di Canneri evitano qualsiasi spettacolarizzazione del dolore: al contrario, costruiscono una narrazione rigorosa e rispettosa, che restituisce complessità alle vite raccontate.

In queste fotografie, il corpo femminile emerge come un campo attraversato da relazioni di forza ma anche da pratiche di solidarietà, cura e resistenza. Non solo vittima, quindi, ma soggetto attivo di trasformazione, capace di ridefinire se stesso anche nelle condizioni più estreme.

A questa dimensione internazionale si affianca il progetto Ciò che resta invisibile, realizzato insieme alle associazioni fotografiche locali e ai centri antiviolenza del territorio. Un lavoro collettivo che sposta lo sguardo sul contesto italiano, e in particolare su una regione come il Molise, caratterizzata da piccoli centri e forti relazioni comunitarie.

Qui la violenza di genere assume forme spesso meno visibili ma non meno profonde: isolamento progressivo, controllo relazionale, difficoltà di accesso alle reti di supporto. Il progetto esplora proprio queste dinamiche, mettendo in luce ciò che solitamente resta nascosto e sottolineando come il cambiamento passi prima di tutto da una trasformazione culturale.

 

Il programma del festival amplia ulteriormente la riflessione attraverso incontri, proiezioni e momenti di confronto. Il talk di Canneri al Teatro Savoia, insieme a Alba Bonetti, offre uno sguardo geopolitico sul tema, mentre la proiezione del film In questo mondo di Anna Kauber apre una prospettiva sulle esperienze di autonomia femminile nei contesti rurali.

A questi si aggiunge l’intervento del professor Remo Pareschi, che introduce una riflessione quanto mai attuale sul rapporto tra fotografia e intelligenza artificiale, soffermandosi sui bias algoritmici e sulle implicazioni delle immagini sintetiche nella rappresentazione delle donne.

Non manca infine la dimensione esperienziale, con il workshop Radici condotto da Fabio Moscatelli, che invita i partecipanti a immergersi nei paesaggi e nelle comunità locali, costruendo narrazioni visive che intrecciano territorio, memoria e identità.

Molichrom si conferma così come uno spazio di ricerca e dialogo capace di tenere insieme dimensione locale e scenari globali. In un’epoca in cui le immagini circolano con una velocità senza precedenti e rischiano di perdere profondità, il festival rivendica il valore di uno sguardo consapevole.

La fotografia, qui, non pretende di cambiare il mondo. Ma può fare qualcosa di altrettanto necessario: renderlo visibile, interrogarlo, metterlo in discussione. E, soprattutto, contribuire a costruire nuove forme di consapevolezza collettiva.

Per informazioni e programma completo: https://www.molichrom.com/

 

Testo a cura di Alessandro Infortuna

 
 
 
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La notte degli Academy Awards incorona il film dell’autore americano, mentre premi storici e nuovi record segnano un’edizione ricca di sorprese.

Miglior film

Il grande protagonista degli Oscar 2026 è stato Una battaglia dopo l'altra, che ha conquistato la statuetta più importante della serata: Miglior film. Il lavoro del regista statunitense Paul Thomas Anderson, partito con 13 nomination, ha convinto l’Academy grazie a una produzione ambiziosa e a un cast di primo piano, portando a casa complessivamente sei premi.

Miglior regia

Lo stesso Paul Thomas Anderson ha ottenuto anche l’Oscar per la Miglior regia, firmando uno dei momenti più attesi della serata. Dopo numerose candidature negli anni, il regista ha finalmente conquistato la statuetta più ambita, superando la concorrenza di Josh Safdie, Chloé Zhao, Ryan Coogler e Joachim Trier.

 

Miglior attrice protagonista

La statuetta come Miglior attrice protagonista è andata a Jessie Buckley per il ruolo nel film Hamnet. L’interpretazione intensa dell’attrice irlandese aveva già conquistato premi importanti durante la stagione, tra cui Golden Globe e BAFTA.

Miglior attore protagonista

Il premio come Miglior attore protagonista è stato assegnato a Michael B. Jordan per il suo doppio ruolo nel film Sinners - I peccatori. L’attore ha battuto una concorrenza di alto livello che includeva anche Timothée Chalamet, Wagner Moura, Ethan Hawke e Leonardo DiCaprio.

Migliore attrice non protagonista

Tra i momenti più sorprendenti della serata la vittoria di Amy Madigan come Migliore attrice non protagonista per il film horror Weapons. L’attrice ha interpretato Zia Gladys, dedicando il premio al compagno di vita, l’attore Ed Harris.

