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Le prime 5 novità selezionate per voi e la playslist su Spootify!
L'estate è liberatoria. Ad una minor quantità di vestiti addosso, aumenta esponenzialmente la voglia di uscire e vivere nuove esperienze. Una colonna sonora adeguata al momento è quello che ci vuole. Le novità uscite da poco selezionate per voi, con una playlist su Spootify in continuo divenire. I primi 5 brani. Let's play it loud!
Cocorosie: Gravediggress
Notturne e ispirate più che mai le due eccentriche sorelline francesi, che prendono il pop e lo disarmonicizzano con atmosfere oniriche e oscure, che tanto rimandano alle produzioni del nord europa (Islanda su tutte). Così Gravediggress, chicca che anticipa l'album, è brano che che ruota intorno al duetto fra un'anziana vagabonda e una bimba abbandonata, cui è stata rubata l'innocenza. La bimba chiede alla vecchia di proteggere il suo amore seppellendolo.
Prescritto per: In casa, abbassando le tapparelle, sognando l'Islanda o qualche altra landa desolata del nord.
Casi di non somministrazione: virulento astio per Bjork et simila.
Foals: Holy fire
Con il fulminante esordio “Antidotes” catturarono l'attenzione con un rock indie dalle ipnotiche dissimetrie avant-pop, sempre teso sul mimimalismo. Avanti ancora con lo spessore di “Total Life Forever”, lavoro monumentale che lambiva territori inesplorati, esce “Holy Fire”. Tra tutti vi proponiamo la sventagliata math-funk di “Inhaler”, singolo quasi Jane's Addiction nel ritornello, che mette bene in evidenza la sottilissima perizia tecnica (apprezzabile soprattutto dal vivo) del gruppo. A Milano il 24 ottobre.
Prescritto per: rimembrare la vacuità del rock.
Casi di non somministrazione: quando la strofa-ritornello-strofa è tutto.
Micheal Franti: I'm Alive
Il cantante californiano torna con il pop-rock-rap un po' terzomondista che gli ha regalato la notorietà con il precedente “The Sound of Sunshine”. Franti fa suo il messaggio positivo di Unity e ottimismo tipici del reggae. Si aspetta l'album nuovo che uscirà a breve. In attesa che il singolo esca anche su Spootify vi proponiamo “See you in the light” dal suo album più riuscito “Yell Fire” che miscela raggamuffin, rock, pop e reggae con mirabile facilità.
Prescritto per: Colorare un abbandono.
Casi di non somministrazione: Se il termondismo vi fa venire l'orticaria.
Bloody Beetroots + Paul McCartney: Out of sight
Questo pezzo è la dimostrazione che non ha importanza la storia che hai alle spalle: talento e sintonia possono fondersi insieme anche tra musicisti completamente diversi per formazione ed esperienza. Di McCartney, leggenda vivente, sett'anni appena compiuti, sapevamo tutto, ma mai si poteva pensare che potesse funzionare in un brano dance pompato come questo. La canzone è stata creata da Paul McCartney, Martin 'Youth' Glover, storico sodale dei Killing Joke e dal '93 co-intestatario - insieme proprio a Paul McCartney - del progetto Fireman e Sir Bob Cornelius Rifo. In playlist vi proponiamo “Nothing too much just out of sight” degli Fireman, che richiama il titolo del singolo. Un blues primordiale dove McCartney esprime una vocalità ruvida, distante dalla melodia alla quale lo si associa. Qui invece il link alla canzone:
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=0mOgDiNN2Uc
Prescritto per: miscelare gin tonic quando finite di lavorare.
Casi di non somministrazione: Beatles maniac.
S.M.S. Miro Sassolini: Mai troppo chiuso il tempo
Una sintesi perfetta tra l'elettronica di matrice minimale anglosassone e il cantautorato italiano questa ballata di Miro Sassolini, la voce dei Diaframma, storico gruppo culto. Mino celebra i “primi” 50 anni di vita e i 30 di carriera. L'album da cui vi proponiamo questa intensa ballata si chiama Da Qui a Domani, dodici tracce intense, un “progetto di ricerca artistica, multimediale e contaminata” dove si mischiano elettronica e pop di classe. Se non sapete chi siano i Diaframma, vi diamo un assaggio tratto capolavoro Siberia, “Neogrigio”.
