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E' uscito il 26 gennaio il nuovo lavoro intitolato “Sotto scacco” di Lorenzo Castellani. In seguito al successo editoriale “L’ingranaggio del potere” uscito nelle librerie nel 2020, il politologo e docente di Storia e Istituzioni politiche presso la LUISS Guido Carli di Roma propone una nuova riflessione riguardante la condizione universale dell’umanità durante l’era pandemica segnata dall’irruzione della Sars-Covid-19

"Se qualcuno di voi ha un attacco di paura, ansia o panico, che si fotta!”: è l’avvertimento del vampiro Nosferatu prima dell’inizio dello spettacolo.

 

Acrobazie, personaggi impegnati a porsi l’uno sopra all’altro formando sculture umane, fumi nebbiosi, scenografie spettrali, ululati e suggestive musiche creano la fondamentale atmosfera del Circo de Los Horrores che arriverà a Milano dal 30 Aprile al 25 Maggio 2014 all’Idroscalo di Segrate, alle porte di Milano.

 

“Tutto comincia una notte di tempesta nel cimitero degli orrori. Lontano si sente un treno che si avvicina, sempre più vicino, fischiando, fra il vapore e lo stridio dei freni.

Da esso discende un singolare passeggero con la valigia in mano. Sembra perplesso e confuso: è evidente che ha sbagliato fermata. è infatti sceso proprio all’entrata di un vecchio cimitero che fa raggelare il sangue. 

Immagini di pietre, gargolle e lapidi, ululati di lupi e grida strazianti turbano infine il nostro personaggio, che comincia la sua interminabile fuga, inseguito dalle mille e una bestia del Circo degli Orrori che cercano di trasporlo in uno di loro.”

 

"Questo spettacolo nasce nel 2007 in Spagna, dove abbiamo fatto un milione e mezzo di spettatori; quindi siamo stati anche in Perù e abbiamo riscosso successo sia di pubblico che di critica”. Afferma il produttore del Circo de los horrores.

 

Questa è la storia, l’origine del Circo de Los Horrores e i suoi protagonisti sono: Debora la Vampira, attraente e turbatrice; Nosferatu, maestro cerimoniale che dà il benvenuto allo spettacolo in modo misterioso e agonico; le Bambine possedute, bambine apparentemente normali, ma in esse ha sede il male; la Monaca Macellaia, che dietro il suo aspetto di redentrice celestiale cela una spietata psicopatica adoratrice del diavolo; la Sposa Morta, per ritrovare suo marito vendette l’anima al diavolo; Belzebù, il demonio,nonché  guardiano del Cimitero degli Orrori; il Matto, che si muove ovunque con una sega; Grimo il pagliaccio, dietro al cui viso amabile si cela un cuore nero;  il Becchino, sarto del Cimitero; la Vedova Nera, il ragno più temuto per il suo veleno, più potente di quello di un cobra; le Anime Perse, che iniziano la loro fantasmagorica danza quando le note musicali attraversano la buia notte; la Mummia Putrefatta, fin troppo viva; il Patibolo della morte,sopra il quale il boia aspetta il condannato con un’ascia in mano; il Suso Clown, è l’unico mortale nel circo degli Orrori.

Uno spettacolo che unisce paura e comicità, un evento che promette al suo pubblico oltre due ore di puro terrore catartico, condito da scenografie gotiche e musiche da pelle d’oca come La Bambine del Esorcista di Mike Oldfield ed il suo Tabularsbells, Carmina Murana, di Damian, Il film, di Una notte nel Monte Pelado di Musorky e altre come il valzer dell’Uomo Elefante.

Prima delle date di Milano, il Circo ha intrapreso una tournée in Spagna, America Latina e Miami, è Manuel Gonzalez Villanueva a spiegare le origini di questo innovativo spettacolo che, fondendo teatro, circo e cabaret nel guardare indietro nel tempo, nasce dalla mente di Suso Silva.

 

Per creare un’atmosfera horror ancora più sorprendente e spaventosa i personaggi del Circo interagiranno con il pubblico.

 

Siete così coraggiosi da tentare la sorte?

Allora non perdetevi l’occasione di morire di paura, di divertirvi e vedere uno spettacolo insolito e imperdibile! A Milano dal 30 Aprile!

 

 

Circo de Los Horrores

Idroscalo - Segrate (MI)

Biglietti 14,50 €  disponibili su ticketone.it.

Lo spettacolo è sconsigliato ai minori di dodici anni.

 