Miglior attore non protagonista

Il premio come Miglior attore non protagonista è andato a Sean Penn per il ruolo in Una battaglia dopo l'altra. Penn non era presente alla cerimonia e la statuetta è stata ritirata da Kieran Culkin.

 

Miglior film internazionale

L’Oscar per il Miglior film internazionale è stato assegnato a Sentimental Value. Il film del regista norvegese Joachim Trier, già premiato a Cannes e agli European Film Awards, ha superato altri titoli molto apprezzati dalla critica.

Miglior film di animazione

Nella categoria Miglior film di animazione ha trionfato KPop Demon Hunters, diretto da Maggie Kang e Chris Appelhans con la produzione di Michelle L. M. Wong.

Migliore sceneggiatura originale

Il premio per la Migliore sceneggiatura originale è stato vinto da Ryan Coogler per Sinners - I peccatori, pellicola che partiva con ben sedici nomination.

Migliore sceneggiatura non originale

Ancora Paul Thomas Anderson ha trionfato nella categoria Migliore sceneggiatura non originale per Una battaglia dopo l'altra, adattamento del romanzo Vineland di Thomas Pynchon.

Miglior casting

Tra le novità dell’edizione 2026 c’è la categoria Miglior casting, vinta da Cassandra Kulukundis per il lavoro su Una battaglia dopo l'altra.

Migliore fotografia

L’Oscar per la Migliore fotografia è andato a Autumn Durald Arkapaw per il film Sinners - I peccatori. Un premio storico: Arkapaw è la prima donna a vincere in questa categoria.

Miglior montaggio

Il premio per il Miglior montaggio è stato assegnato a Andy Jurgensen per Una battaglia dopo l'altra.

Migliore scenografia

La statuetta per la Migliore scenografia è andata a Tamara Deverell e Shane Vieau per il film Frankenstein.

Migliori costumi

Per i Migliori costumi ha vinto Kate Hawley, sempre per il film Frankenstein.

Miglior trucco e acconciatura

Ancora il film Frankenstein ha trionfato nella categoria Miglior trucco e acconciatura, con il team formato da Jordan Samuel, Mike Hill e Cline Furey.

Migliore canzone originale

La Migliore canzone originale è stata Golden, brano del film KPop Demon Hunters. È il primo brano K-pop a vincere un Academy Award.

Migliore colonna sonora

Il compositore Ludwig Göransson ha conquistato l’Oscar per la Migliore colonna sonora con il film Sinners - I peccatori.

Miglior cortometraggio di animazione

Il premio per il Miglior cortometraggio di animazione è andato a The Girl Who Cried Pearls, diretto da Maciek Szczerbowski e Chris Lavis.

Miglior cortometraggio live-action

Nella categoria Miglior cortometraggio live-action si è verificato un raro ex aequo tra Two People Exchanging Saliva e The Singers.

Miglior documentario

Il premio per il Miglior documentario è stato assegnato a Mr. Nobody Against Putin, coproduzione danese, ceca e tedesca.

Miglior cortometraggio documentario

Infine, nella categoria Miglior cortometraggio documentario ha vinto All the Empty Rooms dei registi Conall Jones e Joshua Seftel.

 

Tra applausi, prime volte storiche e grandi ritorni, la 98ª edizione degli Academy Awards si è chiusa al Dolby Theatre con il trionfo di Paul Thomas Anderson e del suo Una battaglia dopo l'altra, simbolo di una notte che ha celebrato il cinema in tutte le sue forme. A guidare il pubblico tra ironia, ritmo e momenti di grande spettacolo è stato il comico e conduttore Conan O'Brien, tornato sul palco degli Oscar per il secondo anno consecutivo e capace di accompagnare Hollywood in una serata che, ancora una volta, ha ricordato come il grande schermo resti il luogo dove sogni, talento e immaginazione continuano a incontrarsi.

 

testo a cura di Alessandro Infortuna

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Ufficializzata in Gazzetta la nuova menzione: più selezione, più struttura, stessa identità costiera.

Il Consorzio Morellino di Scansano annuncia un passaggio atteso da tempo: la menzione “Superiore” entra ufficialmente nel disciplinare del Morellino di Scansano DOCG. La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale rende pienamente efficaci le modifiche approvate dall’Assemblea dei soci nel 2025, segnando un nuovo capitolo per una delle denominazioni più dinamiche della costa toscana.

L’annuncio è arrivato a Firenze, il 23 febbraio 2026, durante Chianti Lovers & Rosso Morellino 2026, vetrina dedicata alle anteprime delle nuove annate. Un palcoscenico simbolico e strategico, davanti a stampa, operatori e buyer internazionali, dove il Morellino si è presentato con 13 aziende e 22 etichette in degustazione. Un contesto che conferma la volontà della denominazione di consolidare il proprio posizionamento qualitativo.