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=Erv9w2-V1FI
Prescritto per: Sciogliere i pensieri.
Casi di non somministrazione: Sensibilità conclamata alle cose fatte bene!
Playlist Spootify
http://open.spotify.com/user/1166797756/playlist/5okb9ooNJk2AhQOYtV7S2t
Il ciclo Ritratti d’Autore, ideato e diretto da Charlie Owens con l'idea di dipingere i protagonisti del nostro tempo, uomini e donne che possono davvero vantarsi di aver firmato il mutamento, arriva domenica 26 maggio al suo terzo appuntamento. Protagonista, sul palcoscenico dello Spazio Teatro NO'HMA, “il puma di Lambrate” Fabio Treves.
Il mitico, straordinario bluesman che da quasi 40 anni predica “il blues alle masse”, ripercorrerà la sua storia, che è quella del blues, e torneremo con lui a rivivere l’amore verso questo genere musicale che dice Fabio Treves “è la vita stessa di tutti i giorni”.
Non perdete quest'appuntamento con il genere musicale più caldo di sempre, in questa primavera che ancora caldissima non è.
Domenica 26 maggio, ore 17,00
Spazio Teatro NO’HMA Teresa Pomodoro Via Andrea Orcagna 2, Milano ingresso libero e gratuito fino a esaurimento posti è consigliabile prenotare tramite telefono o via mail 0245485085/ 0226688369 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
La nostra mente si sa, spesso viaggia per fugaci associazioni di idee ed immagini, a volte condivise, a volte solo nostre. Non voglio e non posso credere però, che quello che due parole come jazz e ska evocano alla mia mente, non sia condiviso dalla stragrande maggioranza delle persone. Swing e calice di vino rosso rubino in umidi bar di New Orleans degli anni ’20 da un lato, groove travolgente, sorrisi tropicali e naturali sostanze illecite (o per molti illecitamente illecite) dall’altro. Due realtà forse apparentemente diverse, ma in verità legatissime, entrambe con radici culturali profonde profondamente vicine. Il Jazz è il genere colto che arriva dal basso per eccellenza, modulato dalla cultura popolare africana e da quella dei circoli d’èlite europei, figlio scapestrato, ma consapevole del blues, contaminato da così tanti influssi diversi che si può dire stia alla base della maggior parte dei generi musicali più moderni. Dicono di lui « In genere, il jazz è sempre stato come il tipo d'uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia. » Lo ska? Anche lui, seppur spesso associato al semplice divertimento, è in realtà un genere musicale pregno di un forte senso di identità e di appartenenza che ha permesso alle comunità caraibiche immigrate, soprattutto in Inghilterra, di mantenere una forma culturale coesa, dopo le esperienze della DUB e dell’ RNB, e non senza gli influssi del sopracitato zio Jazz. Due parenti che hanno preso strade diverse? No signori. Anche oggi, a quasi cent’anni da quei magici anni ’20, il Jazz continua ad emozionare, ed insieme allo ska, fa divertire e ballare, creando un universo parallelo che è un po’ un tuffo nel passato. Di questo frullato frizzante fanno il loro piatto forte i ragazzi della New York Jazz Ensemble, che dal 1994 animano i corpi e le menti degli avventori a ritmo di uno ska dalle forti componenti Jazz, prima fra tutte l’improvvisazione. Nati come side project dei The Toasters acquiscono presto tutta l’autonomia che meritano, diventando forse il gruppo di maggior pregio della scena. All’interno dell’ensemble artisti già noti nel panorama ska, reggeae e jazz: il trombone di Ric Becker, il sassofono, nonché flauto traverso, di Freddie Reiter, la batteria di Yao Dinizulu, la chitarra di Alberto Tarin, le tastiere di Earl Appleton e il basso di Wayne Bachelor. Impossibile non farsi coinvolgere dalla febbre della loro energia dal loro sapore un po’ retrò, un po’ esotico, e dai ritmi travolgenti. (Si narra inoltre di una grande capacità intrattenitiva dei membri della band.)