“Il corpo umano” è il secondo romanzo di Paolo Giordano che vede la vita a quattro anni di distanza dal suo primo grandissimo successo vincitore del Premio Strega e del Premio Campiello, “La solitudine dei numeri primi”. Mentre il romanzo del 2008 era una storia intima tra un uomo e una donna, il romanzo che ora viene proposto è stato studiato e concepito solo dopo una visita nel 2010 da parte dello stesso Giordano nel distretto del Gulistan, in Afghanistan, alla FOB Ice, e descrive le vite di alcuni soldati e ufficiali inviati in terra nemica per una missione di pace. Il libro è diviso in tre parti e racconta i diversi momenti della vita dei personaggi che decidono di partire per il fronte: prima, durante e dopo la guerra. Dopo la carrellata di presentazioni dei vari protagonisti la scena viene spostata direttamente in territorio bellico, alla FOB, dove vengono vissuti momenti di spensieratezza, di noia, di riflessione. Il libro mantiene un tono pacato, talvolta lento per tutta la durata dei primi due terzi del romanzo, ma aleggia costante la presenza della guerra, rappresentata da esplosioni udite in lontananza, dalla paura di non sopravvivere alle notti di freddo pungente, dalle incursioni di carri armati nella zona circostante l’avamposto. Solo nell’ultimo terzo del libro si assiste ad un’impennata di ritmo coincidente con l’attacco sferrato al Lince, un mezzo pesante che i soldati stanno utilizzando per tornare alla pista di decollo per rientrare in Italia. Nell’apparente calma di una gola desertica dove viene sferrato l’attacco perdono la vita cinque ragazzi e un altro uomo subisce uno shock tale da non riprendere più le sue facoltà mentali. La vita dei protagonisti cambierà per sempre. Al di là delle singole vicende credo che il messaggio profondo che ha voluto trasmettere Giordano con questo libro sia l’idea della guerra vissuta nella nostra generazione. Una guerra lontana, dalle motivazioni poco chiare, una guerra che viene intesa come missione di pace, una contraddizione in termini insomma. Il libro di Giordano, nonostante sia ben scritto, non è riuscito ad appassionarmi, forse perchè non l’ho ritenuto coinvolgente, forse perchè racconta una guerra che non mi appartiene, che tuttavia come definisce lo stesso Giordano è, volenti o nolenti, la guerra del nostro tempo. Anche la struttura del libro rispecchia bene questa idea dell’autore: la FOB inizialmente viene descritta come un parco divertimenti, un luogo ricreativo dove sono stanziati i soldati, dove si mangia, si beve, si fanno feste e si intrattengono relazioni personali più o meno intime. Poi dopo l’agguato, l’arrivo della morte, tutto cambia e il gioco della guerra diventa vero. Chi come me non ha vissuto veramente il conflitto bellico sul territorio crede che la guerra sia fondamentalmente un lavoro, una decisione liberamente presa a fronte di una ricompensa in denaro. E troppo spesso si pensa ad essa senza darle il giusto peso, senza pensare che il nostro corpo umano, vulnerabile e delicato, non possa sopportare certe devastazioni. Nonostante questo libro non sia epico, vale davvero la pena di leggerlo perchè porta a riflettere su un problema del nostro tempo, che talvolta viene trascurato, trasformando i soldati in eroi e parlandone solo quando vengono a mancare.

Premetto che la mia adolescenza ha coinciso con gli anni 90. All'epoca Milano sembrava un grosso suk, sporco e maleodorante, ma sempre pronto ad accogliere differenze e deviazioni. Prendiamo piazza Vetra, dove lo sballo era di casa. Nel parco delle basiliche lo spaccio era a cielo aperto e l'erba non cresceva. Così al Sempione.

 

Isole di illegalità dove tutto era permesso. I marocchini giocavano perennemente a pallone e le bottiglie di birra vuote venivano usate come pali per le porte e poi lasciate lì. Idem nelle università: alcune aule (l'aula 4°, l'aula ricreazione di Scienze Politiche e i sotterranei della Statale) erano zone franche dove l'illegalità era la normalità.

 

Constatare come la città sia cambiata nei modi di fruirla è palese. Chiacchierando con persone della mia età l'esclamazione è sempre la medesima: non c'è più la Milano di una volta. Banale, ma veritiera. Ora è tutto veicolato da ordinanze, orari di chiusura imposti, restrizioni e paura. La paura che si crea attraverso notizie distorte e subdole. Un esempio recente di poco fa sul Corrierone, dove il titolo era questo: “Colonne: notti di paura. Un ferito a bottigliate, malmenato un vigile”. L'ennesimo pretesto per screditare la movida tacciandola come pericolosa e deviata. Un articolo  fuorviante, un lungo compendio di raffinatezze giornalistiche incentrato sui motivi per il quale, a detta del giornalista, è meglio stare a casa che uscire.

 

Non facciamo dietrologia con il classico: “si stava meglio prima”. Non diciamo nemmeno che si sta meglio ora. Di sicuro ci sono solo i fatti: dopo aver visto il tramonto dei '90, visto erigere cancellate nei parchi e parchetti (l'ultimo, il capolavoro, quella del giardinetto di fronte al Mom, dove la Moratti arrivò a intitolare il parco al “9 novembre 1989″, ovvero la celebrazione della caduta di un muro issandone un altro) e la chiusura progressiva di tutti gli spazi aggregativi alternativi, mi mancava la polizia in tenuta antisommossa nelle aule dell'Università per sgomberare degli studenti indisciplinati. Una cosa (la polizia in università) che non accadeva dal 72. Un segno dei tempi.

 

Poi l'inaspettato. Martedì sera sono andato per la prima volta a Piazza Affari durante la serata Ape. Cos'è? Un happening all'aperto con concerti, teatro e dj set. Un piacevole ritrovo, una sorpresa nell'asfittico mondo dell'aggregazione milanese, troppo stratificata a seconda delle attitudini o delle abitudini sessuali dove troppo spesso la scelta è tra il locale o la piazza barbara. Quella stessa piazza dove si erge il dito medio di Catellan rivolto verso la Borsa. Al di là del significato che l'artista ha voluto dargli, mi piacerebbe giocare con i significati e dedicare l'opera dell'artista a una non meglio precisata “ottusità meneghina”.

 

Come contrastarle? Continuando ad uscire nelle piazze, ad organizzare eventi con lo scopo di vivere porzioni di città in funzione sociale. Solo così libereremo le idee appoggiandole sull'asfalto. Ci si potrà camminare sopra.

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