 

 

 

Un’identità che si rafforza

“La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale rappresenta un risultato importante per tutta la denominazione”, ha dichiarato Bernardo Guicciardini Calamai, presidente del Consorzio. “Con la menzione Superiore rafforziamo il nostro percorso di valorizzazione, puntando su maggiore selezione e identità”.

Non si tratta di un nuovo vino, ma del riconoscimento formale di una tipologia che molte aziende già producevano: una versione intermedia tra Annata e Riserva, finora priva di una definizione . Con il Superiore, quella fascia trova ora una collocazione chiara, offrendo al mercato un riferimento più leggibile e coerente.

La scelta va letta come un investimento sulla riconoscibilità del Sangiovese della costa, vitigno che qui esprime freschezza, equilibrio e una cifra mediterranea distintiva. In un panorama sempre più competitivo, l’obiettivo è semplice ma ambizioso: alzare l’asticella senza snaturare l’identità.

 

 

 

 

Più struttura, stessa anima

Dal punto di vista tecnico, il Morellino di Scansano Superiore prevede un minimo dell’85% di Sangiovese, con la possibilità di integrare fino al 15% di altri vitigni a bacca nera non aromatici. Le rese massime sono più contenute rispetto alla tipologia Annata e il periodo di affinamento è più lungo. L’immissione al consumo è fissata al 1° gennaio del secondo anno successivo alla vendemmia.

Parametri che mirano a favorire maggiore struttura e complessità espressiva, mantenendo però intatti i tratti distintivi della denominazione: bevibilità, equilibrio, tensione acida. In altre parole, più profondità senza perdere slancio.

Il messaggio del Consorzio è chiaro: il Superiore non rompe con il passato, ma organizza meglio il presente. Dà un nome e un volto a una realtà produttiva già consolidata, offrendo agli appassionati e agli operatori uno strumento in più per comprendere l’evoluzione del Morellino.

Per una denominazione che negli ultimi anni ha lavorato con costanza sulla qualità e sulla reputazione internazionale, l’introduzione del Superiore rappresenta un passo naturale. Non una rivoluzione, ma una dichiarazione di maturità.

 

A cura di Alessandro Infortuna

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Il 27 febbraio 2026 alle ore 18.30, Roberta Schira presenterà il suo nuovo romanzo Le margherite sanno aspettare, edito da Garzanti.

L’ultimo romanzo di Schira, giornalista per il Corriere della Sera e autrice di I fiori hanno sempre ragione, già molto amato da pubblico e critica, è una nuova, intensa storia di rinascita.

Le margherite sanno aspettare è un romanzo poetico e intenso, fatto di forza, empatia e consapevolezza. Un’opera corale, intima e potente, dove la natura cura, la Casa guida e le donne imparano a scegliere, a parlare e ascoltare. Come le margherite, che fioriscono anche nei terreni più duri, queste protagoniste imparano a resistere, a ritrovare la propria voce e il proprio tempo.

Tra bagni nel bosco, sogni, cucina condivisa e confessioni davanti al fuoco, ogni protagonista del romanzo di Schira affronta la propria ferita, raccontando un femminismo gentile, fatto di forza e consapevolezza, e ci ricorda che ogni crepa può diventare apertura.

La presentazione si terrà al Centro Brera, in via Formentini 10 a Milano. Moderatore della presentazione, il giornalista Antonio Bozzo. Al termine è previsto un momento conviviale: un aperitivo offerto da ZenVero, liquore artigianale allo zenzero prodotto a Milano, accompagnato dai mondeghili della tradizione milanese della trattoria La Sciura e da alcune creazioni di arte bianca di Matteo Cunsolo.

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Nel meraviglioso paronama del Collio friulano, Cruna di Subida, wine country house a Cormòns, in occasione di San Valentino offre alle coppie di innamorati una formula speciale, manifesto dell'amore: una sola notte, una sola coppia, una sola suite disponibile. Una vera e propria esperienza all'insegna di esclusività e privacy, perfetta per la notte più romantica dell'anno.

Il 14 febbraio, la sala caminetto viene infatti riservata interamente a due persone. La struttura si chiude al resto del mondo, diventando un rifugio dal caos quotidiano.

L’esperienza inizia con un welcome drink esclusivo: una bottiglia selezionata e personalizzata con le iniziali degli ospiti, creata appositamente per l’occasione. Poi la suite, unico spazio disponibile per la notte, diventa alcova privata, sospesa tra luce e silenzio.