I ragazzi della NYSJE saranno in Italia per due date, il 17/07 al circolo Magnolia di Milano e il 20/07 al Botanique Garden di Bologna. Performance artistica di livello e divertimento, assicurati!
A partire dal 10 giugno fino al 31 luglio per tutti gli amanti della musica partirà la seconda edizione della rassegna dell'estate musicale milanese chiamata City Sound.
L'obiettivo è quello di imporsi come uno degli eventi dedicati al suono tra i più importanti d'Europa. Il festival vanta una vasta partecipazione di artisti di fama internazionale, per creare un'edizione eclettica e ancora più ambiziosa della precedente, raddoppiando il numero di concerti con oltre 50 giorni di programmazione alternando cantanti presenti sulla scena rock, pop, hip hop, blues, jazz. Ci saranno anche concerti di musica elettronica con diversi live di alcuni fra i più importanti Dj.
Il festival sarà allestito all'ippodromo del Galoppo in via Diomede 1 a Milano, facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici.
Il programma artistico di City Sound 2013 è in fase di definizione. La direzione artistica del Festival sta lavorando per costruire un cast di alto livello con i nomi più interessanti della scena live e anche per il 2013 si proporrà come uno straordinario evento: il suono della città ha finalmente trovato la sua casa.
Il calendario di giugno prevede artisti come Paramore, Fun, The Killers, Mario Biondi, Toto, Korn e Motorhead, mentre a luglio ci saranno The National, Simona Molinari, John Legend, Iggy, Wu Tang Clan, Skunk Anansie, Atoms For Peace, Davide Van De Sfroos, Deep Purple, Earth Wind & Fire, Tiesto, Santana e Blur.
Per maggiori informazioni visitate il sito www.citysoundmilano.com
Info: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 0263793389
Il cantante, chitarrista ed ex-leader dei Dire Straits è stato protagonista di due spettacoli a Torino (2 Maggio) e a Milano (3 Maggio). Tornerà nel nostro paese a Luglio per altre cinque date.
Il 2 Maggio mi trovavo a Torino per una serie di piacevoli coincidenze: era molto tempo che un mio caro amico mi invitava a trovarlo nel capoluogo piemontese, in cui si è trasferito da qualche anno, e ho pensato di andare a fargli visita durante il ponte del Primo Maggio; non ero mai stato a Torino, mi ha sempre incuriosito come città e devo dire che ne sono rimasto gradevolmente sorpreso; alla mia ragazza piace Mark Knopfler, ha comprato due biglietti e mi ha chiesto di accompagnarla.
Dopo quarantotto ore passate tra la Mole Antonelliana, Piazza Carlo Alberto e Piazza Castello, e in un turbinio di sapori fantastici tra gelato alla gianduia, fassone alla bagna càuda e barolo doc, mi dirigo in dolce compagnia al Palaolimpico dove il cantautore scozzese comincerà il suo show alle 21 in punto.
Sarà stata la stanchezza per aver visitato troppo in fretta la città, sarà stato lo shock di aver pagato un mediocre panino e una birra calda 10 euro da uno degli innumerevoli paninari parcheggiati fuori dal palazzetto, saranno stati i posti non proprio vicini al palco (terzo livello non numerato), sarà che io non sono un grande fan dei Dire Straits e di Mark Knopfler in particolare, ma il concerto mi ha un po’ deluso.
Mi aspettavo uno show zeppo di blues, arpeggi infiniti e coinvolgenti... Knopfler comincia bene, con una trascinante
, uno dei pochi singoli della sua discografia che mi sia rimasto in mente. Seguono poi alcuni brani tratti dal suo ultimo album in studio Privateering che, devo ammettere, non conosco e non ho ascoltato; e considerando i miei gusti forse ho fatto bene: per carità, Mark Knopfler è un bravissimo chitarrista e la sua bravura l’ha dimostrata nel corso dell’intero concerto; ma una serie di canzoni costantemente accompagnate da flauti e cornamuse, in pieno stile celtico (di cui pare permeato lo stesso album) ha un effetto soporifero su me e su parte del pubblico, che si scalda solo per il doveroso applauso tra una canzone e l’altra.La svolta sembra arrivare quando Sir Knopfler tira fuori dal cilindro
.
