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I newyorkesi Fun., reduci dal sold out planetario dell’album Some Nights, saliranno sul palco dell’Ippodromo del Galoppo di San Siro martedi 11 giugno, per la seconda serata del City Sound Festival di Milano.

Un successo, quello dei Fun, arrivato dopo anni di gavetta, con la pubblicazione di singoli passati inosservati e collaborazioni infruttuose.

La svolta arriva nel 2011, quando i 3 danno alle stampe il singolo We Are Young, impreziosito dalla voce di velluto della soulgirl Janelle Monáe: il video, con immagini a rallentatore e un gusto un po’ vintage, entra in heavy rotation su MTV e si consacra ad inno dei teenagers (e anche dei meno teen e più agers).

La magia si ripete con il singolo Some Nights del 2012, dal video ispirato alla Guerra Civile Americana: i Fun non si fermano più e collezionano importanti collaborazioni, come quella del lead singer Nate Ruess con Pink.

 

 

Non fate i vecchi e scatenatevi con i Fun. al ritmo della gioventù (per ora non ancora bruciata!)

Giovedì 23 maggio alle ore 22.00 torna con il suo quarto appuntamento la mega mensile indoor all' Oibhò, rigorosamente su mini bici, con l'evento Mini bici mega gara vol.4 - Virus television vs camere d'aria e inerzia.

Con questa serata il giovedì diventa il nuovo venerdì, la rivoluzione che scombussola i piani di tutta la settimana e che fa allungare il week end.

In consolle: Ariele Frizzante (Mr Banana) con balcan punk, rock'n'roll, youtube heroes, trash, indie Hopeless (Tiger Grrl) con visual apocalittici, excursus osè, improvvisazioni comiche e social networking.

L'appuntamento è al Circolo Arci Oibhò in via Benaco 1 all'angolo con via Brembo.

Birra media chiara a 3 euro Ingresso con tessera Arci

Evento: https://www.facebook.com/events/526231874080997/?notif_t=plan_user_invited

Info: http://www.associazioneohibo.it

“Sto accompagnando la tua ragazza a casa, lei ride per non piangere e dice: come sono finita con una persona il cui senso dello humour peggiora di giorno in giorno?”

Cosi cantava Morrissey nel 1991, anno della pubblicazione del suo secondo album da solista Kill Uncle ,da molti ritenuto un mezzo passo falso rispetto all’esordio sfolgorante di Viva Hate, registrato dall’ex frontman degli Smiths nel 1988.

Nonostante la presenza in studio di mostri sacri del mixer, quali i produttori dei Madness e di Elvis Costello, il disco lasciò l’amaro in bocca ai fan ancora in lutto per lo scioglimento dello storico gruppo capeggiato da Moz e dal chitarrista Johnny Marr.

Ventidue anni dopo, Kill Uncle ritorna nei negozi di dischi, con una nuova copertina, foto inedite e una tracklist diversa dall’originale.  La ristampa si inserisce in un progetto più ampio di restauro del back catalogue del John Keats del rock alternativo targato Madchester, e segue di un anno lavori più maturi quali SouthPaw GrammarMaladjusted, l’antologia Bona Drag e il già citato Viva Hate.

Kill Uncle, uscito in Inghilterra su cd e vinile l’8 aprile su etichetta Parlophone, non manca tuttavia di chicche che faranno la gioia degli amanti del microcosmo messo in versi da Morrissey nelle sue canzoni:giovani in fiore e che si avvicinano timidamente all’amore, ragazzi che trascorrono le lunghe giornate estive leggendo poesie, adolescenti schiacciati dal pugno di ferro dell’Iron Lady e che trovano unico conforto nella bellezza immortale e incorrotta della musica.

La voce di Morrissey, a metà tra il falsetto e il salmodiare di un muezzin, conduce l’ascoltatore in un viaggio sognante tra la ricerca dello stordimento in cui annegare i propri pensieri (Our Frank), la speranza in una morte senza eredi (I’m the end of the family line) e la felicità dopo la morte (There’s a place in hell for me and my friends).

C’è anche spazio per la cover di East West degli Herman’s Hermits e la B-side Pashernate Love.

In contemporanea con l’uscita del disco, Morrissey si è lanciato in un ambizioso progetto, ossia ristampare, in 3 versioni diverse, il singolo del 1989 The Last of the famous international playboys; ogni versione (vinile, cd e digital download) contiene un brano inedito registrato dal vivo per la BBC nel 2011.

Manchester, here we come!