Alle 19.30 la coppia viene accompagnata nella sala caminetto per il menu degustazione “Al Lume del Caminetto”, servito da un cameriere dedicato. Il percorso gastronomico è profondamente radicato nel territorio: tagliere di affettati e formaggi locali con miele e composte home made; Toc in braide, polentina morbida con fonduta di Montasio e crunch di nocciole; tagliatelle fatte in casa con tartufo; uovo con pioggia di tartufo; cremoso al cioccolato con fragole fresche e piccola pasticceria fatta in casa.

I vini contribuiscono al ritmo della serata: Pinot Grigio spumantizzato LORIA, Ribolla Gialla DOC Collio 2023, Collio Bianco DOC 2023, Franconia del Collio 2023, Prosecco Rosé DOCG VISIO. Un racconto liquido che attraversa il territorio e ne restituisce complessità.

Al mattino, la colazione viene servita direttamente in suite. Senza orari imposti, con calma e lentezza.

«San Valentino, per noi, non è una data ma un gesto di attenzione – spiega Madi Cattaruzzi – Abbiamo scelto di dedicare una cena e la riservatezza della struttura ad una sola coppia, perché l’amore, come l’ospitalità autentica, ha bisogno di spazio, silenzio, libertà e tempo. E di sentirsi davvero unici».

Cruna di Subida nasce nel 2023 dal desiderio di Madi Cattaruzzi e Marco Perti di trasformare una casa centenaria, un tempo appartenuta a una famiglia tedesca, in un luogo capace di incarnare la loro idea di accoglienza. Già proprietari della vicina azienda agricola, hanno riconosciuto in quell’edificio il naturale prolungamento di uno stile di vita.

La struttura conta sei camere – due Deluxe, tre Junior Suite e una Suite – pensate come rifugi raccolti, con arredi Lago scelti per essenzialità e armonia. In ogni stanza una piccola cantinetta ospita etichette di produzione propria. Nel grande salotto delle colazioni, tra torte fatte in casa e prodotti locali, le opere del pittore friulano Enrico Ursella raccontano l’anima agricola del territorio.

Una location unica, che il 14 febbraio si chiude al mondo per celebrare l'intesa di una coppia di innamorati.

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Il cioccolato ha da sempre affascinato i sensi umani, costituendosi tanto come un simbolo di amore e passione quanto di benessere e lunga vita. Nella cornice di San Valentino, il cioccolato fondente veste i panni di protagonista assoluto, svelando la sua duplice natura: un piacere che appaga i sensi e un elisir che nutre il corpo. Recenti ricerche scientifiche, tra cui quelle condotte dal King's College di Londra, hanno confermato ciò che le credenze popolari hanno sempre sostenuto: il fondente è ricco di teobromina, un composto capace di rallentare i processi di invecchiamento e di supportare la salute cardiovascolare.

Questa scoperta non solo rinvigorisce il fascino del fondente, ma lo consacra come scelta preferenziale in un'evoluzione culturale che riunisce piacere sensoriale e benessere fisico. Gli italiani, noti per i loro gusti raffinati e per un culto della gastronomia che affonda le radici in tradizioni secolari, non resistono al fascino del cioccolato fondente. Le statistiche parlano chiaro: durante il periodo compreso tra il 15 gennaio e il 15 febbraio 2025, il fondente ha sbaragliato la concorrenza arrivando al 7,56% delle preferenze, seguito dalla gustosa combinazione di nocciolato fondente e dalle note esotiche del pistacchio. A completare la scena troviamo il cioccolato bianco, con il suo abbraccio morbido, e il cioccolato al latte, che nonostante il suo calo di popolarità, continua a essere particolarmente apprezzato.

Ma ciò che rende unico il cioccolato fondente è la sua capacità di coniugare il piacere fisico a quello emotivo. Il cacao, ingrediente chiave, è noto per stimolare la produzione di endorfine e serotonina, ormoni che regolano il buonumore e il benessere emotivo, creando un legame profondo tra corpo e mente. In tal modo, San Valentino diventa un'opportunità per esplorare il cioccolato non solo come regalo, ma come esperienza condivisa che arricchisce e avvicina le coppie in modo tangibile e autentico.

Le collaborazioni innovative, come quella tra Choco Zero e MySecretCase, mettono in risalto il valore esperienziale del cioccolato. Le loro box, pensate per il piacere dei sensi, uniscono il sapore autentico del cioccolato senza zuccheri aggiunti con un percorso di giochi e complicità, invitando le coppie a scoprire l’erotismo e l'intimità attraverso un viaggio sensoriale completo. Le carte della linea “Spogliamoci” animano il processo, trasformando un semplice regalo in una celebrazione dell'arte di amare.