Ad un certo punto il pubblico, comodamente ed educatamente seduto in platea, si alza e si accalca sotto il palco. Al che la mia perfida mente si è chiesta: lo hanno fatto per stare più vicini al loro idolo o per non addormentarsi? Perché, anche se mi vergogno un po’, ve lo devo confessare: stavo per appisolarmi. Non per giustificarmi ma la stanchezza, la visuale non ottimale, la voce un po’ monotona (e anche un po’ mono-nota, come direbbe Elio), le canzoni guidate da violini e cornamuse mi hanno fatto socchiudere gli occhi più di una volta.
Il concerto giunge alla sua fine e Mark Knopfler e la sua band ci congedano con
, tratta dalla colonna sonora del film Local Hero del 1983. La sensazione è quella di aver assistito ad uno spettacolo di due ore in cui la tecnica del protagonista ha fatto da padrone, quando molti, come me, si aspettavano qualcosa di diverso e di più coinvolgente, qualcosa dove gli assoli di chitarra fossero un mezzo per trasmettere emozioni.
Due date a Maggio e altre cinque date a Luglio (il 12 in provincia di Padova, il 13 a Roma, il 14 a Napoli, il 16 a Taormina e il 19 a Lucca): Mark Knopfler ci tiene molto a far conoscere le sue ultime fatiche agli italiani. E il consiglio che vi do, da discreto frequentatore di concerti è questo: se volete assistere ad un suo live dovete tenerci molto, conoscere molto bene i suoi album solisti e non aspettarvi le sferzate blues rock alla Dire Straits. Perché rischiereste non solo di rimanere delusi, ma anche di cadere nelle braccia di Morfeo, facendo una pessima figura.
Fatoumata Diawara, uno degli astri nascenti della musica africana contemporanea, si esibirà venerdì 3 maggio sul palco del Cinema Teatro di Chiasso, in un concerto dalle sonorità calde e avvolgenti.
Nell’ambito dell’ottava edizione di Chiasso Letteraria, festival internazionale di letteratura, che si terrà dall'1 al 5 maggio, la giovane chitarrista e cantante, originaria del Mali, porterà in scena la sua musica ispirata al canto tradizionale wassoulou con alcune commistioni di jazz e blues.
Nella sua esibizione sarà accompagnata sul palco da Jean Baptiste Ekoué Gbadoe alla batteria, Jean Alain Hohy al basso, Gregory Emonet alla chitarra e Corine Thuy-Thy (voce corista).
La cantautrice africana per l'occasione presenterà al pubblico il suo album di debutto “Fatou”, da tempo in vetta alle vendite nel circuito della world music, nel quale si rinvengono influenze che spaziano dal pop al blues, senza togliere spazio alla componente più tradizionale della musica legata alle sue radici.
Con l'aiuto della sua chitarra e alla sua calda e penetrante voce, Fatoumata Diawara racconterà della vita e delle difficoltà, di amore ed odio, di speranza e futuro.
Fatoumata è anche un simbolo ed una speranza per le donne africane: attraverso le sue melodie denuncia le violenze e i pregiudizi culturali di cui sono vittime, ma al contempo esprime la forza di un possibile rinnovamento culturale e sociale.
Sui palchi di tutto il mondo, una donna africana canta la sua Africa!
Non poteva esistere stagione migliore della primavera, dei primi giorni di sole di un aprile tanto atteso e ancora un po’ indeciso sul da farsi, per cogliere a pieno tutti i colori di “Colonna sonora di un film che non c’è”, ultimo lavoro di Mafè Almeida, in uscita sui canali
iTunes dalla fine di questo mese.