Finalmente anche in Italia arriva Spotify. Da oggi è possibile avere un negozio virtuale dove ascoltare tutta la musica che desideriamo. Tutta? Almeno 20 milioni di canzoni on demand. Spotify è il futuro, l'inizio di un nuovo modo di fruire musica. Proviamo a riassumervi, punto per punto cos’è e come funziona questo nuovo sistema di ascolto, che ha rivoluzionato e rivoluzionerà il mercato musicale mondiale, per permettervi così di capire come poterlo sfruttare a vostro piacimento.

1. Che cos'è. Lanciato in Svezia nel 2008, Spotify è un servizio di ascolto musicale “in streaming”. Significa che le canzoni non vengono scaricate e conservate, ma si ascoltano senza salvarle, un po' come la radio. A differenza della radio, però, il servizio è on demand: l'utente non riceve passivamente una selezione di brani, ma può scegliere cosa ascoltare.

2. Come funziona. Sul proprio PC ci si iscrive su www.spotify.com, si sceglie il proprio abbonamento e si scarica/installa il software. L'intera esperienza di ascolto avviene attraverso questo software, su cui si cercano le canzoni, si costruiscono le playlist, si ascoltano quelle degli altri. Si può anche solo scaricare l'app per smartphone e tablet (in questo caso però si paga, come vediamo tra 2 punti).

3. Il catalogo. 20 milioni di brani approssimativamente. Cosa manca? Mancano i gruppi che iTunes ha in esclusiva per il Web (un nome su tutti: i Beatles). E mancano i dischi di artisti che preferiscono seguire una strategia di distribuzione ibrida, vendendo prima la propria musica in download e solo in un secondo momento aggiungendola su servizi some Spotify (Coldplay, Adele, Black Keys). Alcuni grandi assenti: Led Zeppelin, Pink Floyd, Ac/Dc.

4. Gli abbonamenti. Ci sono 3 possibilità. C'è Spotify Free, gratuita, che permette di ascoltare musica sul proprio pc senza limitazioni, ma con banner e annunci pubblicitari audio (circa tre minuti ogni ora di ascolto). Spotify Unlimited costa 4,99€ al mese ed elimina tutta la pubblicità. Queste opzioni richiedono un collegamento costante a Internet: la musica si ascolta solo online e su desktop. Diverso il discorso per Spotify Premium , a 9,99€ al mese, in questo caso funziona anche su tablet e smartphone e permette di scaricare fino a 9999 brani su tre dispositivi (3333 per dispositivo). I brani scelti non diventano “tuoi”, rimangono nella app e sono accessibili solo finché si rimane abbonati al servizio, ma, e questa è la grande differenza, possono essere ascoltati anche offline, senza connessione.

5. Playlist + Social. Su Spotify si possono sentire album e singole canzoni, ma il centro della fruizione musicale sono le playlist con le quali si crea la propria libreria personale: “Anni 80”, “Metal scandinavo”, "indie made in uk", a seconda dei gusti. Le playlist si condividono. E' la regola social che permette interazione e viralizzazione.  Possono essere pubblicate su siti, blog e tumblr, oltre che sui social network. Altra opzione interessante: si possono inviare playlist e singole canzoni come messaggio privato a un altro utente.

6. Quello che verrà. Molti giornali (tipo NME o Rolling Stone), etichette (la Ninja Tune per esempio), siti musicali e radio (la prima italiana è quella di Rockol) propongono le loro playlist. A marzo arriveranno anche servizi follow per seguire gli account di artisti, celebrità e trendsetter per scoprire tutte le novità in fatto di musica. Il futuro, insomma, è sempre più social.

 

Scrivere all'uscita del terzo album di un gruppo che si pensava sarebbe stato una moda passeggera è un bell'impegno. Si potrebbe scrivere della sfida di due giovani di Toronto, di quanto si siano evoluti dal primo anno, dei loro live sempre sorprendenti o delle collaborazioni più varie tra beat chiptune, rubati alle community online, e Robert Smith. Eppure, ascoltando il loro terzo album, sembra che alla fine non siano stati all'altezza delle aspettative, innovativi o almeno pronti a guardarsi in faccia e farsi due calcoli.

 

Non c'è niente che non vada in effetti, forse sono troppo severo, ma dopo due album da cui si poteva estrapolare una sorta di evoluzione verso un sound più definito, questo terzo esercizio di stile proprio non ci voleva (non è un caso che i tre album abbiano lo stesso titolo? - Crystal Castles).