Choco Zero, con la sua filosofia che rispecchia questo connubio tra scienza e tradizione, guida il settore con una gamma di prodotti che riuniscono il piacere del cioccolato con le esigenze dietetiche moderne. Fondata con la missione di offrire dolcezza priva di zuccheri superflui, la marca è diventata una scelta privilegiata anche per chi deve tenere conto di restrizioni alimentari, grazie ai suoi ingredienti selezionati e alla cura artigianale tipica della cultura cioccolatiera italiana.

In sintesi, il cioccolato fondente non è solo un inno alla bellezza delle emozioni e delle relazioni umane, ma anche un'opzione culinaria che valorizza la salute. È un viaggio che intreccia scienza e passione, creando un mix irresistibile che celebra San Valentino con un linguaggio universale di amore e piacere consapevole.

 

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Quando l’UNESCO, nel 2023, ha riconosciuto la cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità, il messaggio non era rivolto soltanto al mondo della gastronomia. Era un segnale politico e culturale: il cibo come strumento di identità nazionale, come linguaggio diplomatico, come leva di soft power in grado di costruire relazioni, influenzare immaginari, consolidare reputazioni.

Dentro questa cornice si inserisce il progetto I GO Italian, promosso dalla Fondazione Made in Sicily ETS, che prova a tradurre quel riconoscimento in una rete operativa. Non un marchio, non una certificazione, ma un’infrastruttura relazionale che connette ristoratori, chef e produttori italiani nel mondo sulla base di valori condivisi: trasmissione dei saperi, qualità della filiera, ritualità della tavola, convivialità come fatto culturale prima che commerciale.

Nato a dicembre 2025, I GO Italian si propone infatti come una piattaforma di networking e riconoscimento per quelle realtà che, fuori dai confini nazionali, contribuiscono ogni giorno a costruire e trasmettere un’immagine autentica della cultura gastronomica italiana. A guidare il progetto sono Giovanni Callea e Davide Morici, vertici della Fondazione Made in Sicily, che hanno chiarito sin dall’inizio l’impostazione dell’iniziativa. «A differenza di un sistema di certificazione basato su criteri oggettivi o commerciali», hanno spiegato, «I GO Italian nasce per mettere in rete chi già opera secondo i principi UNESCO. Non si impongono parametri rigidi, ma si identificano sensibilità, pratiche e narrazioni. Il riconoscimento UNESCO infatti non celebra un semplice complesso di ricette: considera un patrimonio culturale immateriale fatto di saperi, rituali, convivialità e tradizioni che uniscono le persone, il rapporto profondo con il cibo come elemento di comunità.»

Il punto è chiaro: oggi la gastronomia italiana all’estero non è solo export di prodotti o apertura di ristoranti. È una forma di diplomazia informale, quotidiana, che agisce molto più in profondità di molte campagne istituzionali. Ogni gesto di cucina contribuisce a costruire un’immagine dell’Italia che va ben oltre il turismo, diventando presidio culturale.

In questo senso, il riconoscimento UNESCO non celebra un repertorio di ricette, ma un sistema complesso fatto di saperi artigianali, rituali sociali, relazioni comunitarie, trasmissione intergenerazionale. È una definizione che sposta il baricentro dalla tecnica al contesto, dal piatto al gesto, dal prodotto alla cultura che lo genera.

I GO Italian prova a lavorare proprio su questo livello. La scelta di non adottare criteri rigidi di certificazione, ma un sistema di adesione basato su presentazione, invito e valutazione qualitativa, indica una direzione precisa: costruire una comunità prima che un elenco. Mettere in rete chi già opera secondo quei principi, piuttosto che imporre standard astratti.

Il risultato è una geografia dell’italianità gastronomica con più di 50 realtà che attraversa Stati Uniti, Europa, Medio Oriente e Asia, con presidi in città simboliche come Los Angeles, Chicago, Londra, Parigi, Tokyo, Dubai. Più di 1.000 persone coinvolte tra chef, ristoratori, produttori interconnessi, oltre a luoghi in cui la cucina italiana non è più nicchia etnica, ma parte integrante dell’offerta gastronomica locale e del lifestyle urbano.

Qui entra in gioco un secondo livello di analisi: la food diplomacy non è solo promozione dell’immagine italiana, ma anche politica industriale indiretta. Ogni ristorante che lavora con produttori italiani, ogni bottega che importa e racconta territori, ogni carta dei vini costruita su denominazioni italiane genera domanda, apre mercati, crea filiere economiche.