Nato in Mozambico da madre capoverdiana e padre pugliese, Mafè cresce e coltiva la sua passione artistica tra la soleggiata Bari e la stimolante Milano, le due città in cui si concentra maggiormente la sua poliedrica carriera artistica, che affonda le radici in diversi campi d’espressione; pianista e tastierista di diversi gruppi del panorama barese, Mafè si avvicina al mondo del canto grazie al gospel, partecipando al Wanted Chorus e a all’opera musicale di Riccardo Cocciante e Luc Plamondon, “Notre Dame de Paris”, nel ruolo di Clopin.
Si cimenta inoltre nell’attività di autore, collaborando con gli Zero Assoluto alla stesura del testo di “Volano i Pensieri”, nota canzone della band capitolina. Il tentativo di inquadrare un album, e tanto più un artista, in un solo genere musicale, è quasi sempre riduttivo; preferibile è tentare di cogliere i chiaroscuri tratteggiati al suo interno.
“Colonna sonora di un film che non c’è” è un EP di sei tracce, dal groove funk coinvolgente e dalle atmosfere variopinte: dalla freschezza spensierata della pop music, alle sfumature di malinconica speranza della musica black, dal soul all’RnB. Mafè Almeida ama vedere nella sua produzione artistica qualcosa del power pop, principalmente per il messaggio e le energie positive che ne sente fuoriuscire e che si propone di trasmette all’ascoltatore. Abbiamo parlato con Mafè per farci raccontare della sua esperienza, la sua visione della vita e i suoi progetti per il futuro.
Nel corso della tua carriera hai sperimentato molto; sei stato parte di un gruppo, corista gospel, hai recitato in un musical ed ora sei cantautore. Senti in qualche modo queste come tappe di un percorso che ti avrebbe portato dove sei oggi, o le consideri in maniera separata?
Parlare di carriera credo sia prematuro. Amo definirlo un percorso e credo che ogni sua parte abbia in qualche modo influenzato quello che è il mio stile di vita. Ogni esperienza non la vivo come un oggetto separato ma come un elemento con una propria individualità che però vive e ha senso se collegato ad un altro frammento. Sono un po' fatalista e credo nell'idea che nulla sia mai per caso. Lo raccontano gli incontri che ho avuto nella mia vita e quello che sono ora. In fondo siamo sempre le persone che incontriamo e di conseguenza anche le azioni che compiamo.
Oltre alle tue mani di compositore e autore, quali altre hanno collaborato alla realizzazione di “Colonna sonora di un film che non c’è”?
Il disco è stato prodotto da Daniele Valentini con l'etichetta indipendente "Treehouse Lab" di Lodi, mixato negli studi FM di Monza da Raffaele Stefani e masterizzato da Giovanni Versari. Per l’incisione e per i live sono stato aiutato dal gruppo "The White Muffins" , composto da Antonio Galli al basso, Andrea Rossini alle chitarre, Danilo Martello alle tastiere e Marco Carnesella alla batteria.
Per quando riguarda il budget, una parte è stata ricavata raccogliendo delle donazioni con il primo sito in Italia di crowdfunding, musicraiser.com.
Nel titolo dell’EP si possono leggere sentimenti molto diversi, non fosse altro per quel “che non c’è”, che se da un lato rimanda ai colori della nostalgia, dall’altro può essere interpretato come un invito a divenire noi stessi, il nostro film. Tu cosa ci vedi in quelle parole?
Il nome nasce dall'idea che la vita sia composta da piccole tracce che nel loro insieme creano una colonna sonora. Queste accompagnano i gesti quotidiani della nostra vita, che non è altro che un film in divenire. Per questo motivo va intesa come un film che non c'è, ma che più che altro, "esisterà".
Dunque, deviando sui massimi sistemi, credi in qualche cosa di prestabilito e non scritto, o se più per l’idea dell’homo faber, fautore del suo destino?
Come raccontavo prima sono estremamente convinto che le cose non accadano mai per caso. La vita ci lancia continuamente segnali che ci portano verso un determinato cammino. La questione credo vada interpretata con una chiave di lettura ambivalente. Ognuno di noi è artefice del proprio destino nella misura in cui sia in grado di saper interpretare certi messaggi. Del resto poi ci pensa la vita stessa a risponderti se una scelta può essere determinante o meno ed è solo questione di tempo. Forse è una forma positiva di interpretazione della vita. Come se fossimo destinati a più destini uno dei quali si dimostrerà la verità assoluta per noi. E alla fine in un gioco di incastri saremo sia artefici che navi trascinate dalla corrente. Convinto però che prima o poi ad un porto si approderà.