 

Andiamo con ordine, cerchiamo di capire meglio cosa è successo. I Crystal Castles nascono per caso. Leggenda vuole che, dopo aver rilasciato online una prova di registrazione dell'attuale cantante, Alice Glass, diverse case discografiche li abbiano contattati proponendo un contratto. Vinse la Lies Record che produsse una raccolta di singoli già rilasciati con l'aggiunta di un paio di canzoni registrate per l'occasione. E la storia puzza subito di bruciato, sia per i premi e i riconoscimenti avuti, sia per la curiosa storia dell'immagine di copertina: l'opera dell'artista Trevor Brown, la Madonna con l'occhio nero, utilizzata senza permessi con un'attitudine da “bhè, che problema c'è?”. Il problema è stato risolto con l'acquisto dei diritti dell'opera. Sembra strano, però, che un'etichetta spenda tanti soldi per finanziare un gruppo al primo album, ma non facciamo i maliziosi e proviamo a pensare che magari i giovani, ai tempi poco più che ventenni, erano talmente promettenti da giustificare un'azione del genere.

Purtroppo non è questo l'unico caso di infrazione di copyright, si parla anche di beat rubati per la realizzazione di Insectica e  Love and Caring, ma tutto si è risolto felicemente (per i Crystal Castles) e i due hanno continuato indisturbati a vendere dischi e magliette, una bella soddisfazione per la Lies.

 

Nonostante questi problemucci il prodotto è andato alla grande e si è conquistato un posto nel cuore di giovani troppo punk per ascoltare techno e troppo radical chich per i Bad Religion, ma pieni di entusiasmo per le droghe chimiche e i rave.

 

Incredibilmente in un paio di anni Alice Glass e Ethan Kath raccolgono sempre più seguaci grazie alle loro performance esplosive tra batterie distrutte e stage diving e con partecipazioni mirate a festival e seguendo in tuor band come, tra i più famosi, i Nine Inch Nails.

 

Il secondo album del 2010 (Fiction Records) è, però, nettamente più maturo e sembra che i due stiano per fare il salto di qualità per essere santificati a un pubblico meno drogato e più interessato alla musica. Il caotico miscuglio di synth e voci distorte viene organizzato in pezzi più strutturati e le melodie frenetiche si trasformano in un omaggio alle atmosfere eurodance e eighty. Ma anche a due anni di distanza le mosse di marketing non mancano e la featuring di Robert Smith in Not In Love fa riflettere. Ci sarebbe anche da chiedersi a chi è servita questa partecipazione del gigante dei The Cure, ai Crystal Castles per darsi un tono da musicisti navigati o al ciccione (emo) per riconquistarsi una fetta di mercato più giovane?

 

Ed arriviamo, infine, al terzo album che ci regala tracce che proseguono per il filone synthpunk e chiptune, con qualche richiamo al secondo album in tracce come Wrath of God con dei bei tastieroni europei. Il tutto è condito con una buona dose di impegno sociopolitico dalla copertina di Samuel Aranda, fotoreporter d'assalto, che immortala una madre che abbraccia il figlio piegato in due dai gas lacrimogeni durante le manifestazioni in Yamen, a canzoni di protesta adolescenziale come Child I will hurt you. Il tutto sembra voler dire: il mondo è un posto brutto e cattivo, ma nasconde tante bellezze e noi sintentizziamo questo spirito, ravers cattivi, incazzati, stronzi, ma dall'animo tenero e coccoloso. Violent Youth è proprio un manifesto a questa predisposizione con un bel beat rimato e il testo snocciolato come una ninna nanna, una cantilena in cui questa generazione di hipster-indie, stronzi ma alla ricerca della vera bellezza (

), potranno riconoscersi.

 

Unica nota positiva le basi, soprattutto quella di Insulin, canzone dalle distorsioni poderose, forse troppo break, e troppo breve un minuto e quarantasette secondi di confusione che richiamano un po' i primi pezzi come Excuse Me del primo album che visto da questa prospettiva sembra il più autentico e originale dei tre.

 

I Crystal Castles, nonostante tutte queste critiche, rimangono un pezzo della storia della musica contemporanea, un piccolo tuffo nell'adolescenza disperata della periferia distrutta di una grande città in decadenza. Un ritorno alla piccola guerra interiore di tutti i giorni. Se non costassero trenta euro andrei anche a vederli all'Alcatraz il 24 febbraio, di sicuro ne varrebbe la pena, anche solo per le acrobazie dell'Alice che rimane comunque un gran bell'animale da palco.

Crystal Castles all'Alcatraz 

 

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