Il caso di grandi operatori come Andronaco Grande Mercato, catena di supermercati con ristorazione in Germania, o delle catene di trattorie in Olanda di Qualitalia mostra come la ristorazione diventi piattaforma distributiva, educativa e commerciale insieme. Non solo vendita e servizio, ma formazione del gusto, alfabetizzazione alimentare, costruzione di abitudini di consumo orientate alla qualità.

Allo stesso tempo, il racconto emerso a Milano lo scorso 15 dicembre presso la Sala Falck di Assolombarda mette in luce una fragilità strutturale: gran parte di questa diplomazia gastronomica è affidata all’iniziativa privata, spesso senza un reale coordinamento istituzionale. Gli operatori italiani all’estero costruiscono reputazione e mercati, ma raramente sono integrati in una strategia nazionale di promozione culturale ed economica.

In questo vuoto si inseriscono progetti come I GO Italian, che provano a colmare la distanza tra patrimonio culturale riconosciuto e politiche operative. La creazione di una rete selettiva, basata su reputazione e coerenza, va letta come un tentativo di costruire un’infrastruttura leggera di rappresentanza, capace di dialogare con istituzioni, territori e sistemi produttivi.

Il nodo, per il futuro, sarà la governance. Trasformare una rete di storie individuali in un sistema riconoscibile, capace di produrre effetti misurabili in termini di promozione, tutela della qualità, contrasto all’italian sounding, sostegno alle filiere artigianali. Perché la vera sfida della food diplomacy italiana non è più raccontare l’eccellenza, ma difenderne la complessità. In un mondo in cui l’Italia è spesso ridotta a stereotipo gastronomico, costruire una narrazione articolata, plurale, territorialmente fondata diventa un atto politico.

In questo senso, la cucina italiana come patrimonio UNESCO non è un punto di arrivo, ma un mandato. Un invito a costruire politiche culturali ed economiche capaci di usare il cibo non solo come vetrina, ma come strumento di relazione internazionale, sviluppo territoriale e identità condivisa. E forse è proprio qui che progetti come I GO Italian trovano il loro spazio più interessante: non solo nel celebrare l’italianità, ma nel provare a darle struttura.

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Costruire una collezione di profumi non significa accumulare fragranze, ma scegliere poche referenze capaci di coprire famiglie olfattive diverse: un legno iconico, un floreale contemporaneo, un accordo ambrato caldo, una costruzione muschiata intima. Tra fragranze che hanno fatto storia e novità del 2025, ecco cinque profumi di nicchia che definiscono un guardaroba olfattivo equilibrato, sofisticato e attuale.

Perché scegliere un profumo di nicchia

Scegliere un profumo di nicchia significa privilegiare la qualità progettuale rispetto alla logica del mercato di massa. Le maison indipendenti lavorano su formule meno standardizzate, con maggiore libertà creativa, concentrazioni più alte di materie prime e una ricerca stilistica riconoscibile. Il risultato sono fragranze con una firma più netta, meno condizionate dalle tendenze stagionali e pensate per costruire un’identità olfattiva personale, non per piacere a tutti. In una collezione, il profumo di nicchia ha anche una funzione culturale: racconta una visione, un’estetica, un modo di intendere la profumeria come linguaggio e non come semplice accessorio. È una scelta di posizionamento, oltre che di gusto.

Eau de toilette o eau de parfum: quale scegliere

La differenza tra eau de toilette ed eau de parfum riguarda principalmente la concentrazione di oli profumati e, di conseguenza, la persistenza sulla pelle. Un’eau de toilette ha una concentrazione più bassa, in genere tra il 5 e il 10 per cento, con una struttura più leggera e una durata più contenuta. È ideale per il giorno, per climi caldi e per chi preferisce una presenza discreta.
L’eau de parfum ha una concentrazione più alta, mediamente tra il 12 e il 20 per cento, una costruzione più ricca e una persistenza superiore. È la scelta più comune nella profumeria di nicchia, perché consente una migliore evoluzione delle note e una scia più stabile nel tempo. La scelta non è solo tecnica, ma legata allo stile di vita, all’occasione d’uso e al tipo di firma olfattiva che si vuole costruire.

La nostra selezione di Gennaio

Serge Lutens – Féminité du Bois

Lanciato negli anni Novanta, Féminité du Bois è uno dei profumi che hanno segnato la storia della profumeria moderna. La struttura ruota intorno al cedro, arricchito da cannella, frutta secca e spezie morbide. Non è un legno austero, ma sensuale e avvolgente, che ha anticipato l’uso dei legni anche nell'universo femminile. È il riferimento culturale della collezione, un profumo profondo e sensuale, che affascina senza mai stancare.