E per quanto riguarda i testi invece? Qual è il fil rouge che li conduce, e dove vorresti che conducessero l’ascoltatore?
I testi si ispirano fortemente a momenti di vita vissuta. Molto spesso sono spunti di riflessione. Quasi un senso di rivalsa per una condotta di vita più aperta al rispetto verso di sé e quindi verso gli altri. Credo che solo amando se stessi si riesca ad amare ed apprezzare tutto quello che ci circonda. Credo ci sia bisogno di fede, nella vita e nei propri sogni, fede verso le persone. Per questo meglio un abbraccio che una stretta di mano. Dici questo perché credi che l’importanza di un abbraccio, agli altri e a se stessi, si sia persa oggi come oggi?
La gente si imbarazza se ti vede come un libro aperto. Certe volte rimane stupita dal grado di civiltà e di apertura mentale di una persona. Anche nel condividere argomenti difficili come il dolore . Difficile dire se non si è più abituati a gesti come un abbraccio. Di sicuro credo bisognerebbe stupirsi di altro e non di questo. Lasciamo sempre meno spazio a quelle piccole cose che fanno l'assoluto per noi. E tendenzialmente arriviamo a pensare di poter bastare a noi stessi, convinti come siamo di poter farcela da soli. Non sono della teoria che bisognerebbe spendere ogni gesto gentile e in modo inappropriato ma che quando si sente il bisogno, di non aver paura di condividerlo. Alla luce di tutto questo, ma soprattutto ascoltando i tuoi testi, la musica sembra essere per te quasi un mezzo per un fine. Credi che trasmettere agli altri un messaggio, sia pure in forma di emozione, sia il compito principale di un musicista, o leggi l’arte più come un percorso individuale di chi la produce?
Il percorso individuale di un musicista è inscindibile dalle emozioni di chi le interpreta. Se da una parte scrivere può aiutare ad esorcizzare i propri fantasmi, quasi come vomitando la propria esistenza, d'altro canto quello che si scrive può essere fonte di ispirazione per chiunque senta vicino una parola piuttosto che una linea musicale. Il resto è solo un atto di crescita personale che sposta determinati parametri di valutazione. La scrittura può evolversi ed essere modellata nel tempo e influenzata da circostanze e situazioni personali. Chi ascolta può semplicemente accompagnare e apprezzare questa crescita oppure rimanerne indifferente. Questo però non sposta l'ago della bilancia. Del perfetto equilibrio tra i due ruoli che io reputo complementari. L'amore è così. Nel tempo due persone sono accanto e si accompagnano mutando nella forma. Accade di non volersi più accanto ma quello che si è seminato è ben visibile. Resta sempre in profondità.
Cosa ti ha spinto finora ad amare cosi tanto la musica, l’amore e l’amore per la vita? E cosa vedi ora nel tuo futuro?
Amo scrivere e amo cantare e nel mio futuro vedo la possibilità di creare un altro album e avere sempre più seguito.
Ho perso mia madre a settembre ed è stata lei ad intuire che potessi amare la musica. Mi ha portato a studiare pianoforte e poi a credere nei miei sogni. Io e i miei fratelli siamo la sua più grande testimonianza e ci teniamo a preservare e condividere la sua memoria e la sua eredità intellettuale. Lei amava la vita e ognuno di noi nel proprio piccolo cerca di farlo. Io spero di farlo attraverso la musica.
Bob Dylan è una delle figure più influenti della cultura del ventesimo secolo. Nel corso degli ultimi 48 anni ha pubblicato più di 45 album e scritto più di 500 canzoni alcune delle quali si sono aggiudicate un posto nel nostro immaginario collettivo come "Blowing in the Wind", "All Along the Watchtower", " Knocking on Heaven's Door " e innumerevoli altre. I suoi successi sono stati riconosciuti in tutto il mondo e hanno fruttato vendite di oltre 110 milioni di dischi e le sue canzoni sono state cantate da più di 3.000 artisti dai Duke Ellington ai Rolling Stones, dai Guns N 'Roses a Stevie Wonder. Anche se Bob Dylan è meglio conosciuto come cantante e cantautore, è anche un autore, regista, attore e conduttore radiofonico. La sua collezione sperimentale di scritti, Tarantula, è stata pubblicata nel 1970 e le sue memorie, Chronicles: Volume One ,uscite nel 2004 , sono diventate un bestseller internazionale. Ma pochi sanno che uno dei piú famosi luminari della storia della musica americana è anche pittore. Da artista visivo, inedita veste che lo vede impegnato giá da tempo, Bob Dylan ha infatti iniziato solo di recente ad esporre le sue opere al pubblico. Risale all’autunno 2007 The Drawn Blank Series , una raccolta di acquerelli e gouaches esposta in Germania al Kunstsammlungen Chemnitz, e al 2010 la serie di opere su tela e acrilico dedicate al Brasile in mostra alla Galleria Nazionale di Copenhagen.
Uno dei piú grandi poeti e cantautori della musica americana che ha fatto la storia di quella mondiale, ha scatenato diverse polemiche nel mondo dell’arte con l’esposizione di dipinti presso la galleria Gagosian di New York che hanno messo in forte dubbio la sua immagine parallela di artista visivo. La collezione, chiamata The Asia Series, è un excursus personale dell’artista che lo ha visto cimentarsi con visioni varie tra cui scene di strada, architettura e paesaggi, ritratti dalla sua vita quotidiana. Ció che è stato fortemente criticato e che ha suscitato scalpore, iniziando dal blog Arts Beat del New York Times, è stato il fatto che molti dei dipinti originali di Dylan possiedono sorprendenti analogie, alcune sono state addirittura definite riproduzioni, con fotografie di artisti del calibro di Busy Leon e Henri Cartier-Bresson scatenando il dibattito sugli standard dell’arte, sull’importanza dell’originalità nelle esposizioni e l’originalitá stessa di quella di Dylan.
"Dipingo per lo più dalla vita reale", ha detto l’artista, "devo iniziare da questo: persone reali, vere e proprie scene di strada, il dietro le quinte, modelle dal vivo, dipinti, fotografie, installazioni, architettura, graphic design. Tutto ciò che serve per far funzionare la rappresentazione visiva. " A sostenere la tesi, Dylan tira in ballo il discorso musicale dimostrando come "Whistle Duquesne", la canzone di apertura dal suo trentacinquesimo album, Tempest, prenda elementi della melodia, il coro e la struttura stessa del pezzo da una canzone del 1929 di Memphis Jug Band, KC Moan. Ma allo stesso tempo per non creare fraintendimenti aggiunge: "Ho fatto disegni per la maggior parte della mia vita. Nel notebook, sui tovaglioli, su carta ruvida o cartone, piatti e tazzine da caffé. . . con qualsiasi cosa si possa rappresentare qualcosa, quindi disegnare non è una novitá per me" spiegando come i suoi dipinti possano soddisfare le carenze espressive che si possono riscontrare con la musica. "Se invece avessi potuto esprimere le stesse cose con una canzone lo avrei fatto’’.
Descritto come il neo espressionista dello stile beat, dal 5 febbraio Palazzo Reale ospita la personale di Bob Dylan. L’esposizione presenta una serie di 22 dipinti, New Orleans Series, che rendono omaggio alla città americana del cantante e cantautore. Le opere raccontano la storia di questa affascinante città e propongono alcune scene decadenti, atmosfere sospese, tensioni di amore e violenza fissate sulla tela e ambientate tra il 1940 e il 1850. Dylan è stato una figura influente nella musica e nella cultura per più di cinque decenni. Durante la sua carriera ha saputo esplorare con maestria molte tradizioni musicali, tra cui folk, blues, country, gospel, rock and roll, jazz e swing e ora torna a far parlare di sé affrontando un campo artistico per lui inconsueto. Noi di Nerospinto, che amiamo la sua musica, non vediamo l’ora di riscoprirlo sotto questa sua nuova veste di pittore controverso che osa sfidare la critica piú sfrontata..e voi?