Ex Nihilo – Spiky Muse

Spiky Muse rappresenta una rilettura contemporanea dell’oud, costruita attorno a un dialogo tra rosa, spezie e legni scuri, secondo la scuola parigina. Il risultato è un oud portabile, moderno, riconoscibile ma mai aggressivo. È il pezzo di carattere della collezione, quello che introduce intensità e presenza, con una persistenza sulla pelle che accompagna dalla sera alla mattina.

Parfum d’Empire – Madagascar Le Baume Vanille

Questa nuova creazione unisex di Parfum d’Empire lavora sulla vaniglia in chiave balsamica e resinosa, lontana dalle derive gourmand. La vaniglia del Madagascar è trattata come una materia prima secca, quasi ambrata, accompagnata da note di resine e legni caldi. È pensato per chi cerca calore e comfort senza scivolare in una dolcezza eccessiva. Un fondo caldo, da sera o da stagione fredda, avvolgente come un cashmere.

Les Liquides Imaginaires – Blanche Bête Limited Edition

Blanche Bête, in edizione limitata, è una fragranza costruita attorno a una sensualità lattiginosa e muschiata. Latte, vaniglia chiara, ambra morbida e fiori bianchi creano un profilo intimo, quasi epidermico. È un profumo concettuale ma estremamente portabile, che lavora sulla trasparenza e sulla persistenza controllata. Nella nostra selezione rappresenta il versante più delicato e introspettivo.

Byredo – Alto Astral

Alto Astral è una delle uscite più interessanti di Byredo nel 2025. Un floreale aldeidico unisex costruito su aldeidi luminose, acqua di cocco, incenso, gelsomino e sandalo. La partenza è brillante e astratta, la scia progressivamente più calda e cremosa. È un profumo che gioca sulla pulizia sofisticata, tipica della maison, con un’energia nuova. Perfetto come firma contemporanea, da giorno e da ufficio.

In una collezione ben costruita, ogni profumo ha una funzione precisa. Non si tratta di avere infinite fragranze, ma di selezionare poche composizioni capaci di coprire profili olfattivi diversi, con qualità delle materie prime, coerenza stilistica e buona persistenza cutanea. Cinque profumi possono essere sufficienti per raccontare un’estetica, un gusto e un modo personale di abitare il profumo, e farne la propria signature.

Questa la nostra selezione per il mese di Gennaio. A mese prossimo per nuovi consigli, e un nuovo viaggio tra le icone e le novità della profumeria di nicchia.

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Dal 2026 sarà Valerio Dallamano a guidare la proposta gastronomica del Grand Hotel Fasano di Gardone Riviera. Lo chef bresciano assumerà la direzione dei due ristoranti della storica struttura cinque stelle sul Lago di Garda, la Trattoria Il Pescatore e il ristorante La Magnolia, firmando una nuova fase per l’offerta culinaria dell’hotel.

Il Grand Hotel Fasano, uno dei simboli dell’ospitalità di lusso gardesana, affida così le proprie cucine a uno chef con un percorso costruito tra alta formazione tecnica, lunga esperienza nel fine dining e un forte legame con il territorio di origine.

Nato a Brescia, Valerio Dallamano arriva alla cucina attraverso un percorso non lineare. Prima di dedicarsi definitivamente alla ristorazione frequenta l’università di Chimica e Tecnologie Farmaceutiche, una formazione che contribuirà a strutturare un approccio rigoroso e analitico al lavoro in cucina. La svolta arriva con l’incontro con Vittorio Fusari, fondamentale per la sua crescita professionale, accanto al quale apprende le basi dell’ars culinaria.

Nei quindici anni successivi Dallamano costruisce il proprio profilo lavorando in alcune delle principali cucine stellate italiane ed europee. Un percorso che gli permette di affinare tecnica, gusto e metodo, fino a ottenere a Venezia la stella Michelin, uno dei riconoscimenti più significativi della sua carriera.

Il ritorno in Lombardia segna una nuova fase. “Sono felice di essere al Grand Hotel Fasano – spiega lo Chef Valerio Dallamano – Per me significa tornare alle origini. Ho ritenuto fondamentale, se non addirittura moralmente obbligatorio, tornare nella mia terra dopo aver viaggiato, dopo aver conosciuto tradizioni di altri popoli, dopo essermi fatto contaminare da culture diverse, e dopo aver fatto esperienze nel mondo del fine dining. È l’evoluzione naturale di un cammino durato 20 anni che mi ha portato ad accrescere la mia esperienza, tecnica e gusto, in sinergia con una consapevolezza nuova e viscerale delle mie radici.”