Bob Dylan - New Orleans Series
Palazzo Reale piazza Duomo 12
Dal 5 febbraio al 10 marzo
Lunedì dalle 14.30 alle 19.30 Martedì, mercoledì, venerdì e domenica dalle 9.30 alle 19.30 Giovedì e sabato dalle 9.30 alle 22.30
(free entry)
2008. Marzo.
Gerusalemme.
La città santa si sta risvegliando dal suo consueto inverno caldo e arido. Mandorli in fiore e profumi di zagare invadono le vie di Gerusalemme. È fermento. Sono i preparativi per la processione cristiana della Domenica delle Palme, e per la “Pesach”– la Pasqua Ebraica.
…un’ordinaria primavera in Terra Santa insomma.
Non per tutti però.
C’è un ragazzo che si muove calmo tra intrecci di stradine di pietra e luoghi sacri, scansando giovani vestiti a festa, armati di cornamuse e tamburi. Ha altro per la testa. Sta per pubblicare il suo primo album, “The Reckoning, insieme agli amici di una vita, i Mojos.
Lui si chiama Asaf.
2012. Giugno.
Berlino.
A giugno le notti sono brevi e il buio sopra Berlino dura solo poche ore.
Jacob Dilßner non ha sonno. È uno studente di filosofia con la passione del djinig. Quando mixa si fa chiamare Wankelmut. Non ha impegni in quei giorni. Nessun ingaggio in qualche club della città. Nessuna voglia di studiare.
Una sera decide di rilavorare con il suo Ableton Live - software di produzione musicale - un pezzo scovato in rete. È “The Reckoning Song” di Asaf Avidan.
Lo spoglia. Conserva solo la voce del ragazzo israeliano e velocizza il riff della sua chitarra, aggiunge una base minimal ed ecco che “The Reckoning Song” diventa “One Day”.
Jacob carica il pezzo su SoundCloud. È subito gloria.
Milioni di ascolti trascinano Wankelmut e Asaf alla consacrazione su Beatport, santuario per ogni Dj che si rispetti.
2012. Dicembre.
Torino – Hiroshima Mon Amour
C’è un chiacchiericcio diffuso in sala, odore di alcool e tabacco.
Sul palco solo uno sgabello, un pianoforte sullo sfondo, qualche foglio sparso vicino al microfono. Una scenografia spoglia arricchita solo da qualche luce morbida che regala all’Hiroshima quell’atmosfera intima e autentica tipica dei piccoli luoghi di culto.
Asaf è solo. Sta portando in giro il suo nuovo lavoro, “Different Pulses”.
Sale sul palco così, chitarra tra le braccia, fisarmonica al collo, fisico asciutto e definito strizzato in una canotta bianca e in un paio di jeans. Solo lui e la sua voce… E che voce! È un suono ancestrale, senza sesso, tocca tutte le tonalità, le graffia e le abbraccia con un controllo assoluto in una serie di smorfie sofferenti e partecipate.
Asaf canta e, cosa ben rara, il pubblico zittisce se stesso. E fa bene, perché Asaf va ascoltato, sia che canti sia che racconti di sè.
"Sono musicista solo da 6 anni, e non sono poi molti... Ho iniziato perché una ragazza mi ha spezzato il cuore. Quando suonavo in casa, lei se ne stava sul divano a guardare qualche soap opera, e mi gridava: “Chiudi la porta Asaf, non c’è bisogno che urli così fucking forte!” Allora chiudevo la porta e cantavo più forte di prima, così che potesse sentirmi comunque. Ecco, è così che ho scritto la prima canzone, per la ragazza dall’altra parte del muro."
(n.d.r. la canzone è
)
Canta anche “
”, quella stessa che Jacob ha trasformato qualche tempo prima in “One Day”, ma la canta piano e le restituisce la sua autenticità.
2013. 23 aprile.
Milano.
Asaf torna in Italia.
Da non perdere.
I biglietti qui.
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