Al Grand Hotel Fasano, Dallamano sarà responsabile dei menu di entrambe le insegne, con due progetti distinti ma complementari.

Il ristorante La Magnolia si presenta come un bistrot contemporaneo, con una proposta costruita attorno alla valorizzazione delle eccellenze locali e italiane. Diversa l’impostazione della Trattoria Il Pescatore, affacciata direttamente sul lago. La terrazza, soprattutto di sera, diventa uno degli spazi più suggestivi della struttura. In questo contesto la cucina propone una rilettura della tradizione bresciana e mediterranea in chiave internazionale. Pesce di lago e di mare, prodotti del territorio, ricette della memoria e interpretazioni più attuali convivono in una proposta che attraversa geografie diverse: laghi e mari, colli e pianure, monti e valli.

È qui che la ricerca di Dallamano, tra antichi sapori, ricette locali e influenze raccolte nel corso degli anni, trova la sua sintesi più compiuta. Una cucina che non rinuncia alla complessità tecnica, ma che punta a un equilibrio misurato tra tradizione e contemporaneità.

Si offriranno poi anche percorsi di degustazione con abbinamenti di vino, fermentati o proposte analcoliche, oltre a menu à la carte. Le proposte saranno disponibili sia per gli ospiti dell’hotel sia per il pubblico esterno, confermando la volontà del Grand Hotel Fasano di aprire la propria offerta gastronomica al territorio.

Con l’arrivo di Valerio Dallamano, il Grand Hotel Fasano rafforza il proprio posizionamento nel panorama dell’alta ristorazione gardesana, puntando su una cucina di alto livello capace di dialogare con il contesto senza rinunciare a un approccio contemporaneo.

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Le sfere olimpioniche firmate da Nicola Giotti nascono come un progetto che mette in discussione e trascende il ruolo tradizionale della pasticceria decorativa: un lavoro certosino, che utilizza il cioccolato come supporto espressivo, avvicinandolo ai linguaggi dell’arte visiva e del design.

In occasione delle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026, Giotti ha realizzato una collezione di sfere di cioccolato con tecnica di aerografia indiretta speculare lucida, trasformando la materia dolce in superficie riflettente e narrativa. Il progetto nasce da due mesi di ricerca, bozzetti e progettazione e si fonda sull’idea di tradurre in forma tridimensionale i valori associati allo spirito olimpico: movimento, velocità, tensione emotiva.

Il concept visivo si sviluppa attorno al dialogo tra due contesti simbolicamente centrali per Milano Cortina: l’ambiente urbano milanese e il paesaggio montano delle Dolomiti. Le architetture della città si traducono in geometrie verticali e tagli di luce, mentre la dimensione naturale emerge nei toni freddi, nei bianchi ghiacciati e nei blu profondi che richiamano il paesaggio invernale. Su questa doppia matrice si innestano i soggetti: lo skyline contemporaneo, le figure della danza sul ghiaccio, l’atleta di bob lanciato nella velocità, lo sciatore in discesa.

Dal punto di vista tecnico, la scelta della sfera come supporto rappresenta un’evoluzione rispetto alle celebri uova aerografate che hanno reso riconoscibile il lavoro di Giotti. La superficie concava amplifica l’overspray tipico dell’aerografia, rendendo più complessa la gestione del colore e dei contrasti cromatici. Ogni intervento è eseguito a mano libera, con un uso preciso di chiaroscuri che costruiscono profondità e dinamismo visivo.

Anche lo sfondo assume un ruolo strutturale nella composizione: non è un semplice contorno, ma parte integrante dell’immagine, funzionale a rafforzare la percezione del movimento e della tensione. Le diverse dimensioni delle sfere contribuiscono inoltre a una sensazione di instabilità dinamica che richiama l’energia della competizione sportiva. Un ulteriore livello di lettura è affidato alla materia stessa: le sfere sono realizzate in cioccolato bianco aromatizzato allo zafferano, un richiamo diretto a uno degli ingredienti simbolo della cucina milanese. Il gusto diventa così parte del racconto identitario, non elemento separato dalla costruzione visiva.

Con questo progetto, Nicola Giotti consolida un percorso che lo porta oltre la dimensione della pasticceria decorativa, collocandosi a tutti gli effetti tra arte applicata, food design e scultura edibile. Le sfere olimpioniche non sono pensate come semplici dolci celebrativi, ma come oggetti capaci di veicolare un racconto visivo coerente, tecnico, concettuale e, soprattutto, delizioso, che appaghi vista e palato